LETTERA ENCICLICA
DEL SOMMO PONTEFICE
GIOVANNI PAOLO II
AI VESCOVI
AI PRESBITERI E AI
DIACONI
AI RELIGIOSI E ALLE
RELIGIOSE
AI FEDELI LAICI E A
TUTTE LE PERSONE
DI BUONA VOLONTÀ
SUL VALORE E
L'INVIOLABILITÀ
DELLA VITA UMANA
INTRODUZIONE
1. Il Vangelo della vita sta al cuore del messaggio di Gesù.
Accolto dalla Chiesa ogni giorno con amore, esso va annunciato con coraggiosa
fedeltà come buona novella agli uomini di ogni epoca e cultura.
All'aurora della salvezza, è la nascita di un bambino che
viene proclamata come lieta notizia: « Vi annunzio una grande gioia, che sarà
di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il
Cristo Signore » (Lc 2, 10-11). A sprigionare questa « grande gioia » è certamente
la nascita del Salvatore; ma nel Natale è svelato anche il senso pieno di ogni
nascita umana, e la gioia messianica appare così fondamento e compimento della
gioia per ogni bimbo che nasce (cf. Gv 16, 21).
Presentando il nucleo centrale della sua missione
redentrice, Gesù dice: « Io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in
abbondanza » (Gv 10, 10). In verità, Egli si riferisce a quella vita « nuova »
ed « eterna », che consiste nella comunione con il Padre, a cui ogni uomo è
gratuitamente chiamato nel Figlio per opera dello Spirito Santificatore. Ma
proprio in tale « vita » acquistano pieno significato tutti gli aspetti e i
momenti della vita dell'uomo.
Il valore incomparabile della persona umana
2. L'uomo è chiamato a una pienezza di vita che va ben oltre
le dimensioni della sua esistenza terrena, poiché consiste nella partecipazione
alla vita stessa di Dio.
L'altezza di questa vocazione soprannaturale rivela la
grandezza e la preziosità della vita umana anche nella sua fase temporale. La vita
nel tempo, infatti, è condizione basilare, momento iniziale e parte integrante
dell'intero e unitario processo dell'esistenza umana. Un processo che,
inaspettatamente e immeritatamente, viene illuminato dalla promessa e rinnovato
dal dono della vita divina, che raggiungerà il suo pieno compimento
nell'eternità (cf. 1 Gv 3, 1-2). Nello stesso tempo, proprio questa chiamata
soprannaturale sottolinea la relatività della vita terrena dell'uomo e della
donna. Essa, in verità, non è realtà « ultima », ma « penultima »; è comunque
realtà sacra che ci viene affidata perché la custodiamo con senso di
responsabilità e la portiamo a perfezione nell'amore e nel dono di noi stessi a
Dio e ai fratelli.
La Chiesa sa che questo Vangelo della vita, consegnatole dal
suo Signore,(1) ha un'eco profonda e persuasiva nel cuore di ogni persona,
credente e anche non credente, perché esso, mentre ne supera infinitamente le
attese, vi corrisponde in modo sorprendente. Pur tra difficoltà e incertezze,
ogni uomo sinceramente aperto alla verità e al bene, con la luce della ragione
e non senza il segreto influsso della grazia, può arrivare a riconoscere nella
legge naturale scritta nel cuore (cf. Rm 2, 14-15) il valore sacro della vita
umana dal primo inizio fino al suo termine, e ad affermare il diritto di ogni
essere umano a vedere sommamente rispettato questo suo bene primario. Sul
riconoscimento di tale diritto si fonda l'umana convivenza e la stessa comunità
politica.
Questo diritto devono, in modo particolare, difendere e
promuovere i credenti in Cristo, consapevoli della meravigliosa verità
ricordata dal Concilio Vaticano II: « Con l'incarnazione il Figlio di Dio si è
unito in certo modo ad ogni uomo ».(2) In questo evento di salvezza, infatti,
si rivela all'umanità non solo l'amore sconfinato di Dio che « ha tanto amato
il mondo da dare il suo Figlio unigenito » (Gv 3, 16), ma anche il valore
incomparabile di ogni persona umana.
E la Chiesa, scrutando assiduamente il mistero della
Redenzione, coglie questo valore con sempre rinnovato stupore (3) e si sente
chiamata ad annunciare agli uomini di tutti i tempi questo « vangelo », fonte
di speranza invincibile e di gioia vera per ogni epoca della storia. Il Vangelo
dell'amore di Dio per l'uomo, il Vangelo della dignità della persona e il
Vangelo della vita sono un unico e indivisibile Vangelo.
È per questo che l'uomo, l'uomo vivente, costituisce la
prima e fondamentale via della Chiesa.(4)
Le nuove minacce alla vita umana
3. Ciascun uomo, proprio a motivo del mistero del Verbo di
Dio che si è fatto carne (cf. Gv 1, 14), è affidato alla sollecitudine materna
della Chiesa. Perciò ogni minaccia alla dignità e alla vita dell'uomo non può
non ripercuotersi nel cuore stesso della Chiesa, non può non toccarla al centro
della propria fede nell'incarnazione redentrice del Figlio di Dio, non può non
coinvolgerla nella sua missione di annunciare il Vangelo della vita in tutto il
mondo e ad ogni creatura (cf. Mc 16, 15).
Oggi questo annuncio si fa particolarmente urgente per
l'impressionante moltiplicarsi ed acutizzarsi delle minacce alla vita delle
persone e dei popoli, soprattutto quando essa è debole e indifesa. Alle antiche
dolorose piaghe della miseria, della fame, delle malattie endemiche, della
violenza e delle guerre, se ne aggiungono altre, dalle modalità inedite e dalle
dimensioni inquietanti.
Già il Concilio Vaticano II, in una pagina di drammatica
attualità, ha deplorato con forza molteplici delitti e attentati contro la vita
umana. A trent'anni di distanza, facendo mie le parole dell'assise conciliare,
ancora una volta e con identica forza li deploro a nome della Chiesa intera,
con la certezza di interpretare il sentimento autentico di ogni coscienza
retta: « Tutto ciò che è contro la vita stessa, come ogni specie di omicidio,
il genocidio, l'aborto, l'eutanasia e lo stesso suicidio volontario; tutto ciò
che viola l'integrità della persona umana, come le mutilazioni, le torture
inflitte al corpo e alla mente, gli sforzi per violentare l'intimo dello
spirito; tutto ciò che offende la dignità umana, come le condizioni infraumane
di vita, le incarcerazioni arbitrarie, le deportazioni, la schiavitù, la
prostituzione, il mercato delle donne e dei giovani, o ancora le ignominiose
condizioni di lavoro con le quali i lavoratori sono trattati come semplici
strumenti di guadagno, e non come persone libere e responsabili; tutte queste
cose, e altre simili, sono certamente vergognose e, mentre guastano la civiltà
umana, inquinano coloro che così si comportano ancor più che non quelli che le
subiscono; e ledono grandemente l'onore del Creatore ».(5)
4. Purtroppo, questo inquietante panorama, lungi dal
restringersi, si va piuttosto dilatando: con le nuove prospettive aperte dal
progresso scientifico e tecnologico nascono nuove forme di attentati alla
dignità dell'essere umano, mentre si delinea e consolida una nuova situazione
culturale, che dà ai delitti contro la vita un aspetto inedito e — se possibile
— ancora più iniquo suscitando ulteriori gravi preoccupazioni: larghi strati
dell'opinione pubblica giustificano alcuni delitti contro la vita in nome dei
diritti della libertà individuale e, su tale presupposto, ne pretendono non
solo l'impunità, ma persino l'autorizzazione da parte dello Stato, al fine di
praticarli in assoluta libertà ed anzi con l'intervento gratuito delle
strutture sanitarie.
Ora, tutto questo provoca un cambiamento profondo nel modo
di considerare la vita e le relazioni tra gli uomini. Il fatto che le
legislazioni di molti Paesi, magari allontanandosi dagli stessi principi
basilari delle loro Costituzioni, abbiano acconsentito a non punire o
addirittura a riconoscere la piena legittimità di tali pratiche contro la vita
è insieme sintomo preoccupante e causa non marginale di un grave crollo morale:
scelte un tempo unanimemente considerate come delittuose e rifiutate dal comune
senso morale, diventano a poco a poco socialmente rispettabili. La stessa
medicina, che per sua vocazione è ordinata alla difesa e alla cura della vita
umana, in alcuni suoi settori si presta sempre più largamente a realizzare
questi atti contro la persona e in tal modo deforma il suo volto, contraddice
sé stessa e avvilisce la dignità di quanti la esercitano. In un simile contesto
culturale e legale, anche i gravi problemi demografici, sociali o familiari,
che pesano su numerosi popoli del mondo ed esigono un'attenzione responsabile
ed operosa delle comunità nazionali e di quelle internazionali, si trovano esposti
a soluzioni false e illusorie, in contrasto con la verità e il bene delle
persone e delle Nazioni.
L'esito al quale si perviene è drammatico: se è quanto mai
grave e inquietante il fenomeno dell'eliminazione di tante vite umane nascenti
o sulla via del tramonto, non meno grave e inquietante è il fatto che la stessa
coscienza, quasi ottenebrata da così vasti condizionamenti, fatica sempre più a
percepire la distinzione tra il bene e il male in ciò che tocca lo stesso
fondamentale valore della vita umana.
In comunione con tutti i Vescovi del mondo
5. Al problema delle minacce alla vita umana nel nostro
tempo è stato dedicato il Concistoro straordinario dei Cardinali, svoltosi a
Roma dal 4 al 7 aprile 1991. Dopo un'ampia e approfondita discussione del problema
e delle sfide poste all'intera famiglia umana e, in particolare, alla comunità
cristiana, i Cardinali, con voto unanime, mi hanno chiesto di riaffermare con
l'autorità del Successore di Pietro il valore della vita umana e la sua
inviolabilità, in riferimento alle attuali circostanze ed agli attentati che
oggi la minacciano.
Accogliendo tale richiesta, ho scritto nella Pentecoste del
1991 una lettera personale a ciascun Confratello perché, nello spirito della
collegialità episcopale, mi offrisse la sua collaborazione in vista della
stesura di uno specifico documento.(6) Sono profondamente grato a tutti i
Vescovi che hanno risposto, fornendomi preziose informazioni, suggerimenti e
proposte. Essi hanno testimoniato anche così la loro unanime e convinta partecipazione
alla missione dottrinale e pastorale della Chiesa circa il Vangelo della vita.
Nella medesima lettera, a pochi giorni dalla celebrazione
del centenario dell'Enciclica Rerum novarum, attiravo l'attenzione di tutti su
questa singolare analogia: « Come un secolo fa ad essere oppressa nei suoi
fondamentali diritti era la classe operaia, e la Chiesa con grande coraggio ne
prese le difese, proclamando i sacrosanti diritti della persona del lavoratore,
così ora, quando un'altra categoria di persone è oppressa nel diritto
fondamentale alla vita, la Chiesa sente di dover dare voce con immutato
coraggio a chi non ha voce. Il suo è sempre il grido evangelico in difesa dei
poveri del mondo, di quanti sono minacciati, disprezzati e oppressi nei loro
diritti umani ».(7)
Ad essere calpestata nel diritto fondamentale alla vita è
oggi una grande moltitudine di esseri umani deboli e indifesi, come sono, in
particolare, i bambini non ancora nati. Se alla Chiesa, sul finire del secolo
scorso, non era consentito tacere davanti alle ingiustizie allora operanti,
meno ancora essa può tacere oggi, quando alle ingiustizie sociali del passato,
purtroppo non ancora superate, in tante parti del mondo si aggiungono
ingiustizie ed oppressioni anche più gravi, magari scambiate per elementi di
progresso in vista dell'organizzazione di un nuovo ordine mondiale.
La presente Enciclica, frutto della collaborazione
dell'Episcopato di ogni Paese del mondo, vuole essere dunque una riaffermazione
precisa e ferma del valore della vita umana e della sua inviolabilità, ed
insieme un appassionato appello rivolto a tutti e a ciascuno, in nome di Dio:
rispetta, difendi, ama e servi la vita, ogni vita umana! Solo su questa strada
troverai giustizia, sviluppo, libertà vera, pace e felicità!
Giungano queste parole a tutti i figli e le figlie della
Chiesa! Giungano a tutte le persone di buona volontà, sollecite del bene di
ogni uomo e donna e del destino dell'intera società!
6. In profonda comunione con ogni fratello e sorella nella
fede e animato da sincera amicizia per tutti, voglio rimeditare e annunciare il
Vangelo della vita, splendore di verità che illumina le coscienze, limpida luce
che risana lo sguardo ottenebrato, fonte inesauribile di costanza e coraggio
per affrontare le sempre nuove sfide che incontriamo sul nostro cammino.
E mentre ripenso alla ricca esperienza vissuta durante
l'Anno della Famiglia, quasi completando idealmente la Lettera da me
indirizzata « ad ogni famiglia concreta di qualunque regione della terra »,(8)
guardo con rinnovata fiducia a tutte le comunità domestiche ed auspico che
rinasca o si rafforzi ad ogni livello l'impegno di tutti a sostenere la
famiglia, perché anche oggi — pur in mezzo a numerose difficoltà e a pesanti
minacce — essa si conservi sempre, secondo il disegno di Dio, come « santuario
della vita ».(9)
A tutti i membri della Chiesa, popolo della vita e per la
vita, rivolgo il più pressante invito perché, insieme, possiamo dare a questo
nostro mondo nuovi segni di speranza, operando affinché crescano giustizia e
solidarietà e si affermi una nuova cultura della vita umana, per l'edificazione
di un'autentica civiltà della verità e dell'amore.
CAPITOLO I
LA VOCE DEL SANGUE DI TUO FRATELLO GRIDA A ME DAL SUOLO
LE ATTUALI MINACCE ALLA VITA UMANA
« Caino alzò la mano contro il fratello Abele e lo uccise »
(Gn 4, 8): alla radice della violenza contro la vita.
7. « Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei
viventi. Egli infatti ha creato tutto per l'esistenza... Sì, Dio ha creato
l'uomo per l'incorruttibilità; lo fece a immagine della propria natura. Ma la
morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo; e ne fanno esperienza coloro
che gli appartengono » (Sap 1, 13-14; 2, 23-24).
Il Vangelo della vita, risuonato al principio con la
creazione dell'uomo a immagine di Dio per un destino di vita piena e perfetta
(cf. Gn 2, 7; Sap 9, 2-3), viene contraddetto dall'esperienza lacerante della
morte che entra nel mondo e getta l'ombra del non senso sull'intera esistenza
dell'uomo.
La morte vi entra a causa dell'invidia del diavolo (cf. Gn
3, 1.4-5) e del peccato dei progenitori (cf. Gn 2, 17; 3, 17-19). E vi entra in
modo violento, attraverso l'uccisione di Abele da parte del fratello Caino: «
Mentre erano in campagna, Caino alzò la mano contro il fratello Abele e lo
uccise » (Gn 4, 8).
Questa prima uccisione è presentata con una singolare
eloquenza in una pagina paradigmatica del libro della Genesi: una pagina
ritrascritta ogni giorno, senza sosta e con avvilente ripetizione, nel libro
della storia dei popoli.
Vogliamo rileggere insieme questa pagina biblica, che, pur
nella sua arcaicità ed estrema semplicità, si presenta quanto mai ricca di
insegnamenti.
« Abele era pastore di greggi e Caino lavoratore del suolo.
Dopo un certo tempo, Caino offrì frutti del suolo in sacrificio al Signore;
anche Abele offrì primogeniti del suo gregge e il loro grasso. Il Signore gradì
Abele e la sua offerta, ma non gradì Caino e la sua offerta.
Caino ne fu molto irritato e il suo volto era abbattuto. Il
Signore disse allora a Caino: "Perché sei irritato e perché è abbattuto il
tuo volto? Se agisci bene, non dovrai forse tenerlo alto? Ma se non agisci
bene, il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è la sua bramosia,
ma tu dominala".
Caino disse al fratello Abele: "Andiamo in
campagna!". Mentre erano in campagna, Caino alzò la mano contro il
fratello Abele e lo uccise.
Allora il Signore disse a Caino: "Dov'è Abele, tuo
fratello?". Egli rispose: "Non lo so. Sono forse il guardiano di mio
fratello?". Riprese: "Che hai fatto? La voce del sangue di tuo
fratello grida a me dal suolo! Ora sii maledetto lungi da quel suolo che per
opera della tua mano ha bevuto il sangue di tuo fratello. Quando lavorerai il
suolo, esso non ti darà più i suoi prodotti: ramingo e fuggiasco sarai sulla
terra".
Disse Caino al Signore: "Troppo grande è la mia colpa
per sopportarla! Ecco, tu mi scacci oggi da questo suolo e io mi dovrò nascondere
lontano da te; io sarò ramingo e fuggiasco sulla terra e chiunque mi incontrerà
mi potrà uccidere".
Ma il Signore gli disse: "Però chiunque ucciderà Caino
subirà la vendetta sette volte!". Il Signore impose a Caino un segno,
perché non lo colpisse chiunque l'avesse incontrato. Caino si allontanò dal
Signore e abitò nel paese di Nod, ad oriente di Eden » (Gn 4, 2-16).
8. Caino è « molto irritato » e ha il volto « abbattuto »
perché « il Signore gradì Abele e la sua offerta » (Gn 4, 4). Il testo biblico
non rivela il motivo per cui Dio preferisce il sacrificio di Abele a quello di
Caino; indica però con chiarezza che, pur preferendo il dono di Abele, non
interrompe il suo dialogo con Caino. Lo ammonisce ricordandogli la sua libertà
di fronte al male: l'uomo non è per nulla un predestinato al male. Certo, come
già Adamo, egli è tentato dalla potenza malefica del peccato che, come bestia
feroce, è appostata alla porta del suo cuore, in attesa di avventarsi sulla
preda. Ma Caino rimane libero di fronte al peccato. Lo può e lo deve dominare:
« Verso di te è la sua bramosia, ma tu dominala! » (Gn 4, 7).
Sull'ammonimento del Signore hanno il sopravvento la gelosia
e l'ira, e così Caino s'avventa sul proprio fratello e lo uccide. Come leggiamo
nel Catechismo della Chiesa Cattolica, « la Scrittura, nel racconto
dell'uccisione di Abele da parte del fratello Caino, rivela, fin dagli inizi
della storia umana, la presenza nell'uomo della collera e della cupidigia,
conseguenze del peccato originale. L'uomo è diventato il nemico del suo simile
».(10)
Il fratello uccide il fratello. Come nel primo fratricidio,
in ogni omicidio viene violata la parentela « spirituale », che accomuna gli
uomini in un'unica grande famiglia,(11) essendo tutti partecipi dello stesso
bene fondamentale: l'uguale dignità personale. Non poche volte viene violata
anche la parentela « della carne e del sangue », ad esempio quando le minacce
alla vita si sviluppano nel rapporto tra genitori e figli, come avviene con
l'aborto o quando, nel più vasto contesto familiare o parentale, viene favorita
o procurata l'eutanasia.
Alla radice di ogni violenza contro il prossimo c'è un
cedimento alla « logica » del maligno, cioè di colui che « è stato omicida fin
da principio » (Gv 8, 44), come ci ricorda l'apostolo Giovanni: « Poiché questo
è il messaggio che avete udito fin da principio: che ci amiamo gli uni gli
altri. Non come Caino, che era dal maligno e uccise il suo fratello » (1 Gv 3,
11-12). Così l'uccisione del fratello, fin dagli albori della storia, è la
triste testimonianza di come il male progredisca con rapidità impressionante:
alla rivolta dell'uomo contro Dio nel paradiso terrestre si accompagna la lotta
mortale dell'uomo contro l'uomo.
Dopo il delitto, Dio interviene a vendicare l'ucciso. Di
fronte a Dio, che lo interroga sulla sorte di Abele, Caino, anziché mostrarsi
impacciato e scusarsi, elude la domanda con arroganza: « Non lo so. Sono forse
il guardiano di mio fratello? » (Gn 4, 9). « Non lo so »: con la menzogna Caino
cerca di coprire il delitto. Così è spesso avvenuto e avviene quando le più
diverse ideologie servono a giustificare e a mascherare i più atroci delitti
verso la persona. « Sono forse io il guardiano di mio fratello? »: Caino non
vuole pensare al fratello e rifiuta di vivere quella responsabilità che ogni
uomo ha verso l'altro. Viene spontaneo pensare alle odierne tendenze di
deresponsabilizzazione dell'uomo verso il suo simile, di cui sono sintomi, tra
l'altro, il venir meno della solidarietà verso i membri più deboli della società
— quali gli anziani, gli ammalati, gli immigrati, i bambini — e l'indifferenza
che spesso si registra nei rapporti tra i popoli anche quando sono in gioco
valori fondamentali come la sussistenza, la libertà e la pace.
9. Ma Dio non può lasciare impunito il delitto: dal suolo su
cui è stato versato, il sangue dell'ucciso esige che Egli faccia giustizia (cf.
Gn 37, 26; Is 26, 21; Ez 24, 7-8). Da questo testo la Chiesa ha ricavato la
denominazione di « peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio » e vi ha
incluso, anzitutto, l'omicidio volontario.(12) Per gli ebrei, come per molti
popoli dell'antichità, il sangue è la sede della vita, anzi « il sangue è la
vita » (Dt 12, 23) e la vita, specie quella umana, appartiene solo a Dio: per
questo chi attenta alla vita dell'uomo, in qualche modo attenta a Dio stesso.
Caino è maledetto da Dio e anche dalla terra, che gli
rifiuterà i suoi frutti (cf. Gn 4, 11-12). Ed èpunito: abiterà nella steppa e
nel deserto. La violenza omicida cambia profondamente l'ambiente di vita
dell'uomo. La terra da « giardino di Eden » (Gn 2, 15), luogo di abbondanza, di
serene relazioni interpersonali e di amicizia con Dio, diventa « paese di Nod »
(Gn 4, 16), luogo della « miseria », della solitudine e della lontananza da
Dio. Caino sarà « ramingo e fuggiasco sulla terra » (Gn 4, 14): incertezza e
instabilità lo accompagneranno sempre.
Dio, tuttavia, sempre misericordioso anche quando punisce, «
impose a Caino un segno, perché non lo colpisse chiunque l'avesse incontrato »
(Gn 4, 15): gli dà, dunque, un contrassegno, che ha lo scopo non di condannarlo
all'esecrazione degli altri uomini, ma di proteggerlo e difenderlo da quanti
vorranno ucciderlo fosse anche per vendicare la morte di Abele. Neppure
l'omicida perde la sua dignità personale e Dio stesso se ne fa garante. Ed è
proprio qui che si manifesta il paradossale mistero della misericordiosa
giustizia di Dio, come scrive sant'Ambrogio: « Poiché era stato commesso un
fratricidio, cioè il più grande dei crimini, nel momento in cui si introdusse
il peccato, subito dovette essere estesa la legge della misericordia divina;
perché, se il castigo avesse colpito immediatamente il colpevole, non accadesse
che gli uomini, nel punire, non usassero alcuna tolleranza né mitezza, ma
consegnassero immediatamente al castigo i colpevoli. (...) Dio respinse Caino
dal suo cospetto e, rinnegato dai suoi genitori, lo relegò come nell'esilio di
una abitazione separata, per il fatto che era passato dall'umana mitezza alla
ferocia belluina. Tuttavia Dio non volle punire l'omicida con un omicidio,
poiché vuole il pentimento del peccatore più che la sua morte ».(13)
« Che hai fatto? » (Gn 4, 10): l'eclissi del valore della
vita
10. Il Signore disse a Caino: « Che hai fatto? La voce del
sangue di tuo fratello grida a me dal suolo! » (Gn 4, 10). La voce del sangue
versato dagli uomini non cessa di gridare, di generazione in generazione,
assumendo toni e accenti diversi e sempre nuovi.
La domanda del Signore « Che hai fatto? », alla quale Caino
non può sfuggire, è rivolta anche all'uomo contemporaneo perché prenda
coscienza dell'ampiezza e della gravità degli attentati alla vita da cui
continua ad essere segnata la storia dell'umanità; vada alla ricerca delle
molteplici cause che li generano e li alimentano; rifletta con estrema serietà
sulle conseguenze che derivano da questi stessi attentati per l'esistenza delle
persone e dei popoli.
Alcune minacce provengono dalla natura stessa, ma sono
aggravate dall'incuria colpevole e dalla negligenza degli uomini che non
raramente potrebbero porvi rimedio; altre invece sono il frutto di situazioni
di violenza, di odi, di contrapposti interessi, che inducono gli uomini ad
aggredire altri uomini con omicidi, guerre, stragi, genocidi.
E come non pensare alla violenza che si fa alla vita di
milioni di esseri umani, specialmente bambini, costretti alla miseria, alla
sottonutrizione e alla fame, a causa di una iniqua distribuzione delle
ricchezze tra i popoli e le classi sociali? o alla violenza insita, prima
ancora che nelle guerre, in uno scandaloso commercio delle armi, che favorisce
la spirale dei tanti conflitti armati che insanguinano il mondo? o alla
seminagione di morte che si opera con l'inconsulto dissesto degli equilibri
ecologici, con la criminale diffusione della droga o col favorire modelli di
esercizio della sessualità che, oltre ad essere moralmente inaccettabili, sono
anche forieri di gravi rischi per la vita? È impossibile registrare in modo
completo la vasta gamma delle minacce alla vita umana, tante sono le forme,
aperte o subdole, che esse rivestono nel nostro tempo!
11. Ma la nostra attenzione intende concentrarsi, in
particolare, su un altro genere di attentati, concernenti la vita nascente e
terminale, che presentano caratteri nuovi rispetto al passato e sollevano
problemi di singolare gravità per il fatto che tendono a perdere, nella
coscienza collettiva, il carattere di « delitto » e ad assumere paradossalmente
quello del « diritto », al punto che se ne pretende un vero e proprio
riconoscimento legale da parte dello Stato e la successiva esecuzione mediante
l'intervento gratuito degli stessi operatori sanitari. Tali attentati
colpiscono la vita umana in situazioni di massima precarietà, quando è priva di
ogni capacità di difesa. Ancora più grave è il fatto che essi, in larga parte,
sono consumati proprio all'interno e ad opera di quella famiglia che
costitutivamente è invece chiamata ad essere « santuario della vita ».
Come s'è potuta determinare una simile situazione? Occorre
prendere in considerazione molteplici fattori. Sullo sfondo c'è una profonda
crisi della cultura, che ingenera scetticismo sui fondamenti stessi del sapere
e dell'etica e rende sempre più difficile cogliere con chiarezza il senso
dell'uomo, dei suoi diritti e dei suoi doveri. A ciò si aggiungono le più
diverse difficoltà esistenziali e relazionali, aggravate dalla realtà di una
società complessa, in cui le persone, le coppie, le famiglie rimangono spesso sole
con i loro problemi. Non mancano situazioni di particolare povertà, angustia o
esasperazione, in cui la fatica della sopravvivenza, il dolore ai limiti della
sopportabilità, le violenze subite, specialmente quelle che investono le donne,
rendono le scelte di difesa e di promozione della vita esigenti a volte fino
all'eroismo.
Tutto ciò spiega, almeno in parte, come il valore della vita
possa oggi subire una specie di « eclissi », per quanto la coscienza non cessi
di additarlo quale valore sacro e intangibile, come dimostra il fatto stesso
che si tende a coprire alcuni delitti contro la vita nascente o terminale con
locuzioni di tipo sanitario, che distolgono lo sguardo dal fatto che è in gioco
il diritto all'esistenza di una concreta persona umana.
12. In realtà, se molti e gravi aspetti dell'odierna
problematica sociale possono in qualche modo spiegare il clima di diffusa
incertezza morale e talvolta attenuare nei singoli la responsabilità
soggettiva, non è meno vero che siamo di fronte a una realtà più vasta, che si
può considerare come una vera e propria struttura di peccato, caratterizzata
dall'imporsi di una cultura anti-solidaristica, che si configura in molti casi
come vera « cultura di morte ». Essa è attivamente promossa da forti correnti
culturali, economiche e politiche, portatrici di una concezione efficientistica
della società.
Guardando le cose da tale punto di vista, si può, in certo
senso, parlare di una guerra dei potenti contro i deboli: la vita che
richiederebbe più accoglienza, amore e cura è ritenuta inutile, o è considerata
come un peso insopportabile e, quindi, è rifiutata in molte maniere. Chi, con
la sua malattia, con il suo handicap o, molto più semplicemente, con la stessa
sua presenza mette in discussione il benessere o le abitudini di vita di quanti
sono più avvantaggiati, tende ad essere visto come un nemico da cui difendersi
o da eliminare. Si scatena così una specie di « congiura contro la vita ». Essa
non coinvolge solo le singole persone nei loro rapporti individuali, familiari
o di gruppo, ma va ben oltre, sino ad intaccare e stravolgere, a livello
mondiale, i rapporti tra i popoli e gli Stati.
13. Per facilitare la diffusione dell'aborto, si sono
investite e si continuano ad investire somme ingenti destinate alla messa a
punto di preparati farmaceutici, che rendono possibile l'uccisione del feto nel
grembo materno, senza la necessità di ricorrere all'aiuto del medico. La stessa
ricerca scientifica, su questo punto, sembra quasi esclusivamente preoccupata
di ottenere prodotti sempre più semplici ed efficaci contro la vita e, nello
stesso tempo, tali da sottrarre l'aborto ad ogni forma di controllo e
responsabilità sociale.
Si afferma frequentemente che la contraccezione, resa sicura
e accessibile a tutti, è il rimedio più efficace contro l'aborto. Si accusa poi
la Chiesa cattolica di favorire di fatto l'aborto perché continua ostinatamente
a insegnare l'illiceità morale della contraccezione.
L'obiezione, a ben guardare, si rivela speciosa. Può essere,
infatti, che molti ricorrano ai contraccettivi anche nell'intento di evitare
successivamente la tentazione dell'aborto. Ma i disvalori insiti nella «
mentalità contraccettiva » — ben diversa dall'esercizio responsabile della
paternità e maternità, attuato nel rispetto della piena verità dell'atto
coniugale — sono tali da rendere più forte proprio questa tentazione, di fronte
all'eventuale concepimento di una vita non desiderata. Di fatto la cultura
abortista è particolarmente sviluppata proprio in ambienti che rifiutano l'insegnamento
della Chiesa sulla contraccezione. Certo, contraccezione ed aborto, dal punto
di vista morale, sono mali specificamente diversi: l'una contraddice
all'integra verità dell'atto sessuale come espressione propria dell'amore
coniugale, l'altro distrugge la vita di un essere umano; la prima si oppone
alla virtù della castità matrimoniale, il secondo si oppone alla virtù della
giustizia e viola direttamente il precetto divino « non uccidere ».
Ma pur con questa diversa natura e peso morale, essi sono
molto spesso in intima relazione, come frutti di una medesima pianta. È vero
che non mancano casi in cui alla contraccezione e allo stesso aborto si giunge
sotto la spinta di molteplici difficoltà esistenziali, che tuttavia non possono
mai esonerare dallo sforzo di osservare pienamente la Legge di Dio. Ma in
moltissimi altri casi tali pratiche affondano le radici in una mentalità
edonistica e deresponsabilizzante nei confronti della sessualità e suppongono
un concetto egoistico di libertà che vede nella procreazione un ostacolo al
dispiegarsi della propria personalità. La vita che potrebbe scaturire
dall'incontro sessuale diventa così il nemico da evitare assolutamente e
l'aborto l'unica possibile risposta risolutiva di fronte ad una contraccezione
fallita.
Purtroppo la stretta connessione che, a livello di
mentalità, intercorre tra la pratica della contraccezione e quella dell'aborto
emerge sempre di più e lo dimostra in modo allarmante anche la messa a punto di
preparati chimici, di dispositivi intrauterini e di vaccini che, distribuiti
con la stessa facilità dei contraccettivi, agiscono in realtà come abortivi nei
primissimi stadi di sviluppo della vita del nuovo essere umano.
14. Anche le varie tecniche di riproduzione artificiale, che
sembrerebbero porsi a servizio della vita e che sono praticate non poche volte
con questa intenzione, in realtà aprono la porta a nuovi attentati contro la
vita. Al di là del fatto che esse sono moralmente inaccettabili, dal momento
che dissociano la procreazione dal contesto integralmente umano dell'atto
coniugale,(14) queste tecniche registrano alte percentuali di insuccesso: esso
riguarda non tanto la fecondazione, quanto il successivo sviluppo
dell'embrione, esposto al rischio di morte entro tempi in genere brevissimi.
Inoltre, vengono prodotti talvolta embrioni in numero superiore a quello
necessario per l'impianto nel grembo della donna e questi cosiddetti « embrioni
soprannumerari » vengono poi soppressi o utilizzati per ricerche che, con il
pretesto del progresso scientifico o medico, in realtà riducono la vita umana a
semplice « materiale biologico » di cui poter liberamente disporre.
Le diagnosi pre-natali, che non presentano difficoltà morali
se fatte per individuare eventuali cure necessarie al bambino non ancora nato,
diventano troppo spesso occasione per proporre e procurare l'aborto. È l'aborto
eugenetico, la cui legittimazione nell'opinione pubblica nasce da una mentalità
— a torto ritenuta coerente con le esigenze della « terapeuticità » — che
accoglie la vita solo a certe condizioni e che rifiuta il limite, l'handicap,
l'infermità.
Seguendo questa stessa logica, si è giunti a negare le cure
ordinarie più elementari, e perfino l'alimentazione, a bambini nati con gravi
handicap o malattie. Lo scenario contemporaneo, inoltre, si fa ancora più
sconcertante a motivo delle proposte, avanzate qua e là, di legittimare, nella
stessa linea del diritto all'aborto, persino l'infanticidio, ritornando così ad
uno stadio di barbarie che si sperava di aver superato per sempre.
15. Minacce non meno gravi incombono pure sui malati
inguaribili e sui morenti, in un contesto sociale e culturale che, rendendo più
difficile affrontare e sopportare la sofferenza, acuisce la tentazione di
risolvere il problema del soffrire eliminandolo alla radice con l'anticipare la
morte al momento ritenuto più opportuno.
