Agenzia FIDES – 4 luglio 2009

 DOSSIER FIDES

 Il Magistero del Successore di Pietro

PAPA BENEDETTO XVI

nell’anno dedicato all’Apostolo Paolo

 Anno Paolino 2008-2009

 

  

“Ringraziamo il Signore, perché ha chiamato Paolo, rendendolo luce delle genti e maestro di tutti noi, e lo preghiamo: Donaci anche oggi testimoni della risurrezione, colpiti dal tuo amore e capaci di portare la luce del Vangelo nel nostro tempo”

                             Introduzione

UDIENZE

UDIENZE GENERALI

CELEBRAZIONI

ANGELUS/REGINA CAELI

MESSAGGI/LETTERE

VIAGGI APOSTOLICI

LECTIO DIVINA

CONCERTO

Introduzione

 

Città del Vaticano (Agenzia Fides) – A conclusione dell’Anno Paolino, l’Agenzia Fides ripropone in questo Dossier i passi più significativi tratti dall’ampio Magistero del Santo Padre Benedetto XVI che hanno riguardato l’Apostolo delle Genti, “modello di straordinario evangelizzatore”, in questo Anno giubilare a Lui dedicato. Nelle udienze, nelle celebrazioni, nelle catechesi, nelle lettere di questo Anno appena concluso, Papa Benedetto XVI non si è stancato di presentare la figura ed il messaggio dell’Apostolo, indicandolo come modello ai Vescovi di diverse nazioni, ai sacerdoti, ai seminaristi, alle religiose, ai missionari, ai malati, ai giovani, ai laici, agli insegnanti, agli sportivi…  Spiccano in questo contesto le 20 catechesi tenute durante l’udienza generale, dal 2 luglio 2008 al 4 febbraio 2009. Come ha auspicato il Santo Padre nell’udienza del 1° luglio, “quale preziosa eredità dell’Anno Paolino, possiamo raccogliere l’invito dell’Apostolo ad approfondire la conoscenza del mistero di Cristo, perché sia Lui il cuore e il centro della nostra esistenza personale e comunitaria. E’ questa infatti la condizione indispensabile per un vero rinnovamento spirituale ed ecclesiale”.  

 

 

UDIENZE

 

Al Patriarca Ecumenico Bartolomeo I: “Possa l'Anno Paolino aiutare il popolo cristiano a rinnovare l'impegno ecumenico, e si intensifichino le iniziative comuni nel cammino verso la comunione fra tutti i discepoli di Cristo”

Città del Vaticano (Agenzia Fides) – L'auspicio che l'Anno Paolino possa “aiutare il popolo cristiano a rinnovare l'impegno ecumenico, e si intensifichino le iniziative comuni nel cammino verso la comunione fra tutti i discepoli di Cristo” è stato espresso dal Santo Padre Benedetto XVI  a Sua Santità il Patriarca Ecumenico Bartolomeo I, ricevuto in udienza il 28 giugno in occasione della Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo e dell’apertura dell’Anno Paolino.

            “La celebrazione dei Santi Pietro e Paolo, Patroni della Chiesa di Roma, così come quella di Sant’Andrea, Patrono della Chiesa di Costantinopoli, ci offrono annualmente la possibilità di uno scambio di visite – ha detto Benedetto XVI nel suo discorso -, che sono sempre occasioni importanti per fraterne conversazioni e comuni momenti di preghiera. Cresce così la conoscenza personale reciproca; si armonizzano le iniziative e aumenta la speranza, che tutti ci anima, di poter giungere presto alla piena unità, in obbedienza al mandato del Signore”.

            All'indizione dell'Anno Paolino da parte di Benedetto XVI, “con l’intento di promuovere una sempre più approfondita riflessione sull'eredità teologica e spirituale lasciata alla Chiesa dall’Apostolo delle genti, con la sua vasta e profonda opera di evangelizzazione”, si affianca l'indizione di un Anno Paolino anche da parte del Patriarca Ecumenico. “Questa felice coincidenza – ha sottolineato Benedetto XVI - pone in evidenza le radici della nostra comune vocazione cristiana e la significativa sintonia, che stiamo vivendo, di sentimenti e di impegni pastorali”.

            Il Pontefice ha quindi richiamato l'insegnamento di San Paolo sull'unità dei cristiani, auspicando che “la fede comune, l’unico Battesimo per la remissione dei peccati e l'obbedienza all'unico Signore e Salvatore, possano quanto prima esprimersi appieno nella dimensione comunitaria ed ecclesiale”. Quindi ha proseguito: “Nel nostro mondo, in cui si va consolidando il fenomeno della globalizzazione ma continuano ciononostante a persistere divisioni e conflitti, l’uomo avverte un crescente bisogno di certezze e di pace. Allo stesso tempo, però, egli resta smarrito e quasi irretito da una certa cultura edonistica e relativistica, che pone in dubbio l’esistenza stessa della verità. Le indicazioni dell’Apostolo sono, al riguardo, quanto mai propizie per incoraggiare gli sforzi tesi alla ricerca della piena unità tra i cristiani, tanto necessaria per offrire agli uomini del terzo millennio una sempre più luminosa testimonianza di Cristo, Via, Verità e Vita. Solo in Cristo e nel suo Vangelo l’umanità può trovare risposta alle sue più intime attese”. (S.L.) (Agenzia Fides 30/6/2008)

 

Agli Arcivescovi Metropoliti cui ha consegnato il pallio: “l’Apostolo delle genti vi aiuti a far crescere le Comunità a voi affidate unite e missionarie, concordi e coordinate nell’azione pastorale animate da costante slancio apostolico”

Città del Vaticano (Agenzia Fides) – Lunedì 30 giugno, il Santo Padre Benedetto XVI ha ricevuto in udienza nell'Aula Paolo VI in Vaticano, gli Arcivescovi Metropoliti che avevano ricevuto il pallio nella Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, con i familiari e i fedeli. “L’immagine del corpo organico applicata alla Chiesa – ha detto il Papa - è uno degli elementi forti e caratteristici della dottrina di san Paolo, e perciò, in questo anno giubilare a lui dedicato desidero affidare ciascuno di voi, cari Arcivescovi, alla sua celeste protezione. L’Apostolo delle genti vi aiuti a far crescere le Comunità a voi affidate unite e missionarie, concordi e coordinate nell’azione pastorale animate da costante slancio apostolico”.

