ESORTAZIONE
APOSTOLICA
FAMILIARIS
CONSORTIO
DI SUA SANTITA'
GIOVANNI PAOLO II
ALL'EPISCOPATO
AL CLERO ED AI FEDELI
DI TUTTA LA CHIESA CATTOLICA
CIRCA I COMPITI
DELLA FAMIGLIA CRISTIANA
NEL MONDO DI OGGI
INTRODUZIONE
La Chiesa al servizio della famiglia
1. La famiglia nei tempi odierni è stata,
come e forse più di altre istituzioni, investita dalle ampie, profonde e rapide
trasformazioni della società e della cultura. Molte famiglie vivono questa
situazione nella fedeltà a quei valori che costituiscono il fondamento
dell'istituto familiare. Altre sono divenute incerte e smarrite di fronte ai
loro compiti o, addirittura, dubbiose e quasi ignare del significato ultimo e
della verità della vita coniugale e familiare. Altre, infine, sono impedite da
svariate situazioni di ingiustizia nella realizzazione dei loro fondamentali
diritti.
Consapevole che il matrimonio e la famiglia
costituiscono uno dei beni più preziosi dell'umanità, la Chiesa vuole far
giungere la sua voce ed offrire il suo aiuto a chi, già conoscendo il valore
del matrimonio e della famiglia, cerca di viverlo fedelmente a chi, incerto ed
ansioso, è alla ricerca della verità ed a chi è ingiustamente impedito di
vivere liberamente il proprio progetto familiare. Sostenendo i primi,
illuminando i secondi ed aiutando gli altri, la Chiesa offre il suo servizio ad
ogni uomo pensoso dei destini del matrimonio e della famiglia («Gaudium et
Spes», 52).
In modo particolare essa si rivolge ai
giovani, che stanno per iniziare il loro cammino verso il matrimonio e la
famiglia, al fine di aprire loro nuovi orizzonti, aiutandoli a scoprire la
bellezza e la grandezza della vocazione all'amore e al servizio della vita.
Il Sinodo del 1980 in continuità con i
Sinodi precedenti
2. Un segno di questo profondo
interessamento della Chiesa per la famiglia è stato l'ultimo Sinodo dei
Vescovi, celebratosi a Roma dal 26 settembre al 25 ottobre 1980. Esso è stato
la naturale continuazione dei due precedenti (cfr. Giovanni Paolo PP. II,
Omelia per l'apertura del VI Sinodo dei Vescovi, 2 (26 Settembre 1980): la
famiglia cristiana, infatti, è la prima comunità chiamata ad annunciare il
Vangelo alla persona umana in crescita e a portarla, attraverso una progressiva
educazione e catechesi, alla piena maturità umana e cristiana.
Non solo, ma il precedente Sinodo si collega
idealmente in qualche modo anche a quello sul sacerdozio ministeriale e sulla
giustizia nel mondo contemporaneo. Infatti, in quanto comunità educativa, la
famiglia deve aiutare l'uomo a discernere la propria vocazione e ad assumersi
il necessario impegno per una più grande giustizia, formandolo fin dall'inizio
a relazioni interpersonali, ricche di giustizia e di amore.
I Padri Sinodali, concludendo la loro
assemblea, mi hanno presentato un ampio elenco di proposte, in cui avevano
raccolto i frutti delle riflessioni sviluppate nel corso delle loro intense
giornate di lavoro, e mi hanno chiesto con voto unanime di farmi interprete
davanti all'umanità della viva sollecitudine della Chiesa per la famiglia, e di
dare le indicazioni opportune per un rinnovato impegno pastorale in questo
fondamentale settore della vita umana ed ecclesiale.
Nell'adempiere tale compito con la presente
esortazione, come una peculiare attuazione del ministero apostolico affidatomi,
desidero esprimere la mia gratitudine a tutti i componenti del Sinodo per il
prezioso contributo di dottrina e di esperienza, che hanno offerto soprattutto
mediante le «Propositiones», il cui testo affido al Pontificio Consiglio per la
Famiglia, disponendo che ne approfondisca lo studio al fine di valorizzare ogni
aspetto delle ricchezze in esso contenute.
Il prezioso bene del matrimonio e
della famiglia
3. La Chiesa, illuminata dalla fede, che le
fa conoscere tutta la verità sul prezioso bene del matrimonio e della famiglia e
sui loro significati più profondi, ancora una volta sente l'urgenza di
annunciare il Vangelo, cioè la «buona novella» a tutti indistintamente, in
particolare a tutti coloro che sono chiamati al matrimonio e vi si preparano, a
tutti gli sposi e genitori del mondo.
Essa è profondamente convinta che solo con
l'accoglienza del Vangelo trova piena realizzazione ogni speranza, che l'uomo
legittimamente pone nel matrimonio e nella famiglia.
Voluti da Dio con la stessa creazione (cfr.
Gen 1-2), il matrimonio e la famiglia sono interiormente ordinati a compiersi
in Cristo (cfr. Ef 5) ed hanno bisogno della sua grazia per essere guariti
dalle ferite del peccato (cfr. «Gaudium et Spes», 47; «Insegnamenti di Giovanni
Paolo II», III, 2 [1980] 388s) e riportati al loro «principio» (cfr. Mt 19,4),
cioè alla conoscenza piena e alla realizzazione integrale del disegno di Dio.
In un momento storico nel quale la famiglia
è oggetto di numerose forze che cercano di distruggerla o comunque di
deformarla, la Chiesa, consapevole che il bene della società e di se stessa è
profondamente legato al bene della famiglia (cfr. «Gaudium et Spes», 47), sente
in modo più vivo e stringente la sua missione di proclamare a tutti il disegno
di Dio sul matrimonio e sulla famiglia, assicurandone la piena vitalità e
promozione umana e cristiana, e contribuendo così al rinnovamento della società
e dello stesso Popolo di Dio.
PARTE
PRIMA
LUCI
E OMBRE DELLA FAMIGLIA, OGGI
Necessità di conoscere la situazione
4. Poiché il disegno di Dio sul matrimonio e
sulla famiglia riguarda l'uomo e la donna nella concretezza della loro
esistenza quotidiana in determinate situazioni sociali e culturali, la Chiesa,
per compiere il suo servizio, deve applicarsi a conoscere le situazioni entro
le quali il matrimonio e la famiglia oggi si realizzano (cfr. «Insegnamenti di
Giovanni Paolo II», III, 1 [1980] 472-476).
Questa conoscenza è, dunque, una
imprescindibile esigenza dell'opera evangelizzatrice. E', infatti, alle
famiglie del nostro tempo che la Chiesa deve portare l'immutabile e sempre
nuovo Vangelo di Gesù Cristo, così come sono le famiglie implicate nelle
presenti condizioni del mondo che sono chiamate ad accogliere e a vivere il
progetto di Dio che le riguarda. Non solo, ma le richieste e gli appelli dello
Spirito risuonano anche negli stessi avvenimenti della storia, e pertanto la
Chiesa può essere guidata ad una intelligenza più profonda dell'inesauribile
mistero del matrimonio e della famiglia anche dalle situazioni, domande, ansie
e speranze dei giovani, degli sposi e dei genitori di oggi (cfr. «Gaudium et Spes», 4).
A ciò si deve aggiungere poi una ulteriore
riflessione di particolare importanza nel tempo presente. Non raramente
all'uomo e alla donna di oggi, in sincera e profonda ricerca di una risposta ai
quotidiani e gravi problemi della loro vita matrimoniale e familiare, vengono
offerte visioni e proposte anche seducenti, ma che compromettono in diversa
misura la verità e la dignità della persona umana. E' un'offerta sostenuta
spesso dalla potente e capillare organizzazione dei mezzi di comunicazione
sociale, che mettono sottilmente in pericolo la libertà e la capacità di
giudicare con obiettività.
Molti sono già consapevoli di questo
pericolo in cui versa la persona umana ed operano per la verità. La Chiesa, col
suo discernimento evangelico, si unisce ad essi, offrendo il proprio servizio
alla verità, alla libertà e alla dignità di ogni uomo e di ogni donna.
Il discernimento evangelico
5. Il discernimento operato dalla Chiesa
diventa l'offerta di un orientamento perché sia salvata e realizzata l'intera
verità e la piena dignità del matrimonio e della famiglia.
Esso è compiuto dal senso della fede (cfr.
«Lumen Gentium», 12), che è un dono che lo Spirito partecipa a tutti i fedeli
(cfr. Gv 2,20), ed è, pertanto, opera di tutta la Chiesa, secondo le diversità
dei vari doni e carismi che, insieme e secondo la responsabilità propria di
ciascuno, cooperano per una più profonda intelligenza ed attuazione della
Parola di Dio. La Chiesa, dunque, non compie il proprio discernimento
evangelico solo per mezzo dei Pastori, i quali insegnano in nome e col potere
di Cristo, ma anche per mezzo dei laici: Cristo «li costituisce suoi testimoni
e li provvede del senso della fede e della grazia della parola (cfr. At
2,17-18; Ap 19,10) perché la forza del Vangelo risplenda nella vita quotidiana,
familiare e sociale» («Lumen Gentium», 35). I laici, anzi, in ragione della
loro particolare vocazione, hanno il compito specifico di interpretare alla
luce di Cristo la storia di questo mondo, in quanto sono chiamati ad illuminare
ed ordinare le realtà temporali secondo il disegno di Dio Creatore e Redentore.
Il «soprannaturale senso della fede» (cfr.
«Lumen Gentium», 12; Sacra Congregazione della Fede, «Mysterium Ecclesiae», 2:
AAS 65 [1973] 398-400) non consiste però solamente o necessariamente nel
consenso dei fedeli. La Chiesa, seguendo Cristo, cerca la verità, che non
sempre coincide con l'opinione della maggioranza. Ascolta la coscienza e non il
potere ed in questo difende i poveri e i disprezzati. La Chiesa può apprezzare
anche la ricerca sociologica e statistica, quando si rivela utile per cogliere
il contesto storico nel quale l'azione pastorale deve svolgersi e per conoscere
meglio la verità; tale ricerca sola, però, non è da ritenersi senz'altro
espressione del senso della fede.
Perché è compito del ministero apostolico di
assicurare la permanenza della Chiesa nella verità di Cristo e di introdurvela
più profondamente, i Pastori devono promuovere il senso della fede in tutti i
fedeli, vagliare e giudicare autorevolmente la genuinità delle sue espressioni,
educare i credenti a un discernimento evangelico sempre più maturo (cfr. «Lumen Gentium», 12 «Dei
Verbum», 10).
Per l'elaborazione di un autentico
discernimento evangelico nelle varie situazioni e culture in cui l'uomo e la
donna vivono il loro matrimonio e la loro vita familiare, gli sposi e i
genitori cristiani possono e devono offrire un loro proprio e insostituibile
contributo. A questo li abilita il loro carisma o dono proprio, il dono del
sacramento del matrimonio (cfr. «Insegnamenti di Giovanni Paolo II», III, 2
[1980] 735s).
La situazione della famiglia nel mondo
di oggi
6. La situazione, in cui versa la famiglia,
presenta aspetti positivi ed aspetti negativi: segno, gli uni, della salvezza
di Cristo operante nel mondo; segno, gli altri, del rifiuto che l'uomo oppone
all'amore di Dio.
Da una parte, infatti, vi è una coscienza
più viva della libertà personale, e una maggiore attenzione alla qualità delle
relazioni interpersonali nel matrimonio, alla promozione della dignità della
donna, alla procreazione responsabile, alla educazione dei figli; vi è inoltre
la coscienza della necessità che si sviluppino relazioni tra le famiglie per un
reciproco aiuto spirituale e materiale, la riscoperta della missione ecclesiale
propria della famiglia e della sua responsabilità per la costruzione di una
società più giusta. Dall'altra parte, tuttavia non mancano segni di
preoccupante degradazione di alcuni valori fondamentali: una errata concezione
teorica e pratica dell'indipendenza dei coniugi fra di loro; le gravi ambiguità
circa il rapporto di autorità fra genitori e figli; le difficoltà concrete, che
la famiglia spesso sperimenta nella trasmissione dei valori; il numero
crescente dei divorzi; la piaga dell'aborto; il ricorso sempre più frequente
alla sterilizzazione; l'instaurarsi di una vera e propria mentalità
contraccettiva.
Alla radice di questi fenomeni negativi sta
spesso una corruzione dell'idea e dell'esperienza della libertà, concepita non
come la capacità di realizzare la verità del progetto di Dio sul matrimonio e
la famiglia, ma come autonoma forza di affermazione, non di rado contro gli
altri, per il proprio egoistico benessere.
Merita la nostra attenzione anche il fatto
che, nei Paesi del così detto Terzo Mondo, vengono spesso a mancare alle
famiglie sia i fondamentali mezzi per la sopravvivenza, quali sono il cibo, il
lavoro, l'abitazione, le medicine, sia le più elementari libertà. Nei Paesi più
ricchi, invece, l'eccessivo benessere e la mentalità consumistica,
paradossalmente unita ad una certa angoscia e incertezza per il futuro, tolgono
agli sposi la generosità e il coraggio di suscitare nuove vite umane: così la
vita è spesso percepita non come una benedizione, ma come un pericolo da cui
difendersi.
La situazione storica in cui vive la
famiglia si presenta, dunque, come un insieme di luci e di ombre.
Questo rivela che la storia non è
semplicemente un progresso necessario verso il meglio, bensì un evento di
libertà, ed anzi un combattimento fra libertà che si oppongono fra loro, cioè,
secondo la nota espressione di san Agostino, un conflitto, fra due amori:
l'amore di Dio spinto fino al disprezzo di sé, e l'amore di sé spinto fino al
disprezzo di Dio (cfr. S. Agostino «De civitate Dei», XIV, 28: CSEL 40, II,
25s).
Ne consegue che solo l'educazione all'amore
radicato nella fede può portare ad acquistare la capacità di interpretare «i
segni dei tempi», che sono l'espressione storica di questo duplice amore.
L'influsso della situazione sulla
coscienza dei fedeli
7. Vivendo in un mondo siffatto, sotto le
pressioni derivanti soprattutto dai mass-media, non sempre i fedeli hanno
saputo e sanno mantenersi immuni dall'oscurarsi dei valori fondamentali e porsi
come coscienza critica di questa cultura familiare e come soggetti attivi della
costruzione di un autentico umanesimo familiare.
Fra i segni più preoccupanti di questo
fenomeno, i Padri Sinodali hanno sottolineato, in particolare, il diffondersi
del divorzio e del ricorso ad una nuova unione da parte degli stessi fedeli,
l'accettazione del matrimonio puramente civile, in contraddizione con la
vocazione dei battezzati a «sposarsi nel Signore»; la celebrazione del
matrimonio sacramento senza una fede viva, ma per altri motivi; il rifiuto delle
norme morali che guidano e promuovono l'esercizio umano e cristiano della
sessualità nel matrimonio.
La nostra epoca ha bisogno di sapienza
8. Si pone così a tutta la Chiesa il compito
di una riflessione e di un impegno assai profondi, perché la nuova cultura
emergente sia intimamente evangelizzata, siano riconosciuti i veri valori,
siano difesi i diritti dell'uomo e della donna e sia promossa la giustizia
nelle strutture stesse della società. In tal modo il «nuovo umanesimo» non
distoglierà gli uomini dal loro rapporto con Dio, ma ve li condurrà più
pienamente.
Nella costruzione di tale umanesimo, la
scienza e le sue applicazioni tecniche offrono nuove ed immense possibilità.
Tuttavia, la scienza, in conseguenza di scelte politiche che ne decidono la direzione
di ricerca e le applicazioni, viene spesso usata contro il suo significato
originario, la promozione della persona umana.
Si rende, pertanto, necessario ricuperare da
parte di tutti la coscienza del primato dei valori morali, che sono i valori
della persona umana come tale. La ricomprensione del senso ultimo della vita e
dei suoi valori fondamentali è il grande compito che si impone oggi per il
rinnovamento della società. Solo la consapevolezza del primato di questi valori
consente un uso delle immense possibilità, messe nelle mani dell'uomo dalla
scienza, che sia veramente finalizzato alla promozione della persona umana
nella sua intera verità, nella sua libertà e dignità. La scienza è chiamata ad
allearsi con la sapienza.
Si possono pertanto applicare anche ai
problemi della famiglia le parole del Concilio Vaticano II: «L'epoca nostra,
più ancora che i secoli passati, ha bisogno di questa sapienza, perché
diventino più umane tutte le sue nuove scoperte. E' in pericolo, di fatto, il
futuro del mondo, a meno che non vengano suscitati uomini più saggi» («Gaudium
et Spes», 15).
L'educazione della coscienza morale, che
rende ogni uomo capace di giudicare e di discernere i modi adeguati per
realizzarsi secondo la sua verità originaria, diviene così una esigenza
prioritaria ed irrinunciabile.
E' l'alleanza con la Sapienza divina che
deve essere più profondamente ricostituita nella cultura odierna. Di tale
Sapienza ogni uomo è reso partecipe dallo stesso gesto creatore di Dio. Ed è
solo nella fedeltà a questa alleanza che le famiglie di oggi saranno in grado
di influire positivamente nella costruzione di un mondo più giusto e fraterno.
Gradualità e conversione
9. Alla ingiustizia originata dal peccato -
profondamente penetrato anche nelle strutture del mondo di oggi - e che spesso
ostacola la famiglia nella piena realizzazione di se stessa e dei suoi diritti
fondamentali, dobbiamo tutti opporci con una conversione della mente e del
cuore, seguendo Cristo Crocifisso nel rinnegamento del proprio egoismo: una simile
conversione non potrà non avere influenza benefica e rinnovatrice anche sulle
strutture della società.
E' richiesta una conversione continua,
permanente, che, pur esigendo l'interiore distacco da ogni male e l'adesione al
bene nella sua pienezza, si attua però concretamente in passi che conducono
sempre oltre. Si sviluppa così un processo dinamico, che avanza gradualmente
con la progressiva integrazione dei doni di Dio e delle esigenze del suo amore
definitivo ed assoluto nell'intera vita personale e sociale dell'uomo. E'
perciò necessario un cammino pedagogico di crescita affinché i singoli fedeli,
le famiglie ed i popoli, anzi la stessa civiltà, da ciò che hanno già accolto
del Mistero di Cristo siano pazientemente condotti oltre, giungendo ad una conoscenza
più ricca e ad una integrazione più piena di questo Mistero nella loro vita.
Inculturazione
10. E' conforme alla costante tradizione
della Chiesa accogliere dalle culture dei popoli tutto ciò che è in grado di
meglio esprimere le inesauribili ricchezze di Cristo (cfr. Ef 3,8; «Gaudium et
Spes», 15 e 22). Solo col concorso di tutte le culture, tali ricchezze potranno
manifestarsi sempre più chiaramente e la Chiesa potrà camminare verso una
conoscenza ogni giorno più completa e profonda della verità, che già le è stata
donata interamente dal suo Signore.
Tenendo fisso il duplice principio della
compatibilità col Vangelo delle varie culture da assumere e della comunione con
la Chiesa universale, si dovrà proseguire nello studio, particolarmente da
parte delle Conferenze Episcopali e dei Dicasteri competenti della Curia
Romana, e nell'impegno pastorale perché questa «inculturazione» della fede
cristiana avvenga sempre più ampiamente, anche nell'ambito del matrimonio e
della famiglia.
E' mediante l'«inculturazione» che si
cammina verso la ricostituzione piena dell'alleanza con la Sapienza di Dio, che
è Cristo stesso. La Chiesa intera sarà arricchita anche da quelle culture che,
pur essendo prive di tecnologia, sono cariche di saggezza umana e vivificate da
profondi valori morali.
Perché sia chiara la meta di questo cammino,
e di conseguenza, sicuramente indicata la strada, il Sinodo ha, in primo luogo,
giustamente considerato a fondo il progetto originario di Dio circa il
matrimonio e la famiglia: ha voluto «ritornare al principio», in ossequio
all'insegnamento di Cristo (cfr. Mt 19,4ss).
PARTE
SECONDA
IL
DISEGNO DI DIO SUL MATRIMONIO E SULLA FAMIGLIA
L'uomo immagine di Dio Amore
11. Dio ha creato l'uomo a sua immagine e
somiglianza (cfr. Gen 1,26s): chiamandolo all'esistenza per amore, l'ha
chiamato nello stesso tempo all'amore.
Dio è amore (1Gv 4,8) e vive in se stesso un
mistero di comunione personale d'amore. Creandola a sua immagine e
continuamente conservandola nell'essere, Dio iscrive nell'umanità dell'uomo e
della donna la vocazione, e quindi la capacità e la responsabilità dell'amore e
della comunione (cfr. «Gaudium et Spes», 12). L'amore è, pertanto, la
fondamentale e nativa vocazione di ogni essere umano.
In quanto spirito incarnato, cioè anima che si
esprime nel corpo e corpo informato da uno spirito immortale, l'uomo è chiamato
all'amore in questa sua totalità unificata. L'amore abbraccia anche il corpo
umano e il corpo è reso partecipe dell'amore spirituale.
La Rivelazione cristiana conosce due modi
specifici di realizzare la vocazione della persona umana, nella sua interezza,
all'amore: il Matrimonio e la Verginità. Sia l'uno che l'altra nella forma loro
propria, sono una concretizzazione della verità più profonda dell'uomo, del suo
«essere ad immagine di Dio».
Di conseguenza la sessualità, mediante la
quale l'uomo e la donna si donano l'uno all'altra con gli atti propri ed
esclusivi degli sposi, non è affatto qualcosa di puramente biologico, ma
riguarda l'intimo nucleo della persona umana come tale. Essa si realizza in
modo veramente umano, solo se è parte integrale dell'amore con cui l'uomo e la
donna si impegnano totalmente l'uno verso l'altra fino alla morte. La donazione
fisica totale sarebbe menzogna se non fosse segno e frutto della donazione
personale totale, nella quale tutta la persona, anche nella sua dimensione
temporale, è presente: se la persona si riservasse qualcosa o la possibilità di
decidere altrimenti per il futuro, già per questo essa non si donerebbe
totalmente.
Questa totalità, richiesta dall'amore
coniugale, corrisponde anche alle esigenze di una fecondità responsabile, la
quale, volta come è a generare un essere umano, supera per sua natura l'ordine
puramente biologico, ed investe un insieme di valori personali, per la cui armoniosa
crescita è necessario il perdurante e concorde contributo di entrambi i
genitori.
Il «luogo» unico, che rende possibile questa
donazione secondo l'intera sua verità, è il matrimonio, ossia il patto di amore
coniugale o scelta cosciente e libera, con la quale l'uomo e la donna accolgono
l'intima comunità di vita e d'amore, voluta da Dio stesso (cfr. «Gaudium et
Spes», 48), che solo in questa luce manifesta il suo vero significato.
L'istituzione matrimoniale non è una indebita ingerenza della società o
dell'autorità, ne l'imposizione estrinseca di una forma, ma esigenza interiore
del patto d'amore coniugale che pubblicamente si afferma come unico ed
esclusivo perché sia vissuta così la piena fedeltà al disegno di Dio Creatore.
Questa fedeltà, lungi dal mortificare la libertà della persona, la pone al
sicuro da ogni soggettivismo e relativismo, la fa partecipe della Sapienza
creatrice.
Il matrimonio e la comunione tra Dio e
gli uomini
12. La comunione d'amore tra Dio e gli
uomini, contenuto fondamentale della Rivelazione e dell'esperienza di fede di
Israele, trova una significativa espressione nell'alleanza sponsale, che si
instaura tra l'uomo e la donna.
E' per questo che la parola centrale della
Rivelazione, «(Dio ama il suo popolo», viene pronunciata anche attraverso le
parole vive e concrete con cui l'uomo e la donna si dicono il loro amore
coniugale. Il loro vincolo di amore diventa l'immagine e il simbolo
dell'Alleanza che unisce Dio e il suo popolo (cfr. ad es. Os 2,21; Ger 3,6-13;
Is 54). E lo stesso peccato, che può ferire il patto coniugale diventa immagine
dell'infedeltà del popolo al suo Dio: l'idolatria e prostituzione (cfr. Ez
16,25), l'infedeltà è adulterio, la disobbedienza alla legge e abbandono
dell'amore sponsale del Signore. Ma l'infedeltà di Israele non distrugge la
fedeltà eterna del Signore e, pertanto, l'amore sempre fedele di Dio si pone
come esemplare delle relazioni di amore fedele che devono esistere tra gli
sposi (cfr. Os 3).
Gesù Cristo, sposo della Chiesa, e il
Sacramento del matrimonio
13. La comunione tra Dio e gli uomini trova
il suo compimento definitivo in Gesù Cristo, lo Sposo che ama e si dona come
Salvatore dell'umanità, unendola a Sé come suo corpo.
Egli rivela la verità originaria del
matrimonio, la verità del «principio» (cfr. Gen 2,24; Mt 19,5) e, liberando
l'uomo dalla durezza del cuore, lo rende capace di realizzarla interamente.
Questa rivelazione raggiunge la sua pienezza
definitiva nel dono d'amore che il Verbo di Dio fa all'umanità assumendo la
natura umana, e nel sacrificio che Gesù Cristo fa di se stesso sulla Croce per
la sua Sposa, la Chiesa. In questo sacrificio si svela interamente quel disegno
che Dio ha impresso nell'umanità dell'uomo e della donna, fin dalla loro
creazione (cfr. Ef 5,32s); il matrimonio dei battezzati diviene così il simbolo
reale della nuova ed eterna Alleanza, sancita nel sangue di Cristo. Lo Spirito,
che il Signore effonde, dona il cuore nuovo e rende l'uomo e la donna capaci di
amarsi, come Cristo ci ha amati. L'amore coniugale raggiunge quella pienezza a
cui è interiormente ordinato, la carità coniugale, che è il modo proprio e
specifico con cui gli sposi partecipano e sono chiamati a vivere la carità
stessa di Cristo che si dona sulla Croce.
In una pagina meritatamente famosa, Tertulliano
ha ben espresso la grandezza di questa vita coniugale in Cristo e la sua
bellezza: «Come sarò capace di esporre la felicità di quel matrimonio che la
Chiesa unisce, l'offerta eucaristica conferma, la benedizione suggella, gli
angeli annunciano e il Padre ratifica?... Quale giogo quello di due fedeli
uniti in un'unica speranza, in un'unica osservanza, in un'unica servitù! Sono
tutt'e due fratelli e tutt'e due servono insieme; non vi è nessuna divisione
quanto allo spirito e quanto alla carne. Anzi sono veramente due in una sola
carne e dove la carne è unica, unico è lo spirito» (Tertulliano «Ad uxorem»,
II; VIII, 6-8: CCL I, 393).
Accogliendo e meditando fedelmente la Parola
di Dio, la Chiesa ha solennemente insegnato ed insegna che il matrimonio dei
battezzati è uno dei sette sacramenti della Nuova Alleanza (cfr. Conc. Ecum.