In tale scelta confluiscono spesso elementi di diverso
segno, purtroppo convergenti a questo terribile esito. Può essere decisivo, nel
soggetto malato, il senso di angoscia, di esasperazione, persino di
disperazione, provocato da un'esperienza di dolore intenso e prolungato. Ciò
mette a dura prova gli equilibri a volte già instabili della vita personale e
familiare, sicché, da una parte, il malato, nonostante gli aiuti sempre più
efficaci dell'assistenza medica e sociale, rischia di sentirsi schiacciato
dalla propria fragilità; dall'altra, in coloro che gli sono effettivamente
legati, può operare un senso di comprensibile anche se malintesa pietà. Tutto
ciò è aggravato da un'atmosfera culturale che non coglie nella sofferenza alcun
significato o valore, anzi la considera il male per eccellenza, da eliminare ad
ogni costo; il che avviene specialmente quando non si ha una visione religiosa
che aiuti a decifrare positivamente il mistero del dolore.
Ma nell'orizzonte culturale complessivo non manca di
incidere anche una sorta di atteggiamento prometeico dell'uomo che, in tal
modo, si illude di potersi impadronire della vita e della morte perché decide
di esse, mentre in realtà viene sconfitto e schiacciato da una morte
irrimediabilmente chiusa ad ogni prospettiva di senso e ad ogni speranza.
Riscontriamo una tragica espressione di tutto ciò nella diffusione dell'eutanasia,
mascherata e strisciante o attuata apertamente e persino legalizzata. Essa,
oltre che per una presunta pietà di fronte al dolore del paziente, viene talora
giustificata con una ragione utilitaristica, volta ad evitare spese
improduttive troppo gravose per la società. Si propone così la soppressione dei
neonati malformati, degli handicappati gravi, degli inabili, degli anziani,
soprattutto se non autosufficienti, e dei malati terminali. Né ci è lecito
tacere di fronte ad altre forme più subdole, ma non meno gravi e reali, di
eutanasia. Esse, ad esempio, potrebbero verificarsi quando, per aumentare la
disponibilità di organi da trapiantare, si procedesse all'espianto degli stessi
organi senza rispettare i criteri oggettivi ed adeguati di accertamento della
morte del donatore.
16. Un altro fenomeno attuale, al quale si accompagnano
frequentemente minacce e attentati alla vita, è quello demografico. Esso si
presenta in modo differente nelle diverse parti del mondo: nei Paesi ricchi e
sviluppati si registra un preoccupante calo o crollo delle nascite; i Paesi
poveri, invece, presentano in genere un tasso elevato di aumento della
popolazione, difficilmente sopportabile in un contesto di minore sviluppo
economico e sociale, o addirittura di grave sottosviluppo. Di fronte alla
sovrapopolazione dei Paesi poveri mancano, a livello internazionale, interventi
globali — serie politiche familiari e sociali, programmi di crescita culturale
e di giusta produzione e distribuzione delle risorse — mentre si continua a
mettere in atto politiche antinataliste.
Contraccezione, sterilizzazione e aborto vanno certamente
annoverati tra le cause che contribuiscono a determinare le situazioni di forte
denatalità. Può essere facile la tentazione di ricorrere agli stessi metodi e
attentati contro la vita anche nelle situazioni di « esplosione demografica ».
L'antico faraone, sentendo come un incubo la presenza e il
moltiplicarsi dei figli di Israele, li sottopose ad ogni forma di oppressione e
ordinò che venisse fatto morire ogni neonato maschio delle donne ebree (cf. Es
1, 7-22). Allo stesso modo si comportano oggi non pochi potenti della terra.
Essi pure avvertono come un incubo lo sviluppo demografico
in atto e temono che i popoli più prolifici e più poveri rappresentino una
minaccia per il benessere e la tranquillità dei loro Paesi. Di conseguenza,
piuttosto che voler affrontare e risolvere questi gravi problemi nel rispetto
della dignità delle persone e delle famiglie e dell'inviolabile diritto alla
vita di ogni uomo, preferiscono promuovere e imporre con qualsiasi mezzo una
massiccia pianificazione delle nascite. Gli stessi aiuti economici, che
sarebbero disposti a dare, vengono ingiustamente condizionati all'accettazione
di una politica antinatalista.
17. L'umanità di oggi ci offre uno spettacolo davvero
allarmante, se pensiamo non solo ai diversi ambiti nei quali si sviluppano gli
attentati alla vita, ma anche alla loro singolare proporzione numerica, nonché
al molteplice e potente sostegno che viene loro dato dall'ampio consenso
sociale, dal frequente riconoscimento legale, dal coinvolgimento di parte del
personale sanitario.
Come ebbi a dire con forza a Denver, in occasione dell'VIII
Giornata Mondiale della Gioventù, « con il tempo, le minacce contro la vita non
vengono meno. Esse, al contrario, assumono dimensioni enormi. Non si tratta
soltanto di minacce provenienti dall'esterno, di forze della natura o dei
"Caino" che assassinano gli "Abele"; no, si tratta di
minacce programmate in maniera scientifica e sistematica. Il ventesimo secolo
verrà considerato un'epoca di attacchi massicci contro la vita,
un'interminabile serie di guerre e un massacro permanente di vite umane
innocenti. I falsi profeti e i falsi maestri hanno conosciuto il maggior
successo possibile ».(15) Al di là delle intenzioni, che possono essere varie e
magari assumere forme suadenti persino in nome della solidarietà, siamo in
realtà di fronte a una oggettiva « congiura contro la vita » che vede implicate
anche Istituzioni internazionali, impegnate a incoraggiare e programmare vere e
proprie campagne per diffondere la contraccezione, la sterilizzazione e
l'aborto. Non si può, infine, negare che i mass media sono spesso complici di
questa congiura, accreditando nell'opinione pubblica quella cultura che presenta
il ricorso alla contraccezione, alla sterilizzazione, all'aborto e alla stessa
eutanasia come segno di progresso e conquista di libertà, mentre dipinge come
nemiche della libertà e del progresso le posizioni incondizionatamente a favore
della vita.
« Sono forse il guardiano di mio fratello? » (Gn 4, 9):
un'idea perversa di libertà
18. Il panorama descritto chiede di essere conosciuto non
soltanto nei fenomeni di morte che lo caratterizzano, ma anche nelle molteplici
cause che lo determinano. La domanda del Signore « Che hai fatto? » (Gn 4, 10)
sembra essere quasi un invito rivolto a Caino ad andare oltre la materialità
del suo gesto omicida, per coglierne tutta la gravità nelle motivazioni che ne
sono all'origine e nelle conseguenze che ne derivano.
Le scelte contro la vita nascono, talvolta, da situazioni
difficili o addirittura drammatiche di profonda sofferenza, di solitudine, di
totale mancanza di prospettive economiche, di depressione e di angoscia per il
futuro. Tali circostanze possono attenuare anche notevolmente la responsabilità
soggettiva e la conseguente colpevolezza di quanti compiono queste scelte in sé
criminose. Tuttavia oggi il problema va ben al di là del pur doveroso
riconoscimento di queste situazioni personali. Esso si pone anche sul piano
culturale, sociale e politico, dove presenta il suo aspetto più sovversivo e
conturbante nella tendenza, sempre più largamente condivisa, a interpretare i
menzionati delitti contro la vita come legittime espressioni della libertà
individuale, da riconoscere e proteggere come veri e propri diritti.
In questo modo giunge ad una svolta dalle tragiche
conseguenze un lungo processo storico, che dopo aver scoperto l'idea dei «
diritti umani » — come diritti inerenti a ogni persona e precedenti ogni
Costituzione e legislazione degli Stati — incorre oggi in una sorprendente
contraddizione: proprio in un'epoca in cui si proclamano solennemente i diritti
inviolabili della persona e si afferma pubblicamente il valore della vita, lo
stesso diritto alla vita viene praticamente negato e conculcato, in particolare
nei momenti più emblematici dell'esistenza, quali sono il nascere e il morire.
Da un lato, le varie dichiarazioni dei diritti dell'uomo e
le molteplici iniziative che ad esse si ispirano dicono l'affermarsi a livello
mondiale di una sensibilità morale più attenta a riconoscere il valore e la
dignità di ogni essere umano in quanto tale, senza alcuna distinzione di razza,
nazionalità, religione, opinione politica, ceto sociale.
Dall'altro lato, a queste nobili proclamazioni si
contrappone purtroppo, nei fatti, una loro tragica negazione. Questa è ancora
più sconcertante, anzi più scandalosa, proprio perché si realizza in una
società che fa dell'affermazione e della tutela dei diritti umani il suo
obiettivo principale e insieme il suo vanto. Come mettere d'accordo queste
ripetute affermazioni di principio con il continuo moltiplicarsi e la diffusa
legittimazione degli attentati alla vita umana? Come conciliare queste
dichiarazioni col rifiuto del più debole, del più bisognoso, dell'anziano,
dell'appena concepito? Questi attentati vanno in direzione esattamente
contraria al rispetto della vita e rappresentano una minaccia frontale a tutta
la cultura dei diritti dell'uomo. È una minaccia capace, al limite, di mettere
a repentaglio lo stesso significato della convivenza democratica: da società di
« con- viventi », le nostre città rischiano di diventare società di esclusi, di
emarginati, di rimossi e soppressi. Se poi lo sguardo si allarga ad un
orizzonte planetario, come non pensare che la stessa affermazione dei diritti
delle persone e dei popoli, quale avviene in alti consessi internazionali, si
riduce a sterile esercizio retorico, se non si smaschera l'egoismo dei Paesi
ricchi che chiudono l'accesso allo sviluppo dei Paesi poveri o lo condizionano
ad assurdi divieti di procreazione, contrapponendo lo sviluppo all'uomo? Non
occorre forse mettere in discussione gli stessi modelli economici, adottati
sovente dagli Stati anche per spinte e condizionamenti di carattere
internazionale, che generano ed alimentano situazioni di ingiustizia e violenza
nelle quali la vita umana di intere popolazioni viene avvilita e conculcata?
19. Dove stanno le radici di una contraddizione tanto
paradossale?
Le possiamo riscontrare in complessive valutazioni di ordine
culturale e morale, a iniziare da quella mentalità che, esasperando e persino
deformando il concetto di soggettività, riconosce come titolare di diritti solo
chi si presenta con piena o almeno incipiente autonomia ed esce da condizioni
di totale dipendenza dagli altri. Ma come conciliare tale impostazione con
l'esaltazione dell'uomo quale essere « indisponibile »? La teoria dei diritti
umani si fonda proprio sulla considerazione del fatto che l'uomo, diversamente
dagli animali e dalle cose, non può essere sottomesso al dominio di nessuno. Si
deve pure accennare a quella logica che tende a identificare la dignità
personale con la capacità di comunicazione verbale ed esplicita e, in ogni
caso, sperimentabile. È chiaro che, con tali presupposti, non c'è spazio nel
mondo per chi, come il nascituro o il morente, è un soggetto strutturalmente
debole, sembra totalmente assoggettato alla mercé di altre persone e da loro
radicalmente dipendente e sa comunicare solo mediante il muto linguaggio di una
profonda simbiosi di affetti. È, quindi, la forza a farsi criterio di scelta e
di azione nei rapporti interpersonali e nella convivenza sociale. Ma questo è
l'esatto contrario di quanto ha voluto storicamente affermare lo Stato di
diritto, come comunità nella quale alle « ragioni della forza » si sostituisce
la « forza della ragione ».
Ad un altro livello, le radici della contraddizione che
intercorre tra la solenne affermazione dei diritti dell'uomo e la loro tragica
negazione nella pratica risiedono in una concezione della libertà che esalta in
modo assoluto il singolo individuo, e non lo dispone alla solidarietà, alla
piena accoglienza e al servizio dell'altro. Se è vero che talvolta la
soppressione della vita nascente o terminale si colora anche di un malinteso
senso di altruismo e di umana pietà, non si può negare che una tale cultura di
morte, nel suo insieme, tradisce una concezione della libertà del tutto
individualistica che finisce per essere la libertà dei « più forti » contro i
deboli destinati a soccombere.
Proprio in questo senso si può interpretare la risposta di
Caino alla domanda del Signore « Dov'è Abele, tuo fratello? »: « Non lo so.
Sono forse il guardiano di mio fratello? » (Gn 4, 9). Sì, ogni uomo è «
guardiano di suo fratello », perché Dio affida l'uomo all'uomo. Ed è anche in
vista di tale affidamento che Dio dona a ogni uomo la libertà, che possiede
un'essenziale dimensione relazionale. Essa è grande dono del Creatore, posta
com'è al servizio della persona e della sua realizzazione mediante il dono di
sé e l'accoglienza dell'altro; quando invece viene assolutizzata in chiave
individualistica, la libertà è svuotata del suo contenuto originario ed è
contraddetta nella sua stessa vocazione e dignità.
C'è un aspetto ancora più profondo da sottolineare: la
libertà rinnega sé stessa, si autodistrugge e si dispone all'eliminazione
dell'altro quando non riconosce e non rispetta più il suo costitutivo legame
con la verità. Ogni volta che la libertà, volendo emanciparsi da qualsiasi
tradizione e autorità, si chiude persino alle evidenze primarie di una verità
oggettiva e comune, fondamento della vita personale e sociale, la persona
finisce con l'assumere come unico e indiscutibile riferimento per le proprie
scelte non più la verità sul bene e sul male, ma solo la sua soggettiva e mutevole
opinione o, addirittura, il suo egoistico interesse e il suo capriccio.
20. In questa concezione della libertà, la convivenza
sociale viene profondamente deformata. Se la promozione del proprio io è intesa
in termini di autonomia assoluta, inevitabilmente si giunge alla negazione
dell'altro, sentito come un nemico da cui difendersi. In questo modo la società
diventa un insieme di individui posti l'uno accanto all'altro, ma senza legami
reciproci: ciascuno vuole affermarsi indipendentemente dall'altro, anzi vuol
far prevalere i suoi interessi. Tuttavia, di fronte ad analoghi interessi
dell'altro, ci si deve arrendere a cercare qualche forma di compromesso, se si
vuole che nella società sia garantito a ciascuno il massimo di libertà
possibile. Viene meno così ogni riferimento a valori comuni e a una verità
assoluta per tutti: la vita sociale si avventura nelle sabbie mobili di un
relativismo totale. Allora tutto è convenzionabile, tutto è negoziabile: anche
il primo dei diritti fondamentali, quello alla vita.
È quanto di fatto accade anche in ambito più propriamente
politico e statale: l'originario e inalienabile diritto alla vita è messo in
discussione o negato sulla base di un voto parlamentare o della volontà di una
parte — sia pure maggioritaria — della popolazione. È l'esito nefasto di un
relativismo che regna incontrastato: il « diritto » cessa di essere tale,
perché non è più solidamente fondato sull'inviolabile dignità della persona, ma
viene assoggettato alla volontà del più forte. In questo modo la democrazia, ad
onta delle sue regole, cammina sulla strada di un sostanziale totalitarismo. Lo
Stato non è più la « casa comune » dove tutti possono vivere secondo principi
di uguaglianza sostanziale, ma si trasforma in Stato tiranno, che presume di poter
disporre della vita dei più deboli e indifesi, dal bambino non ancora nato al
vecchio, in nome di una utilità pubblica che non è altro, in realtà, che
l'interesse di alcuni.
Tutto sembra avvenire nel più saldo rispetto della legalità,
almeno quando le leggi che permettono l'aborto o l'eutanasia vengono votate
secondo le cosiddette regole democratiche. In verità, siamo di fronte solo a
una tragica parvenza di legalità e l'ideale democratico, che è davvero tale
quando riconosce e tutela la dignità di ogni persona umana, è tradito nelle sue
stesse basi: « Come è possibile parlare ancora di dignità di ogni persona
umana, quando si permette che si uccida la più debole e la più innocente? In
nome di quale giustizia si opera fra le persone la più ingiusta delle
discriminazioni, dichiarandone alcune degne di essere difese, mentre ad altre
questa dignità è negata? ».(16) Quando si verificano queste condizioni si sono
già innescati quei dinamismi che portano alla dissoluzione di un'autentica
convivenza umana e alla disgregazione della stessa realtà statuale.
Rivendicare il diritto all'aborto, all'infanticidio,
all'eutanasia e riconoscerlo legalmente, equivale ad attribuire alla libertà
umana un significato perverso e iniquo: quello di un potere assoluto sugli altri
e contro gli altri. Ma questa è la morte della vera libertà: « In verità, in
verità vi dico: chiunque commette il peccato è schiavo del peccato » (Gv 8,
34).
« Mi dovrò nascondere lontano da te » (Gn 4, 14): l'eclissi
del senso di Dio e dell'uomo
21. Nel ricercare le radici più profonde della lotta tra la
« cultura della vita » e la « cultura della morte », non ci si può fermare
all'idea perversa di libertà sopra ricordata. Occorre giungere al cuore del
dramma vissuto dall'uomo contemporaneo:l'eclissi del senso di Dio e dell'uomo,
tipica del contesto sociale e culturale dominato dal secolarismo, che coi suoi
tentacoli pervasivi non manca talvolta di mettere alla prova le stesse comunità
cristiane. Chi si lascia contagiare da questa atmosfera, entra facilmente nel
vortice di un terribile circolo vizioso: smarrendo il senso di Dio, si tende a
smarrire anche il senso dell'uomo, della sua dignità e della sua vita; a sua
volta, la sistematica violazione della legge morale, specie nella grave materia
del rispetto della vita umana e della sua dignità, produce una sorta di
progressivo oscuramento della capacità di percepire la presenza vivificante e
salvante di Dio.
Ancora una volta possiamo ispirarci al racconto
dell'uccisione di Abele da parte del fratello. Dopo la maledizione inflittagli
da Dio, Caino così si rivolge al Signore: « Troppo grande è la mia colpa per
sopportarla! Ecco, tu mi scacci oggi da questo suolo e io mi dovrò nascondere
lontano da te; io sarò ramingo e fuggiasco sulla terra e chiunque mi incontrerà
mi potrà uccidere » (Gn 4, 13-14).
Caino ritiene che il suo peccato non potrà ottenere perdono
dal Signore e che il suo destino inevitabile sarà di doversi « nascondere
lontano » da lui. Se Caino riesce a confessare che la sua colpa è « troppo
grande », è perché egli sa di trovarsi di fronte a Dio e al suo giusto
giudizio. In realtà, solo davanti al Signore l'uomo può riconoscere il suo
peccato e percepirne tutta la gravità. È questa l'esperienza di Davide, che
dopo « aver fatto male agli occhi del Signore », rimproverato dal profeta Natan
(cf. 2 Sam 11-12), esclama: « Riconosco la mia colpa, il mio peccato mi sta
sempre dinanzi. Contro di te, contro te solo ho peccato, quello che è male ai
tuoi occhi, io l'ho fatto » (Sal 511, 5-6).
22. Per questo, quando viene meno il senso di Dio, anche il
senso dell'uomo viene minacciato e inquinato, come lapidariamente afferma il
Concilio Vaticano II: « La creatura senza il Creatore svanisce... Anzi, l'oblio
di Dio priva di luce la creatura stessa ».(17) L'uomo non riesce più a
percepirsi come « misteriosamente altro » rispetto alle diverse creature
terrene; egli si considera come uno dei tanti esseri viventi, come un organismo
che, tutt'al più, ha raggiunto uno stadio molto elevato di perfezione. Chiuso
nel ristretto orizzonte della sua fisicità, si riduce in qualche modo a « una
cosa » e non coglie più il carattere « trascendente » del suo « esistere come
uomo ». Non considera più la vita come uno splendido dono di Dio, una realtà «
sacra » affidata alla sua responsabilità e quindi alla sua amorevole custodia,
alla sua « venerazione ». Essa diventa semplicemente « una cosa », che egli
rivendica come sua esclusiva proprietà, totalmente dominabile e manipolabile.
Così, di fronte alla vita che nasce e alla vita che muore,
non è più capace di lasciarsi interrogare sul senso più autentico della sua
esistenza, assumendo con vera libertà questi momenti cruciali del proprio «
essere ». Egli si preoccupa solo del « fare » e, ricorrendo ad ogni forma di
tecnologia, si affanna a programmare, controllare e dominare la nascita e la
morte. Queste, da esperienze originarie che chiedono di essere « vissute »,
diventano cose che si pretende semplicemente di « possedere » o di « rifiutare
».
Del resto, una volta escluso il riferimento a Dio, non
sorprende che il senso di tutte le cose ne esca profondamente deformato, e la
stessa natura, non più « mater », sia ridotta a « materiale » aperto a tutte le
manipolazioni. A ciò sembra condurre una certa razionalità tecnico-scientifica,
dominante nella cultura contemporanea, che nega l'idea stessa di una verità del
creato da riconoscere o di un disegno di Dio sulla vita da rispettare. E ciò non
è meno vero, quando l'angoscia per gli esiti di tale « libertà senza legge »
induce alcuni all'opposta istanza di una « legge senza libertà », come avviene,
ad esempio, in ideologie che contestano la legittimità di qualunque intervento
sulla natura, quasi in nome di una sua « divinizzazione », che ancora una volta
ne misconosce la dipendenza dal disegno del Creatore. In realtà, vivendo « come
se Dio non esistesse », l'uomo smarrisce non solo il mistero di Dio, ma anche
quello del mondo e il mistero del suo stesso essere.
23. L'eclissi del senso di Dio e dell'uomo conduce
inevitabilmente al materialismo pratico, nel quale proliferano
l'individualismo, l'utilitarismo e l'edonismo. Si manifesta anche qui la
perenne validità di quanto scrive l'Apostolo: « Poiché hanno disprezzato la
conoscenza di Dio, Dio li ha abbandonati in balìa d'una intelligenza depravata,
sicché commettono ciò che è indegno » (Rm 1, 28). Così i valori dell'essere
sono sostituiti da quelli dell'avere.
L'unico fine che conta è il perseguimento del proprio
benessere materiale. La cosiddetta « qualità della vita » è interpretata in
modo prevalente o esclusivo come efficienza economica, consumismo disordinato,
bellezza e godibilità della vita fisica, dimenticando le dimensioni più
profonde — relazionali, spirituali e religiose — dell'esistenza.
In un simile contesto la sofferenza, inevitabile peso
dell'esistenza umana ma anche fattore di possibile crescita personale, viene «
censurata », respinta come inutile, anzi combattuta come male da evitare sempre
e comunque. Quando non la si può superare e la prospettiva di un benessere
almeno futuro svanisce, allora pare che la vita abbia perso ogni significato e
cresce nell'uomo la tentazione di rivendicare il diritto alla sua soppressione.
Sempre nel medesimo orizzonte culturale, il corpo non viene
più percepito come realtà tipicamente personale, segno e luogo della relazione
con gli altri, con Dio e con il mondo. Esso è ridotto a pura materialità: è
semplice complesso di organi, funzioni ed energie da usare secondo criteri di
mera godibilità ed efficienza. Conseguentemente, anche la sessualità è
depersonalizzata e strumentalizzata: da segno, luogo e linguaggio dell'amore,
ossia del dono di sé e dell'accoglienza dell'altro secondo l'intera ricchezza della
persona, diventa sempre più occasione e strumento di affermazione del proprio
io e di soddisfazione egoistica dei propri desideri e istinti. Così si deforma
e falsifica il contenuto originario della sessualità umana e i due significati,
unitivo e procreativo, insiti nella natura stessa dell'atto coniugale, vengono
artificialmente separati: in questo modo l'unione è tradita e la fecondità è
sottomessa all'arbitrio dell'uomo e della donna. La procreazione allora diventa
il « nemico » da evitare nell'esercizio della sessualità: se viene accettata, è
solo perché esprime il proprio desiderio, o addirittura la propria volontà, di
avere il figlio « ad ogni costo » e non, invece, perché dice totale accoglienza
dell'altro e, quindi, apertura alla ricchezza di vita di cui il figlio è
portatore.
Nella prospettiva materialistica fin qui descritta, le
relazioni interpersonali conoscono un grave impoverimento. I primi a subirne i
danni sono la donna, il bambino, il malato o sofferente, l'anziano. Il criterio
proprio della dignità personale — quello cioè del rispetto, della gratuità e
del servizio — viene sostituito dal criterio dell'efficienza, della
funzionalità e dell'utilità: l'altro è apprezzato non per quello che « è », ma
per quello che « ha, fa e rende ». È la supremazia del più forte sul più
debole.
24. È nell'intimo della coscienza morale che l'eclissi del
senso di Dio e dell'uomo, con tutte le sue molteplici e funeste conseguenze
sulla vita, si consuma. È in questione, anzitutto, la coscienza di ciascuna persona,
che nella sua unicità e irripetibilità si trova sola di fronte a Dio.(18) Ma è
pure in questione, in un certo senso, la « coscienza morale » della società:
essa è in qualche modo responsabile non solo perché tollera o favorisce
comportamenti contrari alla vita, ma anche perché alimenta la « cultura della
morte », giungendo a creare e a consolidare vere e proprie « strutture di
peccato » contro la vita. La coscienza morale, sia individuale che sociale, è
oggi sottoposta, anche per l'influsso invadente di molti strumenti della
comunicazione sociale, a un pericolo gravissimo e mortale: quello della
confusione tra il bene e il male in riferimento allo stesso fondamentale
diritto alla vita. Tanta parte dell'attuale società si rivela tristemente
simile a quell'umanità che Paolo descrive nella Lettera ai Romani. È fatta « di
uomini che soffocano la verità nell'ingiustizia » (1, 18): avendo rinnegato Dio
e credendo di poter costruire la città terrena senza di lui, « hanno vaneggiato
nei loro ragionamenti » sicché « si è ottenebrata la loro mente ottusa » (1,
21); « mentre si dichiaravano sapienti sono diventati stolti » (1, 22), sono
diventati autori di opere degne di morte e « non solo continuano a farle, ma
anche approvano chi le fa » (1, 32). Quando la coscienza, questo luminoso
occhio dell'anima (cf. Mt 6, 22-23), chiama « bene il male e male il bene » (Is
5, 20), è ormai sulla strada della sua degenerazione più inquietante e della
più tenebrosa cecità morale.
Eppure tutti i condizionamenti e gli sforzi per imporre il
silenzio non riescono a soffocare la voce del Signore che risuona nella
coscienza di ogni uomo: è sempre da questo intimo sacrario della coscienza che
può ripartire un nuovo cammino di amore, di accoglienza e di servizio alla vita
umana.
« Vi siete accostati al sangue dell'aspersione » (cf. Eb 12,
22.24): segni di speranza e invito all'impegno
25. « La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal
suolo! » (Gn 4, 10). Non è solo la voce del sangue di Abele, il primo innocente
ucciso, a gridare verso Dio, sorgente e difensore della vita. Anche il sangue
di ogni altro uomo ucciso dopo Abele è voce che si leva al Signore. In una
forma assolutamente unica, grida a Dio la voce del sangue di Cristo, di cui
Abele nella sua innocenza è figura profetica, come ci ricorda l'autore della
Lettera agli Ebrei: « Voi vi siete invece accostati al monte Sion e alla città
del Dio vivente... al Mediatore della Nuova Alleanza e al sangue
dell'aspersione dalla voce più eloquente di quello di Abele » (12, 22.24).
È il sangue dell'aspersione. Ne era stato simbolo e segno
anticipatore il sangue dei sacrifici dell'Antica Alleanza, con i quali Dio
esprimeva la volontà di comunicare la sua vita agli uomini, purificandoli e
consacrandoli (cf. Es 24, 8; Lv 17, 11). Ora, tutto questo in Cristo si compie
e si avvera: il suo è il sangue dell'aspersione che redime, purifica e salva; è
il sangue del Mediatore della Nuova Alleanza « versato per molti, in remissione
dei peccati » (Mt 26, 28). Questo sangue, che fluisce dal fianco trafitto di
Cristo sulla croce (cf. Gv 19, 34), ha la « voce più eloquente » del sangue di
Abele; esso infatti esprime ed esige una più profonda « giustizia », ma
soprattutto implora misericordia,(19) si fa presso il Padre intercessione per i
fratelli (cf. Eb 7, 25), è fonte di redenzione perfetta e dono di vita nuova.
Il sangue di Cristo, mentre rivela la grandezza dell'amore
del Padre, manifesta come l'uomo sia prezioso agli occhi di Dio e come sia
inestimabile il valore della sua vita. Ce lo ricorda l'apostolo Pietro: « Voi
sapete che non a prezzo di cose corruttibili, come l'argento e l'oro, foste
liberati dalla vostra vuota condotta ereditata dai vostri padri, ma con il
sangue prezioso di Cristo, come di agnello senza difetti e senza macchia » (1
Pt 1, 18-19). Proprio contemplando il sangue prezioso di Cristo, segno della
sua donazione d'amore (cf. Gv 13, 1), il credente impara a riconoscere e ad
apprezzare la dignità quasi divina di ogni uomo e può esclamare con sempre
rinnovato e grato stupore: « Quale valore deve avere l'uomo davanti agli occhi
del Creatore se "ha meritato di avere un tanto nobile e grande
Redentore" (Exultet della Veglia pasquale), se "Dio ha dato il suo
Figlio", affinché egli, l'uomo, "non muoia, ma abbia la vita
eterna" (cf. Gv 3, 16)! ».(20)
Il sangue di Cristo, inoltre, rivela all'uomo che la sua
grandezza, e quindi la sua vocazione, consiste nel dono sincero di sé. Proprio
perché viene versato come dono di vita, il sangue di Gesù non è più segno di
morte, di separazione definitiva dai fratelli, ma strumento di una comunione
che è ricchezza di vita per tutti. Chi nel sacramento dell'Eucaristia beve
questo sangue e dimora in Gesù (cf. Gv 6, 56) è coinvolto nel suo stesso
dinamismo di amore e di donazione di vita, per portare a pienezza l'originaria
vocazione all'amore che è propria di ogni uomo (cf. Gn 1, 27; 2, 18-24).
È ancora nel sangue di Cristo che tutti gli uomini attingono
la forza per impegnarsi a favore della vita. Proprio questo sangue è il motivo
più forte di speranza, anzi è il fondamento dell'assoluta certezza che secondo
il disegno di Dio la vittoria sarà della vita. « Non ci sarà più la morte »,
esclama la voce potente che esce dal trono di Dio nella Gerusalemme celeste (Ap
21, 4). E san Paolo ci assicura che la vittoria attuale sul peccato è segno e
anticipazione della vittoria definitiva sulla morte, quando « si compirà la
parola della Scrittura: "La morte è stata ingoiata per la vittoria. Dov'è,
o morte, la tua vittoria? Dov'è, o morte, il tuo pungiglione?" » (1 Cor
15, 54-55).
26. In realtà, segni anticipatori di questa vittoria non
mancano nelle nostre società e culture, pur così fortemente segnate dalla «
cultura della morte ». Si darebbe dunque un'immagine unilaterale, che potrebbe
indurre a uno sterile scoraggiamento, se alla denuncia delle minacce alla vita
non si accompagnasse la presentazione dei segni positivi operanti nell'attuale
situazione dell'umanità.
Purtroppo tali segni positivi faticano spesso a manifestarsi
e ad essere riconosciuti, forse anche perché non trovano adeguata attenzione
nei mezzi della comunicazione sociale. Ma quante iniziative di aiuto e di
sostegno alle persone più deboli e indifese sono sorte e continuano a sorgere,
nella comunità cristiana e nella società civile, a livello locale, nazionale e
internazionale, ad opera di singoli, gruppi, movimenti ed organizzazioni di
vario genere!
Sono ancora molti gli sposi che, con generosa
responsabilità, sanno accogliere i figli come « il preziosissimo dono del
matrimonio ».(21) Né mancano famiglie che, al di là del loro quotidiano
servizio alla vita, sanno aprirsi all'accoglienza di bambini abbandonati, di
ragazzi e giovani in difficoltà, di persone portatrici di handicap, di anziani
rimasti soli. Non pochi centri di aiuto alla vita, o istituzioni analoghe, sono
promossi da persone e gruppi che, con ammirevole dedizione e sacrificio,
offrono un sostegno morale e materiale a mamme in difficoltà, tentate di
ricorrere all'aborto. Sorgono pure e si diffondono gruppi di volontari
impegnati a dare ospitalità a chi è senza famiglia, si trova in condizioni di
particolare disagio o ha bisogno di ritrovare un ambiente educativo che lo
aiuti a superare abitudini distruttive e a ricuperare il senso della vita.
La medicina, promossa con grande impegno da ricercatori e
professionisti, prosegue nel suo sforzo per trovare rimedi sempre più efficaci:
risultati un tempo del tutto impensabili e tali da aprire promettenti
prospettive sono oggi ottenuti a favore della vita nascente, delle persone
sofferenti e dei malati in fase acuta o terminale. Enti e organizzazioni varie
si mobilitano per portare, anche nei Paesi più colpiti dalla miseria e da
malattie endemiche, i benefici della medicina più avanzata. Così pure
associazioni nazionali e internazionali di medici si attivano tempestivamente
per recare soccorso alle popolazioni provate da calamità naturali, da epidemie
o da guerre. Anche se una vera giustizia internazionale nella ripartizione
delle risorse mediche è ancora lontana dalla sua piena realizzazione, come non
riconoscere nei passi sinora compiuti il segno di una crescente solidarietà tra
i popoli, di un'apprezzabile sensibilità umana e morale e di un maggiore
rispetto per la vita?
27. Di fronte a legislazioni che hanno permesso l'aborto e a
tentativi, qua e là riusciti, di legalizzare l'eutanasia, sono sorti in tutto
il mondo movimenti e iniziative di sensibilizzazione sociale in favore della
vita. Quando, in conformità alla loro ispirazione autentica, agiscono con
determinata fermezza ma senza ricorrere alla violenza, tali movimenti
favoriscono una più diffusa presa di coscienza del valore della vita e
sollecitano e realizzano un più deciso impegno per la sua difesa.