            Quindi Benedetto XVI ha rivolto un breve saluto augurale, nelle diverse lingue. a ciascuno degli Arcivescovi Metropoliti ed alle persone che li accompagnavano, estendendo il suo pensiero e  la sua preghiera alle rispettive Chiese particolari. Al termine dei saluti, il Santo Padre ha invitato tutti a rendere grazie a Dio “che non cessa di assicurare Pastori alla sua Chiesa, per condurla saldamente nel suo pellegrinaggio terreno”. Quindi ha proseguito: “Ricordiamo sempre che per ogni Pastore la condizione del suo servizio è l’amore per Cristo, a cui nulla deve essere anteposto... Da questo amore per Cristo scaturisce la missione: 'Pasci le mie pecorelle' (Gv 21,16.17); missione che si riassume anzitutto nella testimonianza a Lui, il Maestro e il Signore: 'Seguimi' (Gv 21,19). Sia questa la nostra gioia, mentre è certamente la nostra croce: soave e leggera, perché croce d’amore”. (S.L.) (Agenzia Fides 1/7/2008)

 

Ai Vescovi partecipanti al Corso di aggiornamento promosso dalla Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli: “come successori degli Apostoli, siete i continuatori della missione di Paolo nel portare il Vangelo alle genti, sappiate ispirarvi a lui nel comprendere la vostra vocazione in stretta dipendenza dalla luce dello Spirito di Cristo”

Castel Gandolfo (Agenzia Fides) San Paolo “è il nostro maestro e da lui dobbiamo imparare a guardare con simpatia i popoli ai quali siamo inviati. Da lui dobbiamo anche imparare a cercare in Cristo la luce e la grazia per annunciare oggi la Buona Novella; al suo esempio dobbiamo rifarci per essere instancabili nel percorrere i sentieri umani e geografici del mondo odierno, portando il Cristo a quelli che Gli hanno già aperto il cuore e a quelli che non Lo hanno ancora conosciuto”. Lo ha raccomandato il Santo Padre Benedetto XVI ai 104 Vescovi di recente nomina ricevuti in udienza nel Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo sabato 20 settembre, al termine del Seminario di aggiornamento promosso dalla Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli (vedi Fides 10/9/2008).      

Dopo aver ricordato che il Seminario si situa nel corso dell’Anno Paolino, che si sta celebrando in tutta la Chiesa “con l’intento di approfondire la conoscenza dello spirito missionario e della personalità carismatica di san Paolo”, Benedetto XVI si  è rivolto ai nuovi Vescovi con queste parole: “La vostra vita di Pastori per molti aspetti rassomiglia a quella dell’apostolo Paolo. Spesso il campo del vostro lavoro pastorale è molto vasto ed estremamente difficile e complesso. Geograficamente, le vostre Diocesi sono, per la maggior parte, molto estese e non di rado prive di vie e di mezzi di comunicazione. Ciò rende difficile il raggiungimento dei fedeli più lontani dal centro delle vostre comunità diocesane. Per di più, sulle vostre società, come altrove, si abbatte con sempre maggiore violenza il vento della scristianizzazione, dell’indifferentismo religioso, della secolarizzazione e della relativizzazione dei valori. Ciò crea un ambiente di fronte al quale le armi della predicazione possono apparire, come nel caso di Paolo ad Atene, prive della forza necessaria. In molte regioni i cattolici sono una minoranza, a volte anche esigua. Ciò vi impegna a confrontarvi con altre religioni ben più forti e non sempre accoglienti nei vostri confronti. Non mancano, infine, situazioni in cui, come Pastori, dovete difendere i vostri fedeli di fronte alla persecuzione e ad attacchi violenti. Non abbiate paura e non vi scoraggiate per tutti questi inconvenienti, a volte anche pesanti, ma lasciatevi consigliare ed ispirare da san Paolo che dovette soffrire molto per le stesse cause”.

Riferendosi ancora all’Apostolo, il Papa ha ricordato che “nel percorrere i mari e le terre, egli subì persecuzioni, flagellazioni ed anche la lapidazione; affrontò i pericoli dei viaggi, la fame, la sete, frequenti digiuni, freddo e nudità, lavorò senza stancarsi vivendo fino in fondo la preoccupazione per tutte le Chiese. Egli non sfuggiva le difficoltà e le sofferenze, perché era ben conscio che esse fanno parte della croce che da cristiani bisogna portare ogni giorno… l’evangelizzazione ed il suo successo passano attraverso la croce e la sofferenza. La sofferenza unisce a Cristo ed ai fratelli ed esprime la pienezza dell’amore, la cui fonte e prova suprema è la stessa croce di Cristo.” Paolo attraversando l’esperienza delle persecuzioni a causa della predicazione del Vangelo, “aveva scoperto per quella via la ricchezza dell’amore di Cristo e la verità della sua missione di Apostolo”, ha ricordato ancora il Pontefice, “Paolo fu un uomo ‘conquistato’ dall’amore di Cristo e tutto il suo operare e soffrire si spiega solo a partire da questo centro”.

Infine il Santo Padre ha esortato i Vescovi con queste parole: “Non esitate a ricorrere a questo potente maestro dell’evangelizzazione, imparando da lui come amare Cristo, come sacrificarvi nel servizio degli altri, come identificarvi con i popoli in mezzo ai quali siete chiamati a predicare il Vangelo, come proclamare e testimoniare la sua presenza di Risorto… Voi che, come successori degli Apostoli, siete i continuatori della missione di Paolo nel portare il Vangelo alle genti, sappiate ispirarvi a lui nel comprendere la vostra vocazione in stretta dipendenza dalla luce dello Spirito di Cristo. Egli vi guiderà sulle strade spesso impervie, ma sempre appassionanti, della nuova evangelizzazione”. (S.L.) (Agenzia Fides 22/9/2008)

 

 

 

Ai Vescovi partecipanti al Corso promosso dalle Congregazioni per i Vescovi e per le Chiese orientali: “Il Vescovo ogni giorno mediti nella preghiera la Parola, così da poter essere banditore efficace nell’annunciarla, dottore autentico nell'illustrarla e difenderla, maestro illuminato e sapiente nel trasmetterla”

Castel Gandolfo (Agenzia Fides) “Il primo impegno spirituale ed apostolico del Vescovo deve essere quello di progredire nella via della perfezione evangelica. Tra i mezzi che lo aiutano a progredire nella vita spirituale si pone innanzitutto la Parola di Dio, che deve avere una sua indiscussa centralità nella vita e nella missione del Vescovo. Vi esorto, pertanto, cari Vescovi, ad affidarvi ogni giorno alla Parola di Dio per essere maestri della fede ed autentici educatori dei vostri fedeli”. E’ la raccomandazione che il Santo Padre Benedetto XVI ha rivolto ai Vescovi di recente nomina, ricevuti in udienza a Castel Gandolfo il 22 settembre, al termine del Corso promosso dalla Congregazione per i Vescovi e dalla Congregazione per le Chiese Orientali.