Trident., Sessio XXIV, can. 1: I. D. Mansi, «Sacrorum Conciliorum Nova et
Amplissima Collectio», 33, 149s).
Infatti, mediante il battesimo, l'uomo e la
donna sono definitivamente inseriti nella Nuova ed Eterna Alleanza,
nell'Alleanza sponsale di Cristo con la Chiesa. Ed è in ragione di questo
indistruttibile inserimento che l'intima comunità di vita e di amore coniugale
fondata dal Creatore (cfr. «Gaudium et Spes», 48), viene elevata ed assunta
nella carità sponsale del Cristo, sostenuta ed arricchita dalla sua forza
redentrice.
In virtù della sacramentalità del loro
matrimonio, gli sposi sono vincolati l'uno all'altra nella maniera più
profondamente indissolubile. La loro reciproca appartenenza è la
rappresentazione reale, per il tramite del segno sacramentale, del rapporto
stesso di Cristo con la Chiesa.
Gli sposi sono pertanto il richiamo
permanente per la Chiesa di ciò che è accaduto sulla Croce; sono l'uno per
l'altra e per i figli, testimoni della salvezza, di cui il sacramento li rende
partecipi. Di questo evento di salvezza il matrimonio, come ogni sacramento è
memoriale, attualizzazione e profezia: «in quanto memoriale, il sacramento dà
loro la grazia e il dovere di fare memoria delle grandi opere di Dio e di darne
testimonianza presso i loro figli; in quanto attualizzazione, dà loro la grazia
e il dovere di mettere in opera nel presente, l'uno verso l'altra e verso i
figli, le esigenze di un amore che perdona e che redime; in quanto profezia, dà
loro la grazia e il dovere di vivere e di testimoniare la speranza del futuro
incontro con Cristo» (Giovanni Paolo PP. II, Discorso ai Delegati del «Centre
de Liaison des Equipes de Recherche», 3 [3 Novembre 1979]: «Insegnamenti di
Giovanni Paolo II», II, 2 [1979] 1032).
Come ciascuno dei sette sacramenti, anche il
matrimonio è un simbolo reale dell'evento della salvezza, ma a modo proprio.
«Gli sposi vi partecipano in quanto sposi, in due, come coppia, a tal punto che
l'effetto primo ed immediato del matrimonio (res et sacramentum) non è la
grazia soprannaturale stessa, ma il legame coniugale cristiano, una comunione a
due tipicamente cristiana perché rappresenta il mistero dell'Incarnazione del
Cristo e il suo mistero di Alleanza. E il contenuto della partecipazione alla
vita del Cristo è anch'esso specifico: l'amore coniugale comporta una totalità
in cui entrano tutte le componenti della persona - richiamo del corpo e
dell'istinto, forza del sentimento e dell'affettività, aspirazione dello
spirito e della volontà -; esso mira ad una unità profondamente personale,
quella che, al di là dell'unione in una sola carne, conduce a non fare che un
cuor solo e un'anima sola: esso esige l'indissolubilità e la fedeltà della
donazione reciproca definitiva e si apre sulla fecondità (cfr. Paolo PP. VI
«Humanae Vitae», 9). In una parola, si tratta di caratteristiche normali di
ogni amore coniugale naturale, ma con un significato nuovo che non solo le
purifica e le consolida, ma le eleva al punto di farne l'espressione di valori
propriamente cristiani» (Giovanni Paolo PP. II, Discorso ai Delegati del
«Centre de Liaison des Equipes de Recherche», 4 [3 Novembre 1979]:
«Insegnamenti di Giovanni Paolo II», II, 2 [1979] 1032).
I figli, preziosissimo dono del matrimonio
14. Secondo il disegno di Dio, il matrimonio
è il fondamento della più ampia comunità della famiglia, poiché l'istituto
stesso del matrimonio e l'amore coniugale sono ordinati alla procreazione ed
educazione della prole, in cui trovano il loro coronamento (cfr. «Gaudium et
Spes», 50).
Nella sua realtà più profonda, l'amore è
essenzialmente dono e l'amore coniugale, mentre conduce gli sposi alla
reciproca «conoscenza» che li fa «una carne sola» (cfr. Gen 2,24), non si
esaurisce all'interno della coppia, poiché li rende capaci della massima
donazione possibile, per la quale diventano cooperatori con Dio per il dono
della vita ad una nuova persona umana. Così i coniugi, mentre si donano tra
loro, donano al di là di se stessi la realtà del figlio, riflesso vivente del
loro amore, segno permanente della unità coniugale e sintesi viva ed
indissociabile del loro essere padre e madre.
Divenendo genitori, gli sposi ricevono da
Dio il dono di una nuova responsabilità. Il loro amore parentale è chiamato a
divenire per i figli il segno visibile dello stesso amore di Dio, «dal quale
ogni paternità nei cieli e sulla terra prende nome» (Ef 3,15).
Non si deve, tuttavia, dimenticare che anche
quando la procreazione non è possibile, non per questo la vita coniugale perde
il suo valore. La sterilità fisica infatti può essere occasione per gli sposi
di altri servizi importanti alla vita della persona umana, quali ad esempio
l'adozione, le varie forme di opere educative, l'aiuto ad altre famiglie, ai
bambini poveri o handicappati.
La famiglia, comunione di persone
15. Nel matrimonio e nella famiglia si
costituisce un complesso di relazioni interpersonali - nuzialità,
paternità-maternità, filiazione, fraternità -, mediante le quali ogni persona
umana è introdotta nella «famiglia umana» e nella «famiglia di Dio», che è la
Chiesa.
Il matrimonio e la famiglia cristiani
edificano la Chiesa: nella famiglia, infatti, la persona umana non solo viene
generata e progressivamente introdotta, mediante l'educazione, nella comunità
umana, ma mediante la rigenerazione del battesimo e l'educazione alla fede,
essa viene introdotta anche nella famiglia di Dio, che è la Chiesa.
La famiglia umana, disgregata dal peccato, è
ricostituita nella sua unità dalla forza redentrice della morte e risurrezione
di Cristo (cfr. «Gaudium et Spes», 78). Il matrimonio cristiano, partecipe
dell'efficacia salvifica di questo avvenimento, costituisce il luogo naturale
nel quale si compie l'inserimento della persona umana nella grande famiglia
della Chiesa.
Il mandato di crescere e moltiplicarsi,
rivolto in principio all'uomo e alla donna, raggiunge in questo modo la sua
intera verità e la sua piena realizzazione.
La Chiesa trova così nella famiglia, nata
dal sacramento, la sua culla e il luogo nel quale essa può attuare il proprio
inserimento nelle generazioni umane, e queste, reciprocamente, nella Chiesa.
Matrimonio e verginità
16. La verginità e il celibato per il Regno
di Dio non solo non contraddicono alla dignità del matrimonio, ma la
presuppongono e la confermano. Il matrimonio e la verginità sono i due modi di
esprimere e di vivere l'unico Mistero dell'Alleanza di Dio con il suo popolo.
Quando non si ha stima del matrimonio, non può esistere neppure la verginità
consacrata; quando la sessualità umana non è ritenuta un grande valore donato
dal Creatore, perde significato il rinunciarvi per il Regno dei Cieli.
Dice infatti assai giustamente san Giovanni
Crisostomo: «Chi condanna il matrimonio priva anche la verginità della gloria:
chi invece lo loda, rende la verginità più ammirabile, e splendente. Ciò che
appare un bene soltanto a paragone di un male, non è poi un grande bene; ma ciò
che è ancora migliore di beni universalmente riconosciuti tali, è certamente un
bene al massimo grado» (San Giovanni Crisostomo, «La Verginità», X: PG 48,540).
Nella verginità l'uomo è in attesa, anche
corporalmente, delle nozze escatologiche di Cristo con la Chiesa, donandosi
integralmente alla Chiesa nella speranza che Cristo si doni a questa nella
piena verità della vita eterna. La persona vergine anticipa così nella sua
carne il mondo nuovo della risurrezione futura (cfr. Mt 22,30).
In forza di questa testimonianza, la
verginità tiene viva nella Chiesa la coscienza del mistero del matrimonio e lo
difende da ogni riduzione e da ogni impoverimento.
Rendendo libero in modo speciale il cuore
dell'uomo (cfr. 1Cor 7,32-35), «così da accenderlo maggiormente di carità verso
Dio e verso tutti gli uomini» («Perfectae Caritatis», 12), la verginità
testimonia che il Regno di Dio e la sua giustizia sono quella perla preziosa
che va preferita ad ogni altro valore sia pure grande, e va anzi cercato come
l'unico valore definitivo. E' per questo che la Chiesa, durante tutta la sua
storia, ha sempre difeso la superiorità di questo carisma nei confronti di
quello del matrimonio, in ragione del legame del tutto singolare che esso ha
con il Regno di Dio (cfr. Pio XII, «Sacra Virginitas», II: AAS 46 [1954]
174ss).
Pur avendo rinunciato alla fecondità fisica,
la persona vergine diviene spiritualmente feconda, padre e madre di molti,
cooperando alla realizzazione della famiglia secondo il disegno di Dio.
Gli sposi cristiani hanno perciò il diritto
di aspettarsi dalle persone vergini il buon esempio e la testimonianza della
fedeltà alla loro vocazione fino alla morte. Come per gli sposi la fedeltà
diventa talvolta difficile ed esige sacrificio, mortificazione e rinnegamento
di sé, così può avvenire anche per le persone vergini. La fedeltà di queste,
anche nella prova eventuale, deve edificare la fedeltà di quelli (cfr. Giovanni
Paolo PP. II, «Novo Incipiente», 9 [8 Aprile 1979]: AAS 71 [1979], 410s).
Queste riflessioni sulla verginità possono
illuminare ed aiutare coloro che, per motivi indipendenti dalla loro volontà,
non hanno potuto sposarsi ed hanno poi accettato la loro situazione in spirito
di servizio.
PARTE
TERZA
I
COMPITI DELLA FAMIGLIA CRISTIANA
Famiglia diventa ciò che sei!
17. Nel disegno di Dio Creatore e Redentore
la famiglia scopre non solo la sua «identità», ciò che essa «è», ma anche la
sua «missione)», ciò che essa può e deve «fare». I compiti, che la famiglia è
chiamata da Dio a svolgere nella storia, scaturiscono dal suo stesso essere e
ne rappresentano lo sviluppo dinamico ed esistenziale. Ogni famiglia scopre e
trova in se stessa l'appello insopprimibile, che definisce ad un tempo la sua
dignità e la sua responsabilità: famiglia, «diventa» ciò che «sei»!
Risalire al «principio» del gesto creativo
di Dio è allora una necessità per la famiglia, se vuole conoscersi e
realizzarsi secondo l'interiore verità non solo del suo essere ma anche del suo
agire storico. E poiché, secondo il disegno divino, è costituita quale «intima
comunità di vita e di amore («Gaudium et Spes», 48), la famiglia ha la missione
di diventare sempre più quello che è, ossia comunità di vita e di amore, in una
tensione che, come per ogni realtà creata e redenta troverà il suo componimento
nel Regno di Dio. In una prospettiva poi che giunge alle radici stesse della
realtà, si deve dire che l'essenza e i compiti della famiglia sono ultimamente
definiti dall'amore. Per questo la famiglia riceve la missione di custodire,
rivelare e comunicare l'amore, quale riflesso vivo e reale partecipazione
dell'amore di Dio per l'umanità e dell'amore di Cristo Signore per la Chiesa
sua sposa.
Ogni compito particolare della famiglia è
l'espressione e l'attuazione concreta di tale missione fondamentale. E'
necessario pertanto penetrare più a fondo nella singolare ricchezza della
missione della famiglia e scandagliarne i molteplici ed unitari contenuti.
In tal senso, partendo dall'amore e in
costante riferimento ad esso, il recente Sinodo ha messo in luce quattro
compiti generali della famiglia:
1) la formazione di una comunità di persone;
2) il servizio alla vita;
3) la partecipazione allo sviluppo della
società;
4) la partecipazione alla vita e alla
missione della Chiesa.
I. La formazione di una comunità di
persone
L'amore, principio e forza della
comunione
18. La famiglia fondata e vivificata
dall'amore, è una comunità di persone: dell'uomo e della donna sposi, dei
genitori e dei figli, dei parenti. Suo primo compito è di vivere fedelmente la
realtà della comunione nell'impegno costante di sviluppare un'autentica
comunità di persone.
Il principio interiore, la forza permanente
e la meta ultima di tale compito è l'amore: come, senza l'amore, la famiglia
non è una comunità di persone, così senza l'amore, la famiglia non può vivere,
crescere e perfezionarsi come comunità di persone. Quanto ho scritto
nell'enciclica «Redemptor Hominis» trova la sua originaria e privilegiata
applicazione proprio nella famiglia come tale: «L'uomo non può vivere senza
amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva
di senso, se non gli viene rivelato l'amore, se non si incontra con l'amore, se
non lo sperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente» (num.
10).
L'amore tra l'uomo e la donna nel matrimonio
e, in forma derivata ed allargata, l'amore tra i membri della stessa famiglia -
tra genitori e figli tra fratelli e sorelle, tra parenti e familiari - è
animato e sospinto da un interiore e incessante dinamismo, che conduce la
famiglia ad una comunione sempre più profonda ed intensa, fondamento e anima
della comunità coniugale e familiare.
L'indivisibile unità della comunione
coniugale
19. La prima comunione è quella che si
instaura e si sviluppa tra i coniugi: in forza del patto d'amore coniugale,
l'uomo e la donna «non sono più due, ma una carne sola» (Mt 19,6; cfr. Gen
2,24) e sono chiamati a crescere continuamente nella loro comunione attraverso
la fedeltà quotidiana alla promessa matrimoniale del reciproco dono totale.
Questa comunione coniugale affonda le sue
radici nella naturale complementarietà che esiste tra l'uomo e la donna, e si
alimenta mediante la volontà personale degli sposi di condividere l'intero
progetto di vita, ciò che hanno e ciò che sono: perciò tale comunione è il
frutto e il segno di una esigenza profondamente umana. Ma in Cristo Signore,
Dio assume questa esigenza umana, la conferma, la purifica e la eleva, conducendola
a perfezione col sacramento del matrimonio: lo Spirito Santo effuso nella
celebrazione sacramentale offre agli sposi cristiani il dono di una comunione
nuova d'amore che è immagine viva e reale di quella singolarissima unità, che
fa della Chiesa l'indivisibile Corpo mistico del Signore Gesù.
Il dono dello Spirito è comandamento di vita
per gli sposi cristiani, ed insieme stimolante impulso affinché ogni giorno
progrediscano verso una sempre più ricca unione tra loro a tutti i livelli -
dei corpi dei caratteri, dei cuori, delle intelligenze, e delle volontà, delle
anime (cfr. Giovanni Paolo PP. II, Discorso agli Sposi, 4 [Kinshasa, 3 maggio
1980]: AAS 72 [1980], 426s), - rivelando così alla Chiesa e al mondo la nuova
comunione d'amore, donata dalla grazia di Cristo.
Una simile comunione viene radicalmente
contraddetta dalla poligamia: questa, infatti, nega in modo diretto il disegno
di Dio quale ci viene rivelato alle origini, perché è contraria alla pari
dignità personale dell'uomo e della donna, che nel matrimonio si donano con un
amore totale e perciò stesso unico ed esclusivo. Come scrive il Concilio
Vaticano II: «L'unità del matrimonio confermata dal Signore appare in maniera
lampante anche dalla uguale dignità personale sia dell'uomo che della donna,
che deve essere riconosciuta nel mutuo e pieno amore» («Gaudium et Spes», 49;
cfr. Giovanni Paolo PP. II, Discorso agli Sposi, 4 [Kinshasa, 3 maggio 1980];
l. c.).
Una comunione indissolubile
20. La comunione coniugale si caratterizza
non solo per la sua unità, ma anche per la sua indissolubilità: «Questa intima
unione, in quanto mutua donazione di due persone, come pure il bene dei figli,
esigono la piena fedeltà dei coniugi e ne reclamano l'indissolubile unità»
(«Gaudium et Spes», 48).
E' dovere fondamentale della Chiesa
riaffermare con forza - come hanno fatto i Padri del Sinodo - la dottrina
dell'indissolubilità del matrimonio: a quanti, ai nostri giorni, ritengono
difficile o addirittura impossibile legarsi ad una persona per tutta la vita e
a quanti sono travolti da una cultura che rifiuta l'indissolubilità
matrimoniale e che deride apertamente l'impegno degli sposi alla fedeltà, è
necessario ribadire il lieto annuncio della definitività di quell'amore
coniugale, che ha in Gesù Cristo il suo fondamento e la sua forza (cfr. Ef
5,25).
Radicata nella personale e totale donazione
dei coniugi e richiesta dal bene dei figli, l'indissolubilità del matrimonio
trova la sua verità ultima nel disegno che Dio ha manifestato nella sua
Rivelazione. Egli vuole e dona l'indissolubilità matrimoniale come frutto,
segno ed esigenza dell'amore assolutamente fedele che Dio ha per l'uomo e che
il Signore Gesù vive verso la sua Chiesa.
Cristo rinnova il primitivo disegno che il
Creatore ha iscritto nel cuore dell'uomo e della donna, e nella celebrazione
del sacramento del matrimonio offre un «cuore nuovo»: così i coniugi non solo
possono superare la «durezza del cuore» (Mt 19,8), ma anche e soprattutto
possono condividere l'amore pieno e definitivo di Cristo, nuova ed eterna
Alleanza fatta carne. Come il Signore Gesù è il «testimone fedele» (Ap 3,14), è
il «sì» delle promesse di Dio (cfr. 2Cor 1,20) e quindi la realizzazione
suprema dell'incondizionata fedeltà con cui Dio ama il suo popolo, così i
coniugi cristiani sono chiamati a partecipare realmente all'indissolubilità
irrevocabile, che lega Cristo alla Chiesa sua sposa, da Lui amata sino alla
fine (cfr. Gc 13,1).
Il dono del sacramento è nello stesso tempo
vocazione e comandamento per gli sposi cristiani, perché rimangano tra loro
fedeli per sempre, al di là di ogni prova e difficoltà, in generosa obbedienza
alla santa volontà del Signore: «Quello che Dio ha congiunto, l'uomo non lo
separi» (Mt 19,6).
Testimoniare l'inestimabile valore
dell'indissolubilità e della fedeltà matrimoniale è uno dei doveri più preziosi
e più urgenti delle coppie cristiane del nostro tempo. Per questo, insieme con
tutti i confratelli che hanno preso parte al Sinodo dei Vescovi, lodo e
incoraggio tutte quelle numerose coppie che, pur incontrando non lievi
difficoltà, conservano e sviluppano il bene dell'indissolubilità: assolvono
così, in modo umile e coraggioso, il compito loro affidato di essere nel mondo
un «segno» - un piccolo e prezioso segno, talvolta sottoposto anche a
tentazione, ma sempre rinnovato - dell'instancabile fedeltà con cui Dio e Gesù
Cristo amano tutti gli uomini ed ogni uomo. Ma è doveroso anche riconoscere il
valore della testimonianza di quei coniugi che, pur essendo stati abbandonati
dal partner, con la forza della fede e della speranza cristiana non sono
passati ad una nuova unione: anche questi coniugi danno un'autentica
testimonianza di fedeltà, di cui il mondo oggi ha grande bisogno. Per tale
motivo devono essere incoraggiati e aiutati dai pastori e dai fedeli della Chiesa.
La più ampia comunione della famiglia
21. La comunione coniugale costituisce il
fondamento sul quale si viene edificando la più ampia comunione della famiglia,
dei genitori e dei figli, dei fratelli e delle sorelle tra loro, dei parenti e
di altri familiari.
Tale comunione si radica nei legami naturali
della carne e del sangue, e si sviluppa trovando il suo perfezionamento
propriamente umano nell'instaurarsi e nel maturare dei legami ancora più
profondi e ricchi dello spirito: l'amore, che anima i rapporti interpersonali
dei diversi membri della famiglia, costituisce la forza interiore che plasma e
vivifica la comunione e la comunità familiare.
La famiglia cristiana è poi chiamata a fare
l'esperienza di una nuova e originale comunione, che conferma e perfeziona
quella naturale e umana. In realtà, la grazia di Gesù Cristo, «il Primogenito
tra molti fratelli» (Rm 8,29), è per sua natura e interiore dinamismo una
«grazia di fraternità», come la chiama san Tommaso d'Aquino («Summa
Theologiae», II· II··, 14, 2, ad 4). Lo Spirito Santo, effuso nella
celebrazione dei sacramenti, è la radice viva e l'alimento inesauribile della
soprannaturale comunione che raccoglie e vincola i credenti con Cristo e tra
loro nell'unità della Chiesa di Dio. Una rivelazione e attuazione specifica
della comunione ecclesiale è costituita dalla famiglia cristiana, che anche per
questo può e deve dirsi «Chiesa domestica» («Lumen Gentium», 11; cfr.
«Apostolicam Actuositatem», 11).
Tutti i membri della famiglia, ognuno
secondo il proprio dono, hanno la grazia e la responsabilità di costruire,
giorno per giorno, la comunione delle persone, facendo della famiglia una
«scuola di umanità più completa e più ricca»: («Gaudium et Spes», 52) è quanto
avviene con la cura e l'amore verso i piccoli, gli ammalati e gli anziani; col
servizio reciproco di tutti i giorni; con la condivisione dei beni, delle gioie
e delle sofferenze.
Un momento fondamentale per costruire una
simile comunione è costituito dallo scambio educativo tra genitori e figli
(cfr. Ef 6,1-4; Col 3,20s), nel quale ciascuno dà e riceve. Mediante l'amore,
il rispetto, l'obbedienza verso i genitori, i figli portano il loro specifico e
insostituibile contributo all'edificazione di una famiglia autenticamente umana
e cristiana («Gaudium et Spes», 48). In questo saranno facilitati, se i
genitori eserciteranno la loro irrinunciabile autorità come un vero e proprio
«ministero», ossia come un servizio ordinato al bene umano e cristiano dei
figli, e in particolare ordinato a far loro acquistare una libertà veramente
responsabile, e se i genitori manterranno viva la coscienza del «dono», che
continuamente ricevono dai figli.
La comunione familiare può essere conservata
e perfezionata solo con un grande spirito di sacrificio. Esige, infatti, una
pronta e generosa disponibilità di tutti e di ciascuno alla comprensione, alla
tolleranza, al perdono, alla riconciliazione. Nessuna famiglia ignora come
l'egoismo, il disaccordo, le tensioni, i conflitti aggrediscano violentemente e
a volte colpiscano mortalmente la propria comunione: di qui le molteplici e
varie forme di divisione nella vita familiare. Ma, nello stesso tempo, ogni
famiglia è sempre chiamata dal Dio della pace a fare l'esperienza gioiosa e
rinnovatrice della «riconciliazione» cioè della comunione ricostruita,
dell'unità ritrovata. In particolare la partecipazione al sacramento della
riconciliazione e al banchetto dell'unico Corpo di Cristo offre alla famiglia
cristiana la grazia e la responsabilità di superare ogni divisione e di
camminare verso la piena verità della comunione voluta da Dio, rispondendo così
al vivissimo desiderio del Signore: che «tutti siano una sola cosa» (Gv 17,21).
Diritti e compiti della donna
22. In quanto è, e deve sempre diventare,
comunione e comunità di persone, la famiglia trova nell'amore la sorgente e la
spinta incessante per accogliere, rispettare e promuovere ciascuno dei suo
membri nell'altissima dignità di persone, e cioè di immagini viventi di Dio.
Come hanno giustamente affermato i Padri Sinodali, il criterio morale
dell'autenticità delle relazioni coniugali e familiari consiste nella
promozione della dignità e vocazione delle singole persone, le quali si
ritrovano nella loro pienezza mediante il dono sincero di se stesse (cfr.
«Gaudium et Spes», 24).
In questa prospettiva, il Sinodo ha voluto
riservare una privilegiata attenzione alla donna, ai suoi diritti e compiti
nella famiglia e nella società. Nella stessa prospettiva vanno considerati
anche l'uomo come sposo e padre, il bambino e gli anziani.
Della donna è da rilevare, anzitutto,
l'eguale dignità e responsabilità rispetto all'uomo: tale uguaglianza trova una
singolare forma di realizzazione nella reciproca donazione di sé all'altro e di
ambedue ai figli, propria del matrimonio e della famiglia. Quanto la stessa
ragione umana intuisce e riconosce, viene rivelato in pienezza dalla Parola di
Dio: la storia della salvezza, infatti, è una continua e luminosa testimonianza
della dignità della donna.
Creando l'uomo «maschio e femmina (Gen
1,27), Dio dona la dignità personale in eguale modo all'uomo e alla donna,
arricchendoli dei diritti inalienabili e delle responsabilità che sono proprie
della persona umana. Dio poi manifesta nella forma più alta possibile la
dignità della donna assumendo Egli stesso la carne umana da Maria Vergine che
la Chiesa onora come Maria Madre di Dio, chiamandola nuova Eva e proponendola
come modello della donna redenta. Il delicato rispetto di Gesù verso le donne
che ha chiamato alla sua sequela ed alla sua amicizia, la sua apparizione il mattino
di Pasqua ad una donna prima che agli altri discepoli, la missione affidata
alle donne di portare la buona novella della Resurrezione agli apostoli, sono
tutti segni che confermano la stima speciale del Signore Gesù verso la donna.
Dirà l'apostolo Paolo: «Tutti voi siete figli di Dio per la fede in Cristo
Gesù... Non c'è più giudeo né greco; non c'è più schiavo né libero; non c'è più
uomo ne donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù)» (Gal 3,26.28).
Donna e società
23. Senza entrare ora a trattare nei suoi
vari aspetti l'ampio e complesso tema dei rapporti donna-società, ma limitando
il discorso ad alcuni rilievi essenziali, non si può non osservare come nel
campo più specificamente familiare un'ampia e diffusa tradizione sociale e
culturale abbia voluto riservare alla donna solo il compito di sposa e madre,
senza aprirla adeguatamente ai compiti pubblici, in genere riservati all'uomo.
Non c'è dubbio che l'uguale dignità e
responsabilità dell'uomo e della donna giustifichino pienamente l'accesso della
donna ai compiti pubblici. D'altra parte la vera promozione della donna esige
pure che sia chiaramente riconosciuto il valore del suo compito materno e
familiare nei confronti di tutti gli altri compiti pubblici e di tutte le altre
professioni. Del resto, tali compiti e professioni devono tra loro integrarsi
se si vuole che l'evoluzione sociale e culturale sia veramente e pienamente
umana.