Come non ricordare, inoltre, tutti quei gesti quotidiani di
accoglienza, di sacrificio, di cura disinteressata che un numero incalcolabile
di persone compie con amore nelle famiglie, negli ospedali, negli orfanotrofi,
nelle case di riposo per anziani e in altri centri o comunità a difesa della
vita? Lasciandosi guidare dall'esempio di Gesù « buon samaritano » (cf. Lc 10,
29-37) e sostenuta dalla sua forza, la Chiesa è sempre stata in prima linea su
queste frontiere della carità: tanti suoi figli e figlie, specialmente
religiose e religiosi, in forme antiche e sempre nuove, hanno consacrato e
continuano a consacrare la loro vita a Dio donandola per amore del prossimo più
debole e bisognoso.
Questi gesti costruiscono nel profondo quella « civiltà
dell'amore e della vita », senza la quale l'esistenza delle persone e della
società smarrisce il suo significato più autenticamente umano. Anche se nessuno
li notasse e rimanessero nascosti ai più, la fede assicura che il Padre, « che
vede nel segreto » (Mt 6, 4), non solo saprà ricompensarli, ma già fin d'ora li
rende fecondi di frutti duraturi per tutti.
Tra i segni di speranza va pure annoverata la crescita, in
molti strati dell'opinione pubblica, di una nuova sensibilità sempre più
contraria alla guerra come strumento di soluzione dei conflitti tra i popoli e
sempre più orientata alla ricerca di strumenti efficaci ma « non violenti » per
bloccare l'aggressore armato. Nel medesimo orizzonte si pone altresì la sempre
più diffusa avversione dell'opinione pubblica alla pena di morte anche solo
come strumento di « legittima difesa » sociale, in considerazione delle
possibilità di cui dispone una moderna società di reprimere efficacemente il
crimine in modi che, mentre rendono inoffensivo colui che l'ha commesso, non
gli tolgono definitivamente la possibilità di redimersi.
È da salutare con favore anche l'accresciuta attenzione
allaqualità della vita e all'ecologia, che si registra soprattutto nelle
società a sviluppo avanzato, nelle quali le attese delle persone non sono più
concentrate tanto sui problemi della sopravvivenza quanto piuttosto sulla
ricerca di un miglioramento globale delle condizioni di vita. Particolarmente significativo
è il risveglio di una riflessione etica attorno alla vita: con la nascita e lo
sviluppo sempre più diffuso della bioetica vengono favoriti la riflessione e il
dialogo — tra credenti e non credenti, come pure tra credenti di diverse
religioni — su problemi etici, anche fondamentali, che interessano la vita
dell'uomo.
28. Questo orizzonte di luci ed ombre deve renderci tutti
pienamente consapevoli che ci troviamo di fronte ad uno scontro immane e
drammatico tra il male e il bene, la morte e la vita, la « cultura della morte
» e la « cultura della vita ». Ci troviamo non solo « di fronte », ma
necessariamente « in mezzo » a tale conflitto: tutti siamo coinvolti e
partecipi, con l'ineludibile responsabilità di scegliere incondizionatamente a
favore della vita.
Anche per noi risuona chiaro e forte l'invito di Mosè: «
Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male...; io
ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione; scegli
dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza » (Dt 30, 15.19). È un
invito che ben si addice anche a noi, chiamati ogni giorno a dover decidere tra
la « cultura della vita » e la « cultura della morte ». Ma l'appello del
Deuteronomio è ancora più profondo, perché ci sollecita ad una scelta
propriamente religiosa e morale. Si tratta di dare alla propria esistenza un
orientamento fondamentale e di vivere in fedeltà e coerenza con la legge del
Signore: « Io oggi ti comando di amare il Signore tuo Dio, di camminare per le
sue vie, di osservare i suoi comandi, le sue leggi e le sue norme...; scegli
dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza, amando il Signore tuo Dio,
obbedendo alla sua voce e tenendoti unito a lui, poiché è lui la tua vita e la
tua longevità » (30, 16.19-20).
La scelta incondizionata a favore della vita raggiunge in
pienezza il suo significato religioso e morale quando scaturisce, viene
plasmata ed è alimentata dalla fede in Cristo. Nulla aiuta ad affrontare
positivamente il conflitto tra la morte e la vita, nel quale siamo immersi,
come la fede nel Figlio di Dio che si è fatto uomo ed è venuto tra gli uomini «
perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza » (Gv 10, 10): è la fede nel
Risorto, che ha vinto la morte; è la fede nel sangue di Cristo « dalla voce più
eloquente di quello di Abele » (Eb 12, 24).
Con la luce e la forza di tale fede, quindi, di fronte alle
sfide dell'attuale situazione, la Chiesa prende più viva coscienza della grazia
e della responsabilità che le vengono dal suo Signore per annunciare, celebrare
e servire il Vangelo della vita.
CAPITOLO II
SONO VENUTO PERCHÈ ABBIANO LA VITA
IL MESSAGGIO CRISTIANO SULLA VITA
« La vita si è fatta visibile, noi l'abbiamo veduta » (1 Gv
1, 2): lo sguardo rivolto a Cristo, « il Verbo della vita »
29. Di fronte alle innumerevoli e gravi minacce alla vita
presenti nel mondo contemporaneo, si potrebbe rimanere come sopraffatti dal
senso di un'impotenza insuperabile: il bene non potrà mai avere la forza di
vincere il male!
È questo il momento nel quale il Popolo di Dio, e in esso
ciascun credente, è chiamato a professare, con umiltà e coraggio, la propria
fede in Gesù Cristo « il Verbo della vita » (1 Gv 1, 1). Il Vangelo della vita
non è una semplice riflessione, anche se originale e profonda, sulla vita
umana; neppure è soltanto un comandamento destinato a sensibilizzare la
coscienza e a provocare significativi cambiamenti nella società; tanto meno è
un'illusoria promessa di un futuro migliore. Il Vangelo della vita è una realtà
concreta e personale, perché consiste nell'annuncio della persona stessa di
Gesù. All'apostolo Tommaso, e in lui a ogni uomo, Gesù si presenta con queste
parole: « Io sono la via, la verità e la vita » (Gv 14, 6). È la stessa
identità indicata a Marta, la sorella di Lazzaro: « Io sono la risurrezione e
la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me,
non morrà in eterno » (Gv 11, 25-26). Gesù è il Figlio che dall'eternità riceve
la vita dal Padre (cf. Gv 5, 26) ed è venuto tra gli uomini per farli partecipi
di questo dono: « Io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in
abbondanza » (Gv 10, 10).
È allora dalla parola, dall'azione, dalla persona stessa di
Gesù che all'uomo è data la possibilità di « conoscere » la verità intera circa
il valore della vita umana; è da quella « fonte » che gli viene, in
particolare, la capacità di « fare » perfettamente tale verità (cf. Gv 3, 21),
ossia di assumere e realizzare in pienezza la responsabilità di amare e
servire, di difendere e promuovere la vita umana.
In Cristo, infatti, è annunciato definitivamente ed è
pienamente donato quel Vangelo della vita che, offerto già nella Rivelazione
dell'Antico Testamento, ed anzi scritto in qualche modo nel cuore stesso di
ogni uomo e donna, risuona in ogni coscienza « dal principio », ossia dalla
creazione stessa, così che, nonostante i condizionamenti negativi del peccato,
può essere conosciuto nei suoi tratti essenziali anche dalla ragione umana.
Come scrive il Concilio Vaticano II, Cristo « con tutta la sua presenza e con
la manifestazione di sé, con le parole e con le opere, con i segni e con i
miracoli, e specialmente con la sua morte e la gloriosa risurrezione di tra i
morti, e infine con l'invio dello Spirito di verità, compie e completa la
rivelazione e la corrobora con la testimonianza divina, che cioè Dio è con noi
per liberarci dalle tenebre del peccato e della morte e risuscitarci per la
vita eterna ».(22)
30. È dunque con lo sguardo fisso al Signore Gesù che
intendiamo riascoltare da lui « le parole di Dio » (Gv 3, 34) e rimeditare il
Vangelo della vita. Il senso più profondo e originale di questa meditazione sul
messaggio rivelato circa la vita umana è stato colto dall'apostolo Giovanni,
quando scrive, all'inizio della sua Prima Lettera: « Ciò che era fin da
principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri
occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato,
ossia il Verbo della vita (poiché la vita si è fatta visibile, noi l'abbiamo
veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era
presso il Padre e si è resa visibile a noi), quello che abbiamo veduto e udito,
noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi »
(1, 1-3).
In Gesù, « Verbo della vita », viene quindi annunciata e
comunicata la vita divina ed eterna. Grazie a tale annuncio e a tale dono, la
vita fisica e spirituale dell'uomo, anche nella sua fase terrena, acquista
pienezza di valore e di significato: la vita divina ed eterna, infatti, è il
fine a cui l'uomo che vive in questo mondo è orientato e chiamato. Il Vangelo
della vita racchiude così quanto la stessa esperienza e ragione umana dicono
circa il valore della vita, lo accoglie, lo eleva e lo porta a compimento.
« Mia forza e mio canto è il Signore, egli mi ha salvato »
(Es 15, 2): la vita è sempre un bene
31. In verità, la pienezza evangelica dell'annuncio sulla
vita è preparata già nell'Antico Testamento. È soprattutto nella vicenda
dell'Esodo, fulcro dell'esperienza di fede dell'Antico Testamento, che Israele
scopre quanto la sua vita sia preziosa agli occhi di Dio. Quando sembra ormai
votato allo sterminio, perché su tutti i suoi neonati maschi incombe la
minaccia di morte (cf. Es 1, 15-22), il Signore gli si rivela come salvatore, capace
di assicurare un futuro a chi è senza speranza. Nasce così in Israele una
precisa consapevolezza: la sua vita non si trova alla mercé di un faraone che
può usarne con dispotico arbitrio; al contrario, essa è l'oggetto di un tenero
e forte amore da parte di Dio.
La liberazione dalla schiavitù è il dono di una identità, il
riconoscimento di una dignità indelebile e l'inizio di una storia nuova, in cui
la scoperta di Dio e la scoperta di sé vanno di pari passo. È una esperienza,
quella dell'Esodo, fondante ed esemplare. Israele vi apprende che, ogni volta
in cui è minacciato nella sua esistenza, non ha che da ricorrere a Dio con
rinnovata fiducia per trovare in lui efficace assistenza: « Io ti ho formato,
mio servo sei tu; Israele, non sarai dimenticato da me » (Is 44, 21).
Così, mentre riconosce il valore della propria esistenza
come popolo, Israele progredisce anche nella percezione del senso e del valore
della vita in quanto tale. È una riflessione che si sviluppa in modo
particolare nei libri sapienziali, muovendo dalla quotidiana esperienza della
precarietà della vita e dalla consapevolezza delle minacce che la insidiano. Di
fronte alle contraddizioni dell'esistenza, la fede è provocata ad offrire una
risposta.
È soprattutto il problema del dolore ad incalzare la fede e
a metterla alla prova. Come non cogliere il gemito universale dell'uomo nella
meditazione del libro di Giobbe? L'innocente schiacciato dalla sofferenza è,
comprensibilmente, portato a chiedersi: « Perché dare la luce ad un infelice e
la vita a chi ha l'amarezza nel cuore, a quelli che aspettano la morte e non
viene, che la cercano più di un tesoro? » (3, 20-21). Ma anche nella più fitta
oscurità la fede orienta al riconoscimento fiducioso e adorante del « mistero
»: « Comprendo che puoi tutto e che nessuna cosa è impossibile per te » (Gb 42,
2).
Progressivamente la Rivelazione fa cogliere con sempre
maggiore chiarezza il germe di vita immortale posto dal Creatore nel cuore
degli uomini: « Egli ha fatto bella ogni cosa a suo tempo, ma egli ha messo la
nozione dell'eternità nel loro cuore » (Qo 3, 11). Questo germe di totalità e
di pienezza attende di manifestarsi nell'amore e di compiersi, per dono
gratuito di Dio, nella partecipazione alla sua vita eterna.
« Il nome di Gesù ha dato vigore a questo uomo » (At 3, 16):
nella precarietà dell'esistenza umana Gesù porta a compimento il senso della
vita
32. L'esperienza del popolo dell'Alleanza si rinnova in
quella di tutti i « poveri » che incontrano Gesù di Nazaret. Come già il Dio «
amante della vita » (Sap 11, 26) aveva rassicurato Israele in mezzo ai
pericoli, così ora il Figlio di Dio, a quanti si sentono minacciati e impediti
nella loro esistenza, annuncia che anche la loro vita è un bene, al quale
l'amore del Padre dà senso e valore.
« I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i
lebbrosi vengono sanati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è
annunziata la buona novella » (Lc 7, 22). Con queste parole del profeta Isaia
(35, 5-6; 61, 1), Gesù presenta il significato della propria missione: così
quanti soffrono per un'esistenza in qualche modo « diminuita », ascoltano da
lui la buona novella dell'interesse di Dio nei loro confronti ed hanno la
conferma che anche la loro vita è un dono gelosamente custodito nelle mani del
Padre (cf. Mt 6, 25-34).
Sono i « poveri » ad essere interpellati particolarmente
dalla predicazione e dall'azione di Gesù. Le folle di malati e di emarginati,
che lo seguono e lo cercano (cf. Mt 4, 23-25), trovano nella sua parola e nei
suoi gesti la rivelazione di quale grande valore abbia la loro vita e di come
siano fondate le loro attese di salvezza.
Non diversamente accade nella missione della Chiesa, fin
dalle sue origini. Essa, che annuncia Gesù come colui che « passò beneficando e
risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era
con lui » (At 10, 38), sa di essere portatrice di un messaggio di salvezza che
risuona in tutta la sua novità proprio nelle situazioni di miseria e di povertà
della vita dell'uomo. Così fa Pietro con la guarigione dello storpio, posto
ogni giorno presso la porta « Bella » del tempio di Gerusalemme a chiedere
l'elemosina: « Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel
nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina! » (At 3, 6). Nella fede in Gesù, «
autore della vita » (At 3, 15), la vita che giace abbandonata e implorante
ritrova consapevolezza di sé e dignità piena.
La parola e i gesti di Gesù e della sua Chiesa non
riguardano solo chi è nella malattia, nella sofferenza o nelle varie forme di
emarginazione sociale. Più profondamente toccano il senso stesso della vita di
ogni uomo nelle sue dimensioni morali e spirituali. Solo chi riconosce che la
propria vita è segnata dalla malattia del peccato, nell'incontro con Gesù
Salvatore può ritrovare la verità e l'autenticità della propria esistenza,
secondo le sue stesse parole: « Non sono i sani che hanno bisogno del medico,
ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a
convertirsi » (Lc 5, 31-32).
Chi, invece, come il ricco agricoltore della parabola
evangelica, pensa di poter assicurare la propria vita mediante il possesso dei
soli beni materiali, in realtà si illude: essa gli sta sfuggendo, ed egli ne
resterà ben presto privo, senza essere arrivato a percepirne il vero significato:
« Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai
preparato di chi sarà? » (Lc 12, 20).
33. È nella vita stessa di Gesù, dall'inizio alla fine, che
si ritrova questa singolare « dialettica » tra l'esperienza della precarietà
della vita umana e l'affermazione del suo valore. Infatti, la precarietà segna
la vita di Gesù fin dalla sua nascita. Egli trova certamente l'accoglienza dei
giusti, che si uniscono al « sì » pronto e gioioso di Maria (cf. Lc 1, 38). Ma
c'è anche, da subito, il rifiuto di un mondo che si fa ostile e cerca il
bambino « per ucciderlo » (Mt 2, 13), oppure resta indifferente e disattento al
compiersi del mistero di questa vita che entra nel mondo: « non c'era posto per
loro nell'albergo » (Lc 2, 7). Proprio dal contrasto tra le minacce e le
insicurezze da una parte e la potenza del dono di Dio dall'altra, risplende con
maggior forza la gloria che si sprigiona dalla casa di Nazaret e dalla
mangiatoia di Betlemme: questa vita che nasce è salvezza per l'intera umanità
(cf. Lc 2, 11).
Contraddizioni e rischi della vita vengono assunti
pienamente da Gesù: « da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi
diventaste ricchi per mezzo della sua povertà » (2 Cor 8, 9). La povertà, di
cui parla Paolo, non è solo spogliamento dei privilegi divini, ma anche
condivisione delle condizioni più umili e precarie della vita umana (cf. Fil 2,
6-7). Gesù vive questa povertà lungo tutto il corso della sua vita, fino al
momento culminante della Croce: « umiliò se stesso facendosi obbediente fino
alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l'ha esaltato e gli ha dato il
nome che è al di sopra di ogni altro nome » (Fil 2, 8-9). È proprio nella sua
morte che Gesù rivela tutta la grandezza e il valore della vita, in quanto il
suo donarsi in croce diventa fonte di vita nuova per tutti gli uomini (cf. Gv
12, 32). In questo peregrinare nelle contraddizioni e nella stessa perdita
della vita, Gesù è guidato dalla certezza che essa è nelle mani del Padre. Per
questo sulla Croce può dirgli: « Padre nelle tue mani consegno il mio spirito »
(Lc 23, 46), cioè la mia vita. Davvero grande è il valore della vita umana se
il Figlio di Dio l'ha assunta e l'ha resa luogo nel quale la salvezza si attua
per l'intera umanità!
« Chiamati... ad essere conformi all'immagine del Figlio suo
» (Rm 8, 28-29): la gloria di Dio risplende sul volto dell'uomo
34. La vita è sempre un bene. È, questa, una intuizione o
addirittura un dato di esperienza, di cui l'uomo è chiamato a cogliere la
ragione profonda.
Perché la vita è un bene? L'interrogativo attraversa tutta
la Bibbia e fin dalle sue prime pagine trova una risposta efficace e mirabile.
La vita che Dio dona all'uomo è diversa e originale di fronte a quella di ogni
altra creatura vivente, in quanto egli, pur imparentato con la polvere della
terra (cf. Gn 2, 7; 3, 19; Gb 34, 15; Sal 103/102, 14; 104/103, 29), è nel
mondo manifestazione di Dio, segno della sua presenza, orma della sua gloria
(cf. Gn 1, 26-27; Sal 8, 6). È quanto ha voluto sottolineare anche sant'Ireneo
di Lione con la sua celebre definizione: « l'uomo che vive è la gloria di Dio
».(23) All'uomo è donata un'altissima dignità, che ha le sue radici nell'intimo
legame che lo unisce al suo Creatore: nell'uomo risplende un riflesso della
stessa realtà di Dio.
Lo afferma il libro della Genesi nel primo racconto delle
origini, ponendo l'uomo al vertice dell'attività creatrice di Dio, come suo
coronamento, al termine di un processo che dall'indistinto caos porta alla
creatura più perfetta. Tutto nel creato è ordinato all'uomo e tutto è a lui
sottomesso: « Riempite la terra; soggiogatela e dominate... su ogni essere
vivente » (1, 28), comanda Dio all'uomo e alla donna. Un messaggio simile viene
anche dall'altro racconto delle origini: « Il Signore Dio prese l'uomo e lo
pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse » (Gn 2, 15).
Si riafferma così il primato dell'uomo sulle cose: esse sono finalizzate a lui
e affidate alla sua responsabilità, mentre per nessuna ragione egli può essere asservito
ai suoi simili e quasi ridotto al rango di cosa.
Nella narrazione biblica la distinzione dell'uomo dalle
altre creature è evidenziata soprattutto dal fatto che solo la sua creazione è
presentata come frutto di una speciale decisione da parte di Dio, di una
deliberazione che consiste nello stabilire un legame particolare e specifico
con il Creatore: « Facciamo l'uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza »
(Gn 1, 26). La vita che Dio offre all'uomo è un dono con cui Dio partecipa
qualcosa di sé alla sua creatura.
Israele si interrogherà a lungo sul senso di questo legame
particolare e specifico dell'uomo con Dio. Anche il libro del Siracide
riconosce che Dio nel creare gli uomini « secondo la sua natura li rivestì di
forza, e a sua immagine li formò » (17, 3). A ciò l'autore sacro riconduce non
solo il loro dominio sul mondo, ma anche le facoltà spirituali più proprie
dell'uomo, come la ragione, il discernimento del bene e del male, la volontà
libera: « Li riempì di dottrina e d'intelligenza, e indicò loro anche il bene e
il male » (Sir 17, 6). La capacità di attingere la verità e la libertà sono
prerogative dell'uomo in quanto creato ad immagine del suo Creatore, il Dio
vero e giusto (cf. Dt 32, 4). Soltanto l'uomo, fra tutte le creature visibili, è
« capa- ce di conoscere e di amare il proprio Creatore ».(24) La vita che Dio
dona all'uomo è ben più di un esistere nel tempo. È tensione verso una pienezza
di vita; è germe di una esistenza che va oltre i limiti stessi del tempo: « Sì,
Dio ha creato l'uomo per l'incorruttibilità; lo fece a immagine della propria
natura » (Sap 2, 23).
35. Anche il racconto jahvista delle origini esprime la
stessa convinzione. L'antica narrazione, infatti, parla di un soffio divino che
viene inalato nell'uomo perché questi entri nella vita: « Il Signore Dio plasmò
l'uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e
l'uomo divenne un essere vivente » (Gn 2, 7).
L'origine divina di questo spirito di vita spiega la perenne
insoddisfazione che accompagna l'uomo nei suoi giorni. Fatto da Dio, portando
in sé una traccia indelebile di Dio, l'uomo tende naturalmente a lui. Quando
ascolta l'aspirazione profonda del suo cuore, ogni uomo non può non fare
propria la parola di verità espressa da sant'Agostino: « Tu ci hai fatti per
te, o Signore, e il nostro cuore è inquieto sino a quando non riposa in Te
».(25)
Quanto mai eloquente è l'insoddisfazione di cui è preda la
vita dell'uomo nell'Eden fin quando il suo unico riferimento rimane il mondo
vegetale e animale (cf. Gn 2, 20). Solo l'apparizione della donna, di un essere
cioè che è carne dalla sua carne e osso dalle sue ossa (cf. Gn 2, 23), e in cui
ugualmente vive lo spirito di Dio Creatore, può soddisfare l'esigenza di
dialogo inter-personale che è così vitale per l'esistenza umana. Nell'altro,
uomo o donna, si riflette Dio stesso, approdo definitivo e appagante di ogni
persona.
« Che cosa è l'uomo perché te ne ricordi, il figlio
dell'uomo perché te ne curi? », si chiede il Salmista (Sal 8, 5). Di fronte
all'immensità dell'universo, egli è ben piccola cosa; ma proprio questo
contrasto fa emergere la sua grandezza: « Lo hai fatto poco meno degli angeli
(ma si potrebbe tradurre anche: « poco meno di Dio »), di gloria e di onore lo
hai coronato » (Sal 8, 6). La gloria di Dio risplende sul volto dell'uomo. In
lui il Creatore trova il suo riposo, come commenta stupito e commosso
sant'Ambrogio: « È finito il sesto giorno e si è conclusa la creazione del
mondo con la formazione di quel capolavoro che è l'uomo, il quale esercita il
dominio su tutti gli esseri viventi ed è come il culmine dell'universo e la
suprema bellezza di ogni essere creato. Veramente dovremmo mantenere un
reverente silenzio, poiché il Signore si riposò da ogni opera del mondo. Si
riposò poi nell'intimo dell'uomo, si riposò nella sua mente e nel suo pensiero;
infatti aveva creato l'uomo dotato di ragione, capace d'imitarlo, emulo delle
sue virtù, bramoso delle grazie celesti. In queste sue doti riposa Iddio che ha
detto: "O su chi riposerò, se non su chi è umile, tranquillo e teme le mie
parole?" (Is 66, 1-2). Ringrazio il Signore Dio nostro che ha creato
un'opera così meravigliosa nella quale trovare il suo riposo ».(26)
36. Purtroppo lo stupendo progetto di Dio viene offuscato
dalla irruzione del peccato nella storia. Con il peccato l'uomo si ribella al
Creatore, finendo con l'idolatrare le creature: « Hanno venerato e adorato la
creatura al posto del Creatore » (Rm 1, 25). In questo modo l'essere umano non
solo deturpa in se stesso l'immagine di Dio, ma è tentato di offenderla anche
negli altri, sostituendo ai rapporti di comunione atteggiamenti di diffidenza,
di indifferenza, di inimicizia, fino all'odio omicida. Quando non si riconosce
Dio come Dio, si tradisce il senso profondo dell'uomo e si pregiudica la
comunione tra gli uomini.
Nella vita dell'uomo, l'immagine di Dio torna a risplendere
e si manifesta in tutta la sua pienezza con la venuta nella carne umana del
Figlio di Dio: « Egli è immagine del Dio invisibile » (Col 1, 15), «
irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza » (Eb 1, 3). Egli è
l'immagine perfetta del Padre.
Il progetto di vita consegnato al primo Adamo trova
finalmente in Cristo il suo compimento. Mentre la disobbedienza di Adamo rovina
e deturpa il disegno di Dio sulla vita dell'uomo e introduce la morte nel
mondo, l'obbedienza redentrice di Cristo è fonte di grazia che si riversa sugli
uomini spalancando a tutti le porte del regno della vita (cf. Rm 5, 12-21).
Afferma l'apostolo Paolo: « Il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente, ma
l'ultimo Adamo divenne spirito datore di vita » (1 Cor 15, 45).
A quanti accettano di porsi alla sequela di Cristo viene
donata la pienezza della vita: in loro l'immagine divina viene restaurata,
rinnovata e condotta alla perfezione. Questo è il disegno di Dio sugli esseri
umani: che divengano « conformi all'immagine del Figlio suo » (Rm 8, 29). Solo
così, nello splendore di questa immagine, l'uomo può essere liberato dalla
schiavitù dell'idolatria, può ricostruire la fraternità dispersa e ritrovare la
sua identità.
« Chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno » (Gv 11,
26): il dono della vita eterna
37. La vita che il Figlio di Dio è venuto a donare agli
uomini non si riduce alla sola esistenza nel tempo. La vita, che da sempre è «
in lui » e costituisce « la luce degli uomini » (Gv 1, 4), consiste nell'essere
generati da Dio e nel partecipare alla pienezza del suo amore: « A quanti
l'hanno accolto, ha dato il potere di diventare figli di Dio: a quelli che
credono nel suo nome, i quali non da sangue, né da volere di carne, né da
volere di uomo, ma da Dio sono stati generati » (Gv 1, 12-13).
A volte Gesù chiama questa vita, che egli è venuto a donare,
semplicemente così: « la vita »; e presenta la generazione da Dio come una
condizione necessaria per poter raggiungere il fine per cui Dio ha creato
l'uomo: « Se uno non rinasce dall'alto, non può vedere il regno di Dio » (Gv 3,
3). Il dono di questa vita costituisce l'oggetto proprio della missione di
Gesù: egli « è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo » (Gv 6, 33),
così che può affermare con piena verità: « Chi segue me... avrà la luce della
vita » (Gv 8, 12).
Altre volte Gesù parla di « vita eterna », dove l'aggettivo
non richiama soltanto una prospettiva sovratemporale. « Eterna » è la vita che
Gesù promette e dona, perché è pienezza di partecipazione alla vita dell' «
Eterno ». Chiunque crede in Gesù ed entra in comunione con lui ha la vita
eterna (cf. Gv 3, 15; 6, 40), perché da lui ascolta le uniche parole che
rivelano e infondono pienezza di vita alla sua esistenza; sono le « parole di
vita eterna » che Pietro riconosce nella sua confessione di fede: « Signore, da
chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che
tu sei il Santo di Dio » (Gv 6, 68-69). In che cosa consista poi la vita
eterna, lo dichiara Gesù stesso rivolgendosi al Padre nella grande preghiera
sacerdotale: « Questa è la vita eterna: che conoscano te, l'unico vero Dio, e
colui che hai mandato, Gesù Cristo » (Gv 17, 3). Conoscere Dio e il suo Figlio
è accogliere il mistero della comunione d'amore del Padre, del Figlio e dello
Spirito Santo nella propria vita, che si apre già fin d'ora alla vita eterna
nella partecipazione alla vita divina.
38. La vita eterna è, dunque, la vita stessa di Dio ed
insieme la vita dei figli di Dio. Stupore sempre nuovo e gratitudine senza
limiti non possono non prendere il credente di fronte a questa inattesa e
ineffabile verità che ci viene da Dio in Cristo. Il credente fa sue le parole
dell'apostolo Giovanni: « Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere
chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!... Carissimi, noi fin d'ora siamo
figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che
quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo
così come egli è » (1 Gv 3, 1-2).
Così giunge al suo culmine la verità cristiana sulla vita.
La dignità di questa non è legata solo alle sue origini, al suo venire da Dio,
ma anche al suo fine, al suo destino di comunione con Dio nella conoscenza e
nell'amore di Lui. È alla luce di questa verità che sant'Ireneo precisa e
completa la sua esaltazione dell'uomo: « gloria di Dio » è, sì, « l'uomo che
vive », ma « la vita dell'uomo consiste nella visione di Dio ».(27)
Nascono da qui immediate conseguenze per la vita umana nella
sua stessa condizione terrena, nella quale è già germogliata ed è in crescita
la vita eterna. Se l'uomo ama istintivamente la vita perché è un bene, tale
amore trova ulteriore motivazione e forza, nuova ampiezza e profondità nelle
dimensioni divine di questo bene. In simile prospettiva, l'amore che ogni
essere umano ha per la vita non si riduce alla semplice ricerca di uno spazio
in cui esprimere se stesso ed entrare in relazione con gli altri, ma si
sviluppa nella gioiosa consapevolezza di poter fare della propria esistenza il
« luogo » della manifestazione di Dio, dell'incontro e della comunione con Lui.
La vita che Gesù ci dona non svaluta la nostra esistenza nel tempo, ma la
assume e la conduce al suo ultimo destino: « Io sono la risurrezione e la
vita...; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno » (Gv 11, 25.26).
« Domanderò conto ... a ognuno di suo fratello » (Gn 9, 5):
venerazione e amore per la vita di tutti
39. La vita dell'uomo proviene da Dio, è suo dono, sua
immagine e impronta, partecipazione del suo soffio vitale. Di questa vita, pertanto,
Dio è l'unico signore: l'uomo non può disporne. Dio stesso lo ribadisce a Noè
dopo il diluvio: « Domanderò conto della vita dell'uomo all'uomo, a ognuno di
suo fratello » (Gn 9, 5). E il testo biblico si preoccupa di sottolineare come
la sacralità della vita abbia il suo fondamento in Dio e nella sua azione
creatrice: « Perché ad immagine di Dio Egli ha fatto l'uomo » (Gn 9, 6).
La vita e la morte dell'uomo sono, dunque, nelle mani di
Dio, in suo potere: « Egli ha in mano l'anima di ogni vivente e il soffio
d'ogni carne umana », esclama Giobbe (12, 10). « Il Signore fa morire e fa
vivere, scendere agli inferi e risalire » (1 Sam 2, 6). Egli solo può dire: «
Sono io che do la morte e faccio vivere » (Dt 32, 39).
Ma questo potere Dio non lo esercita come arbitrio
minaccioso, bensì come cura e sollecitudine amorosa nei riguardi delle sue
creature. Se è vero che la vita dell'uomo è nelle mani di Dio, non è men vero
che queste sono mani amorevoli come quelle di una madre che accoglie, nutre e
si prende cura del suo bambino: « Io sono tranquillo e sereno come bimbo
svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l'anima mia » (Sal
131/130, 2; cf. Is 49, 15; 66, 12-13; Os 11, 4). Così nelle vicende dei popoli
e nella sorte degli individui Israele non vede il frutto di una pura casualità
o di un destino cieco, ma l'esito di un disegno d'amore con il quale Dio
raccoglie tutte le potenzialità di vita e contrasta le forze di morte, che
nascono dal peccato: « Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei
viventi. Egli infatti ha creato tutto per l'esistenza » (Sap 1, 13-14).
40. Dalla sacralità della vita scaturisce la sua
inviolabilità, inscritta fin dalle origini nel cuore dell'uomo, nella sua
coscienza. La domanda « Che hai fatto? » (Gn 4, 10), con cui Dio si rivolge a
Caino dopo che questi ha ucciso il fratello Abele, traduce l'esperienza di ogni
uomo: nel profondo della sua coscienza, egli viene sempre richiamato alla
inviolabilità della vita — della sua vita e di quella degli altri —, come
realtà che non gli appartiene, perché proprietà e dono di Dio Creatore e Padre.
Il comandamento relativo all'inviolabilità della vita umana
risuona al centro delle « dieci parole » nell'Alleanza del Sinai (cf. Es 34,
28). Esso proibisce, anzitutto, l'omicidio: « Non uccidere » (Es 20, 13); « Non
far morire l'innocente e il giusto » (Es 23, 7); ma proibisce anche — come
viene esplicitato nell'ulteriore legislazione di Israele — ogni lesione
inflitta all'altro (cf. Es 21, 12-27). Certo, bisogna riconoscere che
nell'Antico Testamento questa sensibilità per il valore della vita, pur già
così marcata, non raggiunge ancora la finezza del Discorso della Montagna, come
emerge da alcuni aspetti della legislazione allora vigente, che prevedeva pene
corporali non lievi e persino la pena di morte. Ma il messaggio complessivo,
che spetterà al Nuovo Testamento di portare alla perfezione, è un forte appello
al rispetto dell'inviolabilità della vita fisica e dell'integrità personale, ed
ha il suo vertice nel comandamento positivo che obbliga a farsi carico del
prossimo come di se stessi: « Amerai il tuo prossimo come te stesso » (Lv 19,
18).
41. Il comandamento del « non uccidere », incluso e
approfondito in quello positivo dell'amore del prossimo, viene ribadito in tutta
la sua validità dal Signore Gesù. Al giovane ricco che gli chiede: « Maestro,
che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna? », risponde: « Se vuoi
entrare nella vita, osserva i comandamenti » (Mt 19, 16.17). E cita, come
primo, il « non uccidere » (v. 18). Nel Discorso della Montagna, Gesù esige dai
discepoli una giustizia superiore a quella degli scribi e dei farisei anche nel
campo del rispetto della vita: « Avete inteso che fu detto agli antichi: Non
uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. Ma io vi dico: chiunque
si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio » (Mt 5, 21-22).