“Per far fronte alla grande sfida del secolarismo proprio della società contemporanea – ha proseguito il Papa - è necessario che il Vescovo ogni giorno mediti nella preghiera la Parola, così da poter essere banditore efficace nell’annunciarla, dottore autentico nell'illustrarla e difenderla, maestro illuminato e sapiente nel trasmetterla”.

All’inizio del suo discorso, Papa Benedetto XVI ha citato due importanti eventi ecclesiali: l’Anno Paolino che stiamo celebrando e la XII Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi sulla Parola di Dio che inizierà il 5ottobre, in quanto entrambi possono essere di aiuto nel mettere in luce alcuni aspetti della spiritualità e della missione del Vescovo. Da San Paolo, definito dal Papa  “un maestro e un modello soprattutto per i Vescovi”, dobbiamo apprendere “innanzitutto un grande amore per Gesù Cristo… L'amore di Paolo per Cristo ci commuove per la sua intensità… L'esempio del grande Apostolo chiama noi Vescovi a crescere ogni giorno nella santità della vita per avere gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù”.

“L'apostolo Paolo – ha affermato il Pontefice - col suo insegnamento e con la sua testimonianza personale ci esorta a crescere nella virtù davanti a Dio e agli uomini. Il cammino di perfezione del Vescovo deve ispirarsi ai tratti caratteristici del Buon Pastore, affinché sul suo volto e nel suo agire i fedeli possano scorgere le virtù umane e cristiane che devono distinguere ogni Vescovo. Progredendo nella via della santità, esprimerete quell'indispensabile autorevolezza morale e quella prudente saggezza che si richiede a chi è posto a capo della famiglia di Dio. Tale autorevolezza è oggi quanto mai necessaria. Il vostro ministero sarà pastoralmente fruttuoso soltanto se poggerà sulla vostra santità di vita”.

Nella parte conclusiva del suo discorso, il Papa ha ricordato che il Vescovo non deve cessare di impegnarsi “per far progredire nella santità e nella verità il gregge” che gli è stato affidato. In particolare il Santo Padre ha raccomandato ai Vescovi di avere cura dei sacerdoti e dei giovani: “Siate vicini con ogni attenzione ai sacerdoti. Non risparmiate sforzi nel mettere in atto tutte le iniziative… Cercate di promuovere una vera fraternità sacerdotale che contribuisca a vincere l'isolamento e la solitudine, favorendo il sostegno vicendevole. E’ importante che tutti i sacerdoti avvertano la paterna vicinanza e l'amicizia del Vescovo… Siate poi animatori e guide dei giovani… tanti ragazzi e giovani sono affascinati dal Vangelo e disponibili ad impegnarsi nella Chiesa. Occorre che i sacerdoti e gli educatori sappiano trasmettere alle nuove generazioni, insieme con l'entusiasmo per il dono della vita, l'amore per Gesù Cristo e per la Chiesa… Non mancate di proporre ai ragazzi e ai giovani la scelta di una donazione piena a Cristo nella vita sacerdotale e religiosa. Sensibilizzate le famiglie, le parrocchie, gli istituti educativi, perché aiutino le nuove generazioni a cercare e a scoprire il progetto di Dio sulla loro vita”. (S.L.) (Agenzia Fides 23/9/2008)

 

Agli studenti degli Atenei pontifici: “Non è la conoscenza in sé che può far male, ma la presunzione, il ‘vantarsi’ di ciò che si è arrivati – o si presume di essere arrivati – a conoscere. Proprio da qui derivano poi le fazioni e le discordie nella Chiesa e, analogamente, nella società”

Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Quanto san Paolo scrive sulla sapienza cristiana e sulla “falsa sapienza”, in particolare nella sua prima Lettera ai Corinzi, rivolgendosi alle comunità dove erano scoppiate accese rivalità tra i discepoli, è stato il tema di riflessione del discorso che il Santo Padre Benedetto XVI ha rivolto a docenti e studenti delle Università pontificie ed ecclesiastiche di Roma in occasione dell’inaugurazione dell’Anno Accademico. Al termine della Concelebrazione Eucaristica presieduta nel pomeriggio del 30 ottobre dal Card. Zenon Grocholewski, Prefetto della Congregazione per l’Educazione Cattolica, il Santo Padre Benedetto XVI è sceso nella Basilica Vaticana per rivolgere il suo saluto ai presenti.

San Paolo parla della "sapienza della Croce", vale a dire della sapienza di Dio, che si contrappone alla “sapienza di questo mondo”. Delle due sapienze, una sola è vera, quella divina, mentre l’altra è "stoltezza", ha spiegato il Papa, che ha proseguito: “Ora, la novità stupefacente, che esige di essere sempre riscoperta ed accolta, è il fatto che la sapienza divina, in Cristo, ci è stata donata, ci è stata partecipata… Questa contrapposizione tra le due sapienze non è da identificare con la differenza tra la teologia, da una parte, e la filosofia e le scienze, dall’altra. Si tratta, in realtà, di due atteggiamenti fondamentali. La ‘sapienza di questo mondo’ è un modo di vivere e di vedere le cose prescindendo da Dio e seguendo le opinioni dominanti, secondo i criteri del successo e del potere. La ‘sapienza divina’ consiste nel seguire la mente di Cristo – è Cristo che ci apre gli occhi del cuore per seguire la strada della verità e dell’amore”.

Rivolgendosi quindi agli studenti, venuti a Roma per approfondire le conoscenze in campo teologico e in altre materie, il Papa ha ricordato loro: “la formazione spirituale secondo il pensiero di Cristo resta per voi fondamentale, ed è questa la prospettiva dei vostri studi… Per conoscere e comprendere le cose spirituali bisogna essere uomini e donne spirituali, poiché se si è carnali, si ricade inevitabilmente nella stoltezza, anche se magari si studia molto e si diventa ‘dotti’ e ‘sottili ragionatori di questo mondo’… Paolo esorta chi si ritiene sapiente secondo i criteri del mondo a ‘farsi stolto’, per diventare veramente sapiente davanti a Dio… Paolo – seguendo Gesù – si oppone ad un tipo di superbia intellettuale, in cui l’uomo, pur sapendo molto, perde la sensibilità per la verità e la disponibilità ad aprirsi alla novità dell’agire divino.”