Ciò risulterà più facile se, come il Sinodo
ha auspicato, una rinnovata «teologia del lavoro» porrà in luce e approfondirà
il significato del lavoro nella vita cristiana e determinerà il fondamentale
legame che esiste tra il lavoro e la famiglia, e, di conseguenza, il
significato originale ed insostituibile del lavoro della casa e dell'educazione
dei figli («Laborem Exercens», 19). Pertanto la Chiesa può e deve aiutare la
società attuale, chiedendo instancabilmente che sia da tutti riconosciuto e
onorato nel suo valore insostituibile il lavoro della donna in casa. Ciò è di
particolare importanza nell'opera educativa: viene eliminata, infatti, la
radice stessa della possibile discriminazione tra i diversi lavori e
professioni, una volta che risulti chiaramente come tutti, in ogni campo, si
impegnino con identico diritto e con identica responsabilità. Apparirà così più
splendida l'immagine di Dio nell'uomo e nella donna.
Se dev'essere riconosciuto anche alle donne,
come agli uomini, il diritto di accedere ai diversi compiti pubblici, la
società deve però strutturarsi in maniera tale che le spose e le madri non
siano difatto costrette a lavorare fuori casa e che le loro famiglie possano
dignitosamente vivere e prosperare, anche se esse si dedicano totalmente alla
propria famiglia.
Si deve inoltre superare la mentalità
secondo la quale l'onore della donna deriva più dal lavoro esterno che
dall'attività familiare. Ma ciò esige che gli uomini stimino ed amino veramente
la donna con ogni rispetto della sua dignità personale, e che la società crei e
sviluppi le condizioni adatte per il lavoro domestico.
La Chiesa, col dovuto rispetto per la
diversa vocazione dell'uomo e della donna, deve promuovere nella misura del
possibile nella sua stessa vita la loro uguaglianza di diritti e di dignità: e
questo per il bene di tutti, della famiglia, della società e della Chiesa.
E' evidente però che tutto questo significa
per la donna non la rinuncia alla sua femminilità né l'imitazione del carattere
maschile, ma la pienezza della vera umanità femminile quale deve esprimersi nel
suo agire, sia in famiglia sia al di fuori di essa, senza peraltro dimenticare
in questo campo la varietà dei costumi e delle culture.
Offese alla dignità della donna
24. Purtroppo il messaggio cristiano sulla
dignità della donna viene contraddetto da quella persistente mentalità che
considera l'essere umano non come persona, ma come cosa, come oggetto di
compravendita, al servizio dell'interesse egoistico e del solo piacere: e prima
vittima di tale mentalità è la donna.
Questa mentalità produce frutti assai amari,
come il disprezzo dell'uomo e della donna, la schiavitù, l'oppressione dei
deboli, la pornografia, la prostituzione - tanto più quando viene organizzata -
e tutte quelle varie discriminazioni che si incontrano nell'ambito
dell'educazione, della professione, della retribuzione del lavoro, ecc.
Inoltre, ancora oggi, in gran parte della
nostra società, permangono molte forme di avvilente discriminazione che
colpiscono ed offendono gravemente alcune categorie particolari di donne, come
ad esempio, le spose che non hanno figli, le vedove, le separate, le divorziate,
le madri-nubili.
Queste ed altre discriminazioni sono state
deplorate dai Padri Sinodali con tutta la forza possibile: chiedo pertanto che
da parte di tutti si svolga un'azione pastorale specifica più vigorosa ed
incisiva, affinché esse siano definitivamente vinte, così da giungere alla
stima piena dell'immagine di Dio che risplende in tutti gli essere umani,
nessuno escluso.
L'uomo sposo e padre
25. Entro la comunione-comunità coniugale e
familiare, l'uomo è chiamato a vivere il suo dono e compito di sposo e di
padre.
Egli vede nella sposa il compiersi del
disegno di Dio: «Non è bene che l'uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che
gli sia simile» (Gen 2,18), e fa sua l'esclamazione di Adamo, il primo sposo:
«Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa» (Ibid. 2,23).
L'autentico amore coniugale suppone ed esige
che l'uomo porti profondo rispetto per l'eguale dignità della donna: «Non sei
il suo padrone - scrive san Ambrogio - bensì il suo marito; non ti è stata data
schiava, ma in moglie... Ricambia a lei le sue attenzioni verso di te e sii ad
essa grato del suo amore» («Exameron», V,7,19: CSEL 32,I,154). Con la sposa
l'uomo deve vivere «una forma tutta speciale di amicizia personale» (Paolo PP.
VI, «Humanae Vitae», 9). Il cristiano poi è chiamato a sviluppare un
atteggiamento di amore nuovo, manifestando verso la propria sposa la carità
delicata e forte che Cristo ha per la Chiesa (cfr. Ef 5,25).
L'amore alla sposa diventata madre e l'amore
ai figli sono per l'uomo la strada naturale per la comprensione e la
realizzazione della sua paternità. Soprattutto là dove le condizioni sociali e
culturali spingono facilmente il padre ad un certo disimpegno rispetto alla
famiglia o comunque ad una sua minor presenza nell'opera educativa, è necessario
adoperarsi perché si recuperi socialmente la convinzione che il posto e il
compito del padre nella e per la famiglia sono di un'importanza unica e
insostituibile (cfr. Giovanni Paolo PP. II, Omelia ai fedeli di Terni, 3-5 [19
Marzo 1981]: ASS 73 [1981], 268-271). Come l'esperienza insegna, l'assenza del
padre provoca squilibri psicologici e morali e difficoltà notevoli nelle
relazioni familiari, come pure, in circostanze opposte, la presenza oppressiva
del padre, specialmente là dove e ancora in atto il fenomeno del «machismo»,
ossia della superiorità abusiva delle prerogative maschili che umiliano la
donna e inibiscono lo sviluppo di sane relazioni familiari.
Rivelando e rivivendo in terra la stessa
paternità di Dio (cfr. Ef 3,15), l'uomo è chiamato a garantire lo sviluppo
unitario di tutti i membri della famiglia: assolverà a tale compito mediante
una generosa responsabilità per la vita concepita sotto il cuore della madre,
un impegno educativo più sollecito e condiviso con la propria sposa (cfr.
«Gaudium et Spes», 52), un lavoro che non disgreghi mai la famiglia ma la
promuova nella sua compattezza e stabilità, una testimonianza di vita cristiana
adulta, che introduca più evidentemente i figli nell'esperienza viva di Cristo
e della Chiesa.
I diritti del bambino
26. Nella famiglia, comunità di persone,
deve essere riservata una specialissima attenzione al bambino, sviluppando una
profonda stima per la sua dignità personale, come pure un grande rispetto ed un
generoso servizio per i suoi diritti. Ciò vale di ogni bambino, ma acquista una
singolare urgenza quanto più il bambino è piccolo e bisognoso di tutto, malato,
sofferente o handicappato.
Sollecitando e vivendo una premura tenera e
forte per ogni bambino che viene in questo mondo, la Chiesa adempie una sua
fondamentale missione: è chiamata, infatti, a rivelare e a riproporre nella
storia l'esempio e il comandamento di Cristo Signore, che ha voluto porre il
bambino al centro del Regno di Dio: «Lasciate che i bambini vengano a me...
perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio» (Lc 18,16; cfr. Mt 19,14;
Mc 10,14).
Ripeto nuovamente quanto ho detto
all'assemblea generale delle Nazioni Unite il 2 ottobre 1979: «Desidero...
esprimere la gioia che per ognuno di noi costituiscono i bambini, primavera
della vita, anticipo della storia futura di ognuna delle presenti patrie
terrene. Nessun paese del mondo, nessun sistema politico può pensare al proprio
avvenire se non attraverso l'immagine di queste nuove generazioni che dai loro
genitori assumeranno il molteplice patrimonio dei valori, dei doveri e delle
aspirazioni della nazione alla quale appartengono e di tutta la famiglia umana.
La sollecitudine per il bambino ancora prima della sua nascita, dal primo
momento della concezione e, in seguito, negli anni dell'infanzia e della
giovinezza, è la primaria e fondamentale verifica della relazione dell'uomo
all'uomo. E perciò, che cosa di più si potrebbe augurare a ogni nazione e a
tutta l'umanità, a tutti i bambini del mondo se non quel migliore futuro in cui
il rispetto dei diritti dell'uomo diventi piena realtà nelle dimensioni del
duemila che si avvicina?» (2 Ottobre 1979).
L'accoglienza, l'amore, la stima, il
servizio molteplice ed unitario - materiale, affettivo, educativo, spirituale -
per ogni bambino che viene in questo mondo dovranno costituire sempre una nota
distintiva irrinunciabile dei cristiani, in particolare delle famiglie
cristiane: così i bambini, mentre potranno crescere «in sapienza, età e grazia
davanti a Dio e agli uomini» (Lc 2,52), porteranno il loro prezioso contributo
all'edificazione della comunità familiare e alla stessa santificazione dei
genitori (cfr. «Gaudium et Spes», 48).
Gli anziani in famiglia
27. Ci sono culture che manifestano una
singolare venerazione ed un grande amore per l'anziano: lungi dall'essere
estromesso dalla famiglia o dall'essere sopportato come un peso inutile,
l'anziano ridervi parte attiva e responsabile - pur dovendo rispettare
l'autonomia della nuova famiglia - e soprattutto svolge la preziosa missione di
testimone del passato e di ispiratore di saggezza per i giovani e per
l'avvenire.
Altre culture, invece, specialmente in
seguito ad un disordinato sviluppo industriale ed urbanistico, hanno condotto e
continuano a condurre gli anziani a forme inaccettabili di emarginazione, che
sono fonte ad un tempo di acute sofferenze per loro stessi e di impoverimento
spirituale per tante famiglie.
E' necessario che l'azione pastorale della
Chiesa stimoli tutti a scoprire e a valorizzare i compiti degli anziani nella
comunità civile ed ecclesiale, e in particolare nella famiglia. In realtà, «la
vita degli anziani ci aiuta a far luce sulla scala dei valori umani; fa vedere
la continuità delle generazioni e meravigliosamente dimostra l'interdipendenza
del Popolo di Dio. Gli anziani inoltre hanno il carisma di oltrepassare le
barriere fra le generazioni, prima che queste insorgano. Quanti bambini hanno
trovato comprensione e amore negli occhi, nelle parole e nelle carezze degli
anziani! E quante persone anziane hanno volentieri sottoscritto le ispirate
parole bibliche che «corona dei vecchi sono i figli dei figli» (Pr 17,6)
(Giovanni Paolo PP. II Discorso ai partecipanti all'«International Forum on
Active Aging» 5 [5 Settembre 1980]: «Insegnamenti di Giovanni Paolo II», III, 2
[1980] 539).
II. Il servizio della vita
1) La trasmissione della vita
Cooperatori dell'amore di Dio Creatore
28. Con la creazione dell'uomo e della donna
a sua immagine e somiglianza, Dio corona e porta a perfezione l'opera delle sue
mani: Egli li chiama ad una speciale partecipazione del suo amore ed insieme
del suo potere di Creatore e di Padre, mediante la loro libera e responsabile
cooperazione a trasmettere il dono della vita umana: «Dio li benedisse e disse
loro: "Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra;
soggiogatela"» (Gen 1,28).
Così il compito fondamentale della famiglia
è il servizio alla vita, il realizzare lungo la storia la benedizione
originaria del Creatore, trasmettendo nella generazione l'immagine divina da
uomo a uomo (cfr. ibid. 5,1ss).
La fecondità è il frutto e il segno
dell'amore coniugale, la testimonianza viva della piena donazione reciproca
degli sposi «II vero culto dell'amore coniugale e tutta la struttura familiare
che ne nasce senza trascurare gli altri fini del matrimonio, a questo tendono,
che i coniugi, con fortezza d'animo siano disposti a cooperare con l'amore del
Creatore e del Salvatore, che attraverso di loro continuamente dilata e
arricchisce la sua famiglia» («Gaudium et Spes», 50).
La fecondità dell'amore coniugale non si
restringe però alla sola procreazione dei figli, sia pure intesa nella sua
dimensione specificamente umana: si allarga e si arricchisce di tutti quei
frutti di vita morale, spirituale e soprannaturale che il padre e la madre sono
chiamati a donare ai figli e, mediante i figli, alla Chiesa e al mondo.
La dottrina e la norma sempre antiche
e sempre nuove della Chiesa
29. Proprio perché l'amore dei coniugi è una
singolare partecipazione al mistero della vita e dell'amore di Dio stesso, la
Chiesa sa di aver ricevuto la missione speciale di custodire e di proteggere
l'altissima dignità del matrimonio e la gravissima responsabilità della
trasmissione della vita umana.
Così, in continuità con la tradizione viva
della comunità ecclesiale lungo la storia, il recente Concilio Vaticano II e il
magistero del mio predecessore Paolo VI, espresso soprattutto nell'enciclica
«Humanae Vitae», hanno trasmesso ai nostri tempi un annuncio veramente
profetico, che riafferma e ripropone con chiarezza la dottrina e la norma sempre
antiche e sempre nuove della Chiesa sul matrimonio e sulla trasmissione della
vita umana.
Per questo, nella loro ultima assemblea, i
Padri Sinodali hanno testualmente dichiarato: «Questo Sacro Sinodo, riunito
nell'unità della fede col successore di Pietro, fermamente mantiene ciò che nel
Concilio Vaticano II (cfr. «Gaudium et Spes», 50) e, in seguito, nell'enciclica
«Humanae Vitae» viene proposto, e in particolare che l'amore coniugale deve
essere pienamente umano, esclusivo e aperto alla nuova vita (Propositio 22. La
conclusione del n. 11 dell'enciclica «Humanae Vitae» così afferma: «Richiamando
gli uomini all'osservanza delle norme della legge naturale interpreta dalla sua
costante dottrina, la Chiesa insegna che qualsiasi atto matrimoniale deve rimanere
aperto alla trasmissione della vita» AAS 60 [1968] 488).
La Chiesa sta dalla parte della vita
30. La dottrina della Chiesa si colloca oggi
in una situazione sociale e culturale, che la rende ad un tempo più difficile
da comprendere e più urgente ed insostituibile per promuovere il vero bene
dell'uomo e della donna.
Infatti, il progresso scientifico-tecnico,
che l'uomo contemporaneo accresce di continuo nel suo dominio sulla natura, non
sviluppa solo la speranza di creare una nuova e migliore umanità, ma anche
un'angoscia sempre più profonda circa il futuro. Alcuni si domandano se sia
bene vivere o se non sia meglio neppure essere nati; dubitano, se sia lecito
chiamare altri alla vita, i quali forse malediranno la propria esistenza in un
mondo crudele, i cui terrori non sono neppure prevedibili. Altri pensano di
essere gli unici destinatari dei vantaggi della tecnica ed escludono gli altri,
ai quali vengono imposti mezzi contraccettivi o metodi ancor peggiori. Altri
ancora, imprigionati come sono dalla mentalità consumistica e con l'unica
preoccupazione di un continuo aumento di beni materiali, finiscono per non
comprendere più e quindi per rifiutare la ricchezza spirituale di una nuova
vita umana. La ragione ultima di queste mentalità è l'assenza, nel cuore degli
uomini di Dio, il cui amore soltanto è più forte di tutte le possibile paure
del mondo e le può vincere.
E' nata così una mentalità contro la vita
(anti-life mentality), come emerge in molte questioni attuali: si pensi, ad
esempio, a un certo panico derivato dagli studi degli ecologi e dei futurologi
sulla demografia, che a volte esagerano il pericolo dell'incremento demografico
per la qualità della vita.
Ma la Chiesa fermamente crede che la vita
umana, anche se debole e sofferente, è sempre uno splendido dono del Dio della
bontà. Contro il pessimismo e l'egoismo, che oscurano il mondo, la Chiesa sta
dalla parte della vita: e in ciascuna vita umana sa scoprire lo splendore di
quel «Sì», di quell'«Amen», che è Cristo stesso (cfr. 2Cor 1,19; Ap 3,14). Al
«no» che invade ed affligge il mondo, contrappone questo vivente «Sì»,
difendendo in tal modo l'uomo e il mondo da quanti insidiano e mortificano la
vita.
La Chiesa è chiamata a manifestare
nuovamente a tutti, con un più chiaro e fermo convincimento, la sua volontà di
promuovere con ogni mezzo e di difendere contro ogni insidia la vita umana, in
qualsiasi condizione e stadio di sviluppo si trovi.
Per questo la Chiesa condanna come grave
offesa della dignità umana e della giustizia tutte quelle attività dei governi
o di altre autorità pubbliche, che tentano di limitare in qualsiasi modo la
libertà dei coniugi nel decidere dei figli. Di conseguenza qualsiasi violenza
esercitata da tali autorità in favore della contraccezione e persino della
sterilizzazione e dell'aborto procurato e del tutto da condannare e da
respingere con forza. Allo stesso modo è da esecrare come gravemente ingiusto
il fatto che nelle relazioni internazionali l'aiuto economico concesso per la
promozione dei popoli venga condizionato a programmi di contraccezione,
sterilizzazione e aborto procurato (cfr. Messaggio del VI Sinodo dei Vescovi
alle Famiglie cristiane nel mondo contemporaneo, 5 [24 Ottobre 1980]).
Perché il progetto divino sia sempre
più pienamente attuato
31. La Chiesa è certamente consapevole anche
dei molteplici e complessi problemi, che oggi in molti Paesi coinvolgono i
coniugi nel loro compito di trasmettere responsabilmente la vita. Riconosce
pure il grave problema dell'incremento demografico, come si configura in varie
parti del mondo, con le implicazioni morali che esso comporta.
Essa ritiene, tuttavia, che una approfondita
considerazione di tutti gli aspetti di tali problemi offra una nuova e più
forte conferma dell'importanza della dottrina autentica circa la regolazione della
natalità, riproposta nel Concilio Vaticano II e nell'enciclica «Humanae Vitae».
Per questo, insieme con i Padri del Sinodo,
sento il dovere di rivolgere un pressante invito ai teologi, affinché, unendo
le loro forze per collaborare col Magistero gerarchico, si impegnino a porre
sempre meglio in luce i fondamenti biblici, le motivazioni etiche e le ragioni
personalistiche di questa dottrina. Sarà così possibile, nel contesto di
un'esposizione organica, rendere la dottrina della Chiesa su questo importante
capitolo veramente accessibile a tutti gli uomini di buona volontà, favorendone
la comprensione ogni giorno più luminosa e profonda in tal modo il progetto
divino potrà essere sempre più pienamente attuato per la salvezza dell'uomo e
per la gloria del Creatore.
A questo riguardo, il concorde impegno dei
teologi, ispirato da convinta adesione al Magistero, che è l'unica guida
autentica del Popolo di Dio, presenta particolare urgenza anche in ragione
dell'intimo legame che esiste tra la dottrina cattolica su questo punto e la
visione dell'uomo che la Chiesa propone: dubbi o errori nel campo matrimoniale
o familiare comportano un grave oscurarsi della verità integrale sull'uomo in
una situazione culturale già così spesso confusa e contraddittoria. Il contributo
di illuminazione e di approfondimento, che i teologi sono chiamati ad offrire
in adempimento del loro compito specifico, ha un valore incomparabile e
rappresenta un servizio singolare, altamente meritorio, alla famiglia e
all'umanità.
Nella visione integrale dell'uomo e
della sua vocazione
32. Nel contesto di una cultura che
gravemente deforma o addirittura smarrisce il vero significato della sessualità
umana, perché la sradica dal suo essenziale riferimento alla persona, la Chiesa
sente più urgente e insostituibile la sua missione di presentare la sessualità
come valore e compito di tutta la persona creata, maschio e femmina, ad
immagine di Dio.
In questa prospettiva il Concilio Vaticano
II ha chiaramente affermato che «quando si tratta di comporre l'amore coniugale
con la trasmissione responsabile della vita, il carattere morale del
comportamento non dipende solo dalla sincera intenzione e dalla valutazione dei
motivi, ma va determinato da criteri oggettivi, che hanno il loro fondamento
nella natura stessa della persona umana e dei suoi atti e sono destinati a
mantenere in un contesto di vero amore l'integro senso della mutua donazione e
della procreazione umana; e tutto ciò non sarà possibile se non venga coltivata
con sincero animo la virtù della castità coniugale» («Gaudium et Spes», 51).
E' proprio movendo dalla «visione integrale
dell'uomo e della sua vocazione, non solo naturale e terrena, ma anche
soprannaturale ed eterna» (Paolo PP. VI, «Humanae Vitae», 7), che Paolo VI ha
affermato che la dottrina della Chiesa «è fondata sulla connessione
inscindibile, che Dio ha voluto e che l'uomo non può rompere di sua iniziativa,
tra i due significati dell'atto coniugale: il significato unitivo e il
significato procreativo» (Ibid. 12). Ed ha concluso ribadendo che è da
escludere come intrinsecamente disonesta «ogni azione che, o in previsione
dell'atto coniugale, o nel suo compimento, o nello sviluppo delle sue
conseguenze naturali, si proponga, come scopo o come mezzo, di rendere
impossibile la procreazione» (Ibid. 14).
Quando i coniugi, mediante il ricorso alla
contraccezione, scindono questi due significati che Dio Creatore ha inscritti
nell'essere dell'uomo e della donna e nel dinamismo della loro comunione
sessuale, si comportano come «arbitri» del disegno divino e «manipolano» e
avviliscono la sessualità umana, e con essa la persona propria e del coniuge,
alterandone il valore di donazione «totale». Così, al linguaggio nativo che
esprime la reciproca donazione totale dei coniugi, la contraccezione impone un
linguaggio oggettivamente contraddittorio, quello cioè del non donarsi
all'altro in totalità: ne deriva, non soltanto il positivo rifiuto all'apertura
alla vita, ma anche una falsificazione dell'interiore verità del personale.
Quando invece i coniugi, mediante il ricorso
a periodi di infecondità, rispettano la connessione inscindibile dei
significati unitivo e procreativo della sessualità umana, si comportano come
«ministri» del disegno di Dio ed «usufruiscono» della sessualità secondo
l'originario dinamismo della donazione «totale», senza manipolazioni ed
alterazioni (Ibid 13).
Alla luce della stessa esperienza di tante
coppie di sposi e dei dati delle diverse scienze umane, la riflessione
teologica può cogliere ed è chiamata ad approfondire la differenza
antropologica e al tempo stesso morale, che esiste tra la contraccezione e il
ricorso ai ritmi temporali: si tratta di una differenza assai più vasta e
profonda di quanto abitualmente non si pensi e che coinvolge in ultima analisi
due concezioni della persona e della sessualità umana tra loro irriducibili. La
scelta dei ritmi naturali comporta l'accettazione del tempo della persona, cioè
della donna, e con ciò l'accettazione anche del dialogo, del rispetto
reciproco, della comune responsabilità, del dominio di sé. Accogliere poi il
tempo e il dialogo significa riconoscere il carattere insieme spirituale e
corporeo della comunione coniugale, come pure vivere l'amore personale nella
sua esigenza di fedeltà. In questo contesto la coppia fa l'esperienza che la comunione
coniugale viene arricchita di quei valori di tenerezza e di affettività, i
quali costituiscono l'anima profonda della sessualità umana, anche nella sua
dimensione fisica. In tal modo la sessualità viene rispettata e promossa nella
sua dimensione veramente e pienamente umana, non mai invece «usata» come un
«oggetto» che, dissolvendo l'unità personale di anima e corpo, colpisce la
stessa creazione di Dio nell'intreccio più intimo tra natura e persona.
La Chiesa Maestra e Madre per i
coniugi in difficoltà
33. Anche nel campo della morale coniugale
la Chiesa è ed agisce come Maestra e Madre.
Come Maestra, essa non si stanca di
proclamare la norma morale che deve guidare la trasmissione responsabile della
vita. Di tale norma la Chiesa non è affatto né l'autrice né l'arbitra. In
obbedienza alla verità, che è Cristo, la cui immagine si riflette nella natura
e nella dignità della persona umana, la Chiesa interpreta la norma morale e la
propone a tutti gli uomini di buona volontà, senza nasconderne le esigenze di
radicalità e di perfezione.
Come Madre, la Chiesa si fa vicina alle
molte coppie di sposi che si trovano in difficoltà su questo importante punto
della vita morale: conosce bene la loro situazione, spesso molto ardua e a
volte veramente tormentata da difficoltà di ogni genere, non solo individuali
ma anche sociali; sa che tanti coniugi incontrano difficoltà non solo per la
realizzazione concreta, ma anche per la stessa comprensione dei valori insiti
nella norma morale.
Ma è la stessa ed unica Chiesa ad essere
insieme Maestra e Madre. Per questo la Chiesa non cessa mai di invitare e di
incoraggiare, perché le eventuali difficoltà coniugali siano risolte senza mai
falsificare e compromettere la verità: è infatti convinta che non può esserci
vera contraddizione tra la legge divina del trasmettere la vita e quella di
favorire l'autentico amore coniugale (cfr. «Gaudium et Spes«, 51). Per questo,
la pedagogia concreta della Chiesa deve sempre essere connessa e non mai
separata dalla sua dottrina. Ripeto, pertanto, con la medesima persuasione del
mio predecessore: «Non sminuire in nulla la salutare dottrina di Cristo è
eminente forma di carità verso le anime» (Paolo PP. VI «Humanae Vitae», 29).
D'altra parte l'autentica pedagogia
ecclesiale rivela il suo realismo e la sua sapienza solo sviluppando un impegno
tenace e coraggioso nel creare e sostenere tutte quelle condizioni umane -
psicologiche, morali e spirituali - che sono indispensabili per comprendere e
vivere il valore e la norma morale.
Non c'è dubbio che tra queste condizioni si
debbano annoverare la costanza e la pazienza, l'umiltà e la fortezza d'animo,
la filiale fiducia in Dio e nella sua grazia, il ricorso frequente alla
preghiera e ai sacramenti dell'Eucaristia e della riconciliazione (cfr. ibid. 25).
Così corroborati, i coniugi cristiani potranno mantenere viva la coscienza del
singolare influsso che la grazia del sacramento del matrimonio esercita su
tutte le realtà della vita coniugale, e quindi anche sulla loro sessualità: il
dono dello Spirito, accolto e corrisposto dai coniugi, li aiuta a vivere la
sessualità umana secondo il piano di Dio e come segno dell'amore unitivo e
fecondo di Cristo per la sua Chiesa.
Ma tra le condizioni necessarie rientra
anche la conoscenza della corporeità e dei suoi ritmi di fertilità. In tal
senso bisogna far di tutto perché una simile conoscenza sia resa accessibile a
tutti i coniugi, e prima ancora alle persone giovani, mediante un'informazione
ed una educazione chiare, tempestive e serie, ad opera di coppie, di medici e
di esperti. La conoscenza poi deve sfociare nell'educazione all'autocontrollo:
di qui l'assoluta necessità della virtù della castità e della permanente
educazione ad essa. Secondo la visione cristiana, la castità non significa
affatto né rifiuto né disistima della sessualità umana: significa piuttosto
energia spirituale, che sa difendere l'amore dai pericoli dell'egoismo e
dell'aggressività e sa promuoverlo verso la sua piena realizzazione.
