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Guarire dalle ferite…

p. Antonio Santoro omi

             Carissimi Lettori di “Lettera di Famiglia”,  da tempo mi risuona dentro questa espressione dell’apostolo Pietro, che cita il profeta Isaia: “dalle sue piaghe siete stati guariti” (1Pt 2, 25).

            Pietro, - conquistato dall’amore di Gesù di Nazaret, formato alla sua scuola, “guarito” dallo sguardo misericordioso di Gesù, quella memorabile notte in cui l’ha rinnegato, rigenerato dal Risorto, riempito del fuoco dello Spirito Santo a Pentecoste, - indica ai seguaci di Gesù, di ogni tempo, luogo e cultura, la via della guarigione: “Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme […] Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, […] dalle sue piaghe siete stati guariti”.

            Stimolato anche da questo tempo liturgico, desidero condividere con Voi qualche riflessione su ferite e guarigione, fiducioso che anche a Voi possa essere utile.

            Ferite, piaghe, infermità, malattie, disturbi,…peccato… Termini che evocano, comunque, sofferenza, dai mille e mille volti e da infinità di sfumature: a livello fisico, psichico, mentale, spirituale. Ciascuno, sperimenta le sue ferite, anche se non sempre sa “chiamarle” per nome… La persona è una totalità unificata per la strutturale e inscindibile connessione tra le sue dimensioni: fisica, psichica, intellettiva, spirituale; e, nello stesso tempo, essa è una totalità unificanda, che tende cioè all’armonizzazione di queste sue dimensioni lungo tutto l’arco della sua esistenza. Armonia o unità, che viene dinamicamente sperimentata nella misura in cui si coglie e si vive il senso fondamentale della propria esistenza che si apre all’Eterno… Ciascuno di noi, dunque, non è fatto a compartimenti stagni. Pertanto, quando soffriamo per un qualsiasi disturbo, fisico per esempio, c’è sempre una ripercussione sulle altre dimensioni del nostro essere. Per cui, “più profonda e infetta” è la ferita, più viene compromesso l’equilibrio, meglio, l’unità della persona. A seconda della natura delle ferite, il Signore della Vita e dell’Amore ha provveduto e sempre provvede a suscitare persone e mezzi per curare le nostre infermità. Così, suscita medici, psicologi e psicoterapeuti, maestri di pensiero e di spiritualità, ecc. In queste righe, però, intendo soffermarmi, seppure per breve cenno, non sulle terapie umane, (mediche, psicologiche, ecc.), quanto mai benemerite, bensì sulla terapia evangelica o del soprannaturale. Questa mi è più familiare, vuoi per la mia personale esperienza, vuoi per quel vissuto sacerdotale fatto di continui incontri con persone. Considerare la terapia evangelica significa coltivare l’atteggiamento di fede di quel lebbroso che rivolgendosi a Gesù lo supplicava: Se vuoi, puoi guarirmi (Mc 1,40b). Il seguito del racconto ci dà la certezza che la nostra supplica non viene delusa, ma… “Gesù, mosso a compassione, stese la mano, lo toccò e gli disse: lo voglio, guarisci! Subito la lebbra scomparve ed egli guarì” (vv. 41-42). Altro che ferite e piaghe…! Si tratta della terribile maledizione di una malattia che comportava l’esclusione dalla comunità civile e religiosa. Gesù, “ha preso su di sé le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie” (Mt 8, 17). Egli, buon Samaritano, fascia le nostre ferite e si prende cura di noi (Lc 10, 14). Lo Spirito, visto che spesso nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, con gemiti inesprimibili viene in aiuto alla nostra debolezza, intercede per noi, secondo i disegni di Dio (cfr Rom 8, 26-27).

            Chissà quante volte non sappiamo spiegarci il perché delle nostre ferite e, forse, non raramente, di quelle ferite (vissute nel nostro “corpo” e nel corpo ecclesiale e sociale) che chiamiamo peccato! Bene che vada, ne cerchiamo il senso all’interno di quei disegni divini (personale, coniugale, familiare, comunitario,  ecclesiale, sociale…); ma spesso, forse, rimaniamo troppo legati a noi stessi, alla nostra immagine, ai nostri vissuti. La Parola di Dio, però, non ci lascia nel buio, nella trappola dei nostri ragionamenti, dei nostri sensi di colpa e, talvolta, delle nostre facili giustificazioni. La Parola - il Verbo fatto carne! - non ci lascia nella morsa delle nostre sofferenze, ma se ricercata, accolta e vissuta, con fede e costanza, getta luce sul nostro cammino, realizza sempre in modo nuovo e inedito quel processo di unità della nostra persona e ci colloca nella più ampia armonia del disegno di Dio. Questa verità viene attestata dal grande appassionato di Gesù Cristo, Paolo: “Del resto, noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno. Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all'immagine del Figlio suo […]; quelli poi che ha predestinati li ha anche chiamati; quelli che ha chiamati li ha anche giustificati; quelli che ha giustificati li ha anche glorificati” (Rom 8, 28-30). Inserito in questo disegno d’amore, per grazia, ciascuno può sperimentare la fecondità del dolore per le ferite: “Completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo” (Col,24b).

 Se ci teniamo aperti all’azione dello Spirito del Risorto veniamo sempre rinnovati in questa esperienza, che è al tempo stesso umana e divina. Allora anche noi sperimentiamo che ogni ferita qualunque volto abbia, è un limite: non nel senso che riduce la nostra realizzazione come persone, ma che, in modi diversi, il limite, delinea la nostra condizione di creature finite rispetto al Creatore e Redentore. Egli, creandoci “a sua immagine e somiglianza”, ha fatto sì che “ogni limite, come insegna Gregorio di Nissa [grande Padre della Chiesa], nel suo nucleo contiene l’esperienza di un oltre, d’una trascendenza, ed è per questo che l’anima non trova pace che nell’infinità attuale di Dio”[1]. Ciò è vero anche quando qualche nostra ferita non dovesse “rimarginarsi” secondo le nostre naturali aspettative. Se ci fidiamo del nostro Dio ricco di misericordia; se coltiviamo un atteggiamento di discernimento e attuazione della volontà di Dio: nell’offerta di noi stessi (così come siamo nell’attimo presente) e nell’accoglienza delle mediazioni della grazia che Egli, nella Chiesa, ci mette a disposizione (penso ai sacramenti, alle guide spirituali, alle comunità ecclesiali come luoghi permanenti di formazione e di discernimento comunitario; all’esperienza concreta della comunione coniugale e familiare); anche noi, prima o poi, sentiamo il conforto di quella “voce” misteriosa che sostenne l’apostolo Paolo e una schiera infinita di persone alla sequela di Gesù: “Ti basta la mia grazia; la mia potenza si manifesta pienamente nella debolezza” (2Cor 12, 9). Dunque, manteniamo ferma la professione della nostra fede. Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato. Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ricevere misericordia e trovare grazia ed essere aiutati al momento opportuno” (Eb. 4, 14b – 16). Che il Risorto, secondo i suoi disegni, possa sanare ogni nostra ferita col balsamo del suo Amore! Allora sì celebreremo Pasqua, non solo una volta l’anno, ma, in particolare, in ogni Eucaristia, “farmaco d’immortalità”.

 

[1] Evdokimov P. , Sacramento dell’amore, Milano, Editrice CENS, 1994 p. 68.