Senza voler indurre a sottovalutare l’impegno umano necessario per la conoscenza, a Paolo interessa sottolineare “che cosa vale realmente per la salvezza e che cosa invece può recare divisione e rovina” ha messo in evidenza il Santo Padre, che ha poi affermato: “L’Apostolo denuncia il veleno della falsa sapienza, che è l’orgoglio umano. Non è infatti la conoscenza in sé che può far male, ma la presunzione, il ‘vantarsi’ di ciò che si è arrivati – o si presume di essere arrivati – a conoscere. Proprio da qui derivano poi le fazioni e le discordie nella Chiesa e, analogamente, nella società. Si tratta dunque di coltivare la sapienza non secondo la carne, bensì secondo lo Spirito… Perciò, secondo Paolo, è sempre necessario purificare il proprio cuore dal veleno dell’orgoglio, presente in ognuno di noi… Il ‘pensiero di Cristo’, che per grazia abbiamo ricevuto, ci purifica dalla falsa sapienza. E questo ‘pensiero di Cristo’ lo accogliamo attraverso la Chiesa e nella Chiesa, lasciandoci portare dal fiume della sua viva tradizione… Rimanendo fedeli a quel Gesù che Maria ci offre, al Cristo che la Chiesa ci presenta, possiamo impegnarci intensamente nel lavoro intellettuale, interiormente liberi dalla tentazione dell’orgoglio e vantandoci sempre e solo nel Signore”. (S.L.) (Agenzia Fides  3/11/2008)

 

Ai Vescovi della Bolivia: “L'Anno Paolino che stiamo celebrando è un'occasione privilegiata per imitare il vigore apostolico e missionario di questo grande apostolo”

Città del Vaticano (Agenzia Fides) – “Conosco bene le difficili circostanze che da qualche tempo i fedeli e gli abitanti del vostro paese vivono e che in questo momento sembra si stiano aggravando. Sono certamente motivo di preoccupazione e di particolare sollecitudine pastorale per la Chiesa, che ha saputo restare molto vicina a tutti i boliviani in situazioni delicate, con l'unico fine di mantenere la speranza, ravvivare la fede, promuovere l'unità, esortare alla riconciliazione e salvaguardare la pace”. Sono le parole con cui il Santo Padre Benedetto XVI si è rivolto ai Vescovi della Bolivia, ricevuti in udienza in occasione della visita Ad Limina Apostolorum, il 10 novembre.

            Il Santo Padre ha quindi sottolineato altre sfide che si pongono all’operato dei Vescovi, “poiché la fede piantata nella terra boliviana ha bisogno sempre di alimentarsi e di rafforzarsi, soprattutto quando si percepiscono segni di un certo indebolimento della vita cristiana dovuto  a fattori di origine diversa, a una diffusa mancanza di coerenza fra la fede professata e i modelli di vita personale e sociale, o a una formazione superficiale che lascia i battezzati esposti all'influsso di promesse abbaglianti ma vuote”.

Uno “strumento potente” per affrontare queste sfide, può essere individuato nella devozione popolare, che il Papa ha definito “prezioso tesoro accumulato nei secoli grazie all'opera di missionari audaci e conservato, con profonda fedeltà, per generazioni nelle famiglie boliviane”.Tale dono, da custodire e promuovere oggi, “richiede uno sforzo costante affinché il valore dei segni penetri nel profondo del cuore, sia sempre illuminato dalla Parola di Dio e  si trasformi in salde convinzioni di fede, consolidata dai sacramenti e dalla fedeltà ai valori morali”.

            Per coltivare una fede matura e vivere in maniera gioiosa e responsabile la propria fede, “è necessaria una catechesi sistematica, diffusa e penetrante, che insegni chiaramente e integralmente la fede cattolica. L'Anno paolino che stiamo celebrando è un'occasione privilegiata per imitare il vigore apostolico e missionario di questo grande apostolo, che non ebbe paura al momento di annunciare in tutta la sua integrità il disegno di Dio, come dice ai pastori di Mileto. Di fatto, un insegnamento parziale o incompleto del messaggio evangelico non si confà alla missione propria della Chiesa e non può essere fecondo”.

            La crescita nella fede viene anche favorita da un'educazione generale di qualità, che comprenda la dimensione spirituale e religiosa della persona, per questo i Pastori devono curare con attenzione le numerose istituzioni educative della Chiesa cattolica, “affinché conservino la propria identità”. Il Santo Padre ha quindi espresso il suo compiacimento ai Vescovi per il loro impegno di  “offrire ai seminaristi una salda formazione umana, spirituale, intellettuale e pastorale, dando loro sacerdoti idonei che li assistano nel loro discernimento vocazionale e si preoccupino della loro idoneità e competenza”. Particolarmente nel momento attuale, ha raccomandato il Papa, è necessario garantire la formazione permanente del clero e degli altri operatori di pastorale, “una formazione che alimenti costantemente la loro vita spirituale e impedisca che il loro lavoro diventi routine o ceda alla superficialità”.

Richiamando quanto sottolineato dalla recente Assemblea del Sinodo dei Vescovi, il Santo Padre ha esortato a far sì che nelle omelie, nelle catechesi e nelle celebrazioni, “la proclamazione fedele, l'ascolto e la meditazione della Scrittura siano sempre in primo piano, poiché in ciò il Popolo di Dio trova la sua ragion d'essere, la sua vocazione e la sua identità. Dall'ascolto docile della Parola divina nasce l'amore per il prossimo e, con esso, il servizio disinteressato ai fratelli, un aspetto particolarmente rilevante nell'azione pastorale in Bolivia,  di fronte alla situazione di povertà, di emarginazione o di abbandono in cui vive buona parte della popolazione”. (S.L.) (Agenzia Fides 11/11/2008)

 

Ad Aram I, Catholicos di Cilicia degli Armeni: “l'aumento di comprensione, rispetto e cooperazione che è emerso dal dialogo ecumenico è molto promettente per l'annuncio  del Vangelo del nostro tempo”

Città del Vaticano (Agenzia Fides) – Lunedì 24 novembre il Santo Padre Benedetto XVI ha ricevuto in udienza Sua Santità Aram I, Catholicos di Cilicia degli Armeni. Dopo l’incontro privato e quello con i Vescovi del Seguito, Sua Santità Benedetto XVI e Sua Santità Aram I hanno presieduto una Celebrazione ecumenica nella Cappella "Redemptoris Mater" del Palazzo Apostolico Vaticano. Nel suo discorso Benedetto XVI ha ricordato che l’incontro è il proseguimento della visita che il Catholicos rese a Papa Giovanni Paolo II nel gennaio 1997, e dei numerosi altri contatti e delle visite reciproche che “per grazia di Dio, hanno condotto negli ultimi anni a rapporti più stretti fra la Chiesa cattolica e la Chiesa apostolica armena”.