Paolo VI, con profondo intuito di sapienza e
di amore, altro non ha fatto che dare voce all'esperienza di tante coppie di
sposi quando ha scritto nella sua enciclica: «il dominio dell'istinto mediante
la ragione e la libera volontà, impone indubbiamente una ascesi, affinché le
manifestazioni affettive della vita coniugale siano secondo il retto ordine e
in particolare per l'osservanza della continenza periodica. Ma questa
disciplina, propria della purezza degli sposi, ben lungi dal nuocere all'amore
coniugale, gli conferisce invece un più alto valore umano. Esige un continuo
sforzo, ma grazie al suo benefico influsso i coniugi sviluppano integralmente
la loro personalità arricchendosi di valori spirituali: essa apporta alla vita
familiare frutti di serenità e di pace e agevola la soluzione di altri
problemi; favorisce l'attenzione verso l'altro coniuge, aiuta gli sposi a
bandire l'egoismo, nemico del vero amore, ed approfondisce il loro senso di
responsabilità nel compimento dei loro doveri. I genitori acquistano con essa
la capacità di un influsso più profondo ed efficace per l'educazione dei figli»
(«Humanae Vitae», 21).
L'itinerario morale degli sposi
34. E' sempre di grande importanza possedere
una retta concezione dell'ordine morale, dei suoi valori e delle sue norme:
l'importanza cresce, quando più numerose e gravi si fanno le difficoltà a
rispettarli.
Proprio perché rivela e propone il disegno
di Dio Creatore, l'ordine morale non può essere qualcosa di mortificante per
l'uomo e di impersonale; al contrario, rispondendo alle esigenze più profonde
dell'uomo creato da Dio, si pone al servizio della sua piena umanità, con
l'amore delicato e vincolante con cui Dio stesso ispira, sostiene e guida ogni
creatura verso la sua felicità.
Ma l'uomo, chiamato a vivere
responsabilmente il disegno sapiente e amoroso di Dio, è un essere storico, che
si costruisce giorno per giorno, con le sue numerose libere scelte: per questo
egli conosce ama e compie il bene morale secondo tappe di crescita.
Anche i coniugi, nell'ambito della loro vita
morale, sono chiamati ad un incessante cammino, sostenuti dal desiderio sincero
e operoso di conoscere sempre meglio i valori che la legge divina custodisce e
promuove, e dalla volontà retta e generosa di incarnarli nelle loro scelte
concrete. Essi, tuttavia, non possono guardare alla legge solo come ad un puro
ideale da raggiungere in futuro, ma debbono considerarla come un comando di
Cristo Signore a superare con impegno le difficoltà. «Perciò la cosiddetta
"legge della gradualità", o cammino graduale, non può identificarsi
con la "gradualità della legge", come se ci fossero vari gradi e
varie forme di precetto nella legge divina per uomini e situazioni diverse.
Tutti i coniugi, secondo il disegno divino, sono chiamati alla santità nel
matrimonio e questa alta vocazione si realizza in quanto la persona umana è in
grado di rispondere al comando divino con animo sereno, confidando nella grazia
divina e nella propria volontà» (Giovanni Paolo PP. II, Omelia per la
conclusione del VI Sinodo dei Vescovi, 8 [25 Ottobre 1980]: ASS 72 [1980]
1083). In questa stessa linea, rientra nella pedagogia della Chiesa che i
coniugi anzitutto riconoscano chiaramente la dottrina della «Humanae Vitae»
come normativa per l'esercizio della loro sessualità, e sinceramente si
impegnino a porre le condizioni necessarie per osservare questa norma.
Questa pedagogia, come ha rilevato il
Sinodo, comprende tutta la vita coniugale. Per questo il compito di trasmettere
la vita deve essere integrato nella missione globale dell'intera vita
cristiana, la quale senza la croce non può giungere alla risurrezione. In
simile contesto si comprende come non si possa togliere il sacrificio dalla
vita familiare, anzi si debba accettare di cuore, perché l'amore coniugale si
approfondisca e diventi fonte di intima gioia.
Questo comune cammino esige riflessione,
informazione, idonea educazione dei sacerdoti, dei religiosi e dei laici, che
sono impegnati nella pastorale familiare: tutti costoro potranno aiutare i
coniugi nel loro itinerario umano e spirituale, che comporta la coscienza del
peccato, il sincero impegno di osservare la legge morale, il ministero della
riconciliazione. E' pure da tenere presente come nell'intimità coniugale siano
implicate le volontà di due persone, chiamate però ad una armonia di mentalità
e di comportamento: ciò esige non poca pazienza, simpatia e tempo. Di singolare
importanza in questo campo è l'unità dei giudizi morali e pastorali dei
sacerdoti: tale unità dev'essere accuratamente ricercata ed assicurata, perché
i fedeli non abbiano a soffrire ansietà di coscienza (cfr. Paolo PP. VI
«Humanae Vitae», 28).
Il cammino dei coniugi sarà dunque
facilitato se, nella stima della dottrina della Chiesa e nella fiducia verso la
grazia di Cristo, aiutati ed accompagnati dai pastori d'anime e dall'intera
comunità ecclesiale, essi sapranno scoprire e sperimentare il valore di
liberazione e di promozione dell'amore autentico, che il Vangelo offre ed il
comandamento del Signore propone.
Suscitare convinzioni e offrire aiuti
concreti
35. Di fronte al problema di un'onesta
regolazione della natalità, la comunità ecclesiale, nel tempo presente, deve
assumersi il compito di suscitare convinzioni e di offrire aiuti concreti per
quanti vogliono vivere la paternità e la maternità in modo veramente
responsabile.
In questo campo, mentre si compiace dei
risultati raggiunti dalle ricerche scientifiche per una conoscenza più precisa
dei ritmi di fertilità femminile e stimola una più decisiva ed ampia estensione
di tali studi, la Chiesa non può non sollecitare con rinnovato vigore la
responsabilità di quanti - medici, esperti, consulenti coniugali, educatori,
coppie - possono aiutare effettivamente i coniugi a vivere il loro amore nel
rispetto della struttura e delle finalità dell'atto coniugale che lo esprime.
Ciò significa un impegno più vasto, decisivo e sistematico per far conoscere,
stimare e applicare i metodi naturali di regolazione della fertilità (cfr.
Giovanni Paolo PP. II, Discorso ai Delegati del «Centre de Liaison des Equipes
de Recherche», 9 [3 Novembre 1979]: «Insegnamenti di Giovanni Paolo II», II 2
[1979] 1035; cfr. anche Discorso ai Partecipanti al primo Congresso per la
Famiglia d'Africa e d'Europa (15 Gennaio 1981): «L'Osservatore Romano» (16
Gennaio 1981).
Una preziosa testimonianza può e deve essere
data da quegli sposi che, mediante l'impegno comune della continenza periodica,
sono giunti ad una più matura responsabilità personale di fronte all'amore ed
alla vita. Come scriveva Paolo VI, «ad essi il Signore affida il compito di
rendere visibile agli uomini la santità e la soavità della legge che unisce
l'amore vicendevole degli sposi con la loro cooperazione all'amore di Dio
autore della vita umana» («Humanae Vitae», 25).
2) L'educazione
Il diritto-dovere educativo dei
genitori
36. Il compito dell'educazione affonda le
radici nella primordiale vocazione dei coniugi a partecipare all'opera
creatrice di Dio: generando nell'amore e per amore una nuova persona, che in sé
ha la vocazione alla crescita ed allo sviluppo, i genitori si assumono perciò
stesso il compito di aiutarla efficacemente a vivere una vita pienamente umana.
Come ha ricordato il Concilio Vaticano II: «I genitori, poiché hanno trasmesso
la vita ai figli, hanno l'obbligo gravissimo di educare la prole: vanno
pertanto considerati come i primi e principali educatori di essa. Questa loro
funzione educativa è tanto importante che, se manca, può appena essere
supplita. Tocca infatti ai genitori creare in seno alla famiglia
quell'atmosfera vivificata dall'amore e dalla pietà verso Dio e verso gli
uomini, che favorisce l'educazione completa dei figli in senso personale e
sociale. La famiglia è dunque la prima scuola di virtù sociali di cui appunto
han bisogno tutte le società» («Gravissimum Educationis», 3).
Il diritto-dovere educativo dei genitori si
qualifica come essenziale, connesso com'è con la trasmissione della vita umana;
come originale e primario, rispetto al compito educativo di altri, per
l'unicità del rapporto d'amore che sussiste tra genitori e figli; come
insostituibile ed inalienabile, e che pertanto non può essere totalmente
delegato ad altri, né da altri usurpato.
Al di là di queste caratteristiche, non si
può dimenticare che l'elemento più radicale, tale da qualificare il compito
educativo dei genitori, è l'amore paterno e materno, il quale trova nell'opera
educativa il suo compimento nel rendere pieno e perfetto il servizio alla vita:
l'amore dei genitori da sorgente diventa anima e pertanto norma, che ispira e
guida tutta l'azione educativa concreta, arricchendola di quei valori di
dolcezza, costanza, bontà, servizio, disinteresse, spirito di sacrificio, che
sono il più prezioso frutto dell'amore.
Educare ai valori essenziali della
vita umana
37. Pur in mezzo alle difficoltà dell'opera
educativa, oggi spesso aggravate, i genitori devono con fiducia e coraggio
formare i figli ai valori essenziali della vita umana. I figli devono crescere
in una giusta libertà di fronte ai beni materiali, adottando uno stile di vita
semplice ed austero, ben convinti che «l'uomo vale più per quello che è che per
quello che ha» («Gaudium et Spes», 35)
In una società scossa e disgregata da
tensioni e conflitti per il violento scontro tra i diversi individualismi ed
egoismi, i figli devono arricchirsi non soltanto del senso della vera
giustizia, che sola conduce al rispetto della dignità personale di ciascuno, ma
anche e ancora più del senso del vero amore, come sollecitudine sincera e
servizio disinteressato verso gli altri, in particolare i più poveri e
bisognosi. La famiglia è la prima e fondamentale scuola di socialità: in quanto
comunità di amore, essa trova nel dono di sé la legge che la guida e la fa
crescere. Il dono di sé, che ispira l'amore dei coniugi tra di loro, si pone
come modello e norma del dono di sé quale deve attuarsi nei rapporti tra
fratelli e sorelle e tra le diverse generazioni che convivono nella famiglia. E
la comunione e la partecipazione quotidianamente vissuta nella casa, nei
momenti di gioia e di difficoltà, rappresenta la più concreta ed efficace
pedagogia dei figli nel più ampio orizzonte della società.
L'educazione all'amore come dono di sé
costituisce anche la premessa indispensabile per i genitori chiamati ad offrire
ai figli una chiara e delicata educazione sessuale. Di fronte ad una cultura
che «banalizza» in larga parte la sessualità umana, perché la interpreta e la
vive in modo riduttivo e impoverito, collegandola unicamente al corpo e al
piacere egoistico, il servizio educativo dei genitori deve puntare fermamente
su di una cultura sessuale che sia veramente e pienamente personale: la
sessualità, infatti, è una ricchezza di tutta la persona - corpo, sentimento e
anima - e manifesta il suo intimo significato nel portare la persona al dono di
sé nell'amore.
L'educazione sessuale, diritto e dovere
fondamentale dei genitori, deve attuarsi sempre sotto la loro guida sollecita,
sia in casa sia nei centri educativi da essi scelti e controllati. In questo
senso la Chiesa ribadisce la legge della sussidiarietà, che la scuola è tenuta
ad osservare quando coopera all'educazione sessuale, collocandosi nello spirito
stesso che anima i genitori.
In questo contesto è del tutto
irrinunciabile l'educazione alla castità, come virtù che sviluppa l'autentica
maturità della persona e la rende capace di rispettare e promuovere il
«significato sponsale» del corpo. Anzi, i genitori cristiani riserveranno una
particolare attenzione e cura, discernendo i segni della chiamata di Dio, per
l'educazione alla verginità, come forma suprema di quel dono di sé che
costituisce il senso stesso della sessualità umana.
Per gli stretti legami che intercorrono tra
la dimensione sessuale della persona e i suoi valori etici, il compito
educativo deve condurre i figli a conoscere e a stimare le norme morali come
necessaria e preziosa garanzia per una responsabile crescita personale nella
sessualità umana.
Per questo la Chiesa si oppone fermamente a
una certa forma di informazione sessuale, avulsa dai principi morali, così
spesso diffusa, la quale altro non sarebbe che un'introduzione all'esperienza
del piacere e uno stimolo che porta a perdere la serenità - ancora negli anni
dell'innocenza - aprendo la strada al vizio.
La missione educativa e il sacramento
del matrimonio
38. Per i genitori cristiani la missione
educativa, radicata come si è detto nella loro partecipazione all'opera
creatrice di Dio, ha una nuova e specifica sorgente nel sacramento del
matrimonio, che li consacra all'educazione propriamente cristiana dei figli, li
chiama cioè a partecipare alla stessa autorità e allo stesso amore di Dio Padre
e di Cristo Pastore, come pure all'amore materno della Chiesa, e li arricchisce
di sapienza, consiglio, fortezza e di ogni altro dono dello Spirito Santo per
aiutare i figli nella loro crescita umana e cristiana.
Dal sacramento del matrimonio il compito
educativo riceve la dignità e la vocazione di essere un vero e proprio
«ministero» della Chiesa al servizio della edificazione dei suoi membri. Tale è
la grandezza e lo splendore del ministero educativo dei genitori cristiani, che
san Tommaso non esita a paragonare al ministero dei sacerdoti: «Alcuni propagano
e conservano la vita spirituale con un ministero unicamente spirituale, e
questo spetta al sacramento dell'ordine; altri lo fanno quanto alla vita ad un
tempo corporale e spirituale e ciò avviene col sacramento del matrimonio, nel
quale l'uomo e la donna si uniscono per generare la prole ed educarla al culto
di Dio («Summa contra Gentiles», IV, 58).
La coscienza viva e vigile della missione
ricevuta col sacramento del matrimonio aiuterà i genitori cristiani a porsi con
grande serenità e fiducia al servizio educativo dei figli e, nello stesso
tempo, con senso di responsabilità di fronte a Dio che li chiama e li manda ad
edificare la Chiesa nei figli. Così la famiglia dei battezzati, convocata quale
chiesa domestica dalla Parola e dal Sacramento, diventa insieme, come la grande
Chiesa, maestra e madre.
La prima esperienza di Chiesa
39. La missione dell'educazione esige che i
genitori cristiani propongano ai figli tutti quei contenuti che sono necessari
per la graduale maturazione della loro responsabilità da un punto di vista
cristiano ed ecclesiale. Riprenderanno allora le linee educative sopra
ricordate, con la cura di mostrare ai figli a quale profondità di significati
la fede e la carità di Gesù Cristo sanno condurre. Inoltre la consapevolezza
che il Signore affida loro la crescita di un figlio di Dio, di un fratello di
Cristo, di un tempio dello Spirito Santo, di un membro della Chiesa, sorreggerà
i genitori cristiani nel loro compito di rafforzare nell'anima dei figli il
dono della grazia divina.
Il Concilio Vaticano II così precisa il
contenuto dell'educazione cristiana: «Essa non comporta solo la maturità
propria dell'umana persona... ma tende soprattutto a far sì che i battezzati,
iniziati gradualmente alla conoscenza del mistero della salvezza, prendano
sempre maggiore coscienza del dono della fede, che hanno ricevuto: imparino ad
adorare Dio in spirito e verità (cfr. Gv 4,23), specialmente attraverso
l'azione liturgica, si preparino a vivere la propria vita secondo l'uomo nuovo
della giustizia e nella santità della verità (Ef 4,22-24), così raggiungano
l'uomo perfetto, la statura della pienezza di Cristo (cfr. Ef 4,13) e diano il
loro apporto all'aumento del corpo mistico. Essi inoltre, consapevoli della
loro vocazione, devono addestrarsi sia a testimoniare quella speranza che è in
loro (cfr. 1Pt 3,14), sia a promuovere la elevazione in senso cristiano del
mondo» («Gravissimum Educationis», 2).
Anche il Sinodo, riprendendo e sviluppando
le linee conciliari, ha presentato la missione educativa della famiglia
cristiana come un vero ministero, per mezzo del quale viene trasmesso e
irradiato il Vangelo, al punto che la stessa vita di famiglia diventa
itinerario di fede e in qualche modo iniziazione cristiana e scuola della
sequela di Cristo. Nella famiglia cosciente di tale dono, come ha scritto Paolo
VI, «tutti i membri evangelizzano e sono evangelizzati» («Evangelii Nuntiandi»,
71).
In forza del mistero dell'educazione i
genitori mediante la testimonianza della vita, sono i primi araldi del Vangelo
presso i figli. Di più, pregando con i figli, dedicandosi con essi alla lettura
della Parola di Dio ed inserendoli nell'intimo del Corpo - eucaristico ed
ecclesiale - di Cristo mediante l'iniziazione cristiana, diventano pienamente
genitori generatori cioè non solo della vita carnale, ma anche di quella che,
mediante la rinnovazione dello Spirito, scaturisce dalla Croce e risurrezione
di Cristo.
Perché i genitori cristiani possano compiere
degnamente il loro ministero educativo, i Padri Sinodali hanno auspicato che
sia preparato un adeguato testo di catechismo per le famiglie, chiaro, breve e
tale da poter essere facilmente assimilato da tutti. Le conferenze episcopali
sono state caldamente invitate ad impegnarsi per la realizzazione di questo
catechismo.
Rapporti con altre forze educative
40. La famiglia è la prima, ma non l'unica
ed esclusiva comunità educante: la stessa dimensione comunitaria, civile ed
ecclesiale, dell'uomo esige e conduce ad un'opera più ampia ed articolata, che
sia il frutto della collaborazione ordinata delle diverse forze educative.
Queste forze sono tutte necessarie, anche se ciascuna può e deve intervenire
con una sua competenza e con un suo contributo propri (cfr. «Gravissimum
Educationis», 3).
Il compito educativo della famiglia
cristiana ha perciò un posto assai importante nella pastorale organica: ciò
implica una nuova forma di collaborazione tra i genitori e le comunità
cristiane, tra i diversi gruppi educativi e i pastori. In questo senso il
rinnovamento della scuola cattolica deve riservare una speciale attenzione sia
ai genitori degli alunni sia alla formazione di una perfetta comunità educante.
Dev'essere assolutamente assicurato il
diritto dei genitori alla scelta di un'educazione conforme alla loro fede
religiosa.
Lo Stato e la Chiesa hanno l'obbligo di dare
alle famiglie tutti gli aiuti possibili, affinché possano adeguatamente
esercitare i loro compiti educativi. Per questo sia la Chiesa sia lo Stato
devono creare e promuovere quelle istituzioni ed attività, che le famiglie giustamente
richiedono: e l'aiuto dovrà essere proporzionato alle insufficienze delle
famiglie. Pertanto, tutti coloro che nella società sono alla guida delle scuole
non devono mai dimenticare che i genitori sono stati costituiti da Dio stesso
come primi e principali educatori dei figli, e che il loro diritto è del tutto
inalienabile.
Ma complementare al diritto, si pone il
grave dovere dei genitori di impegnarsi a fondo in un rapporto cordiale e
fattivo con gli insegnanti ed i dirigenti delle scuole.
Se nelle scuole si insegnano ideologie
contrarie alla fede cristiana, la famiglia insieme ad altre famiglie,
possibilmente mediante forme associative familiari, deve con tutte le forze e
con sapienza aiutare i giovani a non allontanarsi dalla fede. In questo caso la
famiglia ha bisogno di aiuti speciali da parte dei pastori d'anime, i quali non
dovranno dimenticare che i genitori hanno l'inviolabile diritto di affidare i
loro figli alla comunità ecclesiale.
Un servizio molteplice alla vita
41. Il fecondo amore coniugale si esprime in
un servizio alla vita dalle forme molteplici, delle quali la generazione e
l'educazione sono quelle più immediate, proprie ed insostituibili. In realtà,
ogni atto di vero amore verso l'uomo testimonia e perfeziona la fecondità
spirituale della famiglia perché è obbedienza al dinamismo interiore profondo
dell'amore come donazione di sé agli altri.
A questa prospettiva, per tutti ricca di
valore e di impegno, sapranno ispirarsi in particolare quei coniugi che fanno
l'esperienza della sterilità fisica.
Le famiglie cristiane che nella fede
riconoscono tutti gli uomini come figli del comune Padre dei cieli, verranno
generosamente incontro ai figli delle altre famiglie, sostenendoli ed amandoli
non come estranei, ma come membri dell'unica famiglia dei figli di Dio. I
genitori cristiani potranno così allargare il loro amore al di là dei vincoli
della carne e del sangue, alimentando i legami che si radicano nello spirito e
che si sviluppano nel servizio concreto ai figli di altre famiglie, spesso bisognosi
delle cose più necessarie.
Le famiglie cristiane sapranno vivere una
maggiore disponibilità verso l'adozione e l'affidamento di quei figli che sono
privati dei genitori o da essi abbandonati: mentre questi bambini, ritrovando
il valore affettivo di una famiglia, possono fare esperienza dell'amorevole e
provvida paternità di Dio, testimoniata dai genitori cristiani, e così crescere
con serenità e fiducia nella vita, la famiglia intera sarà arricchita dai
valori spirituali di una più ampia fraternità.
La fecondità delle famiglie deve conoscere
una sua incessante «creatività», frutto meraviglioso dello Spirito di Dio che
spalanca gli occhi del cuore per scoprire le nuove necessità e sofferenze della
nostra società, e che infonde coraggio per assumerle e darvi risposta. In
questo quadro si presenta alle famiglie un vastissimo campo d'azione: infatti,
ancor più preoccupante dell'abbandono dei bambini è oggi il fenomeno
dell'emarginazione sociale e culturale, che duramente colpisce anziani,
ammalati, handicappati, tossicodipendenti, ex carcerati, ecc.
In tal modo si dilata enormemente
l'orizzonte della paternità e della maternità delle famiglie cristiane: il loro
amore spiritualmente fecondo è sfidato da queste e da tante altre urgenze del
nostro tempo. Con le famiglie e per mezzo loro, il Signore Gesù continua ad
avere «compassione» delle folle.
III. La partecipazione allo sviluppo
della società
La famiglia prima e vitale cellula
della società
42. «Poiché il Creatore di tutte le cose ha
costituito il matrimonio quale principio e fondamento dell'umana società», la
famiglia e divenuta la «prima e vitale cellula della società» («Apostolicam
Actuositatem», 11).
La famiglia possiede vincoli vitali e
organici con la società, perché ne costituisce il fondamento e l'alimento
continuo mediante il suo compito di servizio alla vita: dalla famiglia infatti
nascono i cittadini e nella famiglia essi trovano la prima scuola di quelle
virtù sociali, che sono l'anima della vita e dello sviluppo della società
stessa.
Così in forza della sua natura e vocazione,
lungi dal rinchiudersi in se stessa, la famiglia si apre alle altre famiglie e
alla società, assumendo il suo compito sociale.
La vita familiare come esperienza di
comunione e di partecipazione
43. La stessa esperienza di comunione e di
partecipazione, che deve caratterizzare la vita quotidiana della famiglia,
rappresenta il suo primo e fondamentale contributo alla società.
Le relazioni tra i membri della comunità
familiare sono ispirate e guidate dalla legge della «gratuità» che, rispettando
e favorendo in tutti e in ciascuno la dignità personale come unico titolo di
valore, diventa accoglienza cordiale, incontro e dialogo, disponibilità
disinteressata, servizio generoso, solidarietà profonda.
Così la promozione di un'autentica e matura
comunione di persone nella famiglia diventa prima e insostituibile scuola di
socialità, esempio e stimolo per i più ampi rapporti comunitari all'insegna del
rispetto, della giustizia, del dialogo, dell'amore.
In tal modo, come hanno ricordato i Padri
Sinodali, la famiglia costituisce il luogo nativo e lo strumento più efficace
di umanizzazione e di personalizzazione della società: essa collabora in un
modo originale e profondo alla costruzione del mondo, rendendo possibile una
vita propriamente umana, in particolare custodendo e trasmettendo le virtù e i
«valori». Come scrive il Concilio Vaticano II, nella famiglia «le diverse
generazioni si incontrano e si aiutano vicendevolmente a raggiungere una
saggezza umana più completa e a comporre i diritti delle persone con le altre
esigenze della vita sociale («Gaudium et Spes», 52)
Di conseguenza, di fronte ad una società che
rischia di essere sempre più spersonalizzata e massificata, e quindi disumana e
disumanizzante, con le risultanze negative di tante forme di «evasione» - come
sono, ad esempio, l'alcoolismo, la droga e lo stesso terrorismo -, la famiglia
possiede e sprigiona ancora oggi energie formidabili capaci di strappare l'uomo
dall'anonimato, di mantenerlo cosciente della sua dignità personale, di
arricchirlo di profonda umanità e di inserirlo, attivamente con la sua unicità
e irripetibilità nel tessuto della società.
Compito sociale e politico
44. Il compito sociale della famiglia non
può certo fermarsi all'opera procreativa ed educativa, anche se trova in essa
la sua prima ed insostituibile forma di espressione.
Le famiglie, sia singole che associate,
possono e devono pertanto dedicarsi a molteplici opere di servizio sociale,
specialmente a vantaggio dei poveri, e comunque di tutte quelle persone e
situazioni che l'organizzazione previdenziale ed assistenziale delle pubbliche
autorità non riesce a raggiungere.
Il contributo sociale della famiglia ha una
sua originalità, che domanda di essere meglio conosciuta e più decisamente
favorita, soprattutto man mano che i figli crescono, coinvolgendo di fatto il
più possibile tutti i membri (cfr. «Apostolicam Actuositatem», 11).
In particolare è da rilevare l'importanza
sempre più grande che nella nostra società assume l'ospitalità, in tutte le sue
forme, dall'aprire la porta della propria casa e ancor più del proprio cuore
alle richieste dei fratelli, all'impegno concreto di assicurare ad ogni
famiglia la sua casa, come ambiente naturale che la conserva e la fa crescere.
Soprattutto la famiglia cristiana è chiamata ad ascoltare la raccomandazione
dell'apostolo: «Siate... premurosi nell'ospitalità» (Rm 12,13), e quindi ad
attuare, imitando l'esempio e condividendo la carità di Cristo, l'accoglienza
del fratello bisognoso: «Chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca
ad uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non
perderà la sua ricompensa» (Mt 10,42).
Il compito sociale delle famiglie è chiamato
ad esprimersi anche in forma di intervento politico: le famiglie, cioè, devono
per prime adoperarsi affinché le leggi e le istituzioni dello Stato non solo
non offendano, ma sostengano e difendano positivamente i diritti e i doveri
della famiglia. In tal senso le famiglie devono crescere nella coscienza di
essere «protagoniste» della cosiddetta «politica familiare» ed assumersi la
responsabilità di trasformare la società: diversamente le famiglie saranno le
prime vittime di quei mali, che si sono limitate ad osservare con indifferenza.