Con la sua parola e i suoi gesti Gesù esplicita
ulteriormente le esigenze positive del comandamento circa l'inviolabilità della
vita. Esse erano già presenti nell'Antico Testamento, dove la legislazione si
preoccupava di garantire e salvaguardare le situazioni di vita debole e
minacciata: il forestiero, la vedova, l'orfano, il malato, il povero in genere,
la stessa vita prima della nascita (cf. Es 21, 22; 22, 20-26). Con Gesù queste
esigenze positive acquistano vigore e slancio nuovi e si manifestano in tutta
la loro ampiezza e profondità: vanno dal prendersi cura della vita del fratello
(familiare, appartenente allo stesso popolo, straniero che abita nella terra di
Israele), al farsi carico dell'estraneo, fino all'amare il nemico.
L'estraneo non è più tale per chi deve farsi prossimo di
chiunque è nel bisogno fino ad assumersi la responsabilità della sua vita, come
insegna in modo eloquente e incisivo la parabola del buon samaritano (cf. Lc
10, 25-37). Anche il nemico cessa di essere tale per chi è tenuto ad amarlo
(cf. Mt 5, 38-48; Lc 6, 27-35) e a « fargli del bene » (cf. Lc 6, 27.33.35),
venendo incontro alle necessità della sua vita con prontezza e senso di
gratuità (cf. Lc 6, 34-35). Vertice di questo amore è la preghiera per il
nemico, mediante la quale ci si pone in sintonia con l'amore provvidente di
Dio: « Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori,
perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i
malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti » (Mt
5, 44-45; cf. Lc 6, 28.35).
Così il comandamento di Dio a salvaguardia della vita
dell'uomo ha il suo aspetto più profondo nell'esigenza di venerazione e di
amore nei confronti di ogni persona e della sua vita. È questo l'insegnamento
che l'apostolo Paolo, facendo eco alla parola di Gesù (cf. Mt 19, 17-18),
rivolge ai cristiani di Roma: « Il precetto: Non commettere adulterio, non
uccidere, non rubare, non desiderare e qualsiasi altro comandamento, si
riassume in queste parole: Amerai il prossimo tuo come te stesso. L'amore non
fa nessun male al prossimo: pieno compimento della legge è l'amore » (Rm 13, 9-10).
« Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra;
soggiogatela » (Gn 1, 28): le responsabilità dell'uomo verso la vita
42. Difendere e promuovere, venerare e amare la vita è un
compito che Dio affida a ogni uomo, chiamandolo, come sua palpitante immagine,
a partecipare alla signoria che Egli ha sul mondo: « Dio li benedisse e disse
loro: "Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e
dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente,
che striscia sulla terra" » (Gn 1, 28).
Il testo biblico mette in luce l'ampiezza e la profondità
della signoria che Dio dona all'uomo. Si tratta, anzitutto, del dominio sulla
terra e su ogni essere vivente, come ricorda il libro della Sapienza: « Dio dei
padri e Signore di misericordia... con la tua sapienza hai formato l'uomo,
perché domini sulle creature che tu hai fatto, e governi il mondo con santità e
giustizia » (9, 1.2-3). Anche il Salmista esalta il dominio dell'uomo come
segno della gloria e dell'onore ricevuti dal Creatore: « Gli hai dato potere
sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi; tutti i greggi
e gli armenti, tutte le bestie della campagna; gli uccelli del cielo e i pesci
del mare, che percorrono le vie del mare » (Sal 8, 7-9).
Chiamato a coltivare e custodire il giardino del mondo (cf.
Gn 2, 15), l'uomo ha una specifica responsabilità sull'ambiente di vita, ossia
sul creato che Dio ha posto al servizio della sua dignità personale, della sua
vita: in rapporto non solo al presente, ma anche alle generazioni future. È la
questione ecologica — dalla preservazione degli « habitat » naturali delle
diverse specie animali e delle varie forme di vita, alla « ecologia umana »
propriamente detta (28) — che trova nella pagina biblica una luminosa e forte
indicazione etica per una soluzione rispettosa del grande bene della vita, di
ogni vita. In realtà, « il dominio accordato dal Creatore all'uomo non è un
potere assoluto, né si può parlare di libertà di "usare e abusare", o
di disporre delle cose come meglio aggrada. La limitazione imposta dallo stesso
Creatore fin dal principio, ed espressa simbolicamente con la proibizione di
"mangiare il frutto dell'albero" (cf. Gn 2, 16-17), mostra con
sufficiente chiarezza che, nei confronti della natura visibile, siamo
sottomessi a leggi non solo biologiche, ma anche morali, che non si possono
impunemente trasgredire ».(29)
43. Una certa partecipazione dell'uomo alla signoria di Dio
si manifesta anche nella specifica responsabilità che gli viene affidata nei
confronti della vita propriamente umana. È responsabilità che tocca il suo
vertice nella donazione della vita mediante la generazione da parte dell'uomo e
della donna nel matrimonio, come ci ricorda il Concilio Vaticano II: « Lo
stesso Dio che disse: "non è bene che l'uomo sia solo" (Gn 2, 18) e
che "creò all'inizio l'uomo maschio e femmina" (Mt 19, 4), volendo
comunicare all'uomo una certa speciale partecipazione nella sua opera
creatrice, benedisse l'uomo e la donna, dicendo loro: "crescete e
moltiplicatevi" (Gn 1, 28) ».(30)
Parlando di « una certa speciale partecipazione » dell'uomo
e della donna all'« opera creatrice » di Dio, il Concilio intende rilevare come
la generazione del figlio sia un evento profondamente umano e altamente
religioso, in quanto coinvolge i coniugi che formano « una sola carne » (Gn 2,
24) ed insieme Dio stesso che si fa presente. Come ho scritto nella Lettera
alle Famiglie, « quando dall'unione coniugale dei due nasce un nuovo uomo,
questi porta con sé al mondo una particolare immagine e somiglianza di Dio
stesso: nella biologia della generazione è inscritta la genealogia della
persona. Affermando che i coniugi, come genitori, sono collaboratori di Dio
Creatore nel concepimento e nella generazione di un nuovo essere umano non ci
riferiamo solo alle leggi della biologia; intendiamo sottolineare piuttosto che
nella paternità e maternità umane Dio stesso è presente in modo diverso da come
avviene in ogni altra generazione "sulla terra". Infatti soltanto da
Dio può provenire quella "immagine e somiglianza" che è propria
dell'essere umano, così come è avvenuto nella creazione. La generazione è la
continuazione della creazione ».(31)
È quanto insegna, con linguaggio immediato ed eloquente, il
testo sacro riportando il grido gioioso della prima donna, « la madre di tutti
i viventi » (Gn 3, 20). Consapevole dell'intervento di Dio, Eva esclama: « Ho
acquistato un uomo dal Signore » (Gn 4, 1). Nella generazione dunque, mediante
la comunicazione della vita dai genitori al figlio, si trasmette, grazie alla
creazione dell'anima immortale,(32) l'immagine e la somiglianza di Dio stesso.
In questo senso si esprime l'inizio del « libro della genealogia di Adamo »: «
Quando Dio creò l'uomo, lo fece a somiglianza di Dio; maschio e femmina li
creò, li benedisse e li chiamò uomini quando furono creati. Adamo aveva
centotrenta anni quando generò a sua immagine, a sua somiglianza, un figlio e
lo chiamò Set » (Gn 5, 1-3). Proprio in questo loro ruolo di collaboratori di
Dio, che trasmette la sua immagine alla nuova creatura, sta la grandezza dei
coniugi disposti « a cooperare con l'amore del Creatore e del Salvatore, che
attraverso di loro continuamente dilata e arricchisce la Sua famiglia ».(33) In
questa luce il Vescovo Anfilochio esaltava il « matrimonio santo, eletto ed
elevato al di sopra di tutti i doni terreni » come « generatore dell'umanità,
artefice di immagini di Dio ».(34)
Così l'uomo e la donna uniti in matrimonio sono associati ad
un'opera divina: mediante l'atto della generazione, il dono di Dio viene
accolto e una nuova vita si apre al futuro.
Ma, al di là della missione specifica dei genitori, il
compito di accogliere e servire la vita riguarda tutti e deve manifestarsi
soprattutto verso la vita nelle condizioni di maggior debolezza. È Cristo
stesso che ce lo ricorda, chiedendo di essere amato e servito nei fratelli
provati da qualsiasi tipo di sofferenza: affamati, assetati, forestieri, nudi,
malati, carcerati... Quanto è fatto a ciascuno di loro è fatto a Cristo stesso
(cf. Mt 25, 31-46).
« Sei tu che hai creato le mie viscere » (Sal 139/138, 13):
la dignità del bambino non ancora nato
44. La vita umana viene a trovarsi in situazione di grande
precarietà quando entra nel mondo e quando esce dal tempo per approdare
all'eternità. Sono ben presenti nella Parola di Dio — soprattutto nei riguardi
dell'esistenza insidiata dalla malattia e dalla vecchiaia — gli inviti alla
cura e al rispetto. Se mancano inviti diretti ed espliciti a salvaguardare la
vita umana alle sue origini, in specie la vita non ancora nata, come anche
quella vicina alla sua fine, ciò si spiega facilmente per il fatto che anche la
sola possibilità di offendere, aggredire o addirittura negare la vita in queste
condizioni esula dall'orizzonte religioso e culturale del popolo di Dio.
Nell'Antico Testamento la sterilità è temuta come una
maledizione, mentre la prole numerosa è sentita come una benedizione: « Dono
del Signore sono i figli, è sua grazia il frutto del grembo » (Sal 127/126, 3;
cf. Sal 128/127, 3-4). Gioca in questa convinzione anche la consapevolezza di
Israele di essere il popolo dell'Alleanza, chiamato a moltiplicarsi secondo la
promessa fatta ad Abramo: « Guarda il cielo e conta le stelle, se riesci a
contarle... tale sarà la tua discendenza » (Gn 15, 5). Ma è soprattutto
operante la certezza che la vita trasmessa dai genitori ha la sua origine in
Dio, come attestano le tante pagine bibliche che con rispetto e amore parlano
del concepimento, del plasmarsi della vita nel grembo materno, della nascita e
dello stretto legame che v'è tra il momento iniziale dell'esistenza e l'agire
di Dio Creatore.
« Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima
che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato » (Ger 1, 5):l'esistenza di ogni
individuo, fin dalle sue origini, è nel disegno di Dio. Giobbe, dal fondo del
suo dolore, si ferma a contemplare l'opera di Dio nel miracoloso formarsi del
suo corpo nel grembo della madre, traendone motivo di fiducia ed esprimendo la
certezza dell'esistenza di un progetto divino sulla sua vita: « Le tue mani mi
hanno plasmato e mi hanno fatto integro in ogni parte; vorresti ora
distruggermi? Ricordati che come argilla mi hai plasmato e in polvere mi farai
tornare. Non m'hai colato forse come latte e fatto accagliare come cacio? Di
pelle e di carne mi hai rivestito, d'ossa e di nervi mi hai intessuto. Vita e
benevolenza tu mi hai concesso e la tua premura ha custodito il mio spirito »
(10, 8-12). Accenti di adorante stupore per l'intervento di Dio sulla vita in
formazione nel grembo materno risuonano anche nei Salmi.(35)
Come pensare che anche un solo momento di questo
meraviglioso processo dello sgorgare della vita possa essere sottratto
all'opera sapiente e amorosa del Creatore e lasciato in balìa dell'arbitrio
dell'uomo? Non lo pensa certo la madre dei sette fratelli, che professa la sua
fede in Dio, principio e garanzia della vita fin dal suo concepimento, e al tempo
stesso fondamento della speranza della nuova vita oltre la morte: « Non so come
siate apparsi nel mio seno; non io vi ho dato lo spirito e la vita, né io ho
dato forma alle membra di ciascuno di voi. Senza dubbio il Creatore del mondo,
che ha plasmato all'origine l'uomo e ha provveduto alla generazione di tutti,
per la sua misericordia vi restituirà di nuovo lo spirito e la vita, come voi
ora per le sue leggi non vi curate di voi stessi » (2 Mac 7, 22-23).
45. La rivelazione del Nuovo Testamento conferma
l'indiscusso riconoscimento del valore della vita fin dai suoi inizi.
L'esaltazione della fecondità e l'attesa premurosa della vita risuonano nelle
parole con cui Elisabetta gioisce per la sua gravidanza: « Il Signore... si è
degnato di togliere la mia vergogna » (Lc 1, 25). Ma ancor più il valore della
persona fin dal suo concepimento è celebrato nell'incontro tra la Vergine Maria
ed Elisabetta, e tra i due fanciulli che esse portano in grembo. Sono proprio loro,
i bambini, a rivelare l'avvento dell'era messianica: nel loro incontro inizia
ad operare la forza redentrice della presenza del Figlio di Dio tra gli uomini.
« Subito — scrive sant'Ambrogio — si fanno sentire i benefici della venuta di
Maria e della presenza del Signore... Elisabetta udì per prima la voce, ma
Giovanni percepì per primo la grazia; essa udì secondo l'ordine della natura,
egli esultò in virtù del mistero; essa sentì l'arrivo di Maria, egli del
Signore; la donna l'arrivo della donna, il bambino l'arrivo del Bambino. Esse
parlano delle grazie ricevute, essi nel seno delle loro madri realizzano la
grazia e il mistero della misericordia a profitto delle madri stesse: e queste
per un duplice miracolo profetizzano sotto l'ispirazione dei figli che portano.
Del figlio si dice che esultò, della madre che fu ricolma di Spirito Santo. Non
fu prima la madre a essere ricolma dello Spirito, ma fu il figlio, ripieno di
Spirito Santo, a ricolmare anche la madre ».(36)
« Ho creduto anche quando dicevo: "Sono troppo
infelice" » (Sal 116/115, 10): la vita nella vecchiaia e nella sofferenza
46. Anche per quanto riguarda gli ultimi istanti
dell'esistenza, sarebbe anacronistico attendersi dalla rivelazione biblica un
espresso riferimento all'attuale problematica del rispetto delle persone
anziane e malate e un'esplicita condanna dei tentativi di anticiparne
violentemente la fine: siamo infatti in un contesto culturale e religioso che
non è intaccato da simile tentazione, e che anzi, per quanto riguarda l'anziano,
riconosce nella sua saggezza ed esperienza una insostituibile ricchezza per la
famiglia e la società.
La vecchiaia è segnata da prestigio e circondata da
venerazione (cf. 2 Mac 6, 23). E il giusto non chiede di essere privato della
vecchiaia e del suo peso; al contrario così egli prega: « Sei tu, Signore, la
mia speranza, la mia fiducia fin dalla mia giovinezza... E ora, nella vecchiaia
e nella canizie, Dio, non abbandonarmi, finché io annunzi la tua potenza, a
tutte le generazioni le tue meraviglie » (Sal 71/70, 5.18). L'ideale del tempo
messianico è proposto come quello in cui « non ci sarà più... un vecchio che
non giunga alla pienezza dei suoi giorni » (Is 65, 20).
Ma, nella vecchiaia, come affrontare il declino inevitabile
della vita? Come atteggiarsi di fronte alla morte? Il credente sa che la sua
vita sta nelle mani di Dio: « Signore, nelle tue mani è la mia vita » (cf. Sal
16/15, 5), e da lui accetta anche il morire: « Questo è il decreto del Signore
per ogni uomo; perché ribellarsi al volere dell'Altissimo? » (Sir 41, 4). Come
della vita, così della morte l'uomo non è padrone; nella sua vita come nella
sua morte, egli deve affidarsi totalmente al « volere dell'Altissimo », al suo
disegno di amore.
Anche nel momento della malattia, l'uomo è chiamato a vivere
lo stesso affidamento al Signore e a rinnovare la sua fondamentale fiducia in
lui che « guarisce tutte le malattie » (cf. Sal 103/102, 3). Quando ogni
orizzonte di salute sembra chiudersi di fronte all'uomo — tanto da indurlo a
gridare: « I miei giorni sono come ombra che declina, e io come erba inaridisco
» (Sal 102/101, 12) —, anche allora il credente è animato dalla fede
incrollabile nella potenza vivificante di Dio. La malattia non lo spinge alla
disperazione e alla ricerca della morte, ma all'invocazione piena di speranza:
« Ho creduto anche quando dicevo: "Sono troppo infelice" (Sal
116/115, 10); « Signore Dio mio, a te ho gridato e mi hai guarito. Signore, mi
hai fatto risalire dagli inferi, mi hai dato vita perché non scendessi nella tomba
» (Sal 30/29, 3-4).
47. La missione di Gesù, con le numerose guarigioni operate,
indica quanto Dio abbia a cuore anche la vita corporale dell'uomo. « Medico
della carne e dello spirito »,(37) Gesù è mandato dal Padre ad annunciare la
buona novella ai poveri e a sanare i cuori affranti (cf. Lc 4, 18; Is 61, 1).
Inviando poi i suoi discepoli nel mondo, egli affida loro una missione, nella
quale la guarigione dei malati si accompagna all'annuncio del Vangelo: « E
strada facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi,
risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demoni » (Mt 10, 7-8; cf. Mc
6, 13; 16, 18).
Certo, la vita del corpo nella sua condizione terrena non è
un assoluto per il credente, tanto che gli può essere richiesto di abbandonarla
per un bene superiore; come dice Gesù, « chi vorrà salvare la propria vita, la
perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà
» (Mc 8, 35). Diverse sono, a questo proposito, le testimonianze del Nuovo Testamento.
Gesù non esita a sacrificare sé stesso e, liberamente, fa della sua vita una
offerta al Padre (cf. Gv 10, 17) e ai suoi (cf. Gv 10, 15). Anche la morte di
Giovanni il Battista, precursore del Salvatore, attesta che l'esistenza terrena
non è il bene assoluto: è più importante la fedeltà alla parola del Signore
anche se essa può mettere in gioco la vita (cf. Mc 6, 17-29). E Stefano, mentre
viene privato della vita nel tempo, perché testimone fedele della risurrezione
del Signore, segue le orme del Maestro e va incontro ai suoi lapidatori con le
parole del perdono (cf. At 7, 59-60), aprendo la strada all'innumerevole
schiera di martiri, venerati dalla Chiesa fin dall'inizio.
Nessun uomo, tuttavia, può scegliere arbitrariamente di
vivere o di morire; di tale scelta, infatti, è padrone assoluto soltanto il
Creatore, colui nel quale « viviamo, ci muoviamo ed esistiamo » (At 17, 28).
« Quanti si attengono ad essa avranno la vita » (Bar 4, 1):
dalla Legge del Sinai al dono dello Spirito
48. La vita porta indelebilmente inscritta in sé una sua
verità. L'uomo, accogliendo il dono di Dio, deve impegnarsi amantenere la vita
in questa verità, che le è essenziale. Distaccarsene equivale a condannare se
stessi all'insignificanza e all'infelicità, con la conseguenza di poter
diventare anche una minaccia per l'esistenza altrui, essendo stati rotti gli
argini che garantiscono il rispetto e la difesa della vita, in ogni situazione.
La verità della vita è rivelata dal comandamento di Dio. La
parola del Signore indica concretamente quale indirizzo la vita debba seguire
per poter rispettare la propria verità e salvaguardare la propria dignità. Non
è soltanto lo specifico comandamento « non uccidere » (Es 20, 13; Dt 5, 17) ad
assicurare la protezione della vita: tutta intera la Legge del Signore è a
servizio di tale protezione, perché rivela quella verità nella quale la vita
trova il suo pieno significato.
Non meraviglia, dunque, che l'Alleanza di Dio con il suo
popolo sia così fortemente legata alla prospettiva della vita, anche nella sua
dimensione corporea. Il comandamento è in essa offerto come via della vita: «
Io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male; poiché io
oggi ti comando di amare il Signore tuo Dio, di camminare per le sue vie, di
osservare i suoi comandi, le sue leggi e le sue norme, perché tu viva e ti
moltiplichi e il Signore tuo Dio ti benedica nel paese che tu stai per entrare
a prendere in possesso » (Dt 30, 15-16). È in questione non soltanto la terra
di Canaan e l'esistenza del popolo di Israele, ma il mondo di oggi e del futuro
e l'esistenza di tutta l'umanità. Infatti, non è assolutamente possibile che la
vita resti autentica e piena distaccandosi dal bene; e il bene, a sua volta, è
essenzialmente legato ai comandamenti del Signore, cioè alla « legge della vita
» (Sir 17, 9). Il bene da compiere non si sovrappone alla vita come un peso che
grava su di essa, perché la ragione stessa della vita è precisamente il bene e
la vita è costruita solo mediante il compimento del bene.
È dunque il complesso della Legge a salvaguardare pienamente
la vita dell'uomo. Ciò spiega come sia difficile mantenersi fedeli al « non
uccidere » quando non vengono osservate le altre « parole di vita » (At 7, 38),
alle quali questo comandamento è connesso. Al di fuori di questo orizzonte, il
comandamento finisce per diventare un semplice obbligo estrinseco, di cui ben
presto si vorranno vedere i limiti e si cercheranno le attenuazioni o le
eccezioni. Solo se ci si apre alla pienezza della verità su Dio, sull'uomo e
sulla storia, la parola « non uccidere » torna a risplendere come bene per
l'uomo in tutte le sue dimensioni e relazioni. In questa prospettiva possiamo
cogliere la pienezza di verità contenuta nel passo del libro del Deuteronomio,
ripreso da Gesù nella risposta alla prima tentazione: « L'uomo non vive
soltanto di pane, ma... di quanto esce dalla bocca del Signore » (8, 3; cf. Mt
4, 4). È ascoltando la parola del Signore che l'uomo può vivere secondo dignità
e giustizia; è osservando la Legge di Dio che l'uomo può portare frutti di vita
e di felicità: « quanti si attengono ad essa avranno la vita, quanti
l'abbandonano moriranno » (Bar 4, 1).
49. La storia di Israele mostra quanto sia difficile
mantenere la fedeltà alla legge della vita, che Dio ha inscritto nel cuore
degli uomini e ha consegnato sul Sinai al popolo dell'Alleanza. Di fronte alla
ricerca di progetti di vita alternativi al piano di Dio, sono in particolare i
Profeti a richiamare con forza che solo il Signore è l'autentica fonte della vita.
Così Geremia scrive: « Il mio popolo ha commesso due iniquità: essi hanno
abbandonato me, sorgente di acqua viva, per scavarsi cisterne, cisterne
screpolate, che non tengono l'acqua » (2, 13). I Profeti puntano il dito
accusatore su quanti disprezzano la vita e violano i diritti delle persone: «
Calpestano come la polvere della terra la testa dei poveri » (Am 2, 7); « Essi
hanno riempito questo luogo di sangue innocente » (Ger 19, 4). E tra essi il
profeta Ezechiele più volte stigmatizza la città di Gerusalemme, chiamandola «
la città sanguinaria » (22, 2; 24, 6.9), la « città che sparge il sangue in
mezzo a se stessa » (22, 3).
Ma mentre denunciano le offese alla vita, i Profeti si
preoccupano soprattutto di suscitare l'attesa di un nuovo principio di vita,
capace di fondare un rinnovato rapporto con Dio e con i fratelli, dischiudendo
possibilità inedite e straordinarie per comprendere e attuare tutte le esigenze
insite nel Vangelo della vita . Ciò sarà possibile unicamente grazie al dono di
Dio, che purifica e rinnova: « Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati;
io vi purificherò da tutte le vostre sozzure e da tutti i vostri idoli; vi darò
un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo » (Ez 36, 25-26; cf.
Ger 31, 31-34). Grazie a questo « cuore nuovo » si può comprendere e realizzare
il senso più vero e profondo della vita: quello di essere un dono che si compie
nel donarsi. È il messaggio luminoso che sul valore della vita ci viene dalla
figura del Servo del Signore: « Quan- do offrirà se stesso in espiazione, vedrà
una discendenza, vivrà a lungo... Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce »
(Is 53, 10.11).
È nella vicenda di Gesù di Nazaret che la Legge si compie e
il cuore nuovo viene donato mediante il suo Spirito. Gesù, infatti, non rinnega
la Legge, ma la porta a compimento (cf. Mt 5, 17): Legge e Profeti si
riassumono nella regola d'oro dell'amore reciproco (cf. Mt 7, 12). In Lui la
Legge diventa definitivamente « vangelo », buona notizia della signoria di Dio
sul mondo, che riporta tutta l'esistenza alle sue radici e alle sue prospettive
originarie. È la Legge Nuova, « la legge dello Spirito che dà vita in Cristo
Gesù » (Rm 8, 2), la cui espressione fondamentale, a imitazione del Signore che
dà la vita per i propri amici (cf. Gv 15, 13), è il dono di sé nell'amore ai
fratelli: « Noi sappiamo di essere passati dalla morte alla vita, perché amiamo
i fratelli » (1 Gv 3, 14). È legge di libertà, di gioia e di beatitudine.
« Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto » (Gv 19,
37): sull'albero della Croce si compie il Vangelo della vita
50. Al termine di questo capitolo, nel quale abbiamo
meditato il messaggio cristiano sulla vita, vorrei fermarmi con ciascuno di voi
a contemplare Colui che hanno trafitto e che attira tutti a sé (cf. Gv 19, 37;
12, 32). Guardando « lo spettacolo » della Croce (cf. Lc 23, 48), potremo
scoprire in questo albero glorioso il compimento e la rivelazione piena di
tutto il Vangelo della vita.
Nelle prime ore del pomeriggio del venerdì santo, « il sole
si eclissò e si fece buio su tutta la terra... Il velo del tempio si squarciò
nel mezzo » (Lc 23, 44.45). È il simbolo di un grande sconvolgimento cosmico e
di una immane lotta tra le forze del bene e le forze del male, tra la vita e la
morte. Noi pure, oggi, ci troviamo nel mezzo di una lotta drammatica tra la «
cultura della morte » e la « cultura della vita ». Ma da questa oscurità lo
splendore della Croce non viene sommerso; essa, anzi, si staglia ancora più
nitida e luminosa e si rivela come il centro, il senso e il fine di tutta la
storia e di ogni vita umana.
Gesù è inchiodato sulla Croce e viene innalzato da terra.
Vive il momento della sua massima « impotenza » e la sua vita sembra totalmente
consegnata agli scherni dei suoi avversari e alle mani dei suoi uccisori: viene
beffeggiato, deriso, oltraggiato (cf. Mc 15, 24-36). Eppure, proprio di fronte
a tutto ciò e « vistolo spirare in quel modo », il centurione romano esclama: «
Veramente quest'uomo era Figlio di Dio! » (Mc 15, 39). Si rivela così, nel
momento della sua estrema debolezza, l'identità del Figlio di Dio: sulla Croce
si manifesta la sua gloria!
Con la sua morte, Gesù illumina il senso della vita e della
morte di ogni essere umano. Prima di morire, Gesù prega il Padre invocando il
perdono per i suoi persecutori (cf. Lc 23, 34) e al malfattore, che gli chiede
di ricordarsi di lui nel suo regno, risponde: « In verità ti dico, oggi sarai
con me nel paradiso » (Lc 23, 43). Dopo la sua morte « i sepolcri si aprirono e
molti corpi di santi morti risuscitarono » (Mt 27, 52). La salvezza operata da
Gesù è donazione di vita e di risurrezione. Lungo la sua esistenza, Gesù aveva
donato salvezza anche sanando e beneficando tutti (cf. At 10, 38). Ma i
miracoli, le guarigioni e le stesse risuscitazioni erano segno di un'altra
salvezza, consistente nel perdono dei peccati, ossia nella liberazione
dell'uomo dalla malattia più profonda, e nella sua elevazione alla vita stessa
di Dio.
Sulla Croce si rinnova e si realizza nella sua piena e
definitiva perfezione il prodigio del serpente innalzato da Mosè nel deserto
(cf. Gv 3, 14-15; Nm 21, 8-9). Anche oggi, volgendo lo sguardo a Colui che è
stato trafitto, ogni uomo minacciato nella sua esistenza incontra la sicura
speranza di trovare liberazione e redenzione.
51. Ma c'è ancora un altro avvenimento preciso che attira il
mio sguardo e suscita la mia commossa meditazione: « Dopo aver ricevuto
l'aceto, Gesù disse: 'Tutto è compiuto!'. E, chinato il capo, rese lo spirito »
(Gv 19, 30). E il soldato romano « gli colpì il costato con la lancia e subito
ne uscì sangue e acqua » (Gv 19, 34).
Tutto ormai è giunto al suo pieno compimento. Il « rendere
lo spirito » descrive la morte di Gesù, simile a quella di ogni altro essere
umano, ma sembra alludere anche al « dono dello Spirito », col quale Egli ci
riscatta dalla morte e ci apre a una vita nuova.
È la vita stessa di Dio che viene partecipata all'uomo. È la
vita che, mediante i sacramenti della Chiesa — di cui il sangue e l'acqua
sgorgati dal fianco di Cristo sono simbolo — viene continuamente comunicata ai
figli di Dio, costituiti così come popolo della Nuova Alleanza. Dalla Croce,
fonte di vita, nasce e si diffonde il « popolo della vita ».
La contemplazione della Croce ci porta così alle radici più
profonde di quanto è accaduto. Gesù, che entrando nel mondo aveva detto: «
Ecco, io vengo per fare, o Dio, la tua volontà » (cf.Eb 10, 9), si rese in
tutto obbediente al Padre e, avendo « amato i suoi che erano nel mondo, li amò
sino alla fine » (Gv 13, 1), donando tutto se stesso per loro.
Lui, che non era « venuto per essere servito, ma per servire
e dare la propria vita in riscatto per molti » (Mc 10, 45), raggiunge sulla
Croce il vertice dell'amore. « Nessuno ha un amore più grande di questo: dare
la vita per i propri amici » (Gv 15, 13). Ed egli è morto per noi mentre
eravamo ancora peccatori (cf. Rm 5, 8).
In tal modo egli proclama che la vita raggiunge il suo
centro, il suo senso e la sua pienezza quando viene donata.
La meditazione a questo punto si fa lode e ringraziamento e,
nello stesso tempo, ci sollecita a imitare Gesù e a seguirne le orme (cf. 1 Pt
2, 21).
Anche noi siamo chiamati a dare la nostra vita per i
fratelli realizzando così in pienezza di verità il senso e il destino della
nostra esistenza.
Lo potremo fare perché Tu, o Signore, ci hai donato
l'esempio e ci hai comunicato la forza del tuo Spirito. Lo potremo fare se ogni
giorno, con Te e come Te, saremo obbedienti al Padre e faremo la sua volontà.
Concedici, perciò, di ascoltare con cuore docile e generoso
ogni parola che esce dalla bocca di Dio: impareremo così non solo a « non
uccidere » la vita dell'uomo, ma a venerarla, amarla e promuoverla.
CAPITOLO III
NON UCCIDERE
LA LEGGE SANTA DI DIO
« Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti » (Mt
19, 17): Vangelo e comandamento
52. « Ed ecco un tale gli si avvicinò e gli disse:
"Maestro, che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?" »
(Mt 19, 16). Gesù rispose: « Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti
» (Mt 19, 17). Il Maestro parla della vita eterna, ossia della partecipazione
alla vita stessa di Dio. A questa vita si giunge attraverso l'osservanza dei
comandamenti del Signore, compreso dunque il comandamento « non uccidere ».
Proprio questo è il primo precetto del Decalogo che Gesù ricorda al giovane che
gli chiede quali comandamenti debba osservare: « Gesù rispose: "Non
uccidere, non commettere adulterio, non rubare..." » (Mt 19, 18).
Il comandamento di Dio non è mai separato dal suo amore: è
sempre un dono per la crescita e la gioia dell'uomo. Come tale, costituisce un
aspetto essenziale e un elemento irrinunciabile del Vangelo, anzi esso stesso
si configura come « vangelo », ossia buona e lieta notizia. Anche il Vangelo
della vita è un grande dono di Dio e insieme un compito impegnativo per l'uomo.
Esso suscita stupore e gratitudine nella persona libera e chiede di essere
accolto, custodito e valorizzato con vivo senso di responsabilità: donandogli
la vita, Dio esige dall'uomo che la ami, la rispetti e la promuova. In tal modo
il dono si fa comandamento, e il comandamento è esso stesso un dono.
L'uomo, immagine vivente di Dio, è voluto dal suo Creatore
come re e signore. « Dio ha fatto l'uomo — scrive san Gregorio di Nissa — in
modo tale che potesse svolgere la sua funzione di re della terra... L'uomo è
stato creato a immagine di Colui che governa l'universo. Tutto dimostra che fin
dal principio la sua natura è contrassegnata dalla regalità... Anche l'uomo è
re. Creato per dominare il mondo, ha ricevuto la somiglianza col re universale,
è l'immagine viva che partecipa con la sua dignità alla perfezione del divino modello
».(38) Chiamato ad essere fecondo e a moltiplicarsi, a soggiogare la terra e a
dominare sugli esseri infraumani (cf. Gn 1, 28), l'uomo è re e signore non solo
delle cose, ma anche ed anzitutto di se stesso (39) e, in un certo senso, della
vita che gli è donata e che egli puó trasmettere mediante l'opera generatrice
compiuta nell'amore e nel rispetto del disegno di Dio. La sua, tuttavia, non è
una signoria assoluta, ma ministeriale; è riflesso reale della signoria unica e
infinita di Dio. Per questo l'uomo deve viverla con sapienza e amore,
partecipando alla sapienza e all'amore incommensurabili di Dio. E ciò avviene
con l'obbedienza alla sua Legge santa: un'obbedienza libera e gioiosa (cf. Sal
119/118), che nasce ed è nutrita dalla consapevolezza che i precetti del
Signore sono dono di grazia affidati all'uomo sempre e solo per il suo bene,
per la custodia della sua dignità personale e per il perseguimento della sua
felicità.