Il Santo Padre ha quindi messo in evidenza che, in questo Anno Paolino, il Catholicos “visiterà la tomba dell'Apostolo delle Genti  e pregherà con la comunità monastica presso la basilica eretta in sua memoria. In quella preghiera, si unirà alla grande schiera di santi e martiri, insegnanti e teologi, la cui eredità di dottrina, santità e risultati missionari sono parte del patrimonio di tutta la Chiesa… La fede e la devozione del popolo armeno sono state sostenute costantemente dal ricordo dei numerosi martiri che hanno testimoniato il Vangelo nel corso dei secoli. Che la grazia di quella testimonianza continui a plasmare la cultura della sua nazione e a ispirare ai seguaci di Cristo una fiducia sempre maggiore nella forza salvifica e donatrice di vita della Croce”.

A questo punto del suo discorso, Benedetto XVI ha citato il contributo positivo dei delegati armeni ai contatti registrati negli ultimi anni a livello ecumenico, auspicando che “questo dialogo prosegua poiché promette di chiarire questioni teologiche  che ci hanno diviso in passato, ma che ora sembrano aperte a un maggiore consenso”. “Di certo l'aumento di comprensione, rispetto e cooperazione che è emerso dal dialogo ecumenico – ha messo in evidenza il Santo Padre - è molto promettente per l'annuncio  del Vangelo del nostro tempo. Nel mondo gli armeni vivono fianco a fianco con fedeli della Chiesa cattolica. Una comprensione e un apprezzamento maggiori della nostra comune tradizione apostolica  contribuirà a una testimonianza ancora più efficace dei valori spirituali e morali senza i quali non può esistere un ordine sociale autenticamente giusto e umano”.

Al termine, il Pontefice ha espresso la sua preoccupazione per l’attuale situazione in Medio Oriente, con queste parole: “Santità, non posso non assicurarla delle mie preghiere quotidiane  e della profonda preoccupazione che nutro per il popolo del Libano e del Medio Oriente. Come possiamo non essere rattristati  dalle tensioni e dai conflitti che continuano a frustrare tutti gli sforzi per promuovere la riconciliazione e la pace a ogni livello  della vita civile e politica nella regione? Recentemente siamo stati tutti rattristati dall'intensificarsi della persecuzione e della violenza contro i cristiani in aree del Medio Oriente e altrove. Solo quando i Paesi coinvolti potranno determinare il proprio destino e i vari gruppi etnici e le varie comunità religiose  si accetteranno e si rispetteranno reciprocamente, si potrà edificare la pace su solide basi di solidarietà, giustizia e rispetto per i diritti legittimi degli individui e dei popoli.” (S.L.) (Agenzia Fides 25/11/2008)

 

Ai Seminaristi: “la Parola di Dio che voi sarete chiamati a seminare a larghe mani e che porta in sé la vita eterna, è Cristo stesso, il solo che possa cambiare il cuore umano e rinnovare il mondo”

Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Ai Seminaristi del Pontificio Seminario Regionale Marchigiano "Pio XI", di Ancona; del Pontificio Seminario Regionale Pugliese "Pio XI", di Molfetta e del Pontificio Seminario Regionale "San Pio X", di Chieti, ricevuti in udienza il 29 novembre, in occasione del Centenario di fondazione, il Santo Padre Benedetto XVI ha indicato l’apostolo Paolo quale modello a cui ispirarsi per la preparazione al ministero apostolico. “Ad imitazione di san Paolo, cari Seminaristi, non stancatevi di incontrare Cristo nell’ascolto, nella lettura e nello studio della Sacra Scrittura, nella preghiera e nella meditazione personale, nella liturgia e in ogni altra attività quotidiana” ha raccomandato il Papa, invitando a dare grande valore agli anni di seminario, “tempo destinato alla formazione e al discernimento, anni nei quali al primo posto deve esserci la costante ricerca di un rapporto personale con Gesù, una esperienza intima del suo amore”.

Tra i compiti prioritari del presbitero, come ha ricordato anche la recente Assemblea del Sinodo dei Vescovi, c’è quello di spargere a larghe mani nel campo del mondo la Parola di Dio, per questo Benedetto XVI si è rivolto così ai seminaristi: “La Parola di Dio che voi sarete chiamati a seminare a larghe mani e che porta in sé la vita eterna, è Cristo stesso, il solo che possa cambiare il cuore umano e rinnovare il mondo. Ma potremmo domandarci: l’uomo contemporaneo sente ancora bisogno di Cristo e del suo messaggio di salvezza ?”

Oggi una certa cultura diffonde l’idea di una umanità autosufficiente, che ritiene di essere unica artefice dei propri destini, e che, di conseguenza, ritiene ininfluente la presenza di Dio, per questo anche l’esperienza religiosa rischia di essere considerata una scelta soggettiva, non essenziale e determinante per la vita. “Certamente oggi, per queste ed altre ragioni, è diventato sicuramente più difficile credere, sempre più difficile accogliere la Verità che è Cristo, sempre più difficile spendere la propria esistenza per la causa del Vangelo – ha proseguito il Pontefice -. Tuttavia, come la cronaca quotidianamente registra, l’uomo contemporaneo appare spesso smarrito e preoccupato per il suo futuro, in cerca di certezze e desideroso di punti di riferimento sicuri. L’uomo del terzo millennio, come del resto in ogni epoca, ha bisogno di Dio e lo cerca talora anche senza rendersene conto. Compito dei cristiani, in modo speciale, dei sacerdoti è raccogliere quest’anelito profondo del cuore umano ed offrire a tutti, con mezzi e modi rispondenti alle esigenze dei tempi, l’immutabile e perciò sempre viva e attuale Parola di vita eterna che è Cristo, Speranza del mondo.”

Rivolgendosi ai responsabili della formazione, il Santo Padre ha ricordato il loro importante compito, di essere per i loro allievi “testimoni ancor prima che maestri di vita evangelica”. Quindi, sottolineando il valore dei Seminari Regionali, che “possono essere luoghi privilegiati per formare i seminaristi alla spiritualità diocesana, iscrivendo con saggezza ed equilibrio tale formazione nel più ampio contesto ecclesiale e regionale”, ha sottolineato che tali istituzioni “siano pure ‘case’ di accoglienza vocazionale per imprimere ancor maggiore impulso alla pastorale vocazionale, curando specialmente il mondo giovanile ed educando i giovani ai grandi ideali evangelici e missionari”. (S.L.) (Agenzia Fides 1/12/2008)

 

Agli universitari di Roma per la consegna della Lettera di San Paolo ai Romani: “Possa questo scritto, diventare nutrimento sostanzioso per la vostra fede, portandovi a credere di più e meglio, ed anche a riflettere su voi stessi, per arrivare ad una fede ‘pensata’ e, al tempo stesso, per vivere questa fede”

Città del Vaticano (Agenzia Fides) -  Nel pomeriggio dell’11 dicembre, al termine della Celebrazione Eucaristica presieduta dal Cardinale Vicario Agostino Vallini per gli studenti universitari degli Atenei romani in preparazione al Santo Natale, il Santo Padre Benedetto XVI è sceso nella Basilica Vaticana dove ha incontrato gli studenti ed ha consegnato loro la Lettera di San Paolo ai Romani. 