L'appello del Concilio Vaticano II a superare l'etica individualistica ha
perciò valore anche per la famiglia come tale (cfr. «Gaudium et Spes», 30).
La società al servizio della famiglia
45. L'intima connessione tra la famiglia e
la società, come esige l'apertura e la partecipazione della famiglia alla
società e al suo sviluppo, così impone che la società non venga mai meno al suo
fondamentale compito di rispettare e di promuovere la famiglia stessa.
Certamente la famiglia e la società hanno
una funzione complementare nella difesa e nella promozione del bene di tutti
gli uomini e di ogni uomo. Ma la società, e più specificamente lo Stato, devono
riconoscere che la famiglia è «una società che gode di un diritto proprio e
primordiale» («Dignitatis Humanae», 5), e quindi nelle loro relazioni con la famiglia
sono gravemente obbligati ad attenersi al principio di sussidiarietà.
In forza di tale principio lo Stato non può
né deve sottrarre alle famiglie quei compiti che esse possono ugualmente
svolgere bene da sole o liberamente associate, ma positivamente favorire e
sollecitare al massimo l'iniziativa responsabile delle famiglie. Convinte che
il bene della famiglia costituisce un valore indispensabile e irrinunciabile
della comunità civile, le autorità pubbliche devono fare il possibile per
assicurare alle famiglie tutti quegli aiuti - economici, sociali, educativi,
politici, culturali - di cui hanno bisogno per far fronte in modo umano a tutte
le loro responsabilità.
La carta dei diritti della famiglia
46. L'ideale di una reciproca azione di
sostegno e di sviluppo tra la famiglia e la società si scontra spesso, e in
termini assai gravi, con la realtà di una loro separazione, anzi di una loro
contrapposizione.
In effetti, come ha continuamente denunciato
il Sinodo, la situazione che tantissime famiglie di diversi Paesi incontrano è
molto problematica, se non addirittura decisamente negativa: istituzioni e
leggi misconoscono ingiustamente i diritti inviolabili della famiglia e della
stessa persona umana, e la società, lungi dal porsi al servizio della famiglia,
la aggredisce con violenza nei suoi valori e nelle sue esigenze fondamentali. E
così la famiglia che, secondo il disegno di Dio, è cellula base della società,
soggetto di diritti e doveri prima dello Stato e di qualunque altra comunità,
si trova ad essere vittima della società, dei ritardi e delle lentezze dei suoi
interventi e ancor più delle sue palesi ingiustizie.
Per questo la Chiesa difende apertamente e
fortemente i diritti della famiglia dalle intollerabili usurpazioni della
società e dello Stato. In particolare, i Padri Sinodali hanno ricordato, tra
gli altri, i seguenti diritti della famiglia:
La
Santa Sede, accogliendo l'esplicita richiesta del Sinodo, avrà cura di
approfondire tali suggerimenti, elaborando una «carta dei diritti della
famiglia» da proporre agli ambienti e alle Autorità interessate.
Grazia e responsabilità della famiglia cristiana
47.
Il compito sociale proprio di ogni famiglia compete, ad un titolo nuovo ed
originale alla famiglia cristiana, fondata sul sacramento del matrimonio.
Assumendo la realtà umana dell'amore coniugale in tutte le implicazioni, il
sacramento abilita e impegna i coniugi e i genitori cristiani a vivere la loro
vocazione di laici, e pertanto a «cercare il regno di Dio trattando le cose
temporali e ordinandole secondo Dio» («Lumen Gentium», 31).
Il
compito sociale e politico rientra in quella missione regale o di servizio,
alla quale gli sposi cristiani partecipano in forza del sacramento del
matrimonio, ricevendo ad un tempo un comandamento al quale non possono
sottrarsi ed una grazia che li sostiene e li stimola.
In
tal modo la famiglia cristiana è chiamata ad offrire a tutti la testimonianza
di una dedizione generosa e disinteressata ai problemi sociali, mediante la
«scelta preferenziale» dei poveri e degli emarginati. Perciò essa, progredendo
nella sequela del Signore mediante una speciale dilezione verso tutti i poveri,
deve avere a cuore specialmente gli affamati, gli indigenti, gli anziani, gli
ammalati, i drogati, i senza famiglia.
Per un nuovo ordine internazionale
48.
Di fronte alla dimensione mondiale che oggi caratterizza i vari problemi
sociali, la famiglia vede allargarsi in modo del tutto nuovo il suo compito
verso lo sviluppo della società: si tratta di cooperare anche ad un nuovo
ordine internazionale, perché solo nella solidarietà mondiale si possono
affrontare e risolvere gli enormi e drammatici problemi della giustizia nel
mondo, della libertà dei popoli, della pace dell'umanità.
La
comunione spirituale delle famiglie cristiane, radicate nella fede e speranza
comuni e vivificate dalla carità, costituisce un'interiore energia che origina,
diffonde e sviluppa giustizia, riconciliazione, fraternità e pace tra gli
uomini. In quanto «piccola Chiesa», la famiglia cristiana è chiamata, a
somiglianza della «grande Chiesa», ad essere segno di unità per il mondo e ad
esercitare in tal modo il suo ruolo profetico testimoniando il Regno e la pace
di Cristo, verso cui il mondo intero è in cammino.
Le
famiglie cristiane potranno far questo sia mediante la loro opera educativa,
offrendo cioè ai figli un modello di vita fondato sui valori della verità,
della libertà, della giustizia e dell'amore, sia con un attivo e responsabile
impegno per la crescita autenticamente umana della società e delle sue
istituzioni, sia col sostenere in vario modo le associazioni specificamente
dedicate ai problemi dell'ordine internazionale.
IV.
La partecipazione alla vita e alla missione della Chiesa
La famiglia nel mistero della Chiesa
49.
Tra i compiti fondamentali della famiglia cristiana si pone il compito
ecclesiale: essa, cioè, è posta al servizio dell'edificazione del Regno di Dio
nella storia, mediante la partecipazione alla vita e alla missione della
Chiesa.
Per
meglio comprendere i fondamenti, i contenuti e le caratteristiche di tale
partecipazione, occorre approfondire i molteplici e profondi vincoli che legano
tra loro la Chiesa e la famiglia cristiana, e costituiscono quest'ultima come
«una Chiesa in miniatura» (Ecclesia domestica) (cfr. «Lumen Gentium», 11;
«Apostolicam Actuositatem», 11; Giovanni Paolo PP II, Omelia per l'apertura del
VI Sinodo dei Vescovi, 3 [26 Settembre 1980]: AAS 72 [1980] 1008), facendo sì
che questa, a suo modo, sia viva immagine e storica ripresentazione del mistero
stesso della Chiesa.
E'
anzitutto la Chiesa Madre che genera, educa, edifica la famiglia cristiana,
mettendo in opera nei suoi riguardi la missione di salvezza che ha ricevuto dal
suo Signore. Con l'annuncio della Parola di Dio, la Chiesa rivela alla famiglia
cristiana la sua vera identità, ciò che essa è e deve essere secondo il disegno
del Signore; con la celebrazione dei sacramenti, la Chiesa arricchisce e corrobora
la famiglia cristiana con la grazia di Cristo in ordine alla sua santificazione
per la gloria del Padre; con la rinnovata proclamazione del comandamento nuovo
della carità, la Chiesa anima e guida la famiglia cristiana al servizio
dell'amore, affinché imiti e riviva lo stesso amore di donazione e di
sacrificio, che il Signore Gesù nutre per l'umanità intera.
A
sua volta la famiglia cristiana è inserita a tal punto nel mistero della Chiesa
da diventare partecipe, a suo modo, della missione di salvezza propria di
questa: i coniugi e i genitori cristiani, in virtù del sacramento, «hanno nel
loro stato di vita e nella loro funzione, il proprio dono in mezzo al Popolo di
Dio» («Lumen Gentium», 11). Perciò non solo «ricevono» l'amore di Cristo
diventando comunità «salvata», ma sono anche chiamati a «trasmettere» ai
fratelli il medesimo amore di Cristo, diventando così comunità «salvante». In
tal modo, mentre è frutto e segno della fecondità soprannaturale della Chiesa,
la famiglia cristiana è resa simbolo, testimonianza, partecipazione della
maternità della Chiesa (cfr. ibid. 41).
Un compito ecclesiale proprio e originale
50.
La famiglia cristiana è chiamata a prendere parte viva e responsabile alla
missione della Chiesa in modo proprio e originale, ponendo cioè al servizio
della Chiesa e della società se stessa nel suo essere ed agire, in quanto
intima comunità di vita e di amore.
Se
la famiglia cristiana è comunità, i cui vincoli sono rinnovati da Cristo
mediante la fede e i sacramenti, la sua partecipazione alla missione della
Chiesa deve avvenire secondo una modalità comunitaria: insieme, dunque, i
coniugi in quanto coppia, i genitori e i figli in quanto famiglia, devono
vivere il loro servizio alla Chiesa e al mondo. Devono essere nella fede «un
cuore solo e un'anima sola» (cfr. At 4,32), mediante il comune spirito
apostolico che li anima e la collaborazione che li impegna nelle opere di
servizio alla comunità ecclesiale e civile.
La
famiglia cristiana, poi, edifica il Regno di Dio nella storia mediante quelle
stesse realtà quotidiane che riguardano e contraddistinguono la sua condizione
di vita; è allora nell'amore coniugale e familiare - vissuto nella sua
straordinaria ricchezza di valori ed esigenze di totalità, unicità, fedeltà e
fecondità (cfr. Paolo PP. VI «Humanae Vitae», 9) - che si esprime e si realizza
la partecipazione della famiglia cristiana alla missione profetica, sacerdotale
e regale di Gesù Cristo e della sua Chiesa: l'amore e la vita costituiscono
pertanto il nucleo della missione salvifica della famiglia cristiana nella
Chiesa e per la Chiesa.
Lo
ricorda il Concilio Vaticano II quando scrive: «La famiglia metterà con
generosità in comune con le altre famiglie le proprie ricchezze spirituali.
Perciò la famiglia cristiana che nasce dal matrimonio, come immagine e
partecipazione del patto di amore del Cristo e della Chiesa, renderà manifesta
a tutti la viva presenza del Salvatore del mondo e la genuina natura della
Chiesa, sia con l'amore, la fecondità generosa, l'unità e la fedeltà degli sposi
che con l'amorevole cooperazione di tutti i suoi membri» («Gaudium et Spes»,
48)
Posto
così il fondamento della partecipazione della famiglia cristiana alla missione
ecclesiale, è ora da illustrare il suo contenuto nel triplice e unitario
riferimento a Gesù Cristo Profeta, Sacerdote e Re, presentando perciò la
famiglia cristiana come 1) comunità credente ed evangelizzante, 2) comunità in
dialogo con Dio, 3) comunità al servizio dell'uomo.
1)
La famiglia cristiana comunità credente ed evangelizzante
La fede scoperta e ammirazione del disegno di Dio sulla famiglia
51.
Partecipe della vita e della missione della Chiesa, la quale sta in religioso
ascolto della Parola di Dio e la proclama con ferma fiducia (cfr. «Dei Verbum»,
1), la famiglia cristiana vive il suo compito profetico accogliendo e
annunciando la Parola di Dio: diventa così, ogni giorno di più, comunità
credente ed evangelizzante.
Anche
agli sposi e ai genitori cristiani è chiesta l'obbedienza della fede (cfr. Rm
16,26): sono chiamati ad accogliere la Parola del Signore, che ad essi rivela
la stupenda novità - la Buona Novella - della loro vita coniugale e familiare,
resa da Cristo santa e santificante. Infatti, soltanto nella fede essi possono
scoprire e ammirare in gioiosa gratitudine a quale dignità Dio abbia voluto
elevare il matrimonio e la famiglia, costituendoli segno e luogo dell'alleanza
d'amore tra Dio e gli uomini, tra Gesù Cristo e la Chiesa sua sposa.
Già
la stessa preparazione al matrimonio cristiano si qualifica come itinerario di
fede: si pone, infatti, come privilegiata occasione perché i fidanzati
riscoprano e approfondiscano la fede ricevuta col Battesimo e nutrita con
l'educazione cristiana. In tal modo riconoscono e liberamente accolgono la
vocazione a vivere la sequela di Cristo e il servizio del Regno di Dio nello
stato matrimoniale.
Il
momento fondamentale della fede degli sposi è dato dalla celebrazione del
sacramento del matrimonio, che nella sua profonda natura è la proclamazione,
nella Chiesa, della Buona Novella sull'amore coniugale: esso è Parola di Dio
che «rivela» e «compie» il progetto sapiente e amoroso che Dio ha sugli sposi,
introdotti nella misteriosa e reale partecipazione all'amore stesso di Dio per
l'umanità. Se in se stessa la celebrazione sacramentale del matrimonio è
proclamazione della Parola di Dio, in quanti sono a vario titolo protagonisti e
celebranti deve essere una «professione di fede» fatta entro e con la Chiesa,
comunità di credenti.
Questa
professione di fede richiede di essere prolungata nel corso della vita vissuta
degli sposi e della famiglia: Dio, infatti, che ha chiamato gli sposi «al»
matrimonio, continua a chiamarli «nel» matrimonio (cfr. Paolo PP. VI «Humanae
Vitae», 25). Dentro e attraverso i fatti, i problemi, le difficoltà, gli
avvenimenti dell'esistenza di tutti i giorni, Dio viene ad essi rivelando e
proponendo le «esigenze» concrete della loro partecipazione all'amore di Cristo
per la Chiesa in rapporto alla particolare situazione - familiare, sociale ed
ecclesiale - nella quale si trovano.
La
scoperta e l'obbedienza al disegno di Dio devono farsi «insieme» dalla comunità
coniugale e familiare, attraverso la stessa esperienza umana dell'amore vissuto
nello Spirito di Cristo tra gli sposi, tra i genitori e i figli.
Per
questo, come la grande Chiesa, così anche la piccola Chiesa domestica ha
bisogno di essere continuamente e intensamente evangelizzata: da qui il suo
dovere di educazione permanente nella fede.
Il ministero di evangelizzazione della famiglia cristiana
52.
Nella misura in cui la famiglia cristiana accoglie il Vangelo e matura nella
fede diventa comunità evangelizzante. Riascoltiamo Paolo VI: «La famiglia, come
la Chiesa, deve essere uno spazio in cui il Vangelo è trasmesso e da cui il
Vangelo si irradia. Dunque nell'intimo di una famiglia cosciente di questa
missione tutti i componenti evangelizzano e sono evangelizzati. I genitori non
soltanto comunicano ai figli il Vangelo, ma possono ricevere da loro lo stesso
Vangelo profondamente vissuto. E una simile famiglia diventa evangelizzatrice
di molte altre famiglie e dell'ambiente nel quale è inserita» («Evangelii
Nuntiandi», 71).
Come
ha ripetuto il Sinodo, riprendendo il mio appello lanciato a Puebla, la futura
evangelizzazione dipende in gran parte dalla Chiesa domestica (cfr. Discorso
alla III Assemblea Generale dei Vescovi dell'America Latina, IV, a [28 Gennaio
1979]: AAS 71 [1979] 204). Questa missione apostolica della famiglia è radicata
nel battesimo e riceve dalla grazia sacramentale del matrimonio una nuova forza
per trasmettere la fede. per santificare e trasformare l'attuale società
secondo il disegno di Dio.
La
famiglia cristiana, soprattutto oggi, ha una speciale vocazione ad essere
testimone dell'alleanza pasquale di Cristo, mediante la costante irradiazione
della gioia dell'amore e della sicurezza della speranza, della quale deve
rendere ragione: «La famiglia cristiana proclama ad alta voce e le virtù
presenti del Regno di Dio e la speranza della vita beata» («Lumen Gentium»,
35).
L'assoluta
necessità della catechesi familiare emerge con singolare forza in determinate
situazioni, che la Chiesa purtroppo registra in diversi luoghi: «Laddove una
legislazione antireligiosa pretende persino di impedire l'educazione alla fede,
laddove una diffusa miscredenza o un invadente secolarismo rendono praticamente
impossibile una vera crescita religiosa, questa che si potrebbe chiamare
"Chiesa domestica" resta l'unico ambiente, in cui fanciulli e giovani
possono ricevere una autentica catechesi» (Giovanni Paolo PP. II «Catechesi
Tradendae», 68).
Un servizio ecclesiale
53.
Il ministero di evangelizzazione dei genitori cristiani è originale e
insostituibile: assume le connotazioni tipiche della vita familiare, intessuta
come dovrebbe essere d'amore, di semplicità, di concretezza e di testimonianza
quotidiana (cfr. ibid. 36).
La
famiglia deve formare i figli alla vita, in modo che ciascuno adempia in
pienezza il suo compito secondo la vocazione ricevuta da Dio. Infatti, la
famiglia che è aperta ai valori trascendenti, che serve i fratelli nella gioia,
che adempie con generosa fedeltà i suoi compiti ed è consapevole della sua
quotidiana partecipazione al mistero della Croce gloriosa di Cristo, diventa il
primo e il miglior seminario della vocazione alla vita di consacrazione al
Regno di Dio.
Il ministero
di evangelizzazione e di catechesi dei genitori deve accompagnare la vita dei
figli anche negli anni della loro adolescenza e giovinezza, quando questi, come
spesso avviene, contestano o addirittura rifiutano la fede cristiana ricevuta
nei primi anni della loro vita. Come nella Chiesa l'opera di evangelizzazione
non va mai disgiunta dalla sofferenza dell'apostolo, così nella famiglia
cristiana i genitori devono affrontare con coraggio e con grande serenità
d'animo le difficoltà, che il loro ministero di evangelizzazione alcune volte
incontra negli stessi figli.
Non
si dovrà dimenticare che il servizio svolto dai coniugi e dai genitori
cristiani in favore del Vangelo è essenzialmente un servizio ecclesiale,
rientra cioè nel contesto dell'intera Chiesa quale comunità evangelizzata ed
evangelizzante. In quanto radicato e derivato dall'unica missione della Chiesa
ed in quanto ordinato all'edificazione dell'unico Corpo di Cristo (cfr. 1Cor
12,4ss; Ef 4,12s), il ministero di evangelizzazione e di catechesi della Chiesa
domestica deve restare in intima comunione e deve responsabilmente armonizzarsi
con tutti gli altri servizi di evangelizzazione e di catechesi, presenti e
operanti nella comunità ecclesiale, sia diocesana sia parrocchiale.
Predicare il Vangelo ad ogni creatura
54.
L'universalità senza frontiere è l'orizzonte proprio dell'evangelizzazione,
interiormente animata dallo slancio missionario: è infatti la risposta alla
esplicita ed inequivocabile consegna di Cristo: «Andate in tutto il mondo e
predicate il Vangelo ad ogni creatura» (Mc 16,15).
Anche
la fede e la missione evangelizzatrice della famiglia cristiana posseggono
questo respiro missionario cattolico. Il sacramento del matrimonio, che
riprende e ripropone il compito, radicato nel battesimo e nella cresima, di
difendere e diffondere la fede (cfr. «Lumen Gentium», 11), costituisce i
coniugi e i genitori cristiani testimoni di Cristo «fino agli estremi confini
della terra» (At 1,8), veri e propri «missionari» dell'amore e della vita.
Una
certa forma di attività missionaria può essere svolta già all'interno della
famiglia. Ciò avviene quando qualche componente di essa non ha la fede o non la
pratica con coerenza. In tale caso i congiunti devono offrirgli una
testimonianza vissuta della loro fede, che lo stimoli e lo sostenga nel cammino
verso la piena adesione a Cristo Salvatore (cfr. 1Pt 3,1s).
Animata
dallo spirito missionario già al proprio interno, la Chiesa domestica è
chiamata ad essere un segno luminoso della presenza di Cristo e del suo amore
anche per i «lontani», per le famiglie che non credono ancora e per le stesse
famiglie cristiane che non vivono più in coerenza con la fede ricevuta: è
chiamata «col suo esempio e con la sua testimonianza» a illuminare «quelli che
cercano la verità» (cfr. «Lumen Gentium», 35; «Apostolicam Actuositatem», 11).
Come
già agli albori del cristianesimo Aquila e Priscilla si presentavano come
coppia missionaria (cfr. At 18; Rm 16,3s), così oggi la Chiesa testimonia la
sua incessante novità e fioritura con la presenza di coniugi e di famiglie
cristiane che, almeno per un certo periodo di tempo, vanno nelle terre di
missione ad annunciare il Vangelo, servendo l'uomo con l'amore di Gesù Cristo.
Le
famiglie cristiane portano un particolare contributo alla causa missionaria
della Chiesa coltivando le vocazioni missionarie in mezzo ai loro figli e
figlie (cfr. «Ad Gentes», 39) e, più generalmente, con un'opera educativa che
fa «disporre i loro figli, fin dalla giovinezza, a riconoscere l'amore di Dio
verso tutti gli uomini» («Apostolicam Actuositatem», 30).
2)
La famiglia cristiana comunità in dialogo con Dio
Il santuario domestico della Chiesa
55.
L'annuncio del Vangelo e la sua accoglienza nella fede raggiungono la loro
pienezza nella celebrazione sacramentale. La Chiesa, comunità credente ed
evangelizzante, e anche popolo sacerdotale, rivestito cioè della dignità e
partecipe della potestà di Cristo Sacerdote Sommo della Nuova ed Eterna
Alleanza. (cfr. «Lumen Gentium», 10).
Anche
la famiglia cristiana è inserita nella Chiesa, popolo sacerdotale: mediante il
sacramento del matrimonio, nel quale è radicata e da cui trae alimento, essa
viene continuamente vivificata dal Signore Gesù, e da Lui chiamata e impegnata
al dialogo con Dio mediante la vita sacramentale, l'offerta della propria
esistenza e la preghiera.
E'
questo il compito sacerdotale che la famiglia cristiana può e deve esercitare
in intima comunione con tutta la Chiesa, attraverso le realtà quotidiane della
vita coniugale e familiare: in tal modo la famiglia cristiana è chiamata a
santificarsi ed a santificare la comunità ecclesiale e il mondo.
Il matrimonio sacramento di mutua santificazione e atto di culto
56.
Fonte propria e mezzo originale di santificazione per i coniugi e per la
famiglia cristiana è il sacramento del matrimonio, che riprende e specifica la
grazia santificante del battesimo. In virtù del mistero della morte e
risurrezione di Cristo, entro cui il matrimonio cristiano nuovamente inserisce,
l'amore coniugale viene purificato e santificato: «il Signore si è degnato di
sanare ed elevare questo amore con uno speciale dono di grazia e di carità»
(«Gaudium et Spes», 49).
Il
dono di Gesù Cristo non si esaurisce nella celebrazione del sacramento del
matrimonio, ma accompagna i coniugi lungo tutta la loro esistenza. Lo ricorda
esplicitamente il Concilio Vaticano II, quando dice che Gesù Cristo «rimane con
loro perché, come Egli stesso ha amato la Chiesa e si è dato per lei, così
anche i coniugi possano amarsi l'un l'altro fedelmente, per sempre, con mutua dedizione...
Per questo motivo i coniugi cristiani sono corroborati e sono consacrati da uno
speciale sacramento per i doveri e la dignità del loro stato. Ed essi,
compiendo in forza di tale sacramento il loro dovere coniugale e familiare,
penetrati dallo Spirito di Cristo, per mezzo del quale tutta la loro vita è
pervasa di fede, speranza e carità, tendono a raggiungere sempre più la propria
perfezione e la mutua santificazione, e perciò partecipano alla glorificazione
di Dio («Gaudium et Spes», 48).
La
vocazione universale alla santità è rivolta anche ai coniugi e ai genitori
cristiani: viene per essi specificata dal sacramento celebrato e tradotta
concretamente nelle realtà proprie della esistenza coniugale e familiare
(«Lumen Gentium», 41). Nascono di qui la grazia e l'esigenza di una autentica e
profonda spiritualità coniugale e familiare, che si ispiri ai motivi della
creazione, dell'alleanza, della Croce, della risurrezione e del segno, sui
quali più volte si è soffermato il Sinodo.
Il
matrimonio cristiano, come tutti i sacramenti che «sono ordinati alla
santificazione degli uomini, alla edificazione del Corpo di Cristo, e, infine a
rendere culto a Dio» («Sacrosantum Concilium», 59), è in se stesso un atto
liturgico di glorificazione di Dio in Gesù Cristo e nella Chiesa: celebrandolo,
i coniugi cristiani professano la loro gratitudine a Dio per il sublime dono ad
essi elargito di poter rivivere nella loro esistenza coniugale e familiare
l'amore stesso di Dio per gli uomini e del Signore Gesù per la Chiesa sua
sposa.
E
come dal sacramento derivano ai coniugi il dono dell'obbligo di vivere
quotidianamente la santificazione ricevuta, così dallo stesso sacramento
discendono la grazia e l'impegno morale di trasformare tutta la loro vita in un
continuo «sacrificio spirituale» (cfr. 1Pt 2,5; «Lumen Gentium», 34). Anche
agli sposi e ai genitori cristiani, in particolare per quelle realtà terrene e
temporali che li caratterizzano, si applicano le parole del Concilio: «Così
anche i laici, in quanto adoratori dappertutto santamente operanti, consacrano
a Dio il mondo stesso» («Lumen Gentium», 34).
Matrimonio ed Eucaristia
57.
II compito di santificazione della famiglia cristiana ha la sua prima radice
nel battesimo e la sua massima espressione nell'Eucaristia, alla quale è
intimamente legato il matrimonio cristiano. Il Concilio Vaticano II ha voluto
richiamare la speciale relazione che esiste tra l'Eucaristia e il matrimonio,
chiedendo che questo «in via ordinaria si celebri nella Messa» («Sacrosantum
Concilum», 78): riscoprire e approfondire tale relazione è del tutto
necessario, se si vogliono comprendere e vivere con maggior intensità le grazie
e le responsabilità del matrimonio e della famiglia cristiana.
L'Eucaristia
è la fonte stessa del matrimonio cristiano. Il sacrificio eucaristico, infatti,
ripresenta l'alleanza di amore di Cristo con la Chiesa, in quanto sigillata con
il sangue della sua Croce (cfr. Gv 19,34). E' in questo sacrificio della Nuova
ed Eterna Alleanza che i coniugi cristiani trovano la radice dalla quale
scaturisce, è interiormente plasmata e continuamente vivificata la loro
alleanza coniugale. In quanto ripresentazione del sacrificio d'amore di Cristo
per la Chiesa, l'Eucaristia è sorgente di carità. E nel dono eucaristico della
carità la famiglia cristiana trova il fondamento e l'anima della sua
«comunione» e della sua «missione»: il Pane eucaristico fa dei diversi membri
della comunità familiare un unico corpo, rivelazione e partecipazione della più
ampia unità della Chiesa; la partecipazione poi al Corpo «dato» e al Sangue
«versato» di Cristo diventa inesauribile sorgente del dinamismo missionario ed
apostolico della famiglia cristiana.