Come già di fronte alle cose, ancor più di fronte alla vita,
l'uomo non è padrone assoluto e arbitro insindacabile, ma — e in questo sta la
sua impareggiabile grandezza — è « ministro del disegno di Dio ».(40)
La vita viene affidata all'uomo come un tesoro da non
disperdere, come un talento da trafficare. Di essa l'uomo deve rendere conto al
suo Signore (cf. Mt 25, 14-30; Lc 19, 12-27).
« Domanderò conto della vita dell'uomo all'uomo » (Gn 9, 5):
la vita umana è sacra e inviolabile
53. « La vita umana è sacra perché, fin dal suo inizio,
comporta "l'azione creatrice di Dio" e rimane per sempre in una
relazione speciale con il Creatore, suo unico fine. Solo Dio è il Signore della
vita dal suo inizio alla sua fine: nessuno, in nessuna circostanza, può
rivendicare a sé il diritto di distruggere direttamente un essere umano
innocente ».(41) Con queste parole l'Istruzione Donum vitae espone il contenuto
centrale della rivelazione di Dio sulla sacralità e inviolabilità della vita
umana.
La Sacra Scrittura, infatti, presenta all'uomo il precetto «
non uccidere » come comandamento divino (Es 20, 13; Dt 5, 17). Esso — come ho
già sottolineato — si trova nel Decalogo, al cuore dell'Alleanza che il Signore
conclude con il popolo eletto; ma era già contenuto nell'originaria alleanza di
Dio con l'umanità dopo il castigo purificatore del diluvio, provocato dal
dilagare del peccato e della violenza (cf. Gn 9, 5-6).
Dio si proclama Signore assoluto della vita dell'uomo,
plasmato a sua immagine e somiglianza (cf. Gn 1, 26-28). La vita umana
presenta, pertanto, un carattere sacro ed inviolabile, in cui si rispecchia
l'inviolabilità stessa del Creatore. Proprio per questo sarà Dio a farsi
giudice severo di ogni violazione del comandamento « non uccidere », posto alle
basi dell'intera convivenza sociale. Egli è il « goel », ossia il difensore
dell'innocente (cf. Gn 4, 9-15; Is 41, 14; Ger 50, 34; Sal 19/18, 15). Anche in
questo modo Dio dimostra di non godere della rovina dei viventi (cf. Sap 1,
13). Solo Satana ne può godere: per la sua invidia la morte è entrata nel mondo
(cf. Sap 2, 24). Egli, che è « omicida fin da principio », è anche « menzognero
e padre della menzogna » (Gv 8, 44): ingannando l'uomo, lo conduce a traguardi
di peccato e di morte, presentati come mete e frutti di vita.
54. Esplicitamente, il precetto « non uccidere » ha un forte
contenuto negativo: indica il confine estremo che non può mai essere valicato.
Implicitamente, però, esso spinge ad un atteggiamento positivo di rispetto
assoluto per la vita portando a promuoverla e a progredire sulla via dell'amore
che si dona, accoglie e serve. Anche il popolo dell'Alleanza, pur con lentezze
e contraddizioni, ha conosciuto una maturazione progressiva secondo questo
orientamento, preparandosi così al grande annuncio di Gesù: l'amore del
prossimo è comandamento simile a quello dell'amore di Dio; « da questi due
comandamenti dipende tutta la Legge e i Profeti » (cf. Mt 22, 36-40). « Il
precetto... non uccidere... e qualsiasi altro comandamento — sottolinea san
Paolo — si riassume in queste parole: "Amerai il prossimo tuo come te
stesso" » (Rm 13, 9; cf. Gal 5, 14). Assunto e portato a compimento nella
Legge Nuova, il precetto « non uccidere » rimane come condizione irrinunciabile
per poter « entrare nella vita » (cf. Mt 19, 16-19). In questa stessa
prospettiva, risuona perentoria anche la parola dell'apostolo Giovanni: «
Chiun- que odia il proprio fratello è omicida e voi sapete che nessun omicida
possiede in se stesso la vita eterna » (1 Gv 3, 15).
Sin dai suoi inizi, la Tradizione viva della Chiesa — come
testimonia la Didachè, il più antico scritto cristiano non biblico — ha
riproposto in modo categorico il comandamento « non uccidere »: « Vi sono due
vie, una della vita, e l'altra della morte; vi è una grande differenza fra di
esse... Secondo precetto della dottrina: Non ucciderai... non farai perire il
bambino con l'aborto né l'ucciderai dopo che è nato... La via della morte è
questa: ... non hanno compassione per il povero, non soffrono con il sofferente,
non riconoscono il loro Creatore, uccidono i loro figli e con l'aborto fanno
perire creature di Dio; allontanano il bisognoso, opprimono il tribolato, sono
avvocati dei ricchi e giudici ingiusti dei poveri; sono pieni di ogni peccato.
Possiate star sempre lontani, o figli, da tutte queste colpe! ».(42)
Procedendo nel tempo, la stessa Tradizione della Chiesa ha
sempre unanimemente insegnato il valore assoluto e permanente del comandamento
« non uccidere ». È noto che, nei primi secoli, l'omicidio veniva posto fra i
tre peccati più gravi — insieme all'apostasia e all'adulterio — e si esigeva
una penitenza pubblica particolarmente onerosa e lunga prima che all'omicida
pentito venissero concessi il perdono e la riammissione nella comunione ecclesiale.
55. La cosa non deve stupire: uccidere l'essere umano, nel
quale è presente l'immagine di Dio, è peccato di particolare gravità. Solo Dio
è padrone della vita! Da sempre, tuttavia, di fronte ai molteplici e spesso
drammatici casi che la vita individuale e sociale presenta, la riflessione dei
credenti ha cercato di raggiungere un'intelligenza più completa e profonda di
quanto il comandamento di Dio proibisca e prescriva.(43) Vi sono, infatti,
situazioni in cui i valori proposti dalla Legge di Dio appaiono sotto forma di
un vero paradosso. È il caso, ad esempio, della legittima difesa, in cui il
diritto a proteggere la propria vita e il dovere di non ledere quella
dell'altro risultano in concreto difficilmente componibili. Indubbiamente, il
valore intrinseco della vita e il dovere di portare amore a se stessi non meno
che agli altri fondano un vero diritto alla propria difesa. Lo stesso esigente
precetto dell'amore per gli altri, enunciato nell'Antico Testamento e
confermato da Gesù, suppone l'amore per se stessi quale termine di confronto: «
Amerai il prossimo tuo come te stesso » (Mc 12, 31). Al diritto di difendersi,
dunque, nessuno potrebbe rinunciare per scarso amore alla vita o a se stesso,
ma solo in forza di un amore eroico, che approfondisce e trasfigura lo stesso
amore di sé, secondo lo spirito delle beatitudini evangeliche (cf. Mt 5, 38-48)
nella radicalità oblativa di cui è esempio sublime lo stesso Signore Gesù.
D'altra parte, « la legittima difesa può essere non soltanto
un diritto, ma un grave dovere, per chi è responsabile della vita di altri, del
bene comune della famiglia o della comunità civile ».(44) Accade purtroppo che
la necessità di porre l'aggressore in condizione di non nuocere comporti
talvolta la sua soppressione. In tale ipotesi, l'esito mortale va attribuito
allo stesso aggressore che vi si è esposto con la sua azione, anche nel caso in
cui egli non fosse moralmente responsabile per mancanza dell'uso della
ragione.(45)
56. In questo orizzonte si colloca anche il problema della
pena di morte, su cui si registra, nella Chiesa come nella società civile, una
crescente tendenza che ne chiede un'applicazione assai limitata ed anzi una
totale abolizione. Il problema va inquadrato nell'ottica di una giustizia
penale che sia sempre più conforme alla dignità dell'uomo e pertanto, in ultima
analisi, al disegno di Dio sull'uomo e sulla società. In effetti, la pena che
la società infligge « ha come primo scopo di riparare al disordine introdotto
dalla colpa ».(46) La pubblica autorità deve farsi vindice della violazione dei
diritti personali e sociali mediante l'imposizione al reo di una adeguata
espiazione del crimine, quale condizione per essere riammesso all'esercizio
della propria libertà. In tal modo l'autorità ottiene anche lo scopo di difendere
l'ordine pubblico e la sicurezza delle persone, non senza offrire allo stesso
reo uno stimolo e un aiuto a correggersi e redimersi.(47)
È chiaro che, proprio per conseguire tutte queste finalità,
la misura e la qualità della pena devono essere attentamente valutate e decise,
e non devono giungere alla misura estrema della soppressione del reo se non in
casi di assoluta necessità, quando cioè la difesa della società non fosse
possibile altrimenti. Oggi, però, a seguito dell'organizzazione sempre più adeguata
dell'istituzione penale, questi casi sono ormai molto rari, se non addirittura
praticamente inesistenti.
In ogni caso resta valido il principio indicato dal nuovo
Catechismo della Chiesa Cattolica, secondo cui « se i mezzi incruenti sono
sufficienti per difendere le vite umane dall'aggressore e per proteggere
l'ordine pubblico e la sicurezza delle persone, l'autorità si limiterà a questi
mezzi, poiché essi sono meglio rispondenti alle condizioni concrete del bene
comune e sono più conformi alla dignità della persona umana ».(48)
57. Se così grande attenzione va posta al rispetto di ogni
vita, persino di quella del reo e dell'ingiusto aggressore, il comandamento «
non uccidere » ha valore assoluto quando si riferisce alla persona innocente. E
ciò tanto più se si tratta di un essere umano debole e indifeso, che solo nella
forza assoluta del comandamento di Dio trova la sua radicale difesa rispetto
all'arbitrio e alla prepotenza altrui.
In effetti, l'inviolabilità assoluta della vita umana
innocente è una verità morale esplicitamente insegnata nella Sacra Scrittura,
costantemente ritenuta nella Tradizione della Chiesa e unanimemente proposta
dal suo Magistero. Tale unanimità è frutto evidente di quel « senso
soprannaturale della fede » che, suscitato e sorretto dallo Spirito Santo,
garantisce dall'errore il popolo di Dio, quando « esprime l'universale suo
consenso in materia di fede e di costumi ».(49)
Dinanzi al progressivo attenuarsi nelle coscienze e nella
società della percezione dell'assoluta e grave illiceità morale della diretta
soppressione di ogni vita umana innocente, specialmente al suo inizio e al suo
termine, il Magistero della Chiesa ha intensificato i suoi interventi a difesa
della sacralità e dell'inviolabilità della vita umana. Al Magistero pontificio,
particolarmente insistente, s'è sempre unito quello episcopale, con numerosi e
ampi documenti dottrinali e pastorali, sia di Conferenze Episcopali, sia di
singoli Vescovi. Né è mancato, forte e incisivo nella sua brevità, l'intervento
del Concilio Vaticano II.(50)
Pertanto, con l'autorità che Cristo ha conferito a Pietro e
ai suoi Successori, in comunione con i Vescovi della Chiesa cattolica, confermo
che l'uccisione diretta e volontaria di un essere umano innocente è sempre
gravemente immorale. Tale dottrina, fondata in quella legge non scritta che
ogni uomo, alla luce della ragione, trova nel proprio cuore (cf. Rm 2, 14-15),
è riaffermata dalla Sacra Scrittura, trasmessa dalla Tradizione della Chiesa e
insegnata dal Magistero ordinario e universale.(51)
La scelta deliberata di privare un essere umano innocente
della sua vita è sempre cattiva dal punto di vista morale e non può mai essere
lecita né come fine, né come mezzo per un fine buono. È, infatti, grave
disobbedienza alla legge morale, anzi a Dio stesso, autore e garante di essa;
contraddice le fondamentali virtù della giustizia e della carità. « Niente e
nessuno può autorizzare l'uccisione di un essere umano innocente, feto o
embrione che sia, bambino o adulto, vecchio, ammalato incurabile o agonizzante.
Nessuno, inoltre, può richiedere questo gesto omicida per se stesso o per un
altro affidato alla sua responsabilità, né può acconsentirvi esplicitamente o
implicitamente. Nessuna autorità può legittimamente imporlo né permetterlo
».(52)
Nel diritto alla vita, ogni essere umano innocente è
assolutamente uguale a tutti gli altri. Tale uguaglianza è la base di ogni
autentico rapporto sociale che, per essere veramente tale, non può non fondarsi
sulla verità e sulla giustizia, riconoscendo e tutelando ogni uomo e ogni donna
come persona e non come una cosa di cui si possa disporre. Di fronte alla norma
morale che proibisce la soppressione diretta di un essere umano innocente « non
ci sono privilegi né eccezioni per nessuno. Essere il padrone del mondo o l'ultimo
miserabile sulla faccia della terra non fa alcuna differenza: davanti alle
esigenze morali siamo tutti assolutamente uguali ».(53)
« Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi » (Sal 139/138,
16): il delitto abominevole dell'aborto
58. Fra tutti i delitti che l'uomo può compiere contro la
vita, l'aborto procurato presenta caratteristiche che lo rendono
particolarmente grave e deprecabile. Il Concilio Vaticano II lo definisce,
insieme all'infanticidio, « delitto abominevole ».(54)
Ma oggi, nella coscienza di molti, la percezione della sua
gravità è andata progressivamente oscurandosi. L'accettazione dell'aborto nella
mentalità, nel costume e nella stessa legge è segno eloquente di una
pericolosissima crisi del senso morale, che diventa sempre più incapace di
distinguere tra il bene e il male, persino quando è in gioco il diritto
fondamentale alla vita. Di fronte a una così grave situazione, occorre più che
mai il coraggio di guardare in faccia alla verità e di chiamare le cose con il
loro nome, senza cedere a compromessi di comodo o alla tentazione di
autoinganno. A tale proposito risuona categorico il rimprovero del Profeta: «
Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre
in luce e la luce in tenebre » (Is 5, 20). Proprio nel caso dell'aborto si
registra la diffusione di una terminologia ambigua, come quella di «
interruzione della gravidanza », che tende a nasconderne la vera natura e ad
attenuarne la gravità nell'opinione pubblica. Forse questo fenomeno linguistico
è esso stesso sintomo di un disagio delle coscienze. Ma nessuna parola vale a
cambiare la realtà delle cose: l'aborto procurato è l'uccisione deliberata e
diretta, comunque venga attuata, di un essere umano nella fase iniziale della
sua esistenza, compresa tra il concepimento e la nascita.
La gravità morale dell'aborto procurato appare in tutta la
sua verità se si riconosce che si tratta di un omicidio e, in particolare, se
si considerano le circostanze specifiche che lo qualificano. Chi viene
soppresso è un essere umano che si affaccia alla vita, ossia quanto di più
innocente in assoluto si possa immaginare: mai potrebbe essere considerato un
aggressore, meno che mai un ingiusto aggressore! È debole, inerme, al punto di
essere privo anche di quella minima forma di difesa che è costituita dalla
forza implorante dei gemiti e del pianto del neonato. È totalmente affidato
alla protezione e alle cure di colei che lo porta in grembo. Eppure, talvolta,
è proprio lei, la mamma, a deciderne e a chiederne la soppressione e persino a
procurarla.
È vero che molte volte la scelta abortiva riveste per la
madre carattere drammatico e doloroso, in quanto la decisione di disfarsi del
frutto del concepimento non viene presa per ragioni puramente egoistiche e di
comodo, ma perché si vorrebbero salvaguardare alcuni importanti beni, quali la
propria salute o un livello dignitoso di vita per gli altri membri della
famiglia. Talvolta si temono per il nascituro condizioni di esistenza tali da
far pensare che per lui sarebbe meglio non nascere. Tuttavia, queste e altre
simili ragioni, per quanto gravi e drammatiche, non possono mai giustificare la
soppressione deliberata di un essere umano innocente.
59. A decidere della morte del bambino non ancora nato,
accanto alla madre, ci sono spesso altre persone. Anzitutto, può essere
colpevole il padre del bambino, non solo quando espressamente spinge la donna
all'aborto, ma anche quando indirettamente favorisce tale sua decisione perché
la lascia sola di fronte ai problemi della gravidanza: (55) in tal modo la
famiglia viene mortalmente ferita e profanata nella sua natura di comunità di
amore e nella sua vocazione ad essere « santuario della vita ». Né vanno
taciute le sollecitazioni che a volte provengono dal più ampio contesto
familiare e dagli amici. Non di rado la donna è sottoposta a pressioni talmente
forti da sentirsi psicologicamente costretta a cedere all'aborto: non v'è
dubbio che in questo caso la responsabilità morale grava particolarmente su
quelli che direttamente o indirettamente l'hanno forzata ad abortire.
Responsabili sono pure i medici e il personale sanitario, quando mettono a
servizio della morte la competenza acquisita per promuovere la vita.
Ma la responsabilità coinvolge anche i legislatori, che
hanno promosso e approvato leggi abortive e, nella misura in cui la cosa
dipende da loro, gli amministratori delle strutture sanitarie utilizzate per
praticare gli aborti. Una responsabilità generale non meno grave riguarda sia
quanti hanno favorito il diffondersi di una mentalità di permissivismo sessuale
e disistima della maternità, sia coloro che avrebbero dovuto assicurare — e non
l'hanno fatto — valide politiche familiari e sociali a sostegno delle famiglie,
specialmente di quelle numerose o con particolari difficoltà economiche ed
educative. Non si può infine sottovalutare la rete di complicità che si allarga
fino a comprendere istituzioni internazionali, fondazioni e associazioni che si
battono sistematicamente per la legalizzazione e la diffusione dell'aborto nel
mondo. In tal senso l'aborto va oltre la responsabilità delle singole persone e
il danno loro arrecato, assumendo una dimensione fortemente sociale: è una
ferita gravissima inferta alla società e alla sua cultura da quanti dovrebbero
esserne i costruttori e i difensori. Come ho scritto nella mia Lettera alle
Famiglie, « ci troviamo di fronte ad un'enorme minaccia contro la vita, non
solo di singoli individui, ma anche dell'intera civiltà ».(56) Ci troviamo di
fronte a quella che può definirsi una « struttura di peccato » contro la vita
umana non ancora nata.
60. Alcuni tentano di giustificare l'aborto sostenendo che
il frutto del concepimento, almeno fin a un certo numero di giorni, non può
essere ancora considerato una vita umana personale. In realtà, « dal momento in
cui l'ovulo è fecondato, si inaugura una vita che non è quella del padre o
della madre, ma di un nuovo essere umano che si sviluppa per proprio conto. Non
sarà mai reso umano se non lo è stato fin da allora. A questa evidenza di
sempre... la scienza genetica moderna fornisce preziose conferme. Essa ha
mostrato come dal primo istante si trovi fissato il programma di ciò che sarà
questo vivente: una persona, questa persona individua con le sue note
caratteristiche già ben determinate. Fin dalla fecondazione è iniziata
l'avventura di una vita umana, di cui ciascuna delle grandi capacità richiede
tempo, per impostarsi e per trovarsi pronta ad agire ».(57) Anche se la
presenza di un'anima spirituale non può essere rilevata dall'osservazione di
nessun dato sperimentale, sono le stesse conclusioni della scienza
sull'embrione umano a fornire « un'indicazione preziosa per discernere
razionalmente una presenza personale fin da questo primo comparire di una vita
umana: come un individuo umano non sarebbe una persona umana? ».(58)
Del resto, tale è la posta in gioco che, sotto il profilo
dell'obbligo morale, basterebbe la sola probabilità di trovarsi di fronte a una
persona per giustificare la più netta proibizione di ogni intervento volto a
sopprimere l'embrione umano. Proprio per questo, al di là dei dibattiti
scientifici e delle stesse affermazioni filosofiche nelle quali il Magistero
non si è espressamente impegnato, la Chiesa ha sempre insegnato, e tuttora
insegna, che al frutto della generazione umana, dal primo momento della sua
esistenza, va garantito il rispetto incondizionato che è moralmente dovuto
all'essere umano nella sua totalità e unità corporale e spirituale: « L'essere
umano va rispettato e trattato come una persona fin dal suo concepimento e,
pertanto, da quello stesso momento gli si devono riconoscere i diritti della
persona, tra i quali anzitutto il diritto inviolabile di ogni essere umano
innocente alla vita ».(59)
61. I testi della Sacra Scrittura, che non parlano mai di
aborto volontario e quindi non presentano condanne dirette e specifiche in
proposito, mostrano una tale considerazione dell'essere umano nel grembo
materno, da esigere come logica conseguenza che anche ad esso si estenda il
comandamento di Dio: « non uccidere ».
La vita umana è sacra e inviolabile in ogni momento della
sua esistenza, anche in quello iniziale che precede la nascita. L'uomo, fin dal
grembo materno, appartiene a Dio che tutto scruta e conosce, che lo forma e lo
plasma con le sue mani, che lo vede mentre è ancora un piccolo embrione informe
e che in lui intravede l'adulto di domani i cui giorni sono contati e la cui
vocazione è già scritta nel « libro della vita » (cf. Sal 139/138, 1.13-16).
Anche lì, quando è ancora nel grembo materno, — come testimoniano numerosi testi
biblici (60) — l'uomo è il termine personalissimo dell'amorosa e paterna
provvidenza di Dio.
La Tradizione cristiana — come ben rileva la Dichiarazione
emanata al riguardo dalla Congregazione per la Dottrina della Fede (61) — è
chiara e unanime, dalle origini fino ai nostri giorni, nel qualificare l'aborto
come disordine morale particolarmente grave. Fin dal suo primo confronto con il
mondo greco-romano, nel quale erano ampiamente praticati l'aborto e
l'infanticidio, la comunità cristiana si è radicalmente opposta, con la sua
dottrina e con la sua prassi, ai costumi diffusi in quella società, come
dimostra la già citata Didachè.(62) Tra gli scrittori ecclesiastici di area
greca, Atenagora ricorda che i cristiani considerano come omicide le donne che
fanno ricorso a medicine abortive, perché i bambini, anche se ancora nel seno
della madre, « sono già l'oggetto delle cure della Provvidenza divina ».(63)
Tra i latini, Tertulliano afferma: « È un omicidio anticipato impedire di
nascere; poco importa che si sopprima l'anima già nata o che la si faccia
scomparire nel nascere. È già un uomo colui che lo sarà ».(64)
Lungo la sua storia ormai bimillenaria, questa medesima
dottrina è stata costantemente insegnata dai Padri della Chiesa, dai suoi
Pastori e Dottori. Anche le discussioni di carattere scientifico e filosofico
circa il momento preciso dell'infusione dell'anima spirituale non hanno mai
comportato alcuna esitazione circa la condanna morale dell'aborto.
62. Il più recente Magistero pontificio ha ribadito con
grande vigore questa dottrina comune. In particolare Pio XI nell'Enciclica
Casti connubii ha respinto le pretestuose giustificazioni dell'aborto; (65) Pio
XII ha escluso ogni aborto diretto, cioè ogni atto che tende direttamente a
distruggere la vita umana non ancora nata, « sia che tale distruzione venga
intesa come fine o soltanto come mezzo al fine »; (66) Giovanni XXIII ha
riaffermato che la vita umana è sacra, perché « fin dal suo affiorare impegna
direttamente l'azione creatrice di Dio ».(67) Il Concilio Vaticano II, come già
ricordato, ha condannato con grande severità l'aborto: « La vita, una volta concepita,
deve essere protetta con la massima cura; e l'aborto come l'infanticidio sono
abominevoli delitti ».(68)
La disciplina canonica della Chiesa, fin dai primi secoli,
ha colpito con sanzioni penali coloro che si macchiavano della colpa
dell'aborto e tale prassi, con pene più o meno gravi, è stata confermata nei
vari periodi storici. Il Codice di Diritto Canonico del 1917 comminava per
l'aborto la pena della scomunica.(69) Anche la rinnovata legislazione canonica
si pone in questa linea quando sancisce che « chi procura l'aborto ottenendo
l'effetto incorre nella scomunica latae sententiae »,(70) cioè automatica. La
scomunica colpisce tutti coloro che commettono questo delitto conoscendo la
pena, inclusi anche quei complici senza la cui opera esso non sarebbe stato
realizzato: (71) con tale reiterata sanzione, la Chiesa addita questo delitto
come uno dei più gravi e pericolosi, spingendo così chi lo commette a ritrovare
sollecitamente la strada della conversione. Nella Chiesa, infatti, la pena
della scomunica è finalizzata a rendere pienamente consapevoli della gravità di
un certo peccato e a favorire quindi un'adeguata conversione e penitenza.
Di fronte a una simile unanimità nella tradizione dottrinale
e disciplinare della Chiesa, Paolo VI ha potuto dichiarare che tale
insegnamento non è mutato ed è immutabile.(72) Pertanto, con l'autorità che
Cristo ha conferito a Pietro e ai suoi Successori, in comunione con i Vescovi —
che a varie riprese hanno condannato l'aborto e che nella consultazione
precedentemente citata, pur dispersi per il mondo, hanno unanimemente
consentito circa questa dottrina — dichiaro che l'aborto diretto, cioè voluto
come fine o come mezzo, costituisce sempre un disordine morale grave, in quanto
uccisione deliberata di un essere umano innocente. Tale dottrina è fondata
sulla legge naturale e sulla Parola di Dio scritta, è trasmessa dalla
Tradizione della Chiesa ed insegnata dal Magistero ordinario e universale.(73)
Nessuna circostanza, nessuna finalità, nessuna legge al
mondo potrà mai rendere lecito un atto che è intrinsecamente illecito, perché
contrario alla Legge di Dio, scritta nel cuore di ogni uomo, riconoscibile
dalla ragione stessa, e proclamata dalla Chiesa.
63. La valutazione morale dell'aborto è da applicare anche
alle recenti forme di intervento sugli embrioni umani che, pur mirando a scopi
in sé legittimi, ne comportano inevitabilmente l'uccisione. È il caso della
sperimentazione sugli embrioni, in crescente espansione nel campo della ricerca
biomedica e legalmente ammessa in alcuni Stati. Se « si devono ritenere leciti
gli interventi sull'embrione umano a patto che rispettino la vita e l'integrità
dell'embrione, non comportino per lui rischi sproporzionati, ma siano
finalizzati alla sua guarigione, al miglioramento delle sue condizioni di
salute o alla sua sopravvivenza individuale »,(74) si deve invece affermare che
l'uso degli embrioni o dei feti umani come oggetto di sperimentazione
costituisce un delitto nei riguardi della loro dignità di esseri umani, che
hanno diritto al medesimo rispetto dovuto al bambino già nato e ad ogni
persona.(75)
La stessa condanna morale riguarda anche il procedimento che
sfrutta gli embrioni e i feti umani ancora vivi — talvolta « prodotti »
appositamente per questo scopo mediante la fecondazione in vitro — sia come «
materiale biologico » da utilizzare sia come fornitori di organi o di tessuti
da trapiantare per la cura di alcune malattie. In realtà, l'uccisione di
creature umane innocenti, seppure a vantaggio di altre, costituisce un atto
assolutamente inaccettabile.
Una speciale attenzione deve essere riservata alla
valutazione morale delle tecniche diagnostiche prenatali, che permettono di
individuare precocemente eventuali anomalie del nascituro. Infatti, per la
complessità di queste tecniche, tale valutazione deve farsi più accurata e
articolata. Quando sono esenti da rischi sproporzionati per il bambino e per la
madre e sono ordinate a rendere possibile una terapia precoce o anche a
favorire una serena e consapevole accettazione del nascituro, queste tecniche
sono moralmente lecite. Dal momento però che le possibilità di cura prima della
nascita sono oggi ancora ridotte, accade non poche volte che queste tecniche
siano messe al servizio di una mentalità eugenetica, che accetta l'aborto
selettivo, per impedire la nascita di bambini affetti da vari tipi di anomalie.
Una simile mentalità è ignominiosa e quanto mai riprovevole, perché pretende di
misurare il valore di una vita umana soltanto secondo parametri di « normali-
tà » e di benessere fisico, aprendo così la strada alla legittimazione anche
dell'infanticidio e dell'eutanasia.
In realtà, però, proprio il coraggio e la serenità con cui
tanti nostri fratelli, affetti da gravi menomazioni, conducono la loro
esistenza quando sono da noi accettati ed amati, costituiscono una
testimonianza particolarmente efficace dei valori autentici che qualificano la
vita e che la rendono, anche in condizioni di difficoltà, preziosa per sé e per
gli altri. La Chiesa è vicina a quei coniugi che, con grande ansia e
sofferenza, accettano di accogliere i loro bambini gravemente colpiti da
handicap, così come è grata a tutte quelle famiglie che, con l'adozione,
accolgono quanti sono stati abbandonati dai loro genitori a motivo di
menomazioni o malattie.
« Sono io che do la morte e faccio vivere » (Dt 32, 39): il
dramma dell'eutanasia
64. All'altro capo dell'esistenza, l'uomo si trova posto di
fronte al mistero della morte. Oggi, in seguito ai progressi della medicina e
in un contesto culturale spesso chiuso alla trascendenza, l'esperienza del
morire si presenta con alcune caratteristiche nuove. Infatti, quando prevale la
tendenza ad apprezzare la vita solo nella misura in cui porta piacere e
benessere, la sofferenza appare come uno scacco insopportabile, di cui occorre
liberarsi ad ogni costo. La morte, considerata « assurda » se interrompe
improvvisamente una vita ancora aperta a un futuro ricco di possibili
esperienze interessanti, diventa invece una « liberazione rivendicata » quando
l'esistenza è ritenuta ormai priva di senso perché immersa nel dolore e
inesorabilmente votata ad un'ulteriore più acuta sofferenza.
Inoltre, rifiutando o dimenticando il suo fondamentale
rapporto con Dio, l'uomo pensa di essere criterio e norma a se stesso e ritiene
di avere il diritto di chiedere anche alla società di garantirgli possibilità e
modi di decidere della propria vita in piena e totale autonomia. È, in
particolare, l'uomo che vive nei Paesi sviluppati a comportarsi così: egli si
sente spinto a ciò anche dai continui progressi della medicina e dalle sue
tecniche sempre più avanzate. Mediante sistemi e apparecchiature estremamente
sofisticati, la scienza e la pratica medica sono oggi in grado non solo di
risolvere casi precedentemente insolubili e di lenire o eliminare il dolore, ma
anche di sostenere e protrarre la vita perfino in situazioni di debolezza
estrema, di rianimare artificialmente persone le cui funzioni biologiche
elementari hanno subito tracolli improvvisi, di intervenire per rendere
disponibili organi da trapiantare.
In un tale contesto si fa sempre più forte la tentazione
dell'eutanasia, cioè di impadronirsi della morte, procurandola in anticipo e
ponendo così fine « dolcemente » alla vita propria o altrui. In realtà, ciò che
potrebbe sembrare logico e umano, visto in profondità si presenta assurdo e
disumano. Siamo qui di fronte a uno dei sintomi più allarmanti della « cultura
di morte », che avanza soprattutto nelle società del benessere, caratterizzate
da una mentalità efficientistica che fa apparire troppo oneroso e
insopportabile il numero crescente delle persone anziane e debilitate. Esse
vengono molto spesso isolate dalla famiglia e dalla società, organizzate quasi
esclusivamente sulla base di criteri di efficienza produttiva, secondo i quali
una vita irrimediabilmente inabile non ha più alcun valore.
65. Per un corretto giudizio morale sull'eutanasia, occorre
innanzitutto chiaramente definirla. Per eutanasia in senso vero e proprio si
deve intendere un'azione o un'omissione che di natura sua e nelle intenzioni
procura la morte, allo scopo di eliminare ogni dolore. « L'eutanasia si situa,
dunque, al livello delle intenzioni e dei metodi usati ».(76)
Da essa va distinta la decisione di rinunciare al cosiddetto
« accanimento terapeutico », ossia a certi interventi medici non più adeguati
alla reale situazione del malato, perché ormai sproporzionati ai risultati che
si potrebbero sperare o anche perché troppo gravosi per lui e per la sua
famiglia. In queste situazioni, quando la morte si preannuncia imminente e
inevitabile, si può in coscienza « rinunciare a trattamenti che procurerebbero
soltanto un prolungamento precario e penoso della vita, senza tuttavia
interrompere le cure normali dovute all'ammalato in simili casi ».(77) Si dà
certamente l'obbligo morale di curarsi e di farsi curare, ma tale obbligo deve
misurarsi con le situazioni concrete; occorre cioè valutare se i mezzi
terapeutici a disposizione siano oggettivamente proporzionati rispetto alle
prospettive di miglioramento. La rinuncia a mezzi straordinari o sproporzionati
non equivale al suicidio o all'eutanasia; esprime piuttosto l'accettazione
della condizione umana di fronte alla morte.(78)
Nella medicina moderna vanno acquistando rilievo particolare
le cosiddette « cure palliative », destinate a rendere più sopportabile la
sofferenza nella fase finale della malattia e ad assicurare al tempo stesso al
paziente un adeguato accompagnamento umano. In questo contesto sorge, tra gli
altri, il problema della liceità del ricorso ai diversi tipi di analgesici e
sedativi per sollevare il malato dal dolore, quando ciò comporta il rischio di
abbreviargli la vita. Se, infatti, può essere considerato degno di lode chi
accetta volontariamente di soffrire rinunciando a interventi antidolorifici per
conservare la piena lucidità e partecipare, se credente, in maniera consapevole
alla passione del Signore, tale comportamento « eroico » non può essere
ritenuto doveroso per tutti. Già Pio XII aveva affermato che è lecito
sopprimere il dolore per mezzo di narcotici, pur con la conseguenza di limitare
la coscienza e di abbreviare la vita, « se non esistono altri mezzi e se, nelle
date circostanze, ciò non impedisce l'adempimento di altri doveri religiosi e
morali ».(79) In questo caso, infatti, la morte non è voluta o ricercata,
nonostante che per motivi ragionevoli se ne corra il rischio: semplicemente si
vuole lenire il dolore in maniera efficace, ricorrendo agli analgesici messi a
disposizione dalla medicina. Tuttavia, « non si deve privare il moribondo della
coscienza di sé senza grave motivo »: (80) avvicinandosi alla morte, gli uomini
devono essere in grado di poter soddisfare ai loro obblighi morali e familiari e
soprattutto devono potersi preparare con piena coscienza all'incontro
definitivo con Dio.