“Il bimillenario della nascita dell’Apostolo delle genti – ha detto il Papa nel suo discorso - sta aiutando tutta la Chiesa a riscoprire la propria fondamentale vocazione missionaria e, al tempo stesso, ad attingere a piene mani dall’inesauribile tesoro teologico e spirituale delle Lettere paoline… Sono convinto che anche per voi, sia sul piano personale, sia su quello dell’esperienza comunitaria e dell’apostolato in università, il confronto con la figura e il messaggio di san Paolo costituisca un’opportunità molto arricchente”.

Quindi il Papa ha ricordato che la Lettera ai Romani “è senza dubbio uno dei testi più importanti della cultura di tutti i tempi. Ma essa è, e rimane principalmente un messaggio vivo per la Chiesa viva, e come tale io la pongo questa sera nelle vostre mani. Possa questo scritto, scaturito dal cuore dell’Apostolo, diventare nutrimento sostanzioso per la vostra fede, portandovi a credere di più e meglio, ed anche a riflettere su voi stessi, per arrivare ad una fede ‘pensata’ e, al tempo stesso, per vivere questa fede, mettendola in pratica secondo la verità del comandamento di Cristo. Solo così la fede che uno professa diventa ‘credibile’ anche per gli altri, i quali restano conquistati dalla testimonianza eloquente dei fatti”.   

L’annuncio cristiano ebbe la forza di abbattere il "muro di separazione" che vi era tra Giudei e pagani – ha proseguito il Papa -, ed esso “conserva una forza di novità sempre attuale, in grado di abbattere altri muri che tornano ad erigersi in ogni contesto e in ogni epoca. La sorgente di tale forza sta nello Spirito di Cristo, a cui Paolo consapevolmente si appella”. Quindi Benedetto XVI ha sottolineato che “la salvezza è un dono che chiede sempre di essere accolto personalmente”, ed è questo il contenuto essenziale del Battesimo, che quest’anno viene proposto agli universitari quale Sacramento da riscoprire e, per alcuni, da ricevere. “Essere ‘battezzati in Cristo’ significa essere immersi spiritualmente in quella morte che è l’atto d’amore infinito e universale di Dio, capace di riscattare ogni persona e ogni creatura dalla schiavitù del peccato e della morte”.

Al termine del suo discorso il Papa ha evidenziato che ciò che consegnava agli universitari “è un messaggio di fede, certo, ma è al tempo stesso una verità che illumina la mente, dilatandola secondo gli orizzonti di Dio; è una verità che orienta la vita reale, perché il Vangelo è la via per giungere alla pienezza della vita. Questa via l’ha già percorsa Gesù, anzi, la Via è Lui stesso, che dal Padre è venuto fino a noi perché noi potessimo per mezzo suo giungere al Padre. Questo è il mistero dell’Avvento e del Natale”. (S.L.) (Agenzia Fides 12/12/2008)

 

Alla Curia Romana:  “Lo spirito missionario della Chiesa non è altro che l’impulso di comunicare la gioia che ci è stata donata. Che essa sia sempre viva in noi e quindi s’irradi sul mondo nelle sue tribolazioni”

Città del Vaticano (Agenzia Fides) – “L’anno che sta per concludersi è stato ricco di sguardi retrospettivi su date incisive della storia recente della Chiesa, ma ricco anche di avvenimenti, che recano con sé segnali di orientamento per il nostro cammino verso il futuro” ha sottolineato il Santo Padre Benedetto XVI nel discorso alla Curia Romana, ricevuta in udienza il 22 dicembre per gli auguri natalizi. Il Papa ha ricordato che cinquant’anni fa moriva Papa Pio XII, cinquant’anni fa Giovanni XXIII veniva eletto Pontefice, quarant’anni fa venne pubblicata l’Enciclica Humanae vitae e trent’anni fa è morto il suo Autore, Papa Paolo VI.

Guardando agli avvenimenti più recenti, il Santo Padre ha citato l’apertura dell’Anno Paolino, la sera del 28 giugno, “un anno di pellegrinaggio non soltanto nel senso di un cammino esteriore verso i luoghi paolini, ma anche, e soprattutto, in quello di un pellegrinaggio del cuore, insieme con Paolo, verso Gesù Cristo”. Quindi altri tre avvenimenti risaltano in modo particolare: “la Giornata Mondiale della Gioventù in Australia, una grande festa della fede, che ha riunito più di 200.000 giovani da tutte le parti del mondo”, poi i due viaggi, negli Stati Uniti e in Francia, “nei quali la Chiesa si è resa visibile davanti al mondo e per il mondo come una forza spirituale che indica cammini di vita e, mediante la testimonianza della fede, porta luce al mondo”. Infine il Sinodo dei Vescovi, durante il quale “Pastori provenienti da tutto il mondo si sono riuniti intorno alla Parola di Dio, che era stata innalzata in mezzo a loro”.

Riguardo al Sinodo dei Vescovi, il Santo Padre ha affermato: “Ciò che nel quotidiano ormai diamo troppo per scontato, l’abbiamo colto nuovamente nella sua sublimità: il fatto che Dio parli, che Dio risponda alle nostre domande… Così ci siamo nuovamente resi conto che Dio in questa sua Parola si rivolge a ciascuno di noi, parla al cuore di ciascuno: se il nostro cuore si desta e l’udito interiore si apre, allora ognuno può imparare a sentire la parola rivolta appositamente a lui. Ma proprio se sentiamo Dio parlare in modo così personale a ciascuno di noi, comprendiamo anche che la sua Parola è presente affinché noi ci avviciniamo gli uni agli altri; affinché troviamo il modo di uscire da ciò che è solamente personale… Abbiamo capito che, certamente, gli scritti biblici sono stati redatti in determinate epoche e quindi costituiscono in questo senso anzitutto un libro proveniente da un tempo passato. Ma abbiamo visto che il loro messaggio non rimane nel passato né può essere rinchiuso in esso: Dio, in fondo, parla sempre al presente… Infine era importante sperimentare che nella Chiesa c’è una Pentecoste anche oggi… abbiamo anche appreso che la Pentecoste è tuttora ‘in cammino’, è tuttora incompiuta: esiste una moltitudine di lingue che ancora attendono la Parola di Dio contenuta nella Bibbia”.