Il Sacramento della conversione e della riconciliazione
58.
Parte essenziale e permanente del compito di santificazione della famiglia
cristiana è l'accoglienza dell'appello evangelico alla conversione rivolto a
tutti i cristiani, che non sempre rimangono fedeli alla «novità» di quel
battesimo, che li ha costituiti «santi». Anche la famiglia cristiana non è
sempre coerente con la legge della grazia e della santità battesimale,
proclamata nuovamente dal sacramento del matrimonio.
Il
pentimento e il perdono vicendevole in seno alla famiglia cristiana, che tanta
parte hanno nella vita quotidiana, trovano il momento sacramentale specifico
nella penitenza cristiana. A riguardo dei coniugi così scriveva Paolo VI
nell'enciclica «Humanae vitae»: «Se il peccato facesse ancora presa su di loro,
non si scoraggino, ma ricorrano con umile perseveranza alla misericordia di
Dio, che viene elargita con abbondanza nel sacramento della penitenza» (num.
25).
La
celebrazione di questo sacramento acquista un significato particolare per la
vita familiare: mentre nella fede scoprono come il peccato contraddice non solo
all'alleanza con Dio ma anche all'alleanza dei coniugi e alla comunione della
famiglia, gli sposi e tutti i membri della famiglia sono condotti all'incontro
con Dio «ricco di misericordia» (Ef 2,4), il quale, elargendo il suo amore che
è più potente del peccato (cfr. Giovanni Paolo PP: II «Dives in Misericordia»,
13), ricostruisce e perfeziona l'alleanza coniugale e la comunione familiare.
La preghiera familiare
59.
La Chiesa prega per la famiglia cristiana e la educa a vivere in generosa
coerenza con il dono e il compito sacerdotale, ricevuti da Cristo Sommo
Sacerdote. In realtà, il sacerdozio battesimale dei fedeli, vissuto nel
matrimonio-sacramento, costituisce per i coniugi e per la famiglia il
fondamento di una vocazione e di una missione sacerdotale, per la quale le loro
esistenze quotidiane si trasformano in «sacrifici spirituali graditi a Dio per
mezzo di Gesù Cristo» (cfr. 1Pt 2,5): è quanto avviene, non solo con la
celebrazione dell'Eucaristia e degli altri sacramenti e con l'offerta di se
stessi alla gloria di Dio, ma anche con la vita di preghiera, con il dialogo
orante col Padre per Gesù Cristo nello Spirito Santo.
La
preghiera familiare ha sue caratteristiche. E' una preghiera fatta in comune,
marito e moglie insieme, genitori e figli insieme. La comunione nella preghiera
è, ad un tempo, frutto ed esigenza di quella comunione che viene donata dai
sacramenti del battesimo e del matrimonio. Ai membri della famiglia cristiana
si possono applicare in modo particolare le parole con le quali il Signore Gesù
promette la sua presenza: «In verità vi dico ancora: se due di voi sopra la
terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei
cieli ve la concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono
in mezzo a loro» (Mt 18,19s).
Tale
preghiera ha come contenuto originale la stessa vita di famiglia, che in tutte
le sue diverse circostanze viene interpretata come vocazione di Dio e attuata
come risposta filiale al suo appello: gioie e dolori, speranze e tristezze,
nascite e compleanni, anniversari delle nozze dei genitori, partenze,
lontananze e ritorni, scelte importanti e decisive, la morte di persone care,
ecc. segnano l'intervento dell'amore di Dio nella storia della famiglia, così
come devono segnare il momento favorevole per il rendimento di grazie, per
l'implorazione, per l'abbandono fiducioso della famiglia al comune Padre che
sta nei cieli. La dignità, poi, e la responsabilità della famiglia cristiana
come Chiesa domestica possono essere vissute solo con l'aiuto incessante di
Dio, che immancabilmente sarà concesso, se sarà implorato con umiltà e fiducia
nella preghiera.
Educatori di preghiera
60.
In forza della loro dignità e missione, i genitori cristiani hanno il compito
specifico di educare i figli alla preghiera, di introdurli nella progressiva
scoperta del mistero di Dio e nel colloquio con lui: «Soprattutto nella
famiglia cristiana, arricchita della grazia e della missione del
matrimonio-sacramento, i figli fin dalla più tenera età devono imparare a
percepire il senso di Dio e a venerarlo e ad amare il prossimo secondo la fede
che hanno ricevuto nel battesimo» («Gravissimum Educationis», 5; cfr. Giovanni
Paolo PP. II «Catechesi Tradendae», 36).
Elemento
fondamentale e insostituibile dell'educazione alla preghiera è l'esempio
concreto, la testimonianza viva dei genitori: solo pregando insieme con i
figli, il padre e la madre, mentre portano a compimento il proprio sacerdozio
regale, scendono in profondità nel cuore dei figli, lasciando tracce che i
successivi eventi della vita non riusciranno a cancellare. Riascoltiamo
l'appello che Paolo VI ha rivolto ai genitori: «Mamme, le insegnate ai vostri
bambini le preghiere del cristiano? Li preparate, in consonanza con i
sacerdoti, i vostri figli ai sacramenti della prima età: confessione, comunione,
cresima? Li abituate, se ammalati, a pensare a Cristo sofferente? A invocare
l'aiuto della Madonna e dei santi? Lo dite il Rosario in famiglia? E voi, papà,
sapete pregare con i vostri figliuoli, con tutta la comunità domestica, almeno
qualche volta? L'esempio vostro, nella rettitudine del pensiero e dell'azione,
suffragato da qualche preghiera comune, vale una lezione di vita, vale un atto
di culto di singolare merito; portate così la pace nelle pareti domestiche:
"Pax huic domui!" Ricordate: così costruite la Chiesa!» (Discorso
all'Udienza generale [11 agosto 1976]: «Insegnamenti di Paolo VI», XIV [1976]
640).
Preghiera liturgica e privata
61.
Tra la preghiera della Chiesa e quella dei singoli fedeli vi è un profondo e
vitale rapporto, come ha chiaramente riaffermato il Concilio Vaticano II (cfr.
«Sacrosantum Concilium», 12). Ora una finalità importante della preghiera della
Chiesa domestica è di costituire, per i figli, la naturale introduzione alla
preghiera liturgica propria dell'intera Chiesa, nel senso sia di preparare ad
essa, sia di estenderla nell'ambito della vita personale, familiare e sociale.
Di qui la necessità di una progressiva partecipazione di tutti i membri della
famiglia cristiana all'Eucaristia, soprattutto domenicale e festiva, e agli
altri sacramenti, in particolare quelli dell'iniziazione cristiana dei figli.
Le direttive conciliari hanno aperto una nuova possibilità alla famiglia
cristiana, che è stata annoverata tra i gruppi ai quali si raccomanda la
celebrazione comunitaria dell'Ufficio divino (cfr. «Institutio Generalis de
Liturgia Horarum» 27). Così pure sarà cura della famiglia cristiana celebrare,
anche nella casa e in forma adatta ai suoi membri, i tempi e le festività
dell'anno liturgico.
Per
preparare e prolungare nella casa il culto celebrato nella Chiesa, la famiglia
cristiana ricorre alla preghiera privata, che presenta una grande varietà, di
forme: questa varietà mentre testimonia la straordinaria ricchezza secondo cui
lo Spirito anima la preghiera cristiana, viene incontro alle diverse esigenze e
situazioni di vita di chi si rivolge al Signore. Oltre alla preghiera del
mattino e della sera, sono espressamente da consigliare, seguendo anche le
indicazioni dei Padri Sinodali: la lettura e la meditazione della Parola di
Dio, la preparazione ai sacramenti, la devozione e consacrazione al Cuore di
Gesù, le varie forme di culto alla Vergine Santissima, la benedizione della
mensa, l'osservanza della pietà popolare.
Nel
rispetto della libertà dei figli di Dio, la Chiesa ha proposto e continua a
proporre ai fedeli alcune pratiche di pietà con una particolare sollecitudine
ed insistenza. Tra queste è da ricordare la recita del Rosario: «Vogliamo ora,
in continuità con i nostri predecessori, raccomandare vivamente la recita del santo
Rosario in famiglia... Non v'è dubbio che la Corona della beata Vergine Maria
sia da ritenere come una delle più eccellenti ed efficaci preghiere in comune,
che la famiglia cristiana è invitata a recitare. Noi amiamo, infatti, pensare e
vivamente auspichiamo che, quando l'incontro familiare diventa tempo di
preghiera. il Rosario ne sia espressione frequente e gradita» (Paolo PP. VI
«Marialis Cultus», 52-54). Così l'autentica devozione mariana, che si esprime
nel vincolo sincero e nella generosa sequela degli atteggiamenti spirituali
della Vergine Santissima, costituisce uno strumento privilegiato per alimentare
la comunione d'amore della famiglia e per sviluppare la spiritualità coniugale
e familiare. Lei, la Madre di Cristo e della Chiesa, è infatti in maniera
speciale anche la Madre delle famiglie cristiane delle Chiese domestiche.
Preghiera e vita
62.
Non si dovrà mai dimenticare che la preghiera è parte costitutiva essenziale
della vita cristiana, colta nella sua integralità e centralità, anzi appartiene
alla nostra stessa «umanità»: è «la prima espressione della verità interiore
dell'uomo, la prima condizione dell'autentica libertà dello spirito» (Giovanni
Paolo PP. II, Discorso al Santuario della Mentorella [29 Ottobre 1978]:
«Insegnamenti di Giovanni Paolo II, I [1978] 78 s.).
Per
questo la preghiera non rappresenta affatto un'evasione dall'impegno
quotidiano, ma costituisce la spinta più forte perché la famiglia cristiana
assuma ed assolva in pienezza tutte le sue responsabilità di cellula prima e fondamentale
della società umana. In tal senso, l'effettiva partecipazione alla vita e
missione della Chiesa nel mondo è proporzionale alla fedeltà e all'intensità
della preghiera con la quale la famiglia cristiana si unisce alla Vite feconda,
che è Cristo Signore (cfr. «Apostolicam Actuositatem», 4).
Dall'unione
vitale con Cristo, alimentata dalla liturgia, dall'offerta di sé e dalla
preghiera, deriva pure la fecondità della famiglia cristiana nel suo specifico
servizio di promozione umana, che di per se non può non portare alla
trasformazione del mondo (cfr. Giovanni Paolo PP. II, Discorso ai Vescovi della
XII Regione Pastorale degli Stati Uniti d'America [21 Settembre 1978]: ASS 70
[1978] 767).
3)
La famiglia cristiana comunità al servizio dell'uomo
Il comandamento nuovo dell'amore
63.
La Chiesa, popolo profetico-sacerdotale-regale, ha la missione di portare tutti
gli uomini ad accogliere nella fede la Parola di Dio, e celebrarla e
professarla nei sacramenti e nella preghiera, ed infine a manifestarla nella
concretezza della vita secondo il dono e il comandamento nuovo dell'amore.
La
vita cristiana trova la sua legge non in un codice scritto, ma nell'azione
personale dello Spirito Santo che anima e guida il cristiano, cioè nella «legge
dello Spirito che dà vita in Cristo Gesù» (Rm 8,2): «L'amore di Dio è stato
riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato»
(Ibid. 5,5).
Ciò
ha valore anche per la coppia e per la famiglia cristiana: loro guida e norma è
lo Spirito di Gesù, diffuso nei cuori con la celebrazione del sacramento del
matrimonio. In continuità col battesimo nell'acqua e nello Spirito il
matrimonio ripropone la legge evangelica dell'amore e col dono dello Spirito la
incide più a fondo nel cuore dei coniugi cristiani: il loro amore, purificato e
salvato, è frutto dello Spirito, che agisce nel cuore dei credenti, e si pone,
nello stesso tempo, come il comandamento fondamentale della vita morale
richiesta alla loro libertà responsabile.
La
famiglia cristiana viene così animata e guidata con la legge nuova dello
Spirito ed in intima comunione con la Chiesa, popolo regale, è chiamata a
vivere il suo «servizio» d'amore a Dio e ai fratelli. Come Cristo esercita la
sua potestà regale ponendosi al servizio degli uomini (Mc 10,45), così il
cristiano trova il senso autentico della sua partecipazione alla regalità del
suo Signore nel condividerne lo spirito e il comportamento di servizio nei
confronti dell'uomo: «Questa potestà Egli (Cristo) l'ha comunicata ai
discepoli, perché anch'essi siano costituiti nella libertà regale e con
l'abnegazione di sé e la vita santa vincano in se stessi il regno del peccato
(cfr. Rm 6,12), anzi, servendo a Cristo anche negli altri, con umiltà e
pazienza conducano i loro fratelli al Re, servire al quale è regnare. Il
Signore infatti desidera dilatare il suo regno anche per mezzo dei fedeli
laici, il regno cioè "della verità e della vita, il regno della santità e
della grazia, il regno della giustizia, dell'amore e della pace"; e in
questo regno anche le stesse creature saranno liberate dalla schiavitù della
corruzione per partecipare alla gloriosa libertà dei figli di Dio (cfr. Rm
8,21)» («Lumen Gentium», 36).
Scoprire in ogni fratello l'immagine di Dio
64.
Animata e sostenuta dal comandamento nuovo dell'amore, la famiglia cristiana
vive l'accoglienza, il rispetto, il servizio verso ogni uomo, considerato
sempre nella sua dignità di persona e di figlio di Dio.
Ciò
deve avvenire, anzitutto, all'interno e a favore della coppia e della famiglia,
mediante il quotidiano impegno a promuovere un'autentica comunità di persone,
fondata e alimentata dall'interiore comunione di amore. Ciò deve poi
svilupparsi entro la più vasta cerchia della comunità ecclesiale, entro cui la
famiglia cristiana è inserita: grazie alla carità della famiglia, la Chiesa può
e deve assumere una dimensione più domestica, cioè più familiare, adottando uno
stile più umano e fraterno di rapporti.
La
carità va oltre i propri fratelli di fede, perché «ogni uomo è mio fratello»;
in ciascuno, soprattutto se povero, debole, sofferente e ingiustamente
trattato, la carità sa scoprire il volto di Cristo e un fratello da amare e da
servire.
Perché
il servizio dell'uomo sia vissuto dalla famiglia secondo lo stile evangelico,
occorrerà attuare con premura quanto scrive il Concilio Vaticano II: «Affinché
tale esercizio di carità possa essere al di sopra di ogni sospetto e
manifestarsi tale, si consideri nel prossimo l'immagine di Dio secondo cui è
stato creato, e Cristo Signore al quale veramente è donato quanto si dà al
bisognoso» («Apostolicam Actuositatem», 8)
La
famiglia cristiana, mentre nella carità edifica la Chiesa, si pone al servizio
dell'uomo e del mondo, attuando veramente quella «promozione umana», il cui
contenuto è stato sintetizzato nel Messaggio del Sinodo alle famiglie: «Un
altro compito della famiglia è quello di formare gli uomini all'amore e di
praticare l'amore in ogni rapporto con gli altri, cosicché essa non si chiuda
in se stessa, bensì rimanga aperta alla comunità, essendo mossa dal senso della
giustizia e dalla sollecitudine verso gli altri, nonché dal dovere della
propria responsabilità verso la società intera» (Messaggio del VI Sinodo dei
Vescovi alle Famiglie cristiane nel mondo contemporaneo, 12 [24 Ottobre 1980]).
PARTE QUARTA
LA PASTORALE FAMILIARE: TEMPI, STRUTTURE, OPERATORI E
SITUAZIONI
I.
I tempi della pastorale familiare
La Chiesa accompagna la famiglia cristiana nel suo cammino
65.
Come ogni realtà vivente, anche la famiglia è chiamata a svilupparsi e a
crescere. Dopo la preparazione del fidanzamento e la celebrazione sacramentale
del matrimonio, la coppia inizia il cammino quotidiano verso la progressiva
attuazione dei valori e dei doveri del matrimonio stesso.
Alla
luce della fede e in virtù della speranza, anche la famiglia cristiana
partecipa, in comunione con la Chiesa, all'esperienza del pellegrinaggio
terreno verso la piena rivelazione e realizzazione del Regno di Dio.
Perciò
è da sottolineare una volta di più l'urgenza dell'intervento pastorale della
Chiesa a sostegno della famiglia. Bisogna fare ogni sforzo perché la pastorale
della famiglia si affermi e si sviluppi, dedicandosi a un settore veramente
prioritario, con la certezza che l'evangelizzazione, in futuro, dipende in gran
parte dalla Chiesa domestica (cfr. Giovanni Paolo PP. II, Discorso alla III
Assemblea Generale dei Vescovi dell'America Latina, IV, a [28 Gennaio 1979]:
AAS 71 [1979] 204).
La
sollecitudine pastorale della Chiesa non si limiterà soltanto alle famiglie
cristiane più vicine, ma, allargando i propri orizzonti sulla misura del Cuore
di Cristo, si mostrerà ancor più viva per l'insieme delle famiglie in genere, e
per quelle, in particolare, che si trovano in situazioni difficili o
irregolari. Per tutte la Chiesa avrà una parola di verità, di bontà, di
comprensione, di speranza, di viva partecipazione alle loro difficoltà a volte
drammatiche; a tutte offrirà il suo aiuto disinteressato affinché possano
avvicinarsi al modello di famiglia, che il Creatore ha voluto fin dal
«principio» e che Cristo ha rinnovato con la sua grazia redentrice.
L'azione
pastorale della Chiesa deve essere progressiva, anche nel senso che deve
seguire la famiglia, accompagnandola passo a passo nelle diverse tappe della
sua formazione e del suo sviluppo.
La preparazione
66.
Più che mai necessaria ai nostri giorni è la preparazione dei giovani al
matrimonio e alla vita familiare. In alcuni Paesi sono ancora le famiglie
stesse che, secondo antiche usanze, si riservano di trasmettere ai giovani i
valori riguardanti la vita matrimoniale e familiare, mediante una progressiva
opera di educazione o iniziazione. Ma i mutamenti sopravvenuti in seno a quasi
tutte le società moderne esigono che non solo la famiglia, ma anche la società
e la Chiesa siano impegnate nello sforzo di preparare adeguatamente i giovani
alle responsabilità del loro domani. Molti fenomeni negativi che oggi si
lamentano nella vita familiare derivano dal fatto che, nelle nuove situazioni,
i giovani non solo perdono di vista la giusta gerarchia dei valori, ma, non
possedendo più criteri sicuri di comportamento, non sanno come affrontare e
risolvere le nuove difficoltà. L'esperienza però insegna che i giovani ben
preparati alla vita familiare in genere riescono meglio degli altri.
Ciò
vale ancor più per il matrimonio cristiano, il cui influsso si estende sulla
santità di tanti uomini e donne. Per questo la Chiesa deve promuovere migliori
e più intensi programmi di preparazione al matrimonio, per eliminare, il più
possibile, le difficoltà in cui si dibattono tante coppie a ancor più per
favorire positivamente il sorgere e il maturare dei matrimoni riusciti.
La
preparazione al matrimonio va vista e attuata come un processo graduale e
continuo. Essa, infatti, comporta tre principali momenti: una preparazione
remota, una prossima e una immediata.
La
preparazione remota ha inizio fin dall'infanzia, in quella saggia pedagogia
familiare, orientata a condurre i fanciulli a scoprire se stessi come esseri
dotati di una ricca e complessa psicologia e di una personalità particolare con
le proprie forze e debolezze. E' il periodo in cui va istillata la stima per
ogni autentico valore umano, sia nei rapporti interpersonali, sia in quelli
sociali, con quel che ciò significa per la formazione del carattere, per il
dominio ed il retto uso delle proprie inclinazioni, per il modo di considerare
e incontrare le persone dell'altro sesso, e così via. E' richiesta, inoltre,
specialmente per i cristiani, una solida formazione spirituale e catechetica,
che sappia mostrare nel matrimonio una vera vocazione e missione, senza
escludere la possibilità del dono totale di sé a Dio nella vocazione alla vita
sacerdotale o religiosa.
Su
questa base in seguito si imposterà, a largo respiro, la preparazione prossima,
la quale - dall'età opportuna e con un'adeguata catechesi, come in un cammino
catecumenale - comporta una più specifica preparazione ai sacramenti, quasi una
loro riscoperta. Questa rinnovata catechesi di quanti si preparano al
matrimonio cristiano è del tutto necessaria, affinché il sacramento sia celebrato
e vissuto con le dovute disposizioni morali e spirituali. La formazione
religiosa dei giovani dovrà essere integrata, al momento conveniente e secondo
le varie esigenze concrete, da una preparazione alla vita a due che,
presentando il matrimonio come un rapporto interpersonale dell'uomo e della
donna da svilupparsi continuamente, stimoli ad approfondire i problemi della
sessualità coniugale e della paternità responsabile, con le conoscenze
medico-biologiche essenziali che vi sono connesse, ed avvii alla familiarità
con retti metodi di educazione dei figli, favorendo l'acquisizione degli
elementi di base per un'ordinata conduzione della famiglia (lavoro stabile,
sufficiente disponibilità finanziaria, saggia amministrazione, nozioni di
economia domestica, ecc.).
lnfine
non si dovrà tralasciare la preparazione all'apostolato familiare, alla
fraternità e collaborazione con le altre famiglie, all'inserimento attivo in
gruppi, associazioni, movimenti e iniziative che hanno per finalità il bene
umano e cristiano della famiglia.
La
preparazione immediata a celebrare il sacramento del matrimonio deve aver luogo
negli ultimi mesi e settimane che precedono le nozze quasi a dare un nuovo
significato, nuovo contenuto e forma nuova al cosiddetto esame prematrimoniale
richiesto dal diritto canonico. Sempre necessaria in ogni caso, tale
preparazione si impone con maggiore urgenza per quei fidanzati che ancora
presentassero carenze e difficoltà nella dottrina e nella pratica cristiana.
Tra
gli elementi da comunicare in questo cammino di fede, analogo al catecumenato,
ci deve essere anche una conoscenza approfondita del mistero di Cristo e della
Chiesa, dei significati di grazia e di responsabilità del matrimonio cristiano,
nonché la preparazione a prendere parte attiva e consapevole ai riti della
liturgia nuziale.
Alle
diverse fasi della preparazione al matrimonio - che abbiamo descritto solo a
grandi linee indicative - devono sentirsi impegnate la famiglia cristiana e
tutta la comunità ecclesiale. E' auspicabile che le conferenze episcopali, come
sono interessate ad opportune iniziative per aiutare i futuri sposi ad essere
più consapevoli della serietà della loro scelta e i pastori d'anime ad
accertarsi delle loro convenienti disposizioni, così curino che sia emanato un Direttorio
per la pastorale della famiglia. In esso si dovranno stabilire, anzitutto, gli
elementi minimi di contenuto, di durata e di metodo dei «Corsi di
preparazione», equilibrando fra loro i diversi aspetti - dottrinali,
pedagogici, legali e medici - che interessano il matrimonio, e strutturandoli
in modo che quanti si preparano al matrimonio, al di là di un approfondimento
intellettuale, si sentano spinti ad inserirsi vitalmente nella comunità
ecclesiale.
Benché
il carattere di necessità e di obbligatorietà della preparazione immediata al
matrimonio non sia da sottovalutare - ciò che succederebbe qualora se ne
concedesse facilmente la dispensa - tuttavia, tale preparazione, deve essere
sempre proposta e attuata in modo che la sua eventuale omissione non sia di
impedimento per la celebrazione delle nozze.
La celebrazione
67.
Il matrimonio cristiano richiede di norma una celebrazione liturgica, che
esprima in forma sociale e comunitaria la natura essenzialmente ecclesiale e
sacramentale del patto coniugale fra i battezzati.
In
quanto gesto sacramentale di santificazione, la celebrazione del matrimonio -
inserita nella liturgia, culmine di tutta l'azione della Chiesa e fonte della
sua forza santificatrice (cfr. «Sacrosantum Concilium» 10) - deve essere per sé
valida, degna e fruttuosa. Si apre qui un vasto campo alla sollecitudine
pastorale, affinché siano pienamente assolte le esigenze derivanti dalla natura
del patto coniugale elevato a sacramento, e sia altresì fedelmente osservata la
disciplina della Chiesa per quanto riguarda il libero consenso, gli
impedimenti, la forma canonica e il rito stesso della celebrazione.
Quest'ultimo dev'essere semplice e dignitoso, secondo le norme delle competenti
autorità della Chiesa, alle quali spetta pure - secondo le concrete circostanze
di tempo e di luogo e in conformità con le norme impartite dalla Sede
Apostolica (cfr. «Ordo celebrandi Matrimonium», 17) - di assumere eventualmente
nella celebrazione liturgica quegli elementi propri di ciascuna cultura, che
meglio valgono ad esprimere il profondo significato umano e religioso del patto
coniugale purché nulla contengano di meno confacente con la fede e la morale
cristiana.
In
quanto segno, la celebrazione liturgica deve svolgersi in modo da costituire,
anche nella sua realtà esteriore, una proclamazione della Parola di Dio e una
professione di fede della comunità dei credenti. L'impegno pastorale si
esprimerà qui con la cura intelligente e diligente della «liturgia della
Parola» e con l'educazione alla fede dei partecipanti alla celebrazione e, in
primo luogo, dei nubendi.
In
quanto gesto sacramentale della Chiesa, la celebrazione liturgica del
matrimonio deve coinvolgere la comunità cristiana, con la partecipazione piena,
attiva e responsabile di tutti i presenti, secondo il posto e il compito di
ciascuno: gli sposi, il sacerdote, i testimoni, i parenti, gli amici, gli altri
fedeli, tutti membri di un'assemblea che manifesta e vive il mistero di Cristo
e della sua Chiesa.
Per
la celebrazione del matrimonio cristiano nell'ambito delle culture o tradizioni
ancestrali, si seguano i principi qui sopra enunziati.
Celebrazione del matrimonio ed evangelizzazione dei battezzati non
credenti
68.
Proprio perché nella celebrazione del sacramento una attenzione tutta speciale
va riservata alle disposizioni morali e spirituali dei nubendi, in particolare
alla loro fede, va qui affrontata una difficoltà non infrequente, nella quale
possono trovarsi i pastori della Chiesa nel contesto della nostra società
secolarizzata.
La
fede, infatti, di chi domanda alla Chiesa di sposarsi può esistere in gradi
diversi ed è dovere primario dei pastori di farla riscoprire, di nutrirla e di
renderla matura. Ma essi devono anche comprendere le ragioni che consigliano
alla Chiesa di ammettere alla celebrazione anche chi è imperfettamente
disposto.