Fatte queste distinzioni, in conformità con il Magistero dei
miei Predecessori (81) e in comunione con i Vescovi della Chiesa cattolica,
confermo che l'eutanasia è una grave violazione della Legge di Dio, in quanto
uccisione deliberata moralmente inaccettabile di una persona umana. Tale
dottrina è fondata sulla legge naturale e sulla Parola di Dio scritta, è
trasmessa dalla Tradizione della Chiesa ed insegnata dal Magistero ordinario e
universale.(82)
Una tale pratica comporta, a seconda delle circostanze, la
malizia propria del suicidio o dell'omicidio.
66. Ora, il suicidio è sempre moralmente inaccettabile
quanto l'omicidio. La tradizione della Chiesa l'ha sempre respinto come scelta
gravemente cattiva.(83) Benché determinati condizionamenti psicologici,
culturali e sociali possano portare a compiere un gesto che contraddice così
radicalmente l'innata inclinazione di ognuno alla vita, attenuando o annullando
la responsabilità soggettiva, il suicidio, sotto il profilo oggettivo, è un
atto gravemente immorale, perché comporta il rifiuto dell'amore verso se stessi
e la rinuncia ai doveri di giustizia e di carità verso il prossimo, verso le
varie comunità di cui si fa parte e verso la società nel suo insieme.(84) Nel
suo nucleo più profondo, esso costituisce un rifiuto della sovranità assoluta
di Dio sulla vita e sulla morte, così proclamata nella preghiera dell'antico
saggio di Israele: « Tu hai potere sulla vita e sulla morte; conduci giù alle
porte degli inferi e fai risalire » (Sap 16, 13; cf. Tb 13, 2).
Condividere l'intenzione suicida di un altro e aiutarlo a
realizzarla mediante il cosiddetto « suicidio assistito » significa farsi
collaboratori, e qualche volta attori in prima persona, di un'ingiustizia, che
non può mai essere giustificata, neppure quando fosse richiesta. « Non è mai
lecito — scrive con sorprendente attualità sant'Agostino — uccidere un altro:
anche se lui lo volesse, anzi se lo chiedesse perché, sospeso tra la vita e la
morte, supplica di essere aiutato a liberare l'anima che lotta contro i legami
del corpo e desidera distaccarsene; non è lecito neppure quando il malato non
fosse più in grado di vivere ».(85) Anche se non motivata dal rifiuto egoistico
di farsi carico dell'esistenza di chi soffre, l'eutanasia deve dirsi una falsa
pietà, anzi una preoccupante « perversione » di essa: la vera « compassione »,
infatti, rende solidale col dolore altrui, non sopprime colui del quale non si
può sopportare la sofferenza. E tanto più perverso appare il gesto
dell'eutanasia se viene compiuto da coloro che — come i parenti — dovrebbero
assistere con pazienza e con amore il loro congiunto o da quanti — come i
medici —, per la loro specifica professione, dovrebbero curare il malato anche
nelle condizioni terminali più penose.
La scelta dell'eutanasia diventa più grave quando si
configura come un omicidio che gli altri praticano su una persona che non l'ha
richiesta in nessun modo e che non ha mai dato ad essa alcun consenso. Si
raggiunge poi il colmo dell'arbitrio e dell'ingiustizia quando alcuni, medici o
legislatori, si arrogano il potere di decidere chi debba vivere e chi debba
morire. Si ripropone così la tentazione dell'Eden: diventare come Dio «
conoscendo il bene e il male » (cf. Gn 3, 5). Ma Dio solo ha il potere di far
morire e di far vivere: « Sono io che do la morte e faccio vivere » (Dt 32, 39;
cf. 2 Re 5, 7; 1 Sam 2, 6). Egli attua il suo potere sempre e solo secondo un
disegno di sapienza e di amore. Quando l'uomo usurpa tale potere, soggiogato da
una logica di stoltezza e di egoismo, inevitabilmente lo usa per l'ingiustizia
e per la morte.
Così la vita del più debole è messa nelle mani del più
forte; nella società si perde il senso della giustizia ed è minata alla radice
la fiducia reciproca, fondamento di ogni autentico rapporto tra le persone.
67. Ben diversa, invece, è la via dell'amore e della vera
pietà, che la nostra comune umanità impone e che la fede in Cristo Redentore,
morto e risorto, illumina con nuove ragioni. La domanda che sgorga dal cuore
dell'uomo nel confronto supremo con la sofferenza e la morte, specialmente
quando è tentato di ripiegarsi nella disperazione e quasi di annientarsi in
essa, è soprattutto domanda di compagnia, di solidarietà e di sostegno nella
prova. È richiesta di aiuto per continuare a sperare, quando tutte le speranze
umane vengono meno. Come ci ha ricordato il Concilio Vaticano II, « in faccia
alla morte l'enigma della condizione umana diventa sommo » per l'uomo; e
tuttavia « l'istinto del cuore lo fa giudicare rettamente, quando aborrisce e
respinge l'idea di una totale rovina e di un annientamento definitivo della sua
persona. Il germe dell'eternità che porta in sé, irriducibile com'è alla sola
materia, insorge contro la morte ».(86)
Questa naturale ripugnanza per la morte e questa germinale
speranza di immortalità sono illuminate e portate a compimento dalla fede
cristiana, che promette e offre la partecipazione alla vittoria del Cristo
Risorto: è la vittoria di Colui che, mediante la sua morte redentrice, ha
liberato l'uomo dalla morte, « salario del peccato » (Rm 6, 23), e gli ha
donato lo Spirito, pegno di risurrezione e di vita (cf. Rm 8, 11). La certezza
dell'immortalità futura e la speranza nella risurrezione promessa proiettano
una luce nuova sul mistero del soffrire e del morire e infondono nel credente
una forza straordinaria per affidarsi al disegno di Dio.
L'apostolo Paolo ha espresso questa novità nei termini di
un'appartenenza totale al Signore che abbraccia qualsiasi condizione umana: «
Nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi
viviamo, viviamo per il Signore; se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia
che viviamo, sia che moriamo, siamo dunque del Signore » (Rm 14, 7-8). Morire
per il Signore significa vivere la propria morte come atto supremo di
obbedienza al Padre (cf. Fil 2, 8), accettando di incontrarla nell'« ora »
voluta e scelta da lui (cf. Gv 13, 1), che solo può dire quando il cammino
terreno è compiuto. Vivere per il Signore significa anche riconoscere che la
sofferenza, pur restando in se stessa un male e una prova, può sempre diventare
sorgente di bene. Lo diventa se viene vissuta per amore e con amore, nella
partecipazione, per dono gratuito di Dio e per libera scelta personale, alla
sofferenza stessa di Cristo crocifisso. In tal modo, chi vive la sua sofferenza
nel Signore viene più pienamente conformato a lui (cf. Fil 3, 10; 1 Pt 2, 21) e
intimamente associato alla sua opera redentrice a favore della Chiesa e
dell'umanità.(87) È questa l'esperienza dell'Apostolo, che anche ogni persona
che soffre è chiamata a rivivere: « Sono lieto delle sofferenze che sopporto
per voi e completo nella mia carne quello che manca alle tribolazioni di Cristo
nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa » (Col 1, 24).
« Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini » (At 5,
29): la legge civile e la legge morale
68. Una delle caratteristiche proprie degli attuali
attentati alla vita umana — come si è già detto più volte — consiste nella
tendenza ad esigere una loro legittimazione giuridica, quasi fossero diritti
che lo Stato, almeno a certe condizioni, deve riconoscere ai cittadini e,
conseguentemente, nella tendenza a pretendere la loro attuazione con l'assistenza
sicura e gratuita dei medici e degli operatori sanitari.
Si pensa non poche volte che la vita di chi non è ancora
nato o è gravemente debilitato sia un bene solo relativo: secondo una logica
proporzionalista o di puro calcolo, dovrebbe essere confrontata e soppesata con
altri beni. E si ritiene pure che solo chi si trova nella situazione concreta e
vi è personalmente coinvolto possa compiere una giusta ponderazione dei beni in
gioco: di conseguenza, solo lui potrebbe decidere della moralità della sua
scelta. Lo Stato, perciò, nell'interesse della convivenza civile e dell'armonia
sociale, dovrebbe rispettare questa scelta, giungendo anche ad ammettere
l'aborto e l'eutanasia.
Si pensa, altre volte, che la legge civile non possa esigere
che tutti i cittadini vivano secondo un grado di moralità più elevato di quello
che essi stessi riconoscono e condividono. Per questo la legge dovrebbe sempre
esprimere l'opinione e la volontà della maggioranza dei cittadini e riconoscere
loro, almeno in certi casi estremi, anche il diritto all'aborto e
all'eutanasia. Del resto, la proibizione e la punizione dell'aborto e
dell'eutanasia in questi casi condurrebbero inevitabilmente — così si dice — ad
un aumento di pratiche illegali: esse, peraltro, non sarebbero soggette al
necessario controllo sociale e verrebbero attuate senza la dovuta sicurezza
medica. Ci si chiede, inoltre, se sostenere una legge concretamente non
applicabile non significhi, alla fine, minare anche l'autorità di ogni altra
legge.
Nelle opinioni più radicali, infine, si giunge a sostenere
che, in una società moderna e pluralistica, dovrebbe essere riconosciuta a ogni
persona piena autonomia di disporre della propria vita e della vita di chi non
è ancora nato: non spetterebbe, infatti, alla legge la scelta tra le diverse
opinioni morali e, tanto meno, essa potrebbe pretendere di imporne una
particolare a svantaggio delle altre.
69. In ogni caso, nella cultura democratica del nostro tempo
si è largamente diffusa l'opinione secondo la quale l'ordinamento giuridico di
una società dovrebbe limitarsi a registrare e recepire le convinzioni della
maggioranza e, pertanto, dovrebbe costruirsi solo su quanto la maggioranza
stessa riconosce e vive come morale. Se poi si ritiene addirittura che una
verità comune e oggettiva sia di fatto inaccessibile, il rispetto della libertà
dei cittadini — che in un regime democratico sono ritenuti i veri sovrani —
esigerebbe che, a livello legislativo, si riconosca l'autonomia delle singole
coscienze e quindi, nello stabilire quelle norme che in ogni caso sono
necessarie alla convivenza sociale, ci si adegui esclusivamente alla volontà
della maggioranza, qualunque essa sia. In tal modo, ogni politico, nella sua
azione, dovrebbe separare nettamente l'ambito della coscienza privata da quello
del comportamento pubblico.
Si registrano, di conseguenza, due tendenze, in apparenza
diametralmente opposte. Da un lato, i singoli individui rivendicano per sé la
più completa autonomia morale di scelta e chiedono che lo Stato non faccia
propria e non imponga nessuna concezione etica, ma si limiti a garantire lo
spazio più ampio possibile alla libertà di ciascuno, con l'unico limite esterno
di non ledere lo spazio di autonomia al quale anche ogni altro cittadino ha
diritto. Dall'altro lato, si pensa che, nell'esercizio delle funzioni pubbliche
e professionali, il rispetto dell'altrui libertà di scelta imponga a ciascuno
di prescindere dalle proprie convinzioni per mettersi a servizio di ogni
richiesta dei cittadini, che le leggi riconoscono e tutelano, accettando come
unico criterio morale per l'esercizio delle proprie funzioni quanto è stabilito
da quelle medesime leggi. In questo modo la responsabilità della persona viene
delegata alla legge civile, con un'abdicazione alla propria coscienza morale
almeno nell'ambito dell'azione pubblica.
70. Comune radice di tutte queste tendenze è il relativismo
etico che contraddistingue tanta parte della cultura contemporanea. Non manca
chi ritiene che tale relativismo sia una condizione della democrazia, in quanto
solo esso garantirebbe tolleranza, rispetto reciproco tra le persone, e
adesione alle decisioni della maggioranza, mentre le norme morali, considerate
oggettive e vincolanti, porterebbero all'autoritarismo e all'intolleranza.
Ma è proprio la problematica del rispetto della vita a
mostrare quali equivoci e contraddizioni, accompagnati da terribili esiti
pratici, si celino in questa posizione.
È vero che la storia registra casi in cui si sono commessi
dei crimini in nome della « verità ». Ma crimini non meno gravi e radicali
negazioni della libertà si sono commessi e si commettono anche in nome del «
relativismo etico ». Quando una maggioranza parlamentare o sociale decreta la
legittimità della soppressione, pur a certe condizioni, della vita umana non
ancora nata, non assume forse una decisione « tirannica » nei confronti
dell'essere umano più debole e indifeso? La coscienza universale giustamente
reagisce nei confronti dei crimini contro l'umanità di cui il nostro secolo ha
fatto così tristi esperienze. Forse che questi crimini cesserebbero di essere
tali se, invece di essere commessi da tiranni senza scrupoli, fossero
legittimati dal consenso popolare?
In realtà, la democrazia non può essere mitizzata fino a
farne un surrogato della moralità o un toccasana dell'immoralità.
Fondamentalmente, essa è un « ordinamento » e, come tale, uno strumento e non
un fine. Il suo carattere « morale » non è automatico, ma dipende dalla
conformità alla legge morale a cui, come ogni altro comportamento umano, deve
sottostare: dipende cioè dalla moralità dei fini che persegue e dei mezzi di
cui si serve. Se oggi si registra un consenso pressoché universale sul valore
della democrazia, ciò va considerato un positivo « segno dei tempi », come
anche il Magistero della Chiesa ha più volte rilevato.(88) Ma il valore della
democrazia sta o cade con i valori che essa incarna e promuove: fondamentali e
imprescindibili sono certamente la dignità di ogni persona umana, il rispetto
dei suoi diritti intangibili e inalienabili, nonché l'assunzione del « bene
comune » come fine e criterio regolativo della vita politica.
Alla base di questi valori non possono esservi provvisorie e
mutevoli « maggioranze » di opinione, ma solo il riconoscimento di una legge
morale obiettiva che, in quanto « legge naturale » iscritta nel cuore
dell'uomo, è punto di riferimento normativo della stessa legge civile. Quando,
per un tragico oscuramento della coscienza collettiva, lo scetticismo giungesse
a porre in dubbio persino i principi fondamentali della legge morale, lo stesso
ordinamento democratico sarebbe scosso nelle sue fondamenta, riducendosi a un
puro meccanismo di regolazione empirica dei diversi e contrapposti
interessi.(89)
Qualcuno potrebbe pensare che anche una tale funzione, in
mancanza di meglio, sia da apprezzare ai fini della pace sociale. Pur
riconoscendo un qualche aspetto di verità in una tale valutazione, è difficile
non vedere che, senza un ancoraggio morale obiettivo, neppure la democrazia può
assicurare una pace stabile, tanto più che la pace non misurata sui valori
della dignità di ogni uomo e della solidarietà tra tutti gli uomini è non di
rado illusoria. Negli stessi regimi partecipativi, infatti, la regolazione
degli interessi avviene spesso a vantaggio dei più forti, essendo essi i più
capaci di manovrare non soltanto le leve del potere, ma anche la formazione del
consenso. In una tale situazione, la democrazia diventa facilmente una parola
vuota.
71. Urge dunque, per l'avvenire della società e lo sviluppo
di una sana democrazia, riscoprire l'esistenza di valori umani e morali
essenziali e nativi, che scaturiscono dalla verità stessa dell'essere umano ed
esprimono e tutelano la dignità della persona: valori, pertanto, che nessun
individuo, nessuna maggioranza e nessuno Stato potranno mai creare, modificare
o distruggere, ma dovranno solo riconoscere, rispettare e promuovere.
Occorre riprendere, in tal senso, gli elementi fondamentali
della visione dei rapporti tra legge civile e legge morale, quali sono proposti
dalla Chiesa, ma che pure fanno parte del patrimonio delle grandi tradizioni
giuridiche dell'umanità.
Certamente, il compito della legge civile è diverso e di
ambito più limitato rispetto a quello della legge morale. Però « in nessun
ambito di vita la legge civile può sostituirsi alla coscienza né può dettare
norme su ciò che esula dalla sua competenza »,(90) che è quella di assicurare
il bene comune delle persone, attraverso il riconoscimento e la difesa dei loro
fondamentali diritti, la promozione della pace e della pubblica moralità.(91)
Il compito della legge civile consiste, infatti, nel garantire un'ordinata
convivenza sociale nella vera giustizia, perché tutti « possiamo trascorrere
una vita calma e tranquilla con tutta pietà e dignità » (1 Tm 2, 2). Proprio
per questo, la legge civile deve assicurare per tutti i membri della società il
rispetto di alcuni diritti fondamentali, che appartengono nativamente alla
persona e che qualsiasi legge positiva deve riconoscere e garantire. Primo e
fondamentale tra tutti è l'inviolabile diritto alla vita di ogni essere umano
innocente. Se la pubblica autorità può talvolta rinunciare a reprimere quanto
provocherebbe, se proibito, un danno più grave,(92) essa non può mai accettare
però di legittimare, come diritto dei singoli — anche se questi fossero la
maggioranza dei componenti la società —, l'offesa inferta ad altre persone
attraverso il misconoscimento di un loro diritto così fondamentale come quello
alla vita. La tolleranza legale dell'aborto o dell'eutanasia non può in alcun
modo richiamarsi al rispetto della coscienza degli altri, proprio perché la
società ha il diritto e il dovere di tutelarsi contro gli abusi che si possono
verificare in nome della coscienza e sotto il pretesto della libertà.(93)
Nell'Enciclica Pacem in terris, Giovanni XXIII aveva
ricordato in proposito: « Nell'epoca moderna l'attuazione del bene comune trova
la sua indicazione di fondo nei diritti e nei doveri della persona. Per cui i
compiti precipui dei poteri pubblici consistono, soprattutto, nel riconoscere,
rispettare, comporre, tutelare e promuovere quei diritti; e nel contribuire, di
conseguenza, a rendere più facile l'adempimento dei rispettivi doveri.
"Tutelare l'intangibile campo dei diritti della persona umana e renderle
agevole il compimento dei suoi doveri vuol essere ufficio essenziale di ogni
pubblico potere". Per cui ogni atto dei poteri pubblici, che sia o
implichi un misconoscimento o una violazione di quei diritti, è un atto
contrastante con la loro stessa ragion d'essere e rimane per ciò stesso
destituito d'ogni valore giuridico ».(94)
72. In continuità con tutta la tradizione della Chiesa è
anche la dottrina sulla necessaria conformità della legge civile con la legge
morale, come appare, ancora una volta, dall'enciclica citata di Giovanni XXIII:
« L'autorità è postulata dall'ordine morale e deriva da Dio. Qualora pertanto
le sue leggi o autorizzazioni siano in contrasto con quell'ordine, e quindi in
contrasto con la volontà di Dio, esse non hanno forza di obbligare la coscienza...;
in tal caso, anzi, chiaramente l'autorità cessa di essere tale e degenera in
sopruso ».(95) È questo il limpido insegnamento di san Tommaso d'Aquino, che
tra l'altro scrive: « La legge umana in tanto è tale in quanto è conforme alla
retta ragione e quindi deriva dalla legge eterna. Quando invece una legge è in
contrasto con la ragione, la si denomina legge iniqua; in tal caso però cessa
di essere legge e diviene piuttosto un atto di violenza ».(96) E ancora: « Ogni
legge posta dagli uomini in tanto ha ragione di legge in quanto deriva dalla
legge naturale. Se invece in qualche cosa è in contrasto con la legge naturale,
allora non sarà legge bensì corruzione della legge ».(97)
Ora la prima e più immediata applicazione di questa dottrina
riguarda la legge umana che misconosce il diritto fondamentale e fontale alla
vita, diritto proprio di ogni uomo. Così le leggi che, con l'aborto e
l'eutanasia, legittimano la soppressione diretta di esseri umani innocenti sono
in totale e insanabile contraddizione con il diritto inviolabile alla vita
proprio di tutti gli uomini e negano, pertanto, l'uguaglianza di tutti di
fronte alla legge. Si potrebbe obiettare che tale non è il caso dell'eutanasia,
quando essa è richiesta in piena coscienza dal soggetto interessato. Ma uno
Stato che legittimasse tale richiesta e ne autorizzasse la realizzazione, si
troverebbe a legalizzare un caso di suicidio-omicidio, contro i principi
fondamentali dell'indisponibilità della vita e della tutela di ogni vita
innocente. In questo modo si favorisce una diminuzione del rispetto della vita
e si apre la strada a comportamenti distruttivi della fiducia nei rapporti
sociali.
Le leggi che autorizzano e favoriscono l'aborto e
l'eutanasia si pongono dunque radicalmente non solo contro il bene del singolo,
ma anche contro il bene comune e, pertanto, sono del tutto prive di autentica
validità giuridica. Il misconoscimento del diritto alla vita, infatti, proprio
perché porta a sopprimere la persona per il cui servizio la società ha motivo
di esistere, è ciò che si contrappone più frontalmente e irreparabilmente alla
possibilità di realizzare il bene comune. Ne segue che, quando una legge civile
legittima l'aborto o l'eutanasia cessa, per ciò stesso, di essere una vera
legge civile, moralmente obbligante.
73. L'aborto e l'eutanasia sono dunque crimini che nessuna
legge umana può pretendere di legittimare. Leggi di questo tipo non solo non
creano nessun obbligo per la coscienza, ma sollevano piuttosto un grave e
preciso obbligo di opporsi ad esse mediante obiezione di coscienza. Fin dalle
origini della Chiesa, la predicazione apostolica ha inculcato ai cristiani il
dovere di obbedire alle autorità pubbliche legittimamente costituite (cf. Rm
13, 1-7; 1 Pt 2, 13-14), ma nello stesso tempo ha ammonito fermamente che «
bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini » (At 5, 29). Già nell'Antico
Testamento, proprio in riferimento alle minacce contro la vita, troviamo un
esempio significativo di resistenza al comando ingiusto dell'autorità. Al
faraone, che aveva ordinato di far morire ogni neonato maschio, le levatrici
degli Ebrei si opposero. Esse « non fecero come aveva loro ordinato il re di
Egitto e lasciarono vivere i bambini » (Es 1, 17). Ma occorre notare il motivo
profondo di questo loro comportamento: « Le levatrici temettero Dio » (ivi). È
proprio dall'obbedienza a Dio — al quale solo si deve quel timore che è
riconoscimento della sua assoluta sovranità — che nascono la forza e il
coraggio di resistere alle leggi ingiuste degli uomini. È la forza e il
coraggio di chi è disposto anche ad andare in prigione o ad essere ucciso di
spada, nella certezza che « in questo sta la costanza e la fede dei santi » (Ap
13, 10).
Nel caso quindi di una legge intrinsecamente ingiusta, come
è quella che ammette l'aborto o l'eutanasia, non è mai lecito conformarsi ad
essa, « né partecipare ad una campagna di opinione in favore di una legge
siffatta, né dare ad essa il suffragio del proprio voto ».(98)
Un particolare problema di coscienza potrebbe porsi in quei
casi in cui un voto parlamentare risultasse determinante per favorire una legge
più restrittiva, volta cioè a restringere il numero degli aborti autorizzati,
in alternativa ad una legge più permissiva già in vigore o messa al voto.
Simili casi non sono rari. Si registra infatti il dato che mentre in alcune
parti del mondo continuano le campagne per l'introduzione di leggi a favore
dell'aborto, sostenute non poche volte da potenti organismi internazionali, in
altre Nazioni invece — in particolare in quelle che hanno già fatto l'amara
esperienza di simili legislazioni permissive — si vanno manifestando segni di
ripensamento. Nel caso ipotizzato, quando non fosse possibile scongiurare o
abrogare completamente una legge abortista, un parlamentare, la cui personale
assoluta opposizione all'aborto fosse chiara e a tutti nota, potrebbe
lecitamente offrire il proprio sostegno a proposte mirate a limitare i danni di
una tale legge e a diminuirne gli effetti negativi sul piano della cultura e
della moralità pubblica. Così facendo, infatti, non si attua una collaborazione
illecita a una legge ingiusta; piuttosto si compie un legittimo e doveroso
tentativo di limitarne gli aspetti iniqui.
74. L'introduzione di legislazioni ingiuste pone spesso gli
uomini moralmente retti di fronte a difficili problemi di coscienza in materia
di collaborazione in ragione della doverosa affermazione del proprio diritto a
non essere costretti a partecipare ad azioni moralmente cattive. Talvolta le
scelte che si impongono sono dolorose e possono richiedere il sacrificio di
affermate posizioni professionali o la rinuncia a legittime prospettive di
avanzamento nella carriera. In altri casi, può risultare che il compiere alcune
azioni in se stesse indifferenti, o addirittura positive, previste
nell'articolato di legislazioni globalmente ingiuste, consenta la salvaguardia
di vite umane minacciate. D'altro canto, però, si può giustamente temere che la
disponibilità a compiere tali azioni non solo comporti uno scandalo e favorisca
l'indebolirsi della necessaria opposizione agli attentati contro la vita, ma
induca insensibilmente ad arrendersi sempre più ad una logica permissiva.
Per illuminare questa difficile questione morale occorre
richiamare i principi generali sulla cooperazione ad azioni cattive. I
cristiani, come tutti gli uomini di buona volontà, sono chiamati, per un grave
dovere di coscienza, a non prestare la loro collaborazione formale a quelle
pratiche che, pur ammesse dalla legislazione civile, sono in contrasto con la
Legge di Dio. Infatti, dal punto di vista morale, non è mai lecito cooperare
formalmente al male. Tale cooperazione si verifica quando l'azione compiuta, o
per la sua stessa natura o per la configurazione che essa viene assumendo in un
concreto contesto, si qualifica come partecipazione diretta ad un atto contro
la vita umana innocente o come condivisione dell'intenzione immorale
dell'agente principale. Questa cooperazione non può mai essere giustificata né
invocando il rispetto della libertà altrui, né facendo leva sul fatto che la
legge civile la prevede e la richiede: per gli atti che ciascuno personalmente
compie esiste, infatti, una responsabilità morale a cui nessuno può mai
sottrarsi e sulla quale ciascuno sarà giudicato da Dio stesso (cf. Rm 2, 6; 14,
12).
Rifiutarsi di partecipare a commettere un'ingiustizia è non
solo un dovere morale, ma è anche un diritto umano basilare. Se così non fosse,
la persona umana sarebbe costretta a compiere un'azione intrinsecamente
incompatibile con la sua dignità e in tal modo la sua stessa libertà, il cui
senso e fine autentici risiedono nell'orientamento al vero e al bene, ne
sarebbe radicalmente compromessa. Si tratta, dunque, di un diritto essenziale
che, proprio perché tale, dovrebbe essere previsto e protetto dalla stessa
legge civile. In tal senso, la possibilità di rifiutarsi di partecipare alla
fase consultiva, preparatoria ed esecutiva di simili atti contro la vita dovrebbe
essere assicurata ai medici, agli operatori sanitari e ai responsabili delle
istituzioni ospedaliere, delle cliniche e delle case di cura. Chi ricorre
all'obiezione di coscienza deve essere salvaguardato non solo da sanzioni
penali, ma anche da qualsiasi danno sul piano legale, disciplinare, economico e
professionale.
« Amerai il prossimo tuo come te stesso » (Lc 10, 27): «
promuovi » la vita.
75. I comandamenti di Dio ci insegnano la via della vita.
Iprecetti morali negativi, cioè quelli che dichiarano moralmente inaccettabile
la scelta di una determinata azione, hanno un valore assoluto per la libertà
umana: essi valgono sempre e comunque, senza eccezioni. Indicano che la scelta
di determinati comportamenti è radicalmente incompatibile con l'amore verso Dio
e con la dignità della persona, creata a sua immagine: tale scelta, perciò, non
può essere riscattata dalla bontà di nessuna intenzione e di nessuna
conseguenza, è in contrasto insanabile con la comunione tra le persone,
contraddice la decisione fondamentale di orientare la propria vita a Dio.(99)
Già in questo senso i precetti morali negativi hanno
un'importantissima funzione positiva: il « no » che esigono incondizionatamente
dice il limite invalicabile al di sotto del quale l'uomo libero non può
scendere e, insieme, indica il minimo che egli deve rispettare e dal quale deve
partire per pronunciare innumerevoli « sì », capaci di occupare
progressivamente l'intero orizzonte del bene (cf. Mt 5, 48). I comandamenti, in
particolare i precetti morali negativi, sono l'inizio e la prima tappa
necessaria del cammino verso la libertà: « La prima libertà — scrive
sant'Agostino — consiste nell'essere esenti da crimini... come sarebbero
l'omicidio, l'adulterio, la fornicazione, il furto, la frode, il sacrilegio e
così via. Quando uno comincia a non avere questi crimini (e nessun cristiano
deve averli), comincia a levare il capo verso la libertà, ma questo non è che
l'inizio della libertà, non la libertà perfetta ».(100)
76. Il comandamento « non uccidere » stabilisce quindi il
punto di partenza di un cammino di vera libertà, che ci porta a promuovere
attivamente la vita e sviluppare determinati atteggiamenti e comportamenti al
suo servizio: così facendo esercitiamo la nostra responsabilità verso le
persone che ci sono affidate e manifestiamo, nei fatti e nella verità, la
nostra riconoscenza a Dio per il grande dono della vita (cf. Sal 139/138,
13-14).
Il Creatore ha affidato la vita dell'uomo alla sua
responsabile sollecitudine, non perché ne disponga in modo arbitrario, ma
perché la custodisca con saggezza e la amministri con amorevole fedeltà. Il Dio
dell'Alleanza ha affidato la vita di ciascun uomo all'altro uomo suo fratello,
secondo la legge della reciprocità del dare e del ricevere, del dono di sé e dell'accoglienza
dell'altro. Nella pienezza dei tempi, incarnandosi e donando la sua vita per
l'uomo, il Figlio di Dio ha mostrato a quale altezza e profondità possa
giungere questa legge della reciprocità. Con il dono del suo Spirito, Cristo dà
contenuti e significati nuovi alla legge della reciprocità, all'affidamento
dell'uomo all'uomo. Lo Spirito, che è artefice di comunione nell'amore, crea
tra gli uomini una nuova fraternità e solidarietà, vero riflesso del mistero di
reciproca donazione e accoglienza proprio della Trinità santissima. Lo stesso
Spirito diventa la legge nuova, che dona ai credenti la forza e sollecita la
loro responsabilità per vivere reciprocamente il dono di sé e l'accoglienza
dell'altro, partecipando all'amore stesso di Gesù Cristo e secondo la sua
misura.
77. Da questa legge nuova viene animato e plasmato anche il
comandamento del « non uccidere ». Per il cristiano, quindi, esso implica in
definitiva l'imperativo di rispettare, amare e promuovere la vita di ogni
fratello, secondo le esigenze e le dimensioni dell'amore di Dio in Gesù Cristo.
« Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per
i fratelli » (1 Gv 3, 16).
Il comandamento del « non uccidere », anche nei suoi
contenuti più positivi di rispetto, amore e promozione della vita umana,
vincola ogni uomo. Esso, infatti, risuona nella coscienza morale di ciascuno
come un'eco insopprimibile dell'alleanza originaria di Dio creatore con l'uomo;
da tutti può essere conosciuto alla luce della ragione e può essere osservato
grazie all'opera misteriosa dello Spirito che, soffiando dove vuole (cf. Gv 3,
8), raggiunge e coinvolge ogni uomo che vive in questo mondo.
È dunque un servizio d'amore quello che tutti siamo
impegnati ad assicurare al nostro prossimo, perché la sua vita sia difesa e
promossa sempre, ma soprattutto quando è più debole o minacciata. È una
sollecitudine non solo personale ma sociale, che tutti dobbiamo coltivare,
ponendo l'incondizionato rispetto della vita umana a fondamento di una
rinnovata società.
Ci è chiesto di amare e onorare la vita di ogni uomo e di
ogni donna e di lavorare con costanza e con coraggio, perché nel nostro tempo,
attraversato da troppi segni di morte, si instauri finalmente una nuova cultura
della vita, frutto della cultura della verità e dell'amore.
CAPITOLO IV
L'AVETE FATTO A ME
PER UNA NUOVA CULTURA DELLA VITA UMANA
« Voi siete il popolo che Dio si è acquistato perché
proclami le sue opere meravigliose » (1 Pt 2, 9): il popolo della vita e per la
vita
78. La Chiesa ha ricevuto il Vangelo come annuncio e fonte
di gioia e di salvezza. L'ha ricevuto in dono da Gesù, inviato dal Padre « per
annunziare ai poveri un lieto messaggio » (Lc 4, 18). L'ha ricevuto mediante
gli Apostoli, da Lui mandati in tutto il mondo (cf. Mc 16, 15; Mt 28, 19-20).
Nata da questa azione evangelizzatrice, la Chiesa sente risuonare in se stessa
ogni giorno la parola ammonitrice dell'Apostolo: « Guai a me se non predicassi
il Vangelo » (1 Cor 9, 16). « Evangelizzare, infatti, — come scriveva Paolo VI
— è la grazia e la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più
profonda. Essa esiste per evangelizzare ».(101)
L'evangelizzazione è un'azione globale e dinamica, che
coinvolge la Chiesa nella sua partecipazione alla missione profetica,
sacerdotale e regale del Signore Gesù. Essa, pertanto, comporta
inscindibilmente le dimensioni dell'annuncio, della celebrazione e del servizio
della carità. È un atto profondamente ecclesiale, che chiama in causa tutti i
diversi operai del Vangelo, ciascuno secondo i propri carismi e il proprio
ministero.
Così è anche quando si tratta di annunciare il Vangelo della
vita, parte integrante del Vangelo che è Gesù Cristo. Di questo Vangelo noi
siamo al servizio, sostenuti dalla consapevolezza di averlo ricevuto in dono e
di essere inviati a proclamarlo a tutta l'umanità « fino agli estremi confini
della terra » (At 1, 8). Nutriamo perciò umile e grata coscienza di essere il
popolo della vita e per la vita e in tal modo ci presentiamo davanti a tutti.