Soffermandosi in particolare sulle Giornate Mondiali della Gioventù, il Santo Padre ha sottolineato tra l’altro che “analisi in voga tendono a considerare queste giornate come una variante della moderna cultura giovanile, come una specie di festival rock modificato in senso ecclesiale con il Papa quale star. Con o senza la fede, questi festival sarebbero in fondo sempre la stessa cosa, e così si pensa di poter rimuovere la questione su Dio. Ci sono anche voci cattoliche che vanno in questa direzione valutando tutto ciò come un grande spettacolo, anche bello, ma di poco significato per la questione sulla fede e sulla presenza del Vangelo nel nostro tempo. Sarebbero momenti di una festosa estasi, che però in fin dei conti lascerebbero poi tutto come prima, senza influire in modo più profondo sulla vita… Anzitutto è importante tener conto del fatto che le Giornate Mondiali della Gioventù non consistono soltanto in quell’unica settimana in cui si rendono pubblicamente visibili al mondo. C’è un lungo cammino esteriore ed interiore che conduce ad esse… Così anche il Papa non è la star intorno alla quale gira il tutto. Egli è totalmente e solamente Vicario. Rimanda all’Altro che sta in mezzo a noi. Infine la Liturgia solenne è il centro dell’insieme, perché in essa avviene ciò che noi non possiamo realizzare e di cui, tuttavia, siamo sempre in attesa. Lui è presente. Lui entra in mezzo a noi. Come un lungo cammino precede le Giornate Mondiali della Gioventù, così ne deriva anche il camminare successivo. Si formano delle amicizie che incoraggiano ad uno stile di vita diverso e lo sostengono dal di dentro. Le grandi Giornate hanno, non da ultimo, lo scopo di suscitare tali amicizie e di far sorgere in questo modo nel mondo luoghi di vita nella fede, che sono insieme luoghi di speranza e di carità vissuta.”

Soffermandosi sul tema centrale di Sydney, il Santo Padre ha indicato le quattro dimensioni del tema “Spirito Santo”. “C’è innanzitutto l’affermazione che ci viene incontro dall’inizio del racconto della creazione: vi si parla dello Spirito creatore che aleggia sulle acque, crea il mondo e continuamente lo rinnova. La fede nello Spirito creatore è un contenuto essenziale del Credo cristiano… Nella fede circa la creazione sta il fondamento ultimo della nostra responsabilità verso la terra. Essa non è semplicemente nostra proprietà che possiamo sfruttare secondo i nostri interessi e desideri. È piuttosto dono del Creatore che ne ha disegnato gli ordinamenti intrinseci e con ciò ci ha dato i segnali orientativi a cui attenerci come amministratori della sua creazione. Poiché la fede nel Creatore è una parte essenziale del Credo cristiano, la Chiesa non può e non deve limitarsi a trasmettere ai suoi fedeli soltanto il messaggio della salvezza. Essa ha una responsabilità per il creato e deve far valere questa responsabilità anche in pubblico. E facendolo deve difendere non solo la terra, l’acqua e l’aria come doni della creazione appartenenti a tutti. Deve proteggere anche l’uomo contro la distruzione di se stesso. È necessario che ci sia qualcosa come una ecologia dell’uomo, intesa nel senso giusto. Non è una metafisica superata, se la Chiesa parla della natura dell’essere umano come uomo e donna e chiede che quest’ordine della creazione venga rispettato. Qui si tratta di fatto della fede nel Creatore e dell’ascolto del linguaggio della creazione, il cui disprezzo sarebbe un’autodistruzione dell’uomo e quindi una distruzione dell’opera stessa di Dio. Ciò che spesso viene espresso ed inteso con il termine "gender", si risolve in definitiva nella autoemancipazione dell’uomo dal creato e dal Creatore. L’uomo vuole farsi da solo e disporre sempre ed esclusivamente da solo ciò che lo riguarda. Ma in questo modo vive contro la verità, vive contro lo Spirito creatore. Le foreste tropicali meritano, sì, la nostra protezione, ma non la merita meno l’uomo come creatura, nella quale è iscritto un messaggio che non significa contraddizione della nostra libertà, ma la sua condizione”.

Accennando alle altre dimensioni della pneumatologia, il Santo Padre ha sottolineato che “questo Spirito parla, per così dire, anche con parole umane, è entrato nella storia e, come forza che plasma la storia, è anche uno Spirito parlante, anzi, è Parola che negli Scritti dell’Antico e del Nuovo Testamento ci viene incontro… Leggendo la Scrittura apprendiamo però anche che Cristo e lo Spirito Santo sono inseparabili tra loro… Leggendo la Scrittura insieme con Cristo, impariamo a sentire nelle parole umane la voce dello Spirito Santo e scopriamo l’unità della Bibbia… Come quarta dimensione, emerge spontaneamente la connessione tra Spirito e Chiesa… Lo Spirito Santo è lo Spirito del Corpo di Cristo. Nell’insieme di questo Corpo troviamo il nostro compito, viviamo gli uni per gli altri e gli uni in dipendenza dagli altri, vivendo in profondità di Colui che ha vissuto e sofferto per tutti noi e che mediante il suo Spirito ci attrae a sé nell’unità di tutti i figli di Dio”.

Nella parte conclusiva del suo discorso, il Santo Padre ha messo in evidenza che con il tema dello Spirito Santo, “si rende visibile tutta l’ampiezza della fede cristiana, un’ampiezza che dalla responsabilità per il creato e per l’esistenza dell’uomo in sintonia con la creazione conduce, attraverso i temi della Scrittura e della storia della salvezza, fino a Cristo e da lì alla comunità vivente della Chiesa, nei suoi ordini e responsabilità come anche nella sua vastità e libertà”. Paolo qualifica la gioia frutto dello Spirito Santo, e Giovanni nel suo Vangelo ha connesso strettamente lo Spirito e la gioia, in quanto, ha affermato il Papa, “lo Spirito Santo ci dona la gioia. Ed Egli è la gioia. La gioia è il dono nel quale tutti gli altri doni sono riassunti. Essa è l’espressione della felicità, dell’essere in armonia con se stessi, ciò che può derivare solo dall’essere in armonia con Dio e con la sua creazione. Fa parte della natura della gioia l’irradiarsi, il doversi comunicare. Lo spirito missionario della Chiesa non è altro che l’impulso di comunicare la gioia che ci è stata donata. Che essa sia sempre viva in noi e quindi s’irradi sul mondo nelle sue tribolazioni: tale è il mio auspicio alla fine di quest’anno”. (S.L.) (Agenzia Fides 23/12/2008)

 

Ad una Delegazione ecumenica della Finlandia: “Insieme,  rendiamo grazie a Dio  per tutto ciò che si è ottenuto finora nelle relazioni fra luterani e cattolici,  e preghiamo  affinché lo Spirito di verità ci guidi verso un'unità sempre più grande al servizio del Vangelo”

Città del Vaticano (Agenzia Fides) – “Cari amici della Finlandia, è con grande gioia che vi porgo il benvenuto in occasione di questa vostra visita annuale a Roma per la festa del vostro santo patrono, sant'Enrico… Questi pellegrinaggi sono un'opportunità per pregare insieme, per riflettere e per dialogare al servizio della nostra ricerca  di piena comunione.” Con queste espressioni di benvenuto il Santo Padre Benedetto XVI si è rivolto ai membri di una delegazione ecumenica della Finlandia, ricevuti in udienza il 19 gennaio.