Il
sacramento del matrimonio ha questo di specifico fra tutti gli altri: di essere
il sacramento di una realtà che già esiste nell'economia della creazione, di
essere lo stesso patto coniugale istituito dal Creatore «al principio». La
decisione dunque dell'uomo e della donna di sposarsi secondo questo progetto
divino, la decisione cioè di impegnare nel loro irrevocabile consenso coniugale
tutta la loro vita in un amore indissolubile ed in una fedeltà incondizionata,
implica realmente, anche se non in modo pienamente consapevole, un
atteggiamento di profonda obbedienza alla volontà di Dio, che non può darsi
senza la sua grazia. Essi sono già, pertanto, inseriti in un vero e proprio
cammino di salvezza, che la celebrazione del sacramento e l'immediata
preparazione alla medesima possono completare e portare a termine, data la
rettitudine della loro intenzione.
E'
vero, d'altra parte, che in alcuni territori motivi di carattere più sociale
che non autenticamente religioso spingono i fidanzati a chiedere di sposarsi in
chiesa. La cosa non desta meraviglia. Il matrimonio, infatti, non è un
avvenimento che riguarda solo chi si sposa. Esso è per sua stessa natura un
fatto anche sociale, che impegna gli sposi davanti alla società. E da sempre la
sua celebrazione è stata una festa, che unisce famiglie ed amici. Va da sé,
dunque, che motivi sociali entrino, assieme a quelli personali, nella richiesta
di sposarsi in chiesa.
Tuttavia,
non si deve dimenticare che questi fidanzati, in forza del loro battesimo, sono
realmente già inseriti nell'Alleanza sponsale di Cristo, con la Chiesa e che,
per la loro retta intenzione, hanno accolto il progetto di Dio sul matrimonio
e, quindi, almeno implicitamente, acconsentono a ciò che la Chiesa intende fare
quando celebra il matrimonio. E, dunque, il solo fatto che in questa richiesta
entrino anche motivi di carattere sociale non giustifica un eventuale rifiuto
da parte dei pastori. Del resto, come ha insegnato il Concilio Vaticano II, i
sacramenti con le parole e gli elementi rituali nutrono ed irrobustiscono la
fede (cfr. «Sacrosantum Concilium», 59): quella fede verso cui i fidanzati già
sono incamminati in forza della rettitudine della loro intenzione, che la
grazia di Cristo non manca certo di favorire e di sostenere.
Voler
stabilire ulteriori criteri di ammissione alla celebrazione ecclesiale del
matrimonio, che dovrebbero riguardare il grado di fede dei nubendi, comporta
oltre tutto gravi rischi. Quello, anzitutto, di pronunciare giudizi infondati e
discriminatori; il rischio, poi, di sollevare dubbi sulla validità di matrimoni
già celebrati, con grave danno per le comunità cristiane, e di nuove
ingiustificate inquietudini per la coscienza degli sposi; si cadrebbe nel
pericolo di contestare o di mettere in dubbio la sacramentalità di molti
matrimoni di fratelli separati dalla piena comunione con la Chiesa cattolica,
contraddicendo così la tradizione ecclesiale.
Quando,
al contrario, nonostante ogni tentativo fatto, i nubendi mostrano di rifiutare
in modo esplicito e formale ciò che la Chiesa intende compiere quando si
celebra il matrimonio dei battezzati, il pastore d'anime non può ammetterli
alla celebrazione. Anche se a malincuore, egli ha il dovere di prendere atto
della situazione e di far comprendere agli interessati che, stando così le
cose, non è la Chiesa ma sono essi stessi ad impedire quella celebrazione che
pure domandano.
Ancora
una volta appare in tutta la sua urgenza la necessità di una evangelizzazione e
catechesi pre e post-matrimoniale, messe in atto da tutta la comunità
cristiana, perché ogni uomo ed ogni donna che si sposano, celebrino il
sacramento del matrimonio non solo validamente ma anche fruttuosamente.
Pastorale post-matrimoniale
69.
La cura pastorale della famiglia regolarmente costituita significa, in
concreto, l'impegno di tutte le componenti della comunità ecclesiale locale
nell'aiutare la coppia a scoprire e a vivere la sua nuova vocazione e missione.
Perché la famiglia divenga sempre più una vera comunità di amore, è necessario
che tutti i suoi membri siano aiutati e formati alle loro responsabilità di
fronte ai nuovi problemi che si presentano, al servizio reciproco, alla
compartecipazione attiva alla vita di famiglia.
Ciò
vale soprattutto per le giovani famiglie, le quali, trovandosi in un contesto
di nuovi valori e di nuove responsabilità, sono più esposte, specialmente nei
primi anni di matrimonio, ad eventuali difficoltà, come quelle create
dall'adattamento alla vita in comune o dalla nascita di figli. I giovani coniugi
sappiano accogliere cordialmente e valorizzare intelligentemente l'aiuto
discreto, delicato e generoso di altre coppie, che già da tempo vanno facendo
l'esperienza del matrimonio e della famiglia. Così in seno alla comunità
ecclesiale - grande famiglia formata da famiglie cristiane - si attuerà un
mutuo scambio di presenza e di aiuto fra tutte le famiglie, ciascuna mettendo a
servizio delle altre la propria esperienza umana, come pure i doni di fede e di
grazia. Animato da vero spirito apostolico, questo aiuto da famiglia a famiglia
costituirà uno dei modi più semplici, più efficaci e alla portata di tutti per
trasfondere capillarmente quei valori cristiani, che sono il punto di partenza
e di arrivo di ogni cura pastorale. In tal modo le giovani famiglie non si
limiteranno solo a ricevere, ma a loro volta, così aiutate, diverranno fonte di
arricchimento per le altre famiglie, già da tempo costituite, con la loro
testimonianza di vita e il loro contributo fattivo.
Nell'azione
pastorale verso le giovani famiglie, poi, la Chiesa dovrà riservare una
specifica attenzione per educarle a vivere responsabilmente l'amore coniugale
in rapporto alle sue esigenze di comunione e di servizio alla vita, come pure a
conciliare l'intimità della vita di casa con la comune e generosa opera per
edificare la Chiesa e la società umana. Quando, con l'avvento dei figli, la
coppia diventa in senso pieno e specifico una famiglia, la Chiesa sarà ancora
vicina ai genitori perché accolgano i loro figli e li amino come dono ricevuto dal
Signore della vita, assumendo con gioia la fatica di servirli nella loro
crescita umana e cristiana.
II.
Strutture della pastorale familiare
L'azione
pastorale è sempre espressione dinamica della realtà della Chiesa, impegnata
nella sua missione di salvezza. Anche la pastorale familiare - forma
particolare e specifica della pastorale - ha come suo principio operativo e
come protagonista responsabile la Chiesa stessa, attraverso le sue strutture e
i suoi operatori.
La comunità ecclesiale e in particolare la parrocchia
70.
Comunità al tempo stesso salvata e salvante, la Chiesa deve essere qui
considerata nella sua duplice dimensione universale e particolare: questa si
esprime e si attua nella comunità diocesana, pastoralmente divisa in comunità
minori fra cui si distingue, per la sua peculiare importanza, la parrocchia.
La
comunione con la Chiesa universale non mortifica, ma garantisce e promuove la
consistenza e l'originalità delle diverse Chiese particolari; queste ultime
restano il soggetto operativo più immediato e più efficace per l'attuazione
della pastorale familiare. In tal senso ogni Chiesa locale e, in termini più
particolari, ogni comunità parrocchiale deve prendere più viva coscienza della
grazia e della responsabilità che riceve dal Signore in ordine a promuovere la
pastorale della famiglia. Ogni piano di pastorale organica, ad ogni livello,
non deve mai prescindere dal prendere in considerazione la pastorale della
famiglia.
Alla
luce di tale responsabilità va compresa anche l'importanza di un'adeguata
preparazione da parte di quanti verranno più specificamente impegnati in questo
genere di apostolato. I sacerdoti, i religiosi e le religiose, fin dal tempo
della loro formazione, vengano orientati e formati in maniera progressiva e
adeguata ai rispettivi compiti. Fra le altre iniziative mi compiaccio di
sottolineare la recente creazione in Roma, presso la Pontificia Università
Lateranense, di un Istituto Superiore consacrato allo studio dei problemi della
famiglia. Anche in alcune diocesi sono stati fondati Istituti di questo genere;
i Vescovi s'impegnino affinché il più gran numero possibile di sacerdoti, prima
di assumere responsabilità parrocchiali, vi frequentino corsi specializzati.
Altrove corsi di formazione vengono periodicamente tenuti presso Istituti
Superiori di studi teologici e pastorali. Tali iniziative vanno incoraggiate,
sostenute, moltiplicate ed aperte, ovviamente, anche ai laici che presteranno
la loro opera professionale (medica, legale, psicologica, sociale, educativa)
in aiuto della famiglia.
La famiglia
71.
Ma soprattutto dev'essere riconosciuto il posto singolare che, in questo campo,
spetta alla missione dei coniugi e delle famiglie cristiane, in forza della
grazia ricevuta nel sacramento. Tale missione dev'essere posta a servizio
dell'edificazione della Chiesa, della costruzione del Regno di Dio nella
storia. Ciò è richiesto come atto di docile obbedienza a Cristo Signore. Egli,
infatti, in forza del matrimonio dei battezzati elevato a sacramento,
conferisce agli sposi cristiani una peculiare missione di apostoli, inviandoli
come operai nella sua vigna, e, in modo tutto speciale, in questo campo della
famiglia.
In
questa attività essi operano in comunione e collaborazione con gli altri membri
della Chiesa, che pure s'impegnano a favore della famiglia, mettendo a frutto i
loro doni e ministeri. Tale apostolato si svolgerà anzitutto in seno alla
propria famiglia, con la testimonianza della vita vissuta in conformità della
legge divina in tutti i suoi aspetti, con la formazione cristiana dei figli,
con l'aiuto dato alla loro maturazione nella fede, con l'educazione alla
castità, con la preparazione alla vita, con la vigilanza per preservarli dai
pericoli ideologici e morali da cui spesso sono minacciati, col loro graduale e
responsabile inserimento nella comunità ecclesiale e in quella civile, con
l'assistenza e il consiglio nella scelta della vocazione, col mutuo aiuto tra i
membri della famiglia per la comune crescita umana e cristiana, e così via.
L'apostolato della famiglia, poi, si irradierà con opere di carità spirituale e
materiale verso le altre famiglie, specialmente quelle più bisognose di aiuto e
di sostegno, verso i poveri, i malati, gli anziani, gli handicappati, gli
orfani, le vedove, i coniugi abbandonati, le madri nubili e quelle che, in
situazioni difficili, sono tentate di disfarsi del frutto del loro seno, ecc.
Le associazioni di famiglie per le famiglie
72.
Sempre nell'ambito della Chiesa, soggetto responsabile della pastorale
familiare, sono da ricordare i diversi raggruppamenti di fedeli, nei quali si
manifesta e si vive in qualche misura il mistero della Chiesa di Cristo. Sono
perciò da riconoscere e valorizzare - ciascuna in rapporto alle
caratteristiche, finalità, incidenze e metodi propri - le diverse comunità ecclesiali,
i vari gruppi e i numerosi movimenti impegnati in vario modo, a diverso titolo
e a diverso livello, nella pastorale familiare.
Per
tale motivo il Sinodo ha espressamente riconosciuto l'utile apporto di tali
associazioni di spiritualità, di formazione e di apostolato. Sarà loro compito
suscitare nei fedeli un vivo senso di solidarietà, favorire una condotta di
vita ispirata al Vangelo e alla fede della Chiesa, formare le coscienze secondo
i valori cristiani e non sui parametri della pubblica opinione, stimolare alle
opere di carità vicendevole e verso gli altri con uno spirito di apertura, che
faccia delle famiglie cristiane una vera sorgente di luce e un sano fermento
per le altre.
Similmente
e desiderabile, che, con vivo senso del bene comune, le famiglie cristiane si
impegnino attivamente a ogni livello anche in altre associazioni non
ecclesiali. Alcune di tali associazioni si propongono la preservazione,
trasmissione e tutela dei sani valori etici e culturali dei rispettivi popoli,
lo sviluppo della persona umana, la protezione medica, giuridica e sociale
della maternità e dell'infanzia, la giusta promozione della donna e la lotta a
quanto mortifica la sua dignità, l'incremento della mutua solidarietà, la
conoscenza dei problemi connessi con la responsabile regolazione della
fecondità secondo i metodi naturali conformi alla dignità umana e alla dottrina
della Chiesa. Altre mirano alla costruzione di un mondo più giusto e più umano,
alla promozione di leggi giuste che favoriscano il retto ordine sociale nel
pieno rispetto della dignità e di ogni legittima libertà dell'individuo e della
famiglia, a livello sia nazionale sia internazionale, alla collaborazione con
la scuola e con le altre istituzioni, che completano l'educazione dei figli, e
così via
III.
Operatori della pastorale familiare
Oltre
che la famiglia - oggetto, ma anzitutto soggetto essa stessa della pastorale
familiare - vanno ricordati anche gli altri principali operatori in questo
particolare settore.
I vescovi ed i presbiteri
73.
Il primo responsabile della pastorale familiare nella diocesi è il vescovo.
Come Padre e Pastore egli dev'essere particolarmente sollecito di questo
settore, senza dubbio prioritario, della pastorale. Ad esso deve consacrare
interessamento, sollecitudine, tempo, personale, risorse; soprattutto, però,
appoggio personale alle famiglie ed a quanti, nelle diverse strutture
diocesane, lo aiutano nella pastorale della famiglia. Avrà particolarmente a
cuore il proposito di far sì che la propria diocesi sia sempre più una vera
«famiglia diocesana», modello e sorgente di speranza per tante famiglie che vi
appartengono. La creazione del Pontificio Consiglio per la Famiglia va vista in
questo contesto: essere un segno dell'importanza che attribuisco alla pastorale
della famiglia nel mondo, e al tempo stesso uno strumento efficace per aiutare
a promuoverla ad ogni livello.
I
vescovi si valgono in modo particolare dei presbiteri, il cui compito - come ha
espressamente sottolineato il Sinodo - costituisce parte essenziale del ministero
della Chiesa verso il matrimonio e la famiglia. Lo stesso si dica di quei
diaconi, ai quali eventualmente venga affidata la cura di questo settore
pastorale.
La
loro responsabilità si estende non solo ai problemi morali e liturgici, ma
anche a quelli di carattere personale e sociale. Essi devono sostenere la
famiglia nelle sue difficoltà e sofferenze, affiancandosi ai membri di essa,
aiutandoli a vedere la loro vita alla luce del Vangelo. Non è superfluo notare
che da tale missione, se esercitata col dovuto discernimento e con vero spirito
apostolico, il ministro della Chiesa attinge nuovi stimoli ed energie
spirituali anche per la propria vocazione e per l'esercizio stesso del
ministero.
Tempestivamente
e seriamente preparati a tale apostolato, il sacerdote o il diacono devono
comportarsi costantemente, nei riguardi delle famiglie, come padre, fratello,
pastore e maestro, aiutandole coi sussidi della grazia e illuminandole con la
luce della verità. Il loro insegnamento e i loro consigli, quindi, dovranno
essere sempre in piena consonanza col Magistero autentico della Chiesa, in modo
da aiutare il Popolo di Dio a formarsi un retto senso della fede da applicare,
poi, alla vita concreta. Tale fedeltà al Magistero consentirà pure ai sacerdoti
di curare con ogni impegno l'unità nei loro giudizi, per evitare ai fedeli
ansietà di coscienza.
Pastori
e laici partecipano, nella Chiesa, alla missione profetica di Cristo: i laici,
testimoniando la fede con le parole e con la vita cristiana; i pastori,
discernendo in tale testimonianza ciò che è espressione di fede genuina da ciò
che è meno rispondente alla luce della fede; la famiglia, in quanto comunità
cristiana, con la sua peculiare partecipazione e testimonianza di fede. Si
avvia così un dialogo anche tra i pastori e le famiglie. I teologi e gli
esperti di problemi familiari possono essere di grande aiuto a tale dialogo,
spiegando esattamente il contenuto del Magistero della Chiesa e quello
dell'esperienza della vita di famiglia. In tal modo l'insegnamento del Magistero
viene meglio compreso e si spiana la strada al suo progressivo sviluppo. Giova
tuttavia ricordare che la norma prossima e obbligatoria nella dottrina della
fede - anche circa i problemi della famiglia - compete al Magistero gerarchico.
Rapporti chiari tra i teologi, gli esperti di problemi familiari e il Magistero
giovano non poco alla retta intelligenza della fede ed a promuovere - entro i
confini di essa - il legittimo pluralismo.
Religiosi e Religiose
74.
Il contributo che i religiosi e le religiose, e le anime consacrate in genere,
possono dare all'apostolato della famiglia trova la sua prima, fondamentale e
originale espressione proprio nella loro consacrazione a Dio, che li rende
«davanti a tutti i fedeli... richiamo di quel mirabile connubio operato da Dio
e che si manifesterà pienamente nel secolo futuro, per cui la Chiesa ha Cristo
come unico suo sposo» («Perfectae Caritatis», 12), e testimoni di quella carità
universale che, per mezzo della castità abbracciata per il Regno dei cieli, li
rende sempre più disponibili per dedicarsi generosamente al servizio divino e
alle opere di apostolato.
Di
qui la possibilità che religiosi e religiose, membri di Istituti secolari e di
altri Istituti di perfezione, singolarmente o associati, sviluppino un loro
servizio alle famiglie, con particolare sollecitudine verso i bambini,
specialmente se abbandonati, indesiderati, orfani, poveri o handicappati;
visitando le famiglie e prendendosi cura dei malati; coltivando rapporti di
rispetto e di carità con famiglie incomplete, in difficoltà o disgregate;
offrendo la propria opera di insegnamento e di consulenza nella preparazione
dei giovani al matrimonio e nell'aiuto alle coppie per una procreazione
veramente responsabile; aprendo le proprie case all'ospitalità semplice e
cordiale, affinché le famiglie possano trovarvi il senso di Dio, il gusto della
preghiera e del raccoglimento, l'esempio concreto di una vita vissuta in carità
e letizia fraterna come membri della più grande famiglia di Dio.
Vorrei
aggiungere l'esortazione più pressante ai responsabili degli Istituti di vita
consacrata, a voler considerare - sempre nel sostanziale rispetto del carisma
proprio ed originario - l'apostolato rivolto alle famiglie come uno dei compiti
prioritari, resi più urgenti dall'odierno stato di cose.
Laici specializzati
75.
Non poco giovamento possono recare alle famiglie quei laici specializzati
(medici, uomini di legge, psicologi, assistenti sociali, consulenti, ecc.) che
sia individualmente sia impegnati in diverse associazioni e iniziative,
prestano la loro opera di illuminazione, di consiglio, di orientamento, di
sostegno. Ad essi possono bene applicarsi le esortazioni che ebbi occasione di
rivolgere alla Confederazione dei Consultori familiari di ispirazione
cristiana: «E' un impegno il vostro, che ben merita la qualifica di missione,
tanto nobili sono le finalità che persegue e tanto determinati, per il bene
della società e della stessa comunità cristiana, sono i risultati che ne
derivano... Tutto quello che riuscirete a fare a sostegno della famiglia è
destinato ad avere un'efficacia che, travalicando il suo ambito proprio,
raggiunge anche altre persone ed incide sulla società. Il futuro del mondo e
della Chiesa passa attraverso la famiglia» (num. 3-4 [29 Novembre 1980]: «Insegnamenti
di Giovanni Paolo II, III, 2 [1980] 1453).
Recettori e operatori della comunicazione sociale
76.
Una parola a parte è da riservare a questa categoria tanto importante nella
vita moderna. E' risaputo che gli strumenti della comunicazione sociale «incidono,
e spesso profondamente, sia sotto l'aspetto affettivo e intellettuale, sia
sotto l'aspetto morale e religioso, nell'ambito di quanti li usano»,
specialmente se giovani (Paolo PP. VI, Messaggio per la III Giornata Mondiale
delle Comunicazioni Sociali [7 Aprile 1969]: ASS 61 [1969] 455). Essi, perciò,
possono esercitare un benefico influsso sulla vita e sui costumi della famiglia
e sulla educazione dei figli, ma al tempo stesso nascondono anche «insidie e
pericoli non trascurabili» (Giovanni Paolo PP. II, Messaggio per la Giornata
Mondiale delle Comunicazioni Sociali 1980 [1· Maggio 1980]: «Insegnamenti di
Giovanni Paolo II» III, 1 [1980] 1042, e potrebbero diventare veicolo - a volte
abilmente e sistematicamente manovrato, come purtroppo accade in diversi Paesi
del mondo - di ideologie disgregatrici e di visioni deformate della vita, della
famiglia, della religione, della moralità, non rispettose della vera dignità e
del destino dell'uomo.
Pericolo
tanto più reale, in quanto «l'odierno modo di vivere - specialmente nelle
nazioni più industrializzate - porta assai spesso le famiglie a scaricarsi
delle loro responsabilità educative, trovando nella facilità di evasione
(rappresentata, in casa, specialmente dalla televisione e da certe
pubblicazioni), il modo di tenere occupati tempo ed attività dei bambini e dei
ragazzi» (Giovanni Paolo PP. II, Messaggio per la Giornata Mondiale delle
Comunicazioni Sociali 1981, 5 [10 Maggio 1980]: «L'Osservatore Romano», 22
Maggio 1981). Di qui «il dovere... di proteggere specialmente i bambini e
ragazzi dalle "aggressioni" che subiscono dai mass-media», procurando
che l'uso di questi in famiglia sia accuratamente regolato. Così pure dovrebbe
stare altrettanto a cuore alla famiglia cercare, per i propri figli, anche
altri diversivi più sani, più utili e formativi fisicamente, moralmente e
spiritualmente, «per potenziare e valorizzare il tempo libero dei ragazzi e
indirizzarne le energie» (Ibid).
Poiché,
poi, gli strumenti della comunicazione sociale - al pari della scuola e dell'ambiente
- incidono spesso anche in notevole misura sulla formazione dei figli, i
genitori, in quanto recettori, devono farsi parte attiva nell'uso moderato,
critico, vigile e prudente di essi, individuando quale influsso esercitano sui
figli, e nella mediazione orientativa che consenta «di educare la coscienza dei
figli ad esprimere giudizi sereni e oggettivi, che poi la guidano nella scelta
e nel rifiuto dei programmi proposti» (Paolo PP. VI, Messaggio per la III
Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali: ASS 61 [1969] 456).
Con
eguale impegno i genitori cercheranno di influire sulla scelta e preparazione
dei programmi stessi, mantenendosi in contatto - con opportune iniziative - con
i responsabili dei vari momenti della produzione e della trasmissione, per
assicurarsi che non siano abusivamente trascurati o espressamente conculcati
quei valori umani fondamentali che fanno parte del vero bene comune della
società, ma, al contrario, vengano diffusi programmi atti a presentare, nella
loro giusta luce, i problemi della famiglia e la loro adeguata soluzione. A tal
proposito il mio predecessore di venerabile memoria., Paolo VI, scriveva: «I
produttori devono conoscere e rispettare le esigenze della famiglia, e questo
suppone, a volte, in essi un vero coraggio, e sempre un alto senso di
responsabilità. Essi, infatti, sono tenuti ad evitare tutto ciò che può ledere
la famiglia nella sua esistenza, nella sua stabilità, nel suo equilibrio, nella
sua felicità. Ogni offesa ai valori fondamentali della famiglia - si tratti di
erotismo o di violenza, di apologia del divorzio o di atteggiamenti antisociali
dei giovani - è un'offesa al vero bene dell'uomo (Ibid.).
Ed
io stesso, in analoga occasione, facevo rilevare che le famiglie «devono poter
contare in non piccola misura sulla buona volontà, sulla rettitudine e sul
senso di responsabilità dei professionisti dei media: editori, scrittori,
produttori, direttori, drammaturghi, informatori, commentatori ed attori»
(Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali 1980:
«Insegnamenti di Giovanni Paolo II», III, 1 [1980] 1044). Perciò è doveroso che
anche da parte della Chiesa si continui a dedicare ogni cura a queste categorie
di operatori, incoraggiando e sostenendo, nello stesso tempo, quei cattolici che
vi si sentono chiamati e ne hanno le doti, ad impegnarsi in questi delicati
settori.
IV.
La pastorale familiare nei casi difficili
Circostanze particolari
77.
Un impegno pastorale ancor più generoso, intelligente e prudente, sull'esempio
del Buon Pastore, è richiesto nei confronti di quelle famiglie che - spesso
indipendentemente dalla propria volontà o premute da altre esigenze di diversa
natura - si trovano ad affrontare situazioni obiettivamente difficili.
A
questo proposito è necessario richiamare specialmente l'attenzione su alcune
categorie particolari, che maggiormente abbisognano non solo di assistenza, ma
di un'azione più incisiva sulla pubblica opinione e soprattutto sulle strutture
culturali, economiche e giuridiche, al fine di eliminare al massimo le cause
profonde dei loro disagi.
Tali
sono, ad esempio, le famiglie dei migranti per motivi di lavoro; le famiglie di
quanti sono costretti a lunghe assenze, quali, ad esempio, i militari, i
naviganti, gli itineranti d'ogni tipo; le famiglie dei carcerati, dei profughi
e degli esiliati; le famiglie che nelle grande città vivono praticamente
emarginate; quelle che non hanno casa; quelle incomplete o monoparentali; le
famiglie con i figli handicappati o drogati, le famiglie di alcoolizzati;
quelle sradicate dal loro ambiente culturale e sociale o in rischio di
perderlo; quelle discriminate per motivi politici o per altre ragioni; le
famiglie ideologicamente divise; quelle che non riescono ad avere facilmente un
contatto con la parrocchia; quelle che subiscono violenza o ingiusti
trattamenti a motivo della propria fede; quelle composte da coniugi minorenni;
gli anziani, non raramente costretti a vivere in solitudine e senza adeguati
mezzi di sussistenza.
Le
famiglie dei migranti, specialmente trattandosi di operai e di contadini,
devono poter trovare dappertutto, nella Chiesa, la loro patria. E' questo un
compito connaturale alla Chiesa, essendo segno di unità nella diversità. Per
quanto è possibile siano assistiti da sacerdoti del loro stesso rito, cultura e
idioma. Spetta pure alla Chiesa fare appello alla coscienza pubblica e a quanti
hanno autorità nella vita sociale, economica e politica, affinché gli operai
trovino lavoro nella propria regione e patria, siano retribuiti con giusto
salario, le famiglie vengano al più presto riunite, siano prese in
considerazione nella loro identità culturale, trattate al pari delle altre, ed
ai loro figli sia data l'opportunità della formazione professionale e
dell'esercizio della professione, come pure del possesso della terra necessaria
per lavorare e vivere.