79. Siamo il popolo della vita perché Dio, nel suo amore
gratuito, ci ha donato il Vangelo della vita e da questo stesso Vangelo noi
siamo stati trasformati e salvati. Siamo stati riconquistati dall' « autore
della vita » (At 3, 15) a prezzo del suo sangue prezioso (cf. 1 Cor 6, 20; 7,
23; 1 Pt 1, 19) e mediante il lavacro battesimale siamo stati inseriti in lui
(cf. Rm 6, 4-5; Col 2, 12), come rami che dall'unico albero traggono linfa e
fecondità (cf. Gv 15, 5). Rinnovati interiormente dalla grazia dello Spirito, «
che è Signore e dà la vita », siamo diventati un popolo per la vita e come tali
siamo chiamati a comportarci.
Siamo mandati: essere al servizio della vita non è per noi
un vanto, ma un dovere, che nasce dalla coscienza di essere « il popolo che Dio
si è acquistato perché proclami le sue opere meravigliose » (1 Pt 2, 9). Nel
nostro cammino ci guida e ci sostiene la legge dell'amore: è l'amore di cui è
sorgente e modello il Figlio di Dio fatto uomo, che « morendo ha dato la vita
al mondo ».(102)
Siamo mandati come popolo. L'impegno a servizio della vita
grava su tutti e su ciascuno. È una responsabilità propriamente « ecclesiale »,
che esige l'azione concertata e generosa di tutti i membri e di tutte le
articolazioni della comunità cristiana. Il compito comunitario però non elimina
né diminuisce la responsabilità della singola persona, alla quale è rivolto il
comando del Signore a « farsi prossimo » di ogni uomo: « Và e anche tu fà lo
stesso » (Lc 10, 37).
Tutti insieme sentiamo il dovere di annunciare il Vangelo
della vita, di celebrarlo nella liturgia e nell'intera esistenza, diservirlo
con le diverse iniziative e strutture di sostegno e di promozione.
« Quello che abbiamo veduto e udito noi lo annunziamo anche
a voi » (1 Gv 1, 3): annunciare il Vangelo della vita
80. « Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo
udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo
contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della
vita... noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con
noi » (1 Gv 1, 1.3). Gesù è l'unico Vangelo: noi non abbiamo altro da dire e da
testimoniare.
È proprio l'annuncio di Gesù ad essere annuncio della vita.
Egli, infatti, è « il Verbo della vita » (1 Gv 1, 1). In lui « la vita si è
fatta visibile » (1 Gv 1, 2); anzi lui stesso è « la vita eterna, che era
presso il Padre e si è resa visibile a noi » (ivi). Questa stessa vita, grazie
al dono dello Spirito, è stata comunicata all'uomo. Ordinata alla vita in
pienezza, la « vita eterna », anche la vita terrena di ciascuno acquista il suo
senso pieno.
Illuminati da questo Vangelo della vita, sentiamo il bisogno
di proclamarlo e di testimoniarlo nella novità sorprendente che lo
contraddistingue: poiché si identifica con Gesù stesso, apportatore di ogni
novità (103) e vincitore della « vecchiezza » che deriva dal peccato e porta
alla morte,(104) tale Vangelo supera ogni aspettativa dell'uomo e svela a quali
sublimi altezze viene elevata, per grazia, la dignità della persona. Così la
contempla san Gregorio di Nissa: « L'uomo che, tra gli esseri, non conta nulla,
che è polvere, erba, vanità, una volta che è adottato dal Dio dell'universo
come figlio, diventa familiare di questo Essere, la cui eccellenza e grandezza
nessuno può vedere, ascoltare e comprendere. Con quale parola, pensiero o
slancio dello spirito si potrà esaltare la sovrabbondanza di questa grazia?
L'uomo sorpassa la sua natura: da mortale diventa immortale, da perituro
imperituro, da effimero eterno, da uomo diventa dio ».(105)
La gratitudine e la gioia per l'incommensurabile dignità
dell'uomo ci spinge a rendere tutti partecipi di questo messaggio: « Quello che
abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate
in comunione con noi » (1 Gv 1, 3). È necessario far giungere il Vangelo della
vita al cuore di ogni uomo e donna e immetterlo nelle pieghe più recondite
dell'intera società.
81. Si tratta di annunciare anzitutto il centro di questo
Vangelo. Esso è annuncio di un Dio vivo e vicino, che ci chiama a una profonda
comunione con sé e ci apre alla speranza certa della vita eterna; è
affermazione dell'inscindibile legame che intercorre tra la persona, la sua
vita e la sua corporeità; è presentazione della vita umana come vita di
relazione, dono di Dio, frutto e segno del suo amore; è proclamazione dello
straordinario rapporto di Gesù con ciascun uomo, che consente di riconoscere in
ogni volto umano il volto di Cristo; è indicazione del « dono sincero di sé »
quale compito e luogo di realizzazione piena della propria libertà.
Nello stesso tempo, si tratta di additare tutte le
conseguenze di questo stesso Vangelo, che così si possono riassumere: la vita
umana, dono prezioso di Dio, è sacra e inviolabile e per questo, in
particolare, sono assolutamente inaccettabili l'aborto procurato e l'eutanasia;
la vita dell'uomo non solo non deve essere soppressa, ma va protetta con ogni
amorosa attenzione; la vita trova il suo senso nell'amore ricevuto e donato,
nel cui orizzonte attingono piena verità la sessualità e la procreazione umana;
in questo amore anche la sofferenza e la morte hanno un senso e, pur permanendo
il mistero che le avvolge, possono diventare eventi di salvezza; il rispetto
per la vita esige che la scienza e la tecnica siano sempre ordinate all'uomo e
al suo sviluppo integrale; l'intera società deve rispettare, difendere e
promuovere la dignità di ogni persona umana, in ogni momento e condizione della
sua vita.
82. Per essere veramente un popolo al servizio della vita
dobbiamo, con costanza e coraggio, proporre questi contenuti fin dal primo
annuncio del Vangelo e, in seguito, nella catechesi e nelle diverse forme di
predicazione, nel dialogo personale e in ogni azione educativa. Agli educatori,
insegnanti, catechisti e teologi, spetta il compito di mettere in risalto le
ragioni antropologiche che fondano e sostengono il rispetto di ogni vita umana.
In tal modo, mentre faremo risplendere l'originale novità del Vangelo della
vita, potremo aiutare tutti a scoprire anche alla luce della ragione e dell'esperienza,
come il messaggio cristiano illumini pienamente l'uomo e il significato del suo
essere ed esistere; troveremo preziosi punti di incontro e di dialogo anche con
i non credenti, tutti insieme impegnati a far sorgere una nuova cultura della
vita.
Circondati dalle voci più contrastanti, mentre molti
rigettano la sana dottrina intorno alla vita dell'uomo, sentiamo rivolta anche
a noi la supplica indirizzata da Paolo a Timoteo: « Annunzia la parola, insisti
in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con
ogni magnanimità e dottrina » (2 Tm 4, 2). Questa esortazione deve risuonare
con particolare vigore nel cuore di quanti, nella Chiesa, partecipano più
direttamente, a diverso titolo, alla sua missione di « maestra » della verità.
Risuoni innanzitutto per noi Vescovi: a noi per primi è chiesto di farci
annunciatori instancabili delVangelo della vita; a noi è pure affidato il
compito di vigilare sulla trasmissione integra e fedele dell'insegnamento
riproposto in questa Enciclica e di ricorrere alle misure più opportune perché
i fedeli siano preservati da ogni dottrina ad esso contraria. Una speciale
attenzione dobbiamo porre perché nelle facoltà teologiche, nei seminari e nelle
diverse istituzioni cattoliche venga diffusa, illustrata e approfondita la
conoscenza della sana dottrina.(106) L'esortazione di Paolo risuoni per tutti i
teologi, per i pastori e per quanti altri svolgono compiti diinsegnamento,
catechesi e formazione delle coscienze: consapevoli del ruolo ad essi spettante,
non si assumano mai la grave responsabilità di tradire la verità e la loro
stessa missione esponendo idee personali contrarie al Vangelo della vita quale
il Magistero fedelmente ripropone e interpreta.
Nell'annunciare questo Vangelo, non dobbiamo temere
l'ostilità e l'impopolarità, rifiutando ogni compromesso ed ambiguità, che ci
conformerebbero alla mentalità di questo mondo (cf. Rm 12, 2). Dobbiamo essere
nel mondo ma non del mondo (cf. Gv 15, 19; 17, 16), con la forza che ci viene
da Cristo, che con la sua morte e risurrezione ha vinto il mondo (cf. Gv 16,
33).
« Ti lodo perché mi hai fatto come un prodigio » (Sal
139/138, 14): celebrare il Vangelo della vita
83. Mandati nel mondo come « popolo per la vita », il nostro
annuncio deve diventare anche una vera e propria celebrazione del Vangelo della
vita. È anzi questa stessa celebrazione, con la forza evocativa dei suoi gesti,
simboli e riti, a diventare luogo prezioso e significativo per trasmettere la
bellezza e la grandezza di questo Vangelo.
A tal fine, urge anzitutto coltivare, in noi e negli altri,
uno sguardo contemplativo.(107) Questo nasce dalla fede nel Dio della vita, che
ha creato ogni uomo facendolo come un prodigio (cf. Sal 139/138, 14). È lo
sguardo di chi vede la vita nella sua profondità, cogliendone le dimensioni di
gratuità, di bellezza, di provocazione alla libertà e alla responsabilità. È lo
sguardo di chi non pretende d'impossessarsi della realtà, ma la accoglie come
un dono, scoprendo in ogni cosa il riflesso del Creatore e in ogni persona la
sua immagine vivente (cf. Gn 1, 27; Sal 8, 6). Questo sguardo non si arrende
sfiduciato di fronte a chi è nella malattia, nella sofferenza, nella
marginalità e alle soglie della morte; ma da tutte queste situazioni si lascia
interpellare per andare alla ricerca di un senso e, proprio in queste
circostanze, si apre a ritrovare nel volto di ogni persona un appello al
confronto, al dialogo, alla solidarietà.
È tempo di assumere tutti questo sguardo, ridiventando
capaci, con l'animo colmo di religioso stupore, di venerare e onorare ogni
uomo, come ci invitava a fare Paolo VI in uno dei suoi messaggi natalizi.(108)
Animato da questo sguardo contemplativo, il popolo nuovo dei redenti non può
non prorompere in inni di gioia, di lode e di ringraziamento per il dono
inestimabile della vita, per il mistero della chiamata di ogni uomo a
partecipare in Cristo alla vita di grazia e a un'esistenza di comunione senza
fine con Dio Creatore e Padre.
84. Celebrare il Vangelo della vita significa celebrare il Dio
della vita, il Dio che dona la vita: « Noi dobbiamo celebrare la Vita eterna,
dalla quale procede qualsiasi altra vita. Da essa riceve la vita,
proporzionalmente alle sue capacità, ogni essere che partecipa in qualche modo
alla vita. Questa Vita divina, che è al di sopra di qualsiasi vita, vivifica e
conserva la vita. Qualsiasi vita e qualsiasi movimento vitale procedono da
questa Vita che trascende ogni vita ed ogni principio di vita. Ad essa le anime
debbono la loro incorruttibilità, come pure grazie ad essa vivono tutti gli
animali e tutte le piante, che ricevono della vita l'eco più debole. Agli
uomini, esseri composti di spirito e di materia, la Vita dona la vita. Se poi
ci accade di abbandonarla, allora la Vita, per il traboccare del suo amore verso
l'uomo, ci converte e ci richiama a sé. Non solo: ci promette di condurci,
anime e corpi, alla vita perfetta, all'immortalità. È troppo poco dire che
questa Vita è viva: essa è Principio di vita, Causa e Sorgente unica di vita.
Ogni vivente deve contemplarla e lodarla: è Vita che trabocca vita ».(109)
Anche noi, come il Salmista, nella preghiera quotidiana,
individuale e comunitaria, lodiamo e benediciamo Dio nostro Padre, che ci ha
tessuti nel seno materno e ci ha visti e amati quando ancora eravamo informi
(cf. Sal 139/138, 13. 15-16), ed esclamiamo con gioia incontenibile: « Ti lodo,
perché mi hai fatto come un prodigio; sono stupende le tue opere, tu mi conosci
fino in fondo » (Sal 139/138, 14). Sì, « questa vita mortale è, nonostante i
suoi travagli, i suoi oscuri misteri, le sue sofferenze, la sua fatale
caducità, un fatto bellissimo, un prodigio sempre originale e commovente, un
avvenimento degno d'essere cantato in gaudio e in gloria ».(110) Di più, l'uomo
e la sua vita non ci appaiono solo come uno dei prodigi più alti della
creazione: all'uomo Dio ha conferito una dignità quasi divina (cf. Sal 8, 6-7).
In ogni bimbo che nasce e in ogni uomo che vive o che muore noi riconosciamo
l'immagine della gloria di Dio: questa gloria noi celebriamo in ogni uomo,
segno del Dio vivente, icona di Gesù Cristo.
Siamo chiamati ad esprimere stupore e gratitudine per la
vita ricevuta in dono e ad accogliere, gustare e comunicare il Vangelo della
vita non solo con la preghiera personale e comunitaria, ma soprattutto con le
celebrazioni dell'anno liturgico. Sono qui da ricordare in particolare i
Sacramenti, segni efficaci della presenza e dell'azione salvifica del Signore
Gesù nell'esistenza cristiana: essi rendono gli uomini partecipi della vita
divina, assicurando loro l'energia spirituale necessaria per realizzare nella
sua piena verità il significato del vivere, del soffrire e del morire. Grazie
ad una genuina riscoperta del senso dei riti e ad una loro adeguata
valorizzazione, le celebrazioni liturgiche, soprattutto quelle sacramentali,
saranno sempre più in grado di esprimere la verità piena sulla nascita, la
vita, la sofferenza e la morte, aiutando a vivere queste realtà come
partecipazione al mistero pasquale di Cristo morto e risorto.
85. Nella celebrazione del Vangelo della vita occorre
saperapprezzare e valorizzare anche i gesti e i simboli, di cui sono ricche le
diverse tradizioni e consuetudini culturali e popolari. Sono momenti e forme di
incontro con cui, nei diversi Paesi e culture, si manifestano la gioia per una
vita che nasce, il rispetto e la difesa di ogni esistenza umana, la cura per
chi soffre o è nel bisogno, la vicinanza all'anziano o al morente, la
condivisione del dolore di chi è nel lutto, la speranza e il desiderio
dell'immortalità.
In questa prospettiva, accogliendo anche il suggerimento offerto
dai Cardinali nel Concistoro del 1991, propongo che si celebri ogni anno nelle
varie Nazioni una Giornata per la Vita, quale già si attua ad iniziativa di
alcune Conferenze Episcopali. È necessario che tale Giornata venga preparata e
celebrata con l'attiva partecipazione di tutte le componenti della Chiesa
locale. Suo scopo fondamentale è quello di suscitare, nelle coscienze, nelle
famiglie, nella Chiesa e nella società civile, il riconoscimento del senso e
del valore della vita umana in ogni suo momento e condizione, ponendo
particolarmente al centro dell'attenzione la gravità dell'aborto e
dell'eutanasia, senza tuttavia trascurare gli altri momenti e aspetti della
vita, che meritano di essere presi di volta in volta in attenta considerazione,
secondo quanto suggerito dall'evolversi della situazione storica.
86. Nella logica del culto spirituale gradito a Dio (cf. Rm
12, 1), la celebrazione del Vangelo della vita chiede di realizzarsi
soprattutto nell'esistenza quotidiana, vissuta nell'amore per gli altri e nella
donazione di se stessi. Sarà così tutta la nostra esistenza a farsi accoglienza
autentica e responsabile del dono della vita e lode sincera e riconoscente a
Dio che ci ha fatto tale dono. È quanto già avviene in tantissimi gesti di
donazione, spesso umile e nascosta, compiuti da uomini e donne, bambini e
adulti, giovani e anziani, sani e ammalati.
È in questo contesto, ricco di umanità e di amore, che
nascono anche i gesti eroici. Essi sono la celebrazione più solenne del Vangelo
della vita, perché lo proclamano con il dono totale di sé; sono la
manifestazione luminosa del grado più elevato di amore, che è dare la vita per
la persona amata (cf. Gv 15, 13); sono la partecipazione al mistero della
Croce, nella quale Gesù svela quanto valore abbia per lui la vita di ogni uomo
e come questa si realizzi in pienezza nel dono sincero di sé. Al di là dei
fatti clamorosi, c'è l'eroismo del quotidiano, fatto di piccoli o grandi gesti
di condivisione che alimentano un'autentica cultura della vita. Tra questi
gesti merita particolare apprezzamento la donazione di organi compiuta in forme
eticamente accettabili, per offrire una possibilità di salute e perfino di vita
a malati talvolta privi di speranza.
A tale eroismo del quotidiano appartiene la testimonianza
silenziosa, ma quanto mai feconda ed eloquente, di « tutte le madri coraggiose,
che si dedicano senza riserve alla propria famiglia, che soffrono nel dare alla
luce i propri figli, e poi sono pronte ad intraprendere ogni fatica, ad
affrontare ogni sacrificio, per trasmettere loro quanto di meglio esse
custodiscono in sé ».(111) Nel vivere la loro missione « non sempre queste
madri eroiche trovano sostegno nel loro ambiente. Anzi, i modelli di civiltà,
spesso promossi e propagati dai mezzi di comunicazione, non favoriscono la
maternità. Nel nome del progresso e della modernità vengono presentati come
ormai superati i valori della fedeltà, della castità, del sacrificio, nei quali
si sono distinte e continuano a distinguersi schiere di spose e di madri cristiane...
Vi ringraziamo, madri eroiche, per il vostro amore invincibile! Vi ringraziamo
per l'intrepida fiducia in Dio e nel suo amore. Vi ringraziamo per il
sacrificio della vostra vita... Cristo nel Mistero pasquale vi restituisce il
dono che gli avete fatto. Egli infatti ha il potere di restituirvi la vita che
gli avete portato in offerta ».(112)
« Che giova, fratelli miei se uno dice di avere la fede ma
non ha le opere? » (Gc 2, 14): servire il Vangelo della vita
87. In forza della partecipazione alla missione regale di
Cristo, il sostegno e la promozione della vita umana devono attuarsi mediante
il servizio della carità, che si esprime nella testimonianza personale, nelle
diverse forme di volontariato, nell'animazione sociale e nell'impegno politico.
È, questa, un'esigenza particolarmente pressante nell'ora presente, nella quale
la « cultura della morte » così fortemente si contrappone alla « cultura della
vita » e spesso sembra avere il sopravvento. Ancor prima, però, è un'esigenza
che nasce dalla « fede che opera per mezzo della carità » (Gal 5, 6), come ci
ammonisce la Lettera di Giacomo: « Che giova, fratelli miei, se uno dice di
avere la fede ma non ha le opere? Forse che quella fede può salvarlo? Se un
fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e
uno di voi dice loro: "Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi",
ma non date loro il necessario per il corpo, che giova? Così anche la fede: se
non ha le opere, è morta in se stessa » (2, 14-17).
Nel servizio della carità c'è un atteggiamento che ci deve
animare e contraddistinguere: dobbiamo prenderci cura dell'altro in quanto
persona affidata da Dio alla nostra responsabilità. Come discepoli di Gesù,
siamo chiamati a farci prossimi di ogni uomo (cf. Lc 10, 29-37), riservando una
speciale preferenza a chi è più povero, solo e bisognoso. Proprio attraverso
l'aiuto all'affamato, all'assetato, al forestiero, all'ignudo, al malato, al
carcerato — come pure al bambino non ancora nato, all'anziano sofferente o
vicino alla morte — ci è dato di servire Gesù, come Egli stesso ha dichiarato:
« Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più
piccoli, l'avete fatto a me » (Mt 25, 40). Per questo, non possiamo non
sentirci interpellati e giudicati dalla pagina sempre attuale di san Giovanni
Crisostomo: « Vuoi onorare il corpo di Cristo? Non trascurarlo quando si trova
nudo. Non rendergli onore qui nel tempio con stoffe di seta, per poi
trascurarlo fuori, dove patisce freddo e nudità ».(113)
Il servizio della carità nei riguardi della vita deve essere
profondamente unitario: non può tollerare unilateralismi e discriminazioni,
perché la vita umana è sacra e inviolabile in ogni sua fase e situazione; essa
è un bene indivisibile. Si tratta dunque di « prendersi cura » di tutta la vita
e della vita di tutti. Anzi, ancora più profondamente, si tratta di andare fino
alle radici stesse della vita e dell'amore.
Proprio partendo da un amore profondo per ogni uomo e donna,
si è sviluppata lungo i secoli una straordinaria storia di carità, che ha
introdotto nella vita ecclesiale e civile numerose strutture di servizio alla
vita, che suscitano l'ammirazione di ogni osservatore non prevenuto. È una
storia che, con rinnovato senso di responsabilità, ogni comunità cristiana deve
continuare a scrivere con una molteplice azione pastorale e sociale. In tal
senso si devono mettere in atto forme discrete ed efficaci diaccompagnamento
della vita nascente, con una speciale vicinanza a quelle mamme che, anche senza
il sostegno del padre, non temono di mettere al mondo il loro bambino e di
educarlo. Analoga cura deve essere riservata alla vita nella marginalità o
nella sofferenza, specie nelle sue fasi finali.
88. Tutto questo comporta una paziente e coraggiosa opera
educativa che solleciti tutti e ciascuno a farsi carico dei pesi degli altri
(cf. Gal 6, 2); richiede una continua promozione di vocazioni al servizio, in
particolare tra i giovani; implica la realizzazione di progetti e iniziative
concrete, stabili ed evangelicamente ispirate.
Molteplici sono gli strumenti da valorizzare con competenza
e serietà di impegno. Alle sorgenti della vita, i centri per i metodi naturali
di regolazione della fertilità vanno promossi come un valido aiuto per la
paternità e maternità responsabili, nella quale ogni persona, a cominciare dal
figlio, è riconosciuta e rispettata per se stessa e ogni scelta è animata e
guidata dal criterio del dono sincero di sé. Anche i consultori matrimoniali e
familiari, mediante la loro specifica azione di consulenza e di prevenzione,
svolta alla luce di un'antropologia coerente con la visione cristiana della
persona, della coppia e della sessualità, costituiscono un prezioso servizio
per riscoprire il senso dell'amore e della vita e per sostenere e accompagnare
ogni famiglia nella sua missione di « santuario della vita ». A servizio della
vita nascente si pongono pure i centri di aiuto alla vita e le case o i centri
di accoglienza della vita. Grazie alla loro opera, non poche madri nubili e
coppie in difficoltà ritrovano ragioni e convinzioni e incontrano assistenza e
sostegno per superare disagi e paure nell'accogliere una vita nascente o appena
venuta alla luce.
Di fronte alla vita in condizioni di disagio, di devianza,
di malattia e di marginalità, altri strumenti — come le comunità di recupero
per tossicodipendenti, le comunità alloggio per i minori o per i malati
mentali, i centri di cura e accoglienza per malati di AIDS, le cooperative di
solidarietà soprattutto per i disabili — sono espressione eloquente di ciò che
la carità sa inventare per dare a ciascuno ragioni nuove di speranza e
possibilità concrete di vita.
Quando poi l'esistenza terrena volge al termine, è ancora la
carità a trovare le modalità più opportune perché gli anziani, specialmente se
non autosufficienti, e i cosiddetti malati terminali possano godere di
un'assistenza veramente umana e ricevere risposte adeguate alle loro esigenze,
in particolare alla loro angoscia e solitudine. Insostituibile è in questi casi
il ruolo delle famiglie; ma esse possono trovare grande aiuto nelle strutture
sociali di assistenza e, quando necessario, nel ricorso alle cure palliative,
avvalendosi degli idonei servizi sanitari e sociali, operanti sia nei luoghi di
ricovero e cura pubblici che a domicilio.
In particolare, deve essere riconsiderato il ruolo degli
ospedali, delle cliniche e delle case di cura: la loro vera identità non è solo
quella di strutture nelle quali ci si prende cura dei malati e dei morenti, ma
anzitutto quella di ambienti nei quali la sofferenza, il dolore e la morte
vengono riconosciuti ed interpretati nel loro significato umano e
specificamente cristiano. In modo speciale tale identità deve mostrarsi chiara
ed efficace negli istituti dipendenti da religiosi o, comunque, legati alla
Chiesa.
89. Queste strutture e luoghi di servizio alla vita, e tutte
le altre iniziative di sostegno e solidarietà che le situazioni potranno di
volta in volta suggerire, hanno bisogno di essere animate da persone
generosamente disponibili e profondamente consapevoli di quanto decisivo sia il
Vangelo della vita per il bene dell'individuo e della società.
Peculiare è la responsabilità affidata agli operatori
sanitari: medici, farmacisti, infermieri, cappellani, religiosi e religiose,
amministratori e volontari. La loro professione li vuole custodi e servitori
della vita umana. Nel contesto culturale e sociale odierno, nel quale la
scienza e l'arte medica rischiano di smarrire la loro nativa dimensione etica,
essi possono essere talvolta fortemente tentati di trasformarsi in artefici di
manipolazione della vita o addirittura in operatori di morte. Di fronte a tale
tentazione la loro responsabilità è oggi enormemente accresciuta e trova la sua
ispirazione più profonda e il suo sostegno più forte proprio nell'intrinseca e
imprescindibile dimensione etica della professione sanitaria, come già
riconosceva l'antico e sempre attuale giuramento di Ippocrate, secondo il quale
ad ogni medico è chiesto di impegnarsi per il rispetto assoluto della vita
umana e della sua sacralità.
Il rispetto assoluto di ogni vita umana innocente esige
anchel'esercizio dell'obiezione di coscienza di fronte all'aborto procurato e
all'eutanasia. Il « far morire » non può mai essere considerato come una cura
medica, neppure quando l'intenzione fosse solo quella di assecondare una
richiesta del paziente: è, piuttosto, la negazione della professione sanitaria
che si qualifica come un appassionato e tenace « sì » alla vita. Anche la
ricerca biomedica, campo affascinante e promettente di nuovi grandi benefici
per l'umanità, deve sempre rifiutare sperimentazioni, ricerche o applicazioni
che, misconoscendo l'inviolabile dignità dell'essere umano, cessano di essere a
servizio degli uomini e si trasformano in realtà che, mentre sembrano
soccorrerli, li opprimono.
90. Uno specifico ruolo sono chiamate a svolgere le persone
impegnate nel volontariato: esse offrono un apporto prezioso nel servizio alla
vita, quando sanno coniugare capacità professionale e amore generoso e
gratuito. Il Vangelo della vita le spinge ad elevare i sentimenti di semplice
filantropia all'altezza della carità di Cristo; a riconquistare ogni giorno,
tra fatiche e stanchezze, la coscienza della dignità di ogni uomo; ad andare
alla scoperta dei bisogni delle persone iniziando — se necessario — nuovi
cammini là dove più urgente è il bisogno e più deboli sono l'attenzione e il
sostegno.
Il realismo tenace della carità esige che il Vangelo della
vita sia servito anche mediante forme di animazione sociale e di impegno
politico, difendendo e proponendo il valore della vita nelle nostre società
sempre più complesse e pluraliste. Singoli, famiglie, gruppi, realtà
associative hanno, sia pure a titolo e in modi diversi, una responsabilità
nell'animazione sociale e nell'elaborazione di progetti culturali, economici,
politici e legislativi che, nel rispetto di tutti e secondo la logica della
convivenza democratica, contribuiscano a edificare una società nella quale la
dignità di ogni persona sia riconosciuta e tutelata, e la vita di tutti sia
difesa e promossa.
Tale compito grava in particolare sui responsabili della
cosa pubblica. Chiamati a servire l'uomo e il bene comune, hanno il dovere di
compiere scelte coraggiose a favore della vita, innanzitutto nell'ambito delle
disposizioni legislative. In un regime democratico, ove le leggi e le decisioni
si formano sulla base del consenso di molti, può attenuarsi nella coscienza dei
singoli che sono investiti di autorità il senso della responsabilità personale.
Ma a questa nessuno può mai abdicare, soprattutto quando ha un mandato
legislativo o decisionale, che lo chiama a rispondere a Dio, alla propria
coscienza e all'intera società di scelte eventualmente contrarie al vero bene
comune. Se le leggi non sono l'unico strumento per difendere la vita umana,
esse però svolgono un ruolo molto importante e talvolta determinante nel
promuovere una mentalità e un costume. Ripeto ancora una volta che una norma
che viola il diritto naturale alla vita di un innocente è ingiusta e, come
tale, non può avere valore di legge. Per questo rinnovo con forza il mio
appello a tutti i politici perché non promulghino leggi che, misconoscendo la
dignità della persona, minano alla radice la stessa convivenza civile.
La Chiesa sa che, nel contesto di democrazie pluraliste, per
la presenza di forti correnti culturali di diversa impostazione, è difficile
attuare un'efficace difesa legale della vita. Mossa tuttavia dalla certezza che
la verità morale non può non avere un'eco nell'intimo di ogni coscienza, essa
incoraggia i politici, cominciando da quelli cristiani, a non rassegnarsi e a
compiere quelle scelte che, tenendo conto delle possibilità concrete, portino a
ristabilire un ordine giusto nell'affermazione e promozione del valore della
vita. In questa prospettiva, occorre rilevare che non basta eliminare le leggi
inique. Si dovranno rimuovere le cause che favoriscono gli attentati alla vita,
soprattutto assicurando il dovuto sostegno alla famiglia e alla maternità: la
politica familiare deve essere perno e motore di tutte le politiche sociali.
Pertanto, occorre avviare iniziative sociali e legislative capaci di garantire
condizioni di autentica libertà nella scelta in ordine alla paternità e alla
maternità; inoltre è necessario reimpostare le politiche lavorative,
urbanistiche, abitative e dei servizi, perché si possano conciliare tra loro i
tempi del lavoro e quelli della famiglia e diventi effettivamente possibile la
cura dei bambini e degli anziani.
91. Un capitolo importante della politica per la vita è
costituito oggi dalla problematica demografica. Le pubbliche autorità hanno
certo la responsabilità di prendere « iniziative al fine di orientare la
demografia della popolazione »; (114) ma tali iniziative devono sempre
presupporre e rispettare la responsabilità primaria ed inalienabile dei coniugi
e delle famiglie e non possono ricorrere a metodi non rispettosi della persona
e dei suoi diritti fondamentali, a cominciare dal diritto alla vita di ogni
essere umano innocente. È, quindi, moralmente inaccettabile che, per regolare
le nascite, si incoraggi o addirittura si imponga l'uso di mezzi come la
contraccezione, la sterilizzazione e l'aborto.
Ben altre sono le vie per risolvere il problema demografico:
i Governi e le varie istituzioni internazionali devono innanzitutto mirare alla
creazione di condizioni economiche, sociali, medico-sanitarie e culturali che
consentano agli sposi di fare le loro scelte procreative in piena libertà e con
vera responsabilità; devono poi sforzarsi di « potenzia re le possibilità e
distribuire con maggiore giustizia le ricchezze, affinché tutti possano
partecipare equamente ai beni del creato. Occorre creare soluzioni a livello
mondiale, instaurando un'autentica economia di comunione e condivisione dei
beni, sia sul piano internazionale che su quello nazionale ».(115) Questa sola
è la strada che rispetta la dignità delle persone e delle famiglie, oltre che
l'autentico patrimonio culturale dei popoli.
Vasto e complesso è dunque il servizio al Vangelo della
vita. Esso ci appare sempre più come ambito prezioso e favorevole per una
fattiva collaborazione con i fratelli delle altre Chiese e Comunità ecclesiali
nella linea di quell'ecumenismo delle opere che il Concilio Vaticano II ha
autorevolmente incoraggiato.(116) Esso, inoltre, si presenta come spazio
provvidenziale per il dialogo e la collaborazione con i seguaci di altre
religioni e con tutti gli uomini di buona volontà: la difesa e la promozione
della vita non sono monopolio di nessuno, ma compito e responsabilità di tutti.
La sfida che ci sta di fronte, alla vigilia del terzo millennio, è ardua: solo
la concorde cooperazione di quanti credono nel valore della vita potrà evitare
una sconfitta della civiltà dalle conseguenze imprevedibili.
« Dono del Signore sono i figli, è sua grazia il frutto del
grembo » (Sal 126/125, 3): la famiglia « santuario della vita »
92. All'interno del « popolo della vita e per la vita »,decisiva
è la responsabilità della famiglia: è una responsabilità che scaturisce dalla
sua stessa natura — quella di essere comunità di vita e di amore, fondata sul
matrimonio — e dalla sua missione di « custodire, rivelare e comunicare l'amore
».(117) È in questione l'amore stesso di Dio, del quale i genitori sono
costituiti collaboratori e quasi interpreti nel trasmettere la vita e
nell'educarla secondo il suo progetto di Padre.(118) È quindi l'amore che si fa
gratuità, accoglienza, donazione: nella famiglia ciascuno è riconosciuto,
rispettato e onorato perché è persona e, se qualcuno ha più bisogno, più
intensa e più vigile è la cura nei suoi confronti.
La famiglia è chiamata in causa nell'intero arco di
esistenza dei suoi membri, dalla nascita alla morte. Essa è veramente «
ilsantuario della vita..., il luogo in cui la vita, dono di Dio, può essere
adeguatamente accolta e protetta contro i molteplici attacchi a cui è esposta,
e può svilupparsi secondo le esigenze di un'autentica crescita umana ».(119) Per
questo, determinante e insostituibile è il ruolo della famiglia nel costruire
la cultura della vita.