Un
problema difficile è quello delle famiglie ideologicamente divise. In questi
casi si richiede una particolare cura pastorale. Anzitutto bisogna, con
discrezione, mantenere un contatto personale con tali famiglie. I credenti
devono essere fortificati nella fede e sostenuti nella vita cristiana. Anche se
la parte fedele al cattolicesimo non può cedere, tuttavia bisogna sempre
mantenere vivo il dialogo con l'altra parte. Devono essere moltiplicate le
manifestazioni di amore e di rispetto, nella ferma speranza di mantenere salda
l'unità. Molto dipende anche dai rapporti tra genitori e figli. Le ideologie
estranee alla fede possono, del resto, stimolare i membri credenti della
famiglia a crescere nella fede e nella testimonianza di amore.
Altri
momenti difficili, nei quali la famiglia ha bisogno dell'aiuto della comunità
ecclesiale e dei suoi pastori, possono essere: l'adolescenza irrequieta
contestatrice ed a volte tempestosa dei figli; il loro matrimonio, che li
stacca dalla famiglia di origine; l'incomprensione o la mancanza di amore da
parte delle persone più care; l'abbandono da parte del coniuge o la sua
perdita, che apre la dolorosa esperienza della vedovanza, della morte di un
familiare che mutila e trasforma in profondità il nucleo originario della
famiglia.
Similmente
non può essere trascurato dalla Chiesa il momento dell'età anziana, con tutti i
suoi contenuti positivi e negativi: di possibile approfondimento dell'amore
coniugale sempre più purificato e nobilitato dalla lunga e ininterrotta
fedeltà; di disponibilità a porre a servizio degli altri, in forma nuova, la
bontà e la saggezza accumulata e le energie rimaste; di pesante solitudine, più
spesso psicologica e affettiva che non fisica, per l'eventuale abbandono o per
una insufficiente attenzione da parte dei figli e dei parenti; di sofferenza
per la malattia, per il progressivo declino delle forze, per l'umiliazione di
dover dipendere da altri, per l'amarezza di sentirsi forse di peso ai propri
cari, per l'avvicinarsi degli ultimi momenti della vita. Sono queste le
occasioni nelle quali - come hanno insinuato i Padri Sinodali - più facilmente
si possono far comprendere e vivere quegli elevati aspetti della spiritualità
matrimoniale e familiare, che si ispirano al valore della Croce e risurrezione
di Cristo, fonte di santificazione e di profonda letizia nella vita quotidiana,
nella prospettiva delle grandi realtà escatologiche della vita terrena.
In
tutte queste diverse situazioni non sia mai trascurata la preghiera, sorgente
di luce e di forza ed alimento della speranza cristiana.
Matrimoni misti
78.
Il numero crescente dei matrimoni fra cattolici ed altri battezzati richiede
pure una peculiare attenzione pastorale alla luce degli orientamenti e delle
norme, contenute nei più recenti documenti della Santa Sede e in quelli
elaborati dalle Conferenze episcopali, per consentirne l'applicazione concreta
alle diverse situazioni.
Le
coppie che vivono in matrimonio misto presentano peculiari esigenze, le quali
possono ridursi a tre capi principali.
Vanno,
anzitutto, tenuti presenti gli obblighi della parte cattolica derivanti dalla
fede, per quanto concerne il libero esercizio di essa e il conseguente obbligo
di provvedere, secondo le proprie forze, a battezzare e ad educare i figli
nella fede cattolica (cfr. Paolo PP. VI, Motu Proprio «Matrimonia Mixta», 4-5:
ASS 62 [1970], 257ss; cfr. Giovanni Paolo PP. II, Discorso ai partecipanti alla
plenaria del Segretariato per l'unione dei cristiani [13 Novembre 1981]:
«L'Osservatore Romano» [14 Novembre 1981]).
Bisogna
tenere presenti le particolari difficoltà inerenti ai rapporti tra marito e
moglie, per quanto riguarda il rispetto della libertà religiosa: questa può
essere violata sia mediante pressioni indebite per ottenere il cambiamento
delle convinzioni religiose della comparte, sia mediante impedimenti frapposti
alla libera manifestazione di esse nella pratica religiosa.
Per
quanto riguarda la forma liturgica e canonica del matrimonio, gli Ordinari
possono largamente far uso delle loro facoltà per varie necessità.
Nel
trattare di queste speciali esigenze bisogna tener presenti i punti seguenti:
I
matrimoni fra cattolici ed altri battezzati presentano, pur nella loro
particolare fisionomia, numerosi elementi che è bene valorizzare e sviluppare,
sia per il loro intrinseco valore, sia per l'apporto che possono dare al
movimento ecumenico. Ciò è particolarmente vero quando ambedue i coniugi sono
fedeli ai loro impegni religiosi. Il comune battesimo e il dinamismo della
grazia forniscono agli sposi, in questi matrimoni, la base e la motivazione per
esprimere la loro unità nella sfera dei valori morali e spirituali.
A
tal fine, anche per mettere in evidenza l'importanza ecumenica di un tale
matrimonio misto, vissuto pienamente nella fede dei due coniugi cristiani, va
ricercata - anche se non sempre ciò si rivela facile - una cordiale collaborazione
tra il ministro cattolico e quello non cattolico, fin dal tempo della
preparazione al matrimonio e delle nozze.
Quanto
alla partecipazione del coniuge non cattolico alla comunione eucaristica, si
seguano le norme impartite dal Segretariato per l'unione dei cristiani (Istruz.
«In quibus rerum circumstantiis» [15 Giugno 1972], 518-525; Nota del 17 Ottobre
1973: ASS 64 [1973] 616-619).
In
varie parti del mondo si registra, oggi, un crescente numero di matrimoni fra
cattolici e non battezzati. In molti di essi il coniuge non battezzato professa
un'altra religione e le sue convinzioni devono essere trattate con rispetto,
secondo i principi della Dichiarazione «Nostra Aetate» del Concilio Ecumenico
Vaticano II circa le relazioni con le religioni non cristiane; ma in non pochi
altri, particolarmente nelle società secolarizzate, la persona non battezzata
non professa alcuna religione. Per questi matrimoni è necessario che le
Conferenze episcopali ed i singoli vescovi prendano misure pastorali adeguate,
dirette a garantire la difesa della fede del coniuge cattolico e la tutela del
libero esercizio di essa, soprattutto per quanto concerne il dovere di fare
quanto è in suo potere perché i figli siano battezzati ed educati
cattolicamente. Il coniuge cattolico deve essere, altresì, sostenuto in ogni
modo nell'impegno di offrire all'interno della famiglia una genuina
testimonianza di fede e di vita cattolica.
Azione pastorale di fronte ad alcune situazioni irregolari
79.
Nella sua sollecitudine di tutelare la famiglia in ogni sua dimensione, non
soltanto in quella religiosa, il Sinodo dei Vescovi non ha tralasciato di
prendere in attenta considerazione alcune situazioni religiosamente e spesso
anche civilmente irregolari, che - negli odierni rapidi mutamenti delle culture
- vanno purtroppo diffondendosi anche fra i cattolici, con non lieve danno
dello stesso istituto familiare e della società, di cui esso costituisce la
cellula fondamentale.
a) Il matrimonio per esperimento
80.
Una prima situazione irregolare è data da quello che chiamano «matrimonio per
esperimento», che molti oggi vorrebbero giustificare, attribuendo ad esso un
certo valore. Già la stessa ragione umana insinua la sua inaccettabilità,
mostrando quanto sia poco convincente che si faccia un «esperimento» nei
riguardi di persone umane, la cui dignità esige che siano sempre e solo il
termine dell'amore di donazione senza alcun limite né di tempo né di altra
circostanza.
Dal
canto suo, la Chiesa non può ammettere un tale tipo di unione per ulteriori, originali
motivi, derivanti dalla fede. Da una parte, infatti, il dono del corpo nel
rapporto sessuale è il simbolo reale della donazione di tutta la persona: una
tale donazione peraltro, nell'attuale economia non può attuarsi con verità
piena senza il concorso dell'amore di carità, dato da Cristo. Dall'altra parte,
poi, il matrimonio fra due battezzati è il simbolo reale dell'unione di Cristo
con la Chiesa, una unione non temporanea o «ad esperimento», ma eternamente
fedele; tra due battezzati, pertanto, non può esistere che un matrimonio
indissolubile.
Tale
situazione ordinariamente non può essere superata, se la persona umana, fin
dall'infanzia, con l'aiuto della grazia di Cristo e senza timori, non è stata
educata a dominare la nascente concupiscenza e ad instaurare con gli altri
rapporti di amore genuino. Ciò non si ottiene senza una vera educazione
all'amore autentico e al retto uso della sessualità, tale che introduca la
persona umana secondo ogni sua dimensione, e perciò anche in quella che
riguarda il proprio corpo, nella pienezza del mistero di Cristo.
Sarà
molto utile indagare sulle cause di questo fenomeno, anche nel suo aspetto
psicologico e sociologico, per giungere a trovare un'adeguata terapia.
b) Unioni libere di fatto
81.
Si tratta di unioni senza alcun vincolo istituzionale pubblicamente
riconosciuto, né civile né religioso. Questo fenomeno - esso pure sempre più
frequente - non può non attirare l'attenzione dei pastori d'anime, anche perché
alla sua base possono esserci elementi molto diversi fra loro, agendo sui quali
sarà forse possibile limitarne le conseguenze.
Alcuni,
infatti, vi si considerano quasi costretti da situazioni difficili -
economiche, culturali e religiose - in quanto, contraendo regolare matrimonio,
verrebbero esposti ad un danno, alla perdita di vantaggi economici, a
discriminazioni, ecc. In altri, invece, si riscontra un atteggiamento di
disprezzo, di contestazione o di rigetto della società, dell'istituto
familiare, dell'ordinamento socio-politico, o di sola ricerca del piacere.
Altri, infine, vi sono spinti dall'estrema ignoranza e povertà, talvolta da
condizionamenti dovuti a situazioni di vera ingiustizia, o anche da una certa
immaturità psicologica, che li rende incerti e timorosi di contrarre un vincolo
stabile e definitivo. In alcuni Paesi le consuetudini tradizionali prevedono il
matrimonio vero e proprio solo dopo un periodo di coabitazione e dopo la
nascita del primo figlio.
Ognuno
di questi elementi pone alla Chiesa ardui problemi pastorali, per le gravi
conseguenze che ne derivano, sia religiose e morali (perdita del senso
religioso del matrimonio, visto alla luce dell'Alleanza di Dio con il suo
popolo: privazione della grazia del sacramento; grave scandalo), sia anche
sociali (distruzione del concetto di famiglia; indebolimento del senso di
fedeltà anche verso la società; possibili traumi psicologici nei figli;
affermazione dell'egoismo).
Sarà
cura dei pastori e della comunità ecclesiale conoscere tali situazioni e le
loro cause concrete, caso per caso; avvicinare i conviventi con discrezione e
rispetto; adoperarsi con una azione di paziente illuminazione, di caritatevole
correzione, di testimonianza familiare cristiana, che possa spianare loro la
strada verso la regolarizzazione della situazione.
Soprattutto,
però, sia fatta opera di prevenzione, coltivando il senso della fedeltà in
tutta l'educazione morale e religiosa dei giovani, istruendoli circa le
condizioni e le strutture che favoriscono tale fedeltà, senza la quale non si
dà vera libertà, aiutandoli a maturare spiritualmente, facendo loro comprendere
la ricca realtà umana e soprannaturale del matrimonio-sacramento.
Il
Popolo di Dio si adoperi anche presso le pubbliche autorità affinché resistendo
a queste tendenze disgregatrici della stessa società e dannose per la dignità,
sicurezza e benessere dei singoli cittadini, si adoperino perché l'opinione
pubblica non sia indotta a sottovalutare l'importanza istituzionale del
matrimonio e della famiglia. E poiché in molte regioni, per l'estrema povertà
derivante da strutture socioeconomiche ingiuste o inadeguate, i giovani non
sono in condizione di sposarsi come si conviene, la società e le pubbliche
autorità favoriscono il matrimonio legittimo mediante una serie di interventi
sociali e politici, garantendo il salario familiare, emanando disposizioni per
un'abitazione adatta alla vita familiare, creando adeguate possibilità di
lavoro e di vita.
c) Cattolici uniti col solo matrimonio civile
82.
E' sempre più diffuso il caso di cattolici che, per motivi ideologici e pratici,
preferiscono contrarre il solo matrimonio civile, rifiutando o almeno
rimandando quello religioso. La loro situazione non può equipararsi senz'altro
a quella dei semplici conviventi senza alcun vincolo, in quanto vi si riscontra
almeno un certo impegno a un preciso e probabilmente stabile stato di vita,
anche se spesso non è estranea a questo passo la prospettiva di un eventuale
divorzio. Ricercando il pubblico riconoscimento del vincolo da parte dello
Stato, tali coppie mostrano di essere disposte ad assumersene, con i vantaggi,
anche gli obblighi. Ciò nonostante, neppure questa situazione è accettabile da
parte della Chiesa.
L'azione
pastorale tenderà a far comprendere la necessità della coerenza tra la scelta
di vita e la fede che si professa, e cercherà di far quanto è possibile per
indurre tali persone a regolare la propria situazione alla luce dei principi
cristiani. Pur trattandole con grande carità, e interessandole alla vita delle
rispettive comunità, i pastori della Chiesa non potranno purtroppo ammetterle
ai sacramenti.
d) Separati e divorziati non risposati
83.
Motivi diversi, quali incomprensioni reciproche, incapacità di aprirsi a
rapporti interpersonali, ecc. possono dolorosamente condurre il matrimonio
valido a una frattura spesso irreparabile. Ovviamente la separazione deve
essere considerata come estremo rimedio, dopo che ogni altro ragionevole
tentativo si sia dimostrato vano.
La
solitudine e altre difficoltà sono spesso retaggio del coniuge separato,
specialmente se innocente. In tal caso la comunità ecclesiale deve più che mai
sostenerlo; prodigargli stima, solidarietà, comprensione ed aiuto concreto in
modo che gli sia possibile conservare la fedeltà anche nella difficile
situazione in cui si trova; aiutarlo a coltivare l'esigenza del perdono propria
dell'amore cristiano e la disponibilità all'eventuale ripresa della vita
coniugale anteriore.
Analogo
è il caso del coniuge che ha subito divorzio, ma che - ben conoscendo
l'indissolubilità del vincolo matrimoniale valido - non si lascia coinvolgere
in una nuova unione, impegnandosi invece unicamente nell'adempimento dei suoi
doveri di famiglia e delle responsabilità della vita cristiana. In tal caso il
suo esempio di fedeltà e di coerenza cristiana assume un particolare valore di
testimonianza di fronte al mondo e alla Chiesa, rendendo ancor più necessaria,
da parte di questa, un'azione continua di amore e di aiuto, senza che vi sia
alcun ostacolo per l'ammissione ai sacramenti.
e) I divorziati risposati
84.
L'esperienza quotidiana mostra, purtroppo, che chi ha fatto ricorso al divorzio
ha per lo più in vista il passaggio ad una nuova unione, ovviamente non col
rito religioso cattolico. Poiché si tratta di una piaga che va, al pari delle
altre, intaccando sempre più largamente anche gli ambienti cattolici, il
problema dev'essere affrontato con premura indilazionabile. I Padri Sinodali
l'hanno espressamente studiato. La Chiesa, infatti, istituita per condurre a
salvezza tutti gli uomini e soprattutto i battezzati, non può abbandonare a se
stessi coloro che - già congiunti col vincolo matrimoniale sacramentale - hanno
cercato di passare a nuove nozze. Perciò si sforzerà, senza stancarsi, di
mettere a loro disposizione i suoi mezzi di salvezza.
Sappiano
i pastori che, per amore della verità, sono obbligati a ben discernere le
situazioni. C'è infatti differenza tra quanti sinceramente si sono sforzati di
salvare il primo matrimonio e sono stati abbandonati del tutto ingiustamente, e
quanti per loro grave colpa hanno distrutto un matrimonio canonicamente valido.
Ci sono infine coloro che hanno contratto una seconda unione in vista
dell'educazione dei figli, e talvolta sono soggettivamente certi in coscienza
che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato
valido.
Insieme
col Sinodo, esorto caldamente i pastori e l'intera comunità dei fedeli affinché
aiutino i divorziati procurando con sollecita carità che non si considerino
separati dalla Chiesa, potendo e anzi dovendo, in quanto battezzati,
partecipare alla sua vita. Siano esortati ad ascoltare la Parola di Dio, a
frequentare il sacrificio della Messa, a perseverare nella preghiera, a dare
incremento alle opere di carità e alle iniziative della comunità in favore
della giustizia, a educare i figli nella fede cristiana, a coltivare lo spirito
e le opere di penitenza per implorare così, di giorno in giorno, la grazia di
Dio. La Chiesa preghi per loro, li incoraggi, si dimostri madre misericordiosa
e così li sostenga nella fede e nella speranza.
La
Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di
non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati. Sono essi a
non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione
di vita contraddicono oggettivamente a quell'unione di amore tra Cristo e la
Chiesa, significata e attuata dall'Eucaristia. C'è inoltre un altro peculiare
motivo pastorale: se si ammettessero queste persone all'Eucaristia, i fedeli
rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull'indissolubilità
del matrimonio.
La
riconciliazione nel sacramento della penitenza - che aprirebbe la strada al
sacramento eucaristico - può essere accordata solo a quelli che, pentiti di
aver violato il segno dell'Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente
disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l'indissolubilità
del matrimonio. Ciò comporta, in concreto, che quando l'uomo e la donna, per
seri motivi - quali, ad esempio, l'educazione dei figli - non possono
soddisfare l'obbligo della separazione, «assumono l'impegno di vivere in piena
continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi» (Giovanni Paolo
PP. II, Omelia per la chiusura del VI Sinodo dei Vescovi, 7 [25 Ottobre 1980]:
AAS 72 [1980] 1082).
Similmente
il rispetto dovuto sia al sacramento del matrimonio sia agli stessi coniugi e
ai loro familiari, sia ancora alla comunità dei fedeli proibisce ad ogni
pastore, per qualsiasi motivo o pretesto anche pastorale, di porre in atto, a
favore dei divorziati che si risposano, cerimonie di qualsiasi genere. Queste,
infatti, darebbero l'impressione della celebrazione di nuove nozze sacramentali
valide e indurrebbero conseguentemente in errore circa l'indissolubilità del
matrimonio validamente contratto.
Agendo
in tal modo, la Chiesa professa la propria fedeltà a Cristo e alla sua verità;
nello stesso tempo si comporta con animo materno verso questi suoi figli,
specialmente verso coloro che, senza loro colpa, sono stati abbandonati dal
loro coniuge legittimo.
Con
ferma fiducia essa crede che, anche quanti si sono allontanati dal comandamento
del Signore ed in tale stato tuttora vivono, potranno ottenere da Dio la grazia
della conversione e della salvezza, se avranno perseverato nella preghiera,
nella penitenza e nella carità.
I senza-famiglia
85.
Ancora una parola desidero aggiungere per una categoria di persone che, per la
concreta condizione in cui si trovano a vivere - e spesso non per loro
deliberata volontà - io considero particolarmente vicine al Cuore di Cristo e
degne dell'affetto della sollecitudine fattiva della Chiesa e dei pastori.
Esistono
al mondo moltissime persone le quali, disgraziatamente, non possono riferirsi
in alcun modo a ciò che si potrebbe definire in senso proprio una famiglia.
Grandi settori dell'umanità vivono in condizioni di enorme povertà, in cui la
promiscuità, la carenza di abitazioni, l'irregolarità ed instabilità dei
rapporti, l'estrema mancanza di cultura non consentono praticamente di poter
parlare di vera famiglia. Ci sono altre persone che, per motivi diversi, sono
rimaste sole al mondo. Eppure per tutti costoro esiste un «buon annunzio della
famiglia».
In
favore di quanti vivono in estrema povertà, già ho parlato dell'urgente
necessità di lavorare coraggiosamente per trovare soluzioni, anche a livello
politico, che consentano di aiutarli a superare questa inumana condizione di
prostrazione. E' un compito che incombe, solidarmente, all'intera società, ma
in maniera speciale alle autorità in forza della loro carica e delle
conseguenti responsabilità, nonché alle famiglie, che devono dimostrare grande
comprensione e volontà di aiuto.
A
coloro che non hanno una famiglia naturale bisogna aprire ancor più le porte
della grande famiglia che è la Chiesa, la quale si concretizza a sua volta
nella famiglia diocesana e parrocchiale, nelle comunità ecclesiali di base o
nei movimenti apostolici. Nessuno è privo della famiglia in questo mondo: la
Chiesa è casa e famiglia per tutti, specialmente per quanti sono «affaticati e
oppressi» (cfr. Mt 11,28).
CONCLUSIONE
86.
A voi sposi, a voi padri e madri di famiglia;
a
voi, giovani e ragazze, che siete il futuro e la speranza della Chiesa e del
mondo, e sarete il nucleo portante e dinamico della famiglia nel terzo
millennio che si avvicina;
a
voi, venerabili e cari fratelli nell'episcopato e nel sacerdozio, diletti figli
religiosi e religiose, anime consacrate al Signore, che agli sposi testimoniate
la realtà ultima dell'amore di Dio;
a
voi, uomini tutti di retto sentire, che a qualsiasi titolo siete pensierosi
delle sorti della famiglia, si rivolge con trepida sollecitudine il mio animo
al termine di questa esortazione apostolica.
L'avvenire
dell'umanità passa attraverso la famiglia!
E',
dunque, indispensabile ed urgente che ogni uomo di buona volontà si impegni a
salvare ed a promuovere i valori e le esigenze della famiglia.
Un
particolare sforzo a questo riguardo sento di dover chiedere ai figli della
Chiesa. Essi, che nella fede conoscono pienamente il meraviglioso disegno di
Dio, hanno una ragione in più per prendersi a cuore la realtà della famiglia in
questo nostro tempo di prova e di grazia.
Essi
devono amare in modo particolare la famiglia. E' questa una consegna concreta
ed esigente.
Amare
la famiglia significa saperne stimare i valori e le possibilità, promuovendoli
sempre. Amare la famiglia significa individuare i pericoli ed i mali che la
minacciano, per poterli superare. Amare la famiglia significa adoperarsi per
crearle un ambiente che favorisca il suo sviluppo. E, ancora, è forma eminente
di amore ridare alla famiglia cristiana di oggi, spesso tentata dallo sconforto
e angosciata per le accresciute difficoltà, ragioni di fiducia in se stessa,
nelle proprie ricchezze di natura e di grazia, nella missione che Dio le ha
affidato. «Bisogna che le famiglie del nostro tempo riprendano quota! Bisogna
che seguano Cristo!» (Giovanni Paolo PP. II, Lettera «Appropinaquat iam», 1 [15
Agosto 1980]: ASS 72 [1980], 791).
Spetta
altresì ai cristiani il compito di annunciare con gioia e convinzione la «buona
novella» sulla famiglia, la quale ha un assoluto bisogno di ascoltare sempre di
nuovo e di comprendere sempre più a fondo le parole autentiche che le rivelano
la sua identità, le sue risorse interiori, l'importanza della sua missione
nella Città degli uomini e in quella di Dio.
La
Chiesa conosce la via sulla quale la famiglia può giungere al cuore della sua
verità profonda. Questa via, che la Chiesa ha imparato alla scuola di Cristo e
a quella della storia, interpretata nella luce dello Spirito, essa non la
impone, ma sente in sé l'insopprimibile esigenza di proporla a tutti senza
timore, anzi con grande fiducia e speranza, pur sapendo che la «buona novella»
conosce il linguaggio della Croce. Ma è attraverso la Croce che la famiglia può
giungere alla pienezza del suo essere e alla perfezione del suo amore.
Desidero,
infine, invitare tutti i cristiani a collaborare, cordialmente e
coraggiosamente, con tutti gli uomini di buona volontà, che vivono la loro
responsabilità al servizio della famiglia. Quanti si consacrano al suo bene in
seno alla Chiesa, nel suo nome e da essa ispirati, siano essi individui o
gruppi, movimenti o associazioni, trovano spesso al loro fianco persone e
istituzioni diverse che operano per il medesimo ideale. Nella fedeltà ai valori
del Vangelo e dell'uomo e nel rispetto di un legittimo pluralismo di
iniziative, questa collaborazione potrà favorire una più rapida ed integrale
promozione della famiglia.
Ed
ora, concludendo questo messaggio pastorale, che intende sollecitare
l'attenzione di tutti sui compiti gravosi ma affascinanti della famiglia
cristiana, desidero invocare la protezione della santa Famiglia di Nazaret.
Per
misterioso disegno di Dio, in essa è vissuto nascosto per lunghi anni il Figlio
di Dio: essa è dunque prototipo ed esempio di tutte le famiglie cristiane. E
quella Famiglia, unica al mondo, che ha trascorso un'esistenza anonima e
silenziosa in un piccolo borgo della Palestina; che è stata provata dalla
povertà, dalla persecuzione, dall'esilio; che ha glorificato Dio in modo
incomparabilmente alto e puro, non mancherà di assistere le famiglie cristiane,
anzi tutte le famiglie del mondo, nella fedeltà ai loro doveri quotidiani, nel
sopportare le ansie e le tribolazioni della vita, nella generosa apertura verso
le necessità degli altri, nell'adempimento gioioso del piano di Dio nei loro
riguardi.
Che
san Giuseppe, «uomo giusto», lavoratore instancabile, custode integerrimo dei
pegni a lui affidati, le custodisca, le protegga, le illumini sempre.
Che
la Vergine Maria, come è Madre della Chiesa, così anche sia la Madre della
«Chiesa domestica», e, grazie al suo aiuto materno, ogni famiglia cristiana
possa diventare veramente una «piccola Chiesa», nella quale si rispecchi e
riviva il mistero della Chiesa di Cristo. Sia Lei, l'ancella del Signore,
l'esempio di accoglienza umile e generosa della volontà di Dio; sia Lei, Madre
Addolorata ai piedi della Croce, a confortare le sofferenze e ad asciugare le
lacrime di quanti soffrono per le difficoltà delle loro famiglie.
E
Cristo Signore, Re dell'universo, Re delle famiglie, sia presente, come a Cana,
in ogni focolare cristiano a donare luce, gioia, serenità, fortezza. A Lui, nel
giorno solenne dedicato alla sua Regalità, chiedo che ogni famiglia sappia
generosamente portare il suo originale contributo all'avvento nel mondo del suo
Regno, «Regno di verità e di vita, di santità e di pace» («Prefatio» della
Messa della Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell'universo), verso il
quale è in cammino la storia.
A
Lui, a Maria, a Giuseppe affido ogni famiglia. Alle loro mani e al loro cuore
presento questa esortazione: siano Essi a porgerla a voi, venerati fratelli e
diletti figli, e ad aprire i vostri cuori alla luce che il Vangelo irradia su
ogni famiglia.
A
tutti e a ciascuno, assicurando la mia costante preghiera, imparto di cuore
l'apostolica benedizione, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
Dato
a Roma, presso san Pietro, il 22 novembre, Solennità di N. S. Gesù Cristo Re
dell'universo, dell'anno 1981, quarto del Pontificato.