Come chiesa domestica, la famiglia è chiamata ad annunciare,
celebrare e servire il Vangelo della vita. È un compito che riguarda
innanzitutto i coniugi, chiamati ad essere trasmettitori della vita, sulla base
di una sempre rinnovata consapevolezza del senso della generazione, come evento
privilegiato nel quale si manifesta che la vita umana è un dono ricevuto per
essere a sua volta donato. Nella procreazione di una nuova vita i genitori
avvertono che il figlio « se è frutto della loro reciproca donazione d'amore,
è, a sua volta, un dono per ambedue, un dono che scaturisce dal dono ».(120)
È soprattutto attraverso l'educazione dei figli che la
famiglia assolve la sua missione di annunciare il Vangelo della vita. Con la
parola e con l'esempio, nella quotidianità dei rapporti e delle scelte e
mediante gesti e segni concreti, i genitori iniziano i loro figli alla libertà
autentica, che si realizza nel dono sincero di sé, e coltivano in loro il
rispetto dell'altro, il senso della giustizia, l'accoglienza cordiale, il
dialogo, il servizio generoso, la solidarietà e ogni altro valore che aiuti a
vivere la vita come un dono. L'opera educativa dei genitori cristiani deve
farsi servizio alla fede dei figli e aiuto loro offerto perché adempiano la
vocazione ricevuta da Dio. Rientra nella missione educativa dei genitori
insegnare e testimoniare ai figli il vero senso del soffrire e del morire: lo
potranno fare se sapranno essere attenti ad ogni sofferenza che trovano intorno
a sé e, prima ancora, se sapranno sviluppare atteggiamenti di vicinanza,
assistenza e condivisione verso malati e anziani nell'ambito familiare.
93. La famiglia, inoltre, celebra il Vangelo della vita con
la preghiera quotidiana, individuale e familiare: con essa loda e ringrazia il
Signore per il dono della vita ed invoca luce e forza per affrontare i momenti
di difficoltà e di sofferenza, senza mai smarrire la speranza. Ma la
celebrazione che dà significato ad ogni altra forma di preghiera e di culto è
quella che s'esprime nell'esistenza quotidiana della famiglia, se è
un'esistenza fatta di amore e donazione.
La celebrazione si trasforma così in un servizio al Vangelo
della vita, che si esprime attraverso la solidarietà, sperimentata dentro e
intorno alla famiglia come attenzione premurosa, vigile e cordiale nelle azioni
piccole e umili di ogni giorno. Un'espressione particolarmente significativa di
solidarietà tra le famiglie è la disponibilità all'adozione o all'affidamento
dei bambini abbandonati dai loro genitori o comunque in situazioni di grave
disagio. Il vero amore paterno e materno sa andare al di là dei legami della
carne e del sangue ed accogliere anche bambini di altre famiglie, offrendo ad
essi quanto è necessario per la loro vita ed il loro pieno sviluppo. Tra le
forme di adozione, merita di essere proposta anche l'adozione a distanza, da
preferire nei casi in cui l'abbandono ha come unico motivo le condizioni di
grave povertà della famiglia. Con tale tipo di adozione, infatti, si offrono ai
genitori gli aiuti necessari per mantenere ed educare i propri figli, senza
doverli sradicare dal loro ambiente naturale.
Intesa come « determinazione ferma e perseverante di
impegnarsi per il bene comune »,(121) la solidarietà chiede di attuarsi anche
attraverso forme di partecipazione sociale e politica. Di conseguenza, servire
il Vangelo della vita comporta che le famiglie, specie partecipando ad apposite
associazioni, si adoperino affinché le leggi e le istituzioni dello Stato non
ledano in nessun modo il diritto alla vita, dal concepimento alla morte
naturale, ma lo difendano e lo promuovano.
94. Un posto particolare va riconosciuto agli anziani.
Mentre in alcune culture la persona più avanzata in età rimane inserita nella
famiglia con un ruolo attivo importante, in altre culture invece chi è vecchio
è sentito come un peso inutile e viene abbandonato a se stesso: in simile
contesto può sorgere più facilmente la tentazione di ricorrere all'eutanasia.
L'emarginazione o addirittura il rifiuto degli anziani sono
intollerabili. La loro presenza in famiglia, o almeno la vicinanza ad essi
della famiglia quando per la ristrettezza degli spazi abitativi o per altri
motivi tale presenza non fosse possibile, sono di fondamentale importanza nel
creare un clima di reciproco scambio e di arricchente comunicazione fra le
varie età della vita. È importante, perciò, che si conservi, o si ristabilisca
dove è andato smarrito, una sorta di « patto » tra le generazioni, così che i
genitori anziani, giunti al termine del loro cammino, possano trovare nei figli
l'accoglienza e la solidarietà che essi hanno avuto nei loro confronti quando
s'affacciavano alla vita: lo esige l'obbedienza al comando divino di onorare il
padre e la madre (cf. Es 20, 12; Lv 19, 3). Ma c'è di più. L'anziano non è da
considerare solo oggetto di attenzione, vicinanza e servizio. Anch'egli ha un
prezioso contributo da portare al Vangelo della vita. Grazie al ricco
patrimonio di esperienza acquisito lungo gli anni, può e deve essere
dispensatore di sapienza, testimone di speranza e di carità.
Se è vero che « l'avvenire dell'umanità passa attraverso la
famiglia »,(122) si deve riconoscere che le odierne condizioni sociali,
economiche e culturali rendono spesso più arduo e faticoso il compito della
famiglia nel servire la vita. Perché possa realizzare la sua vocazione di «
santuario della vita », quale cellula di una società che ama e accoglie la
vita, è necessario e urgente che la famiglia stessa sia aiutata e sostenuta. Le
società e gli Stati le devono assicurare tutto quel sostegno, anche economico che
è necessario perché le famiglie possano rispondere in modo più umano ai propri
problemi. Da parte sua la Chiesa deve promuovere instancabilmente una pastorale
familiare capace di stimolare ogni famiglia a riscoprire e vivere con gioia e
con coraggio la sua missione nei confronti del Vangelo della vita.
« Comportatevi come i figli della luce » (Ef 5, 8): per
realizzare una svolta culturale
95. « Comportatevi come i figli della luce... Cercate ciò
che è gradito al Signore, e non partecipate alle opere infruttuose delle
tenebre » (Ef 5, 8.10-11). Nell'odierno contesto sociale, segnato da una
drammatica lotta tra la « cultura della vita » e la « cultura della morte »,
occorre far maturare un forte senso critico, capace di discernere i veri valori
e le autentiche esigenze.
Urgono una generale mobilitazione delle coscienze e un
comune sforzo etico, per mettere in atto una grande strategia a favore della
vita. Tutti insieme dobbiamo costruire una nuova cultura della vita: nuova,
perché in grado di affrontare e risolvere gli inediti problemi di oggi circa la
vita dell'uomo; nuova, perché fatta propria con più salda e operosa convinzione
da parte di tutti i cristiani; nuova, perché capace di suscitare un serio e
coraggioso confronto culturale con tutti. L'urgenza di questa svolta culturale
è legata alla situazione storica che stiamo attraversando, ma si radica nella
stessa missione evangelizzatrice, propria della Chiesa. Il Vangelo, infatti,
mira a « trasformare dal di dentro, rendere nuova l'umanità »; (123) è come il
lievito che fermenta tutta la pasta (cf. Mt 13, 33) e, come tale, è destinato a
permeare tutte le culture e ad animarle dall'interno,(124) perché esprimano
l'intera verità sull'uomo e sulla sua vita.
Si deve cominciare dal rinnovare la cultura della vita
all'interno delle stesse comunità cristiane. Troppo spesso i credenti, perfino
quanti partecipano attivamente alla vita ecclesiale, cadono in una sorta di
dissociazione tra la fede cristiana e le sue esigenze etiche a riguardo della
vita, giungendo così al soggettivismo morale e a taluni comportamenti
inaccettabili. Dobbiamo allora interrogarci, con grande lucidità e coraggio, su
quale cultura della vita sia oggi diffusa tra i singoli cristiani, le famiglie,
i gruppi e le comunità delle nostre Diocesi. Con altrettanta chiarezza e
decisione, dobbiamo individuare quali passi siamo chiamati a compiere per
servire la vita secondo la pienezza della sua verità. Nello stesso tempo,
dobbiamo promuovere un confronto serio e approfondito con tutti, anche con i non
credenti, sui problemi fondamentali della vita umana, nei luoghi
dell'elaborazione del pensiero, come nei diversi ambiti professionali e là dove
si snoda quotidianamente l'esistenza di ciascuno.
96. Il primo e fondamentale passo per realizzare questa svolta
culturale consiste nella formazione della coscienza morale circa il valore
incommensurabile e inviolabile di ogni vita umana. È di somma importanza
riscoprire il nesso inscindibile tra vita e libertà. Sono beni indivisibili:
dove è violato l'uno, anche l'altro finisce per essere violato. Non c'è libertà
vera dove la vita non è accolta e amata; e non c'è vita piena se non nella
libertà. Ambedue queste realtà hanno poi un riferimento nativo e peculiare, che
le lega indissolubilmente: la vocazione all'amore. Questo amore, come dono
sincero di sé,(125) è il senso più vero della vita e della libertà della
persona.
Non meno decisiva nella formazione della coscienza è la
riscoperta del legame costitutivo che unisce la libertà alla verità. Come ho
ribadito più volte, sradicare la libertà dalla verità oggettiva rende
impossibile fondare i diritti della persona su una solida base razionale e pone
le premesse perché nella società si affermino l'arbitrio ingovernabile dei
singoli o il totalitarismo mortificante del pubblico potere.(126)
È essenziale allora che l'uomo riconosca l'originaria
evidenza della sua condizione di creatura, che riceve da Dio l'essere e la vita
come un dono e un compito: solo ammettendo questa sua nativa dipendenza
nell'essere, l'uomo può realizzare in pienezza la sua vita e la sua libertà e
insieme rispettare fino in fondo la vita e la libertà di ogni altra persona.
Qui soprattutto si svela che « al centro di ogni cultura sta l'atteggiamento
che l'uomo assume davanti al mistero più grande: il mistero di Dio ».(127)
Quando si nega Dio e si vive come se Egli non esistesse, o comunque non si
tiene conto dei suoi comandamenti, si finisce facilmente per negare o
compromettere anche la dignità della persona umana e l'inviolabilità della sua
vita.
97. Alla formazione della coscienza è strettamente
connessal'opera educativa, che aiuta l'uomo ad essere sempre più uomo, lo
introduce sempre più profondamente nella verità, lo indirizza verso un
crescente rispetto della vita, lo forma alle giuste relazioni tra le persone.
In particolare, è necessario educare al valore della
vitacominciando dalle sue stesse radici. È un'illusione pensare di poter
costruire una vera cultura della vita umana, se non si aiutano i giovani a
cogliere e a vivere la sessualità, l'amore e l'intera esistenza secondo il loro
vero significato e nella loro intima correlazione. La sessualità, ricchezza di
tutta la persona, « manifesta il suo intimo significato nel portare la persona
al dono di sé nell'amore ».(128) La banalizzazione della sessualità è tra i principali
fattori che stanno all'origine del disprezzo della vita nascente: solo un amore
vero sa custodire la vita. Non ci si può, quindi, esimere dall'offrire
soprattutto agli adolescenti e ai giovani l'autentica educazione alla
sessualità e all'amore, un'educazione implicante la formazione alla castità,
quale virtù che favorisce la maturità della persona e la rende capace di
rispettare il significato « sponsale » del corpo.
L'opera di educazione alla vita comporta la formazione dei
coniugi alla procreazione responsabile. Questa, nel suo vero significato, esige
che gli sposi siano docili alla chiamata del Signore e agiscano come fedeli
interpreti del suo disegno: ciò avviene con l'aprire generosamente la famiglia
a nuove vite, e comunque rimanendo in atteggiamento di apertura e di servizio
alla vita anche quando, per seri motivi e nel rispetto della legge morale, i
coniugi scelgono di evitare temporaneamente o a tempo indeterminato una nuova
nascita. La legge morale li obbliga in ogni caso a governare le tendenze
dell'istinto e delle passioni e a rispettare le leggi biologiche iscritte nella
loro persona. Proprio tale rispetto rende legittimo, a servizio della
responsabilità nel procreare, il ricorso ai metodi naturali di regolazione
della fertilità: essi vengono sempre meglio precisati dal punto di vista
scientifico e offrono possibilità concrete per scelte in armonia con i valori
morali. Una onesta considerazione dei risultati raggiunti dovrebbe far cadere
pregiudizi ancora troppo diffusi e convincere i coniugi nonché gli operatori
sanitari e sociali circa l'importanza di un'adeguata formazione al riguardo. La
Chiesa è riconoscente verso coloro che con sacrificio personale e dedizione
spesso misconosciuta si impegnano nella ricerca e nella diffusione di tali
metodi, promovendo al tempo stesso un'educazione ai valori morali che il loro
uso suppone.
L'opera educativa non può non prendere in considerazione
anche la sofferenza e la morte. In realtà, esse fanno parte dell'esperienza
umana, ed è vano, oltre che fuorviante, cercare di censurarle e rimuoverle.
Ciascuno invece deve essere aiutato a coglierne, nella concreta e dura realtà,
il mistero profondo. Anche il dolore e la sofferenza hanno un senso e un
valore, quando sono vissuti in stretta connessione con l'amore ricevuto e
donato. In questa prospettiva ho voluto che si celebrasse ogni anno la Giornata
Mondiale del Malato, sottolineando « l'indole salvifica dell'offerta della
sofferenza, che vissuta in comunione con Cristo appartiene all'essenza stessa
della redenzione ».(129) Del resto perfino la morte è tutt'altro che
un'avventura senza speranza: è la porta dell'esistenza che si spalanca
sull'eternità e, per quanti la vivono in Cristo, è esperienza di partecipazione
al suo mistero di morte e risurrezione.
98. In sintesi, possiamo dire che la svolta culturale qui
auspicata esige da tutti il coraggio di assumere un nuovo stile di vita che
s'esprime nel porre a fondamento delle scelte concrete — a livello personale,
familiare, sociale e internazionale — la giusta scala dei valori: il primato
dell'essere sull'avere,(130) della persona sulle cose.(131) Questo rinnovato
stile di vita implica anche il passaggio dall'indifferenza all'interessamento
per l'altro e dal rifiuto alla sua accoglienza: gli altri non sono concorrenti
da cui difenderci, ma fratelli e sorelle con cui essere solidali; sono da amare
per se stessi; ci arricchiscono con la loro stessa presenza.
Nella mobilitazione per una nuova cultura della vita nessuno
si deve sentire escluso: tutti hanno un ruolo importante da svolgere. Insieme
con quello delle famiglie, particolarmente prezioso è il compito degli
insegnanti e degli educatori. Molto dipenderà da loro se i giovani, formati ad
una vera libertà, sapranno custodire dentro di sé e diffondere intorno a sé
ideali autentici di vita e sapranno crescere nel rispetto e nel servizio di
ogni persona, in famiglia e nella società.
Anche gli intellettuali possono fare molto per costruire una
nuova cultura della vita umana. Un compito particolare spetta agli intellettuali
cattolici, chiamati a rendersi attivamente presenti nelle sedi privilegiate
dell'elaborazione culturale, nel mondo della scuola e delle università, negli
ambienti della ricerca scientifica e tecnica, nei luoghi della creazione
artistica e della riflessione umanistica. Alimentando il loro genio e la loro
azione alle chiare linfe del Vangelo, si devono impegnare a servizio di una
nuova cultura della vita con la produzione di contributi seri, documentati e
capaci di imporsi per i loro pregi al rispetto e all'interesse di tutti.
Proprio in questa prospettiva ho istituito la Pontificia Accademia per la Vita
con il compito di « studiare, informare e formare circa i principali problemi
di biomedicina e di diritto, relativi alla promozione e alla difesa della vita,
soprattutto nel diretto rapporto che essi hanno con la morale cristiana e le
direttive del magistero della Chiesa ».(132) Uno specifico apporto dovrà venire
anche dalle Università, in particolare da quellecattoliche, e dai Centri,
Istituti e Comitati di bioetica.
Grande e grave è la responsabilità degli operatori dei mass
media, chiamati ad adoperarsi perché i messaggi trasmessi con tanta efficacia
contribuiscano alla cultura della vita. Devono allora presentare esempi alti e
nobili di vita e dare spazio alle testimonianze positive e talvolta eroiche di
amore all'uomo; proporre con grande rispetto i valori della sessualità e
dell'amore, senza indugiare su ciò che deturpa e svilisce la dignità dell'uomo.
Nella lettura della realtà, devono rifiutare di mettere in risalto quanto può
insinuare o far crescere sentimenti o atteggiamenti di indifferenza, di
disprezzo o di rifiuto nei confronti della vita. Nella scrupolosa fedeltà alla
verità dei fatti, sono chiamati a coniugare insieme la libertà di informazione,
il rispetto di ogni persona e un profondo senso di umanità.
99. Nella svolta culturale a favore della vita le donne
hanno uno spazio di pensiero e di azione singolare e forse determinante: tocca
a loro di farsi promotrici di un « nuovo femminismo » che, senza cadere nella
tentazione di rincorrere modelli « maschilisti », sappia riconoscere ed
esprimere il vero genio femminile in tutte le manifestazioni della convivenza
civile, operando per il superamento di ogni forma di discriminazione, di violenza
e di sfruttamento.
Riprendendo le parole del messaggio conclusivo del Concilio
Vaticano II, rivolgo anch'io alle donne il pressante invito: « Riconciliate gli
uomini con la vita ».(133) Voi siete chiamate a testimoniare il senso
dell'amore autentico, di quel dono di sé e di quella accoglienza dell'altro che
si realizzano in modo specifico nella relazione coniugale, ma che devono essere
l'anima di ogni altra relazione interpersonale. L'esperienza della maternità
favorisce in voi una sensibilità acuta per l'altra persona e, nel contempo, vi
conferisce un compito particolare: « La maternità contiene in sé una speciale
comunione col mistero della vita, che matura nel seno della donna... Questo
modo unico di contatto col nuovo uomo che si sta formando crea a sua volta un
atteggiamento verso l'uomo — non solo verso il proprio figlio, ma verso l'uomo
in genere — tale da caratterizzare profondamente tutta la personalità della
donna ».(134) La madre, infatti, accoglie e porta in sé un altro, gli dà modo
di crescere dentro di sé, gli fa spazio, rispettandolo nella sua alterità.
Così, la donna percepisce e insegna che le relazioni umane sono autentiche se
si aprono all'accoglienza dell'altra persona, riconosciuta e amata per la
dignità che le deriva dal fatto di essere persona e non da altri fattori, quali
l'utilità, la forza, l'intelligenza, la bellezza, la salute. Questo è il
contributo fondamentale che la Chiesa e l'umanità si attendono dalle donne. Ed
è la premessa insostituibile per un'autentica svolta culturale.
Un pensiero speciale vorrei riservare a voi, donne che avete
fatto ricorso all'aborto. La Chiesa sa quanti condizionamenti possono aver
influito sulla vostra decisione, e non dubita che in molti casi s'è trattato
d'una decisione sofferta, forse drammatica. Probabilmente la ferita nel vostro
animo non s'è ancor rimarginata. In realtà, quanto è avvenuto è stato e rimane
profondamente ingiusto. Non lasciatevi prendere, però, dallo scoraggiamento e
non abbandonate la speranza. Sappiate comprendere, piuttosto, ciò che si è
verificato e interpretatelo nella sua verità. Se ancora non l'avete fatto,
apritevi con umiltà e fiducia al pentimento: il Padre di ogni misericordia vi
aspetta per offrirvi il suo perdono e la sua pace nel sacramento della
Riconciliazione. Vi accorgerete che nulla è perduto e potrete chiedere perdono
anche al vostro bambino, che ora vive nel Signore. Aiutate dal consiglio e
dalla vicinanza di persone amiche e competenti, potrete essere con la vostra
sofferta testimonianza tra i più eloquenti difensori del diritto di tutti alla
vita. Attraverso il vostro impegno per la vita, coronato eventualmente dalla
nascita di nuove creature ed esercitato con l'accoglienza e l'attenzione verso
chi è più bisognoso di vicinanza, sarete artefici di un nuovo modo di guardare
alla vita dell'uomo.
100. In questo grande sforzo per una nuova cultura della
vita siamo sostenuti e animati dalla fiducia di chi sa che il Vangelo della
vita, come il Regno di Dio, cresce e dà i suoi frutti abbondanti (cf. Mc 4,
26-29). È certamente enorme la sproporzione che esiste tra i mezzi, numerosi e
potenti, di cui sono dotate le forze operanti a sostegno della « cultura della
morte » e quelli di cui dispongono i promotori di una « cultura della vita e
dell'amore ». Ma noi sappiamo di poter confidare sull'aiuto di Dio, al quale
nulla è impossibile (cf. Mt 19, 26).
Con questa certezza nel cuore, e mosso da accorata
sollecitudine per le sorti di ogni uomo e donna, ripeto oggi a tutti quanto ho
detto alle famiglie impegnate nei loro difficili compiti fra le insidie che le
minacciano: (135) èurgente una grande preghiera per la vita, che attraversi il
mondo intero. Con iniziative straordinarie e nella preghiera abituale, da ogni
comunità cristiana, da ogni gruppo o associazione, da ogni famiglia e dal cuore
di ogni credente, si elevi una supplica appassionata a Dio, Creatore e amante
della vita. Gesù stesso ci ha mostrato col suo esempio che preghiera e digiuno
sono le armi principali e più efficaci contro le forze del male (cf. Mt 4, 1-11)
e ha insegnato ai suoi discepoli che alcuni demoni non si scacciano se non in
questo modo (cf. Mc 9, 29). Ritroviamo, dunque, l'umiltà e il coraggio di
pregare e digiunare, per ottenere che la forza che viene dall'Alto faccia
crollare i muri di inganni e di menzogne, che nascondono agli occhi di tanti
nostri fratelli e sorelle la natura perversa di comportamenti e di leggi ostili
alla vita, e apra i loro cuori a propositi e intenti ispirati alla civiltà
della vita e dell'amore.
« Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia
perfetta » (1 Gv 1, 4): il Vangelo della vita è per la città degli uomini
101. « Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia
perfetta » (1 Gv 1, 4). La rivelazione del Vangelo della vita ci è data come
bene da comunicare a tutti: perché tutti gli uomini siano in comunione con noi
e con la Trinità (cf. 1 Gv 1, 3). Neppure noi potremmo essere nella gioia piena
se non comunicassimo questo Vangelo agli altri, ma lo tenessimo solo per noi
stessi.
Il Vangelo della vita non è esclusivamente per i credenti: è
per tutti. La questione della vita e della sua difesa e promozione non è
prerogativa dei soli cristiani. Anche se dalla fede riceve luce e forza
straordinarie, essa appartiene ad ogni coscienza umana che aspira alla verità
ed è attenta e pensosa per le sorti dell'umanità. Nella vita c'è sicuramente un
valore sacro e religioso, ma in nessun modo esso interpella solo i credenti: si
tratta, infatti, di un valore che ogni essere umano può cogliere anche alla
luce della ragione e che perciò riguarda necessariamente tutti.
Per questo, la nostra azione di « popolo della vita e per la
vita » domanda di essere interpretata in modo giusto e accolta con simpatia.
Quando la Chiesa dichiara che il rispetto incondizionato del diritto alla vita
di ogni persona innocente — dal concepimento alla sua morte naturale — è uno
dei pilastri su cui si regge ogni società civile, essa « vuole semplicemente
promuovere uno Stato umano. Uno Stato che riconosca come suo primario dovere la
difesa dei diritti fondamentali della persona umana, specialmente di quella più
debole ».(136)
Il Vangelo della vita è per la città degli uomini. Agire a
favore della vita è contribuire al rinnovamento della società mediante
l'edificazione del bene comune. Non è possibile, infatti, costruire il bene
comune senza riconoscere e tutelare il diritto alla vita, su cui si fondano e
si sviluppano tutti gli altri diritti inalienabili dell'essere umano. Né può
avere solide basi una società che — mentre afferma valori quali la dignità
della persona, la giustizia e la pace — si contraddice radicalmente accettando
o tollerando le più diverse forme di disistima e violazione della vita umana,
soprattutto se debole ed emarginata. Solo il rispetto della vita può fondare e
garantire i beni più preziosi e necessari della società, come la democrazia e
la pace.
Infatti, non ci può essere vera democrazia, se non si
riconosce la dignità di ogni persona e non se ne rispettano i diritti.
Non ci può essere neppure vera pace, se non si difende e
promuove la vita, come ricordava Paolo VI: « Ogni delitto contro la vita è un
attentato contro la pace, specialmente se esso intacca il costume del
popolo..., mentre dove i diritti dell'uomo sono realmente professati e
pubblicamente riconosciuti e difesi, la pace diventa l'atmosfera lieta e
operosa della convivenza sociale ».(137)
Il « popolo della vita » gioisce di poter condividere con
tanti altri il suo impegno, così che sempre più numeroso sia il « popolo per la
vita » e la nuova cultura dell'amore e della solidarietà possa crescere per il
vero bene della città degli uomini.
CONCLUSIONE
102. Al termine di questa Enciclica, lo sguardo ritorna
spontaneamente al Signore Gesù, il « Bambino nato per noi » (cf. Is 9, 5) per
contemplare in lui « la Vita » che « si è manifestata » (1 Gv 1, 2). Nel
mistero di questa nascita si compie l'incontro di Dio con l'uomo e ha inizio il
cammino del Figlio di Dio sulla terra, un cammino che culminerà nel dono della
vita sulla Croce: con la sua morte Egli vincerà la morte e diventerà per
l'umanità intera principio di vita nuova.
Ad accogliere « la Vita » a nome di tutti e a vantaggio di
tutti è stata Maria, la Vergine Madre, la quale ha quindi legami personali
strettissimi con il Vangelo della vita. Il consenso di Maria all'Annunciazione
e la sua maternità si trovano alla sorgente stessa del mistero della vita che
Cristo è venuto a donare agli uomini (cf. Gv 10, 10). Attraverso la sua
accoglienza e la sua cura premurosa per la vita del Verbo fatto carne, la vita
dell'uomo è stata sottratta alla condanna della morte definitiva ed eterna.
Per questo Maria « è madre di tutti coloro che rinascono
alla vita, proprio come la Chiesa di cui è modello. È madre di quella vita di
cui tutti vivono. Generando la vita, ha come rigenerato coloro che di questa
vita dovevano vivere ».(138)
Contemplando la maternità di Maria, la Chiesa scopre il
senso della propria maternità e il modo con cui è chiamata ad esprimerla. Nello
stesso tempo l'esperienza materna della Chiesa dischiude la prospettiva più
profonda per comprendere l'esperienza di Maria quale incomparabile modello di
accoglienza e di cura della vita.
« Nel cielo apparve un segno grandioso: una donna vestita di
sole » (Ap 12, 1): la maternità di Maria e della Chiesa
103. Il rapporto reciproco tra il mistero della Chiesa e
Maria si manifesta con chiarezza nel « segno grandioso » descritto
nell'Apocalisse: « Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una donna vestita
di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici
stelle » (12,1). In questo segno la Chiesa riconosce una immagine del proprio
mistero: immersa nella storia, essa è consapevole di trascenderla, in quanto
costituisce sulla terra il « germe e l'inizio » del Regno di Dio.(139) Questo
mistero la Chiesa lo vede realizzato in modo pieno ed esemplare in Maria. È Lei
la donna gloriosa, nella quale il disegno di Dio si è potuto attuare con somma
perfezione.
La « donna vestita di sole » — rileva il Libro
dell'Apocalisse — « era incinta » (12, 2). La Chiesa è pienamente consapevole
di portare in sé il Salvatore del mondo, Cristo Signore, e di essere chiamata a
donarlo al mondo, rigenerando gli uomini alla vita stessa di Dio. Non può però
dimenticare che questa sua missione è stata resa possibile dalla maternità di
Maria, che ha concepito e dato alla luce colui che è « Dio da Dio », « Dio vero
da Dio vero ». Maria è veramente Madre di Dio, la Theotokos nella cui maternità
è esaltata al sommo grado la vocazione alla maternità inscritta da Dio in ogni
donna. Così Maria si pone come modello per la Chiesa, chiamata ad essere la «
nuova Eva », madre dei credenti, madre dei « viventi » (cf. Gn 3, 20).
La maternità spirituale della Chiesa non si realizza — anche
di questo la Chiesa è consapevole — se non in mezzo alle doglie e al «
travaglio del parto » (Ap 12, 2), cioè nella perenne tensione con le forze del
male, che continuano ad attraversare il mondo ed a segnare il cuore degli
uomini, facendo resistenza a Cristo: « In lui era la vita e la vita era la luce
degli uomini; la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l'hanno accolta
» (Gv 1, 4-5).
Come la Chiesa, anche Maria ha dovuto vivere la sua
maternità nel segno della sofferenza: « Egli è qui... segno di contraddizione
perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada
trafiggerà l'anima » (Lc 2, 34-35). Nelle parole che, agli albori stessi
dell'esistenza del Salvatore, Simeone rivolge a Maria è sinteticamente
raffigurato quel rifiuto nei confronti di Gesù, e con Lui di Maria, che
giungerà al suo vertice sul Calvario. « Presso la croce di Gesù » (Gv 19, 25),
Maria partecipa al dono che il Figlio fa di sé: offre Gesù, lo dona, lo genera
definitivamente per noi. Il « sì » del giorno dell'Annunciazione matura in
pienezza nel giorno della Croce, quando per Maria giunge il tempo di accogliere
e di generare come figlio ogni uomo divenuto discepolo, riversando su di lui
l'amore redentore del Figlio: « Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a
lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: "Donna, ecco il tuo
figlio" » (Gv 19, 26).
« Il drago si pose davanti alla donna... per divorare il
bambino appena nato » (Ap 12, 4): la vita insidiata dalle forze del male
104. Nel Libro dell'Apocalisse il « segno grandioso » della
« donna » (12, 1) è accompagnato da « un altro segno nel cielo »: « un enorme
drago rosso » (12, 3), che raffigura Satana, potenza personale malefica, e
insieme tutte le forze del male che operano nella storia e contrastano la
missione della Chiesa.
Anche in questo Maria illumina la Comunità dei Credenti:
l'ostilità delle forze del male è, infatti, una sorda opposizione che, prima di
toccare i discepoli di Gesù, si rivolge contro sua Madre. Per salvare la vita
del Figlio da quanti lo temono come una pericolosa minaccia, Maria deve fuggire
con Giuseppe e il Bambino in Egitto (cf. Mt 2, 13-15).
Maria aiuta così la Chiesa a prendere coscienza che la vita
è sempre al centro di una grande lotta tra il bene e il male, tra la luce e le
tenebre. Il drago vuole divorare « il bambino appena nato » (Ap 12, 4), figura
di Cristo, che Maria genera nella « pienezza del tempo » (Gal 4, 4) e che la
Chiesa deve continuamente offrire agli uomini nelle diverse epoche della
storia. Ma in qualche modo è anche figura di ogni uomo, di ogni bambino, specie
di ogni creatura debole e minacciata, perché — come ricorda il Concilio — « con
la sua incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo a ogni uomo
».(140) Proprio nella « carne » di ogni uomo, Cristo continua a rivelarsi e ad
entrare in comunione con noi, così che il rifiuto della vita dell'uomo, nelle
sue diverse forme, è realmente rifiuto di Cristo. È questa la verità
affascinante ed insieme esigente che Cristo ci svela e che la sua Chiesa
ripropone instancabilmente: « Chi accoglie anche uno solo di questi bambini in
nome mio, accoglie me » (Mt 18, 5); « In verità vi dico: ogni volta che avete
fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me
» (Mt 25, 40).
« Non ci sarà più la morte » (Ap 21, 4): lo splendore della
risurrezione
105. L'annunciazione dell'angelo a Maria è racchiusa tra
queste parole rassicuranti: « Non temere, Maria » e « Nulla è impossibile a Dio
» (Lc 1, 30.37). In verità, tutta l'esistenza della Vergine Madre è avvolta
dalla certezza che Dio le è vicino e l'accompagna con la sua provvidente
benevolenza. Così è anche della Chiesa, che trova « un rifugio » (Ap 12, 6) nel
deserto, luogo della prova ma anche della manifestazione dell'amore di Dio
verso il suo popolo (cf. Os 2, 16). Maria è vivente parola di consolazione per
la Chiesa nella sua lotta contro la morte. Mostrandoci il Figlio, ella ci
assicura che in lui le forze della morte sono già state sconfitte: « Morte e
vita si sono affrontate in un prodigioso duello. Il Signore della vita era
morto; ma ora, vivo, trionfa ».(141)
L'Agnello immolato vive con i segni della passione nello
splendore della risurrezione. Solo lui domina tutti gli eventi della storia: ne
scioglie i « sigilli » (cf. Ap 5, 1-10) e afferma, nel tempo e oltre il tempo,
il potere della vita sulla morte. Nella « nuova Gerusalemme », ossia nel mondo
nuovo, verso cui tende la storia degli uomini, « non ci sarà più la morte, né
lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate » (Ap 21,
4).
E mentre, come popolo pellegrinante, popolo della vita e per
la vita, camminiamo fiduciosi verso « un nuovo cielo e una nuova terra » (Ap
21, 1), volgiamo lo sguardo a Colei che è per noi « segno di sicura speranza e
di consolazione ».(142)
O Maria,
aurora del mondo nuovo,
Madre dei viventi,
affidiamo a Te la causa della vita:
guarda, o Madre, al numero sconfinato
di bimbi cui viene impedito di nascere,
di poveri cui è reso difficile vivere,
di uomini e donne vittime di disumana violenza,
di anziani e malati uccisi dall'indifferenza
o da una presunta pietà.
Fà che quanti credono nel tuo Figlio
sappiano annunciare con franchezza e amore
agli uomini del nostro tempo
il Vangelo della vita.
Ottieni loro la grazia di accoglierlo
come dono sempre nuovo,
la gioia di celebrarlo con gratitudine
in tutta la loro esistenza
e il coraggio di testimoniarlo
con tenacia operosa, per costruire,
insieme con tutti gli uomini di buona volontà,
la civiltà della verità e dell'amore
a lode e gloria di Dio creatore e amante della vita.
Dato a Roma, presso San Pietro, il 25 marzo, solennità
dell'Annunciazione del Signore, dell'anno 1995, decimosettimo di Pontificato.
GIOVANNI PAOLO II