Sottolineando che la visita si svolge durante la Settimana di Preghiera per l'Unità dei Cristiani, che quest'anno ha per tema “che formino una cosa sola nella tua mano” (Ez 37, 15-23), il Santo Padre ha spiegato che questa visione del profeta, “nel contesto ecumenico, ci parla di Dio, che costantemente ci spinge verso un'unità più profonda in Cristo, rinnovandoci e liberandoci dalle nostre divisioni”.

Il Papa ha ricordato anche il decimo anniversario della Dichiarazione comune sulla Giustificazione, “e la Commissione sta ora studiando le sue implicazioni e la possibilità della sua ricezione. Con il tema Giustificazione nella Vita della Chiesa, il dialogo sta sempre più pienamente considerando la natura della Chiesa  quale segno e strumento della salvezza recata in Gesù Cristo e non semplicemente come una mera assemblea di credenti o un'istituzione  con varie funzioni”.

“Il vostro pellegrinaggio a Roma – ha proseguito il Pontefice - si svolge nell'Anno Paolino, il bimillenario della nascita dell'Apostolo delle Nazioni, che ha instancabilmente dedicato la propria vita e il proprio insegnamento all'unità della Chiesa. San Paolo ci ricorda la grazia meravigliosa  che abbiamo ricevuto divenendo membri del Corpo di Cristo attraverso il Battesimo. La Chiesa  è questo Corpo Mistico di Cristo  ed è costantemente guidata dallo Spirito Santo, lo Spirito  del Padre e del Figlio… Da Paolo apprendiamo anche che l'unità alla quale auspichiamo non è altro che la manifestazione della nostra piena incorporazione nel Corpo di Cristo”.

Auspicando che questa visita a Roma “rafforzi ulteriormente i rapporti ecumenici fra luterani e cattolici in Finlandia, che da molti anni sono così positivi”, il Santo Padre ha concluso il suo discorso con questa esortazione: “Insieme,  rendiamo grazie a Dio  per tutto  ciò che si è ottenuto finora nelle relazioni fra luterani e cattolici,  e preghiamo  affinché lo Spirito di verità ci guidi verso un'unità sempre più grande al servizio del Vangelo”. (S.L.) (Agenzia Fides 20/1/2009; righe 28, parole 392)

 

Ai Vescovi della Russia: “abbiate cura di formare presbiteri con la stessa sollecitudine di san Paolo verso il suo discepolo Timoteo”

Città del Vaticano (Agenzia Fides) – “La comunione con il Vescovo di Roma, garante dell'unità ecclesiale, permette alle comunità affidate alle vostre cure pastorali, sebbene minoritarie, di sentirsi cum Petro e sub Petro, parte viva del Corpo di Cristo esteso su tutta la terra. L'unità, che è dono di Cristo, cresce e si sviluppa infatti nelle concrete situazioni delle varie Chiese locali”. Così si è espresso il Santo Padre Benedetto XVI accogliendo i Vescovi della Russia in visita Ad limina, il 29 gennaio. Il Papa ha espresso apprezzamento per l'impegno con cui i Vescovi curano “il rilancio della partecipazione liturgica-sacramentale, della catechesi, della formazione sacerdotale e della preparazione di un laicato maturo e responsabile, che sia fermento evangelico nelle famiglie e nella società civile. Purtroppo anche in Russia, come in altre parti del mondo, si registra la crisi della famiglia e il conseguente calo demografico, insieme con le altre problematiche che assillano la società contemporanea”. L’attenzione si dirige in modo particolare verso i giovani, ai quali la comunità cattolica russa, “è chiamata a trasmettere inalterato il patrimonio di santità e di fedeltà a Cristo, e i valori umani e spirituali che sono alla base di un'efficace promozione umana ed evangelica”.

Di fronte a tante preoccupazioni che si presentano quotidianamente, il Santo Padre ha esortato i Vescovi a non scoraggiarsi, ma piuttosto ad alimentare, in se stessi e nei loro collaboratori, “un autentico spirito di fede”. “Proseguite nel promuovere e nel curare, con costante impegno e attenzione, le vocazioni sacerdotali e religiose – ha raccomandato il Pontefice -. Abbiate cura di formare presbiteri con la stessa sollecitudine di san Paolo verso il suo discepolo Timoteo, perché siano autentici ‘uomini di Dio’ (cfr. 1 Tm 6, 11). Per loro siate padri e modelli nel servizio ai fratelli… Ugualmente, abbiate a cuore la formazione delle persone consacrate e la crescita spirituale dei fedeli laici, affinché sentano la loro vita come una risposta alla chiamata universale alla santità, che deve esprimersi in una coerente testimonianza evangelica in ogni circostanza quotidiana.”

Riferendosi poi al particolare contesto in cui vivono le comunità cattoliche, “cioè in un Paese contrassegnato nella maggioranza della sua popolazione da una millenaria tradizione ortodossa con un ricco patrimonio religioso e culturale”, il Papa ha sottolineato la necessità di “un rinnovato impegno nel dialogo con i nostri fratelli e sorelle ortodossi”, ed ha aggiunto: “In questi giorni mi sento spiritualmente vicino ai cari fratelli e sorelle della Chiesa Ortodossa Russa, che gioiscono per l'elezione del Metropolita Kirill a nuovo Patriarca di Mosca e di tutte le Russie: a lui porgo i miei auguri più cordiali per il delicato compito ecclesiale che gli è stato affidato. Chiedo al Signore di confermarci tutti nell'impegno di camminare insieme sulla via della riconciliazione e dell'amore fraterno”. Quindi il Papa ha esortato alla collaborazione in ambiti di comune interesse per l'educazione delle nuove generazioni: “È importante che i cristiani affrontino uniti le grandi sfide culturali ed etiche del momento presente, concernenti la dignità della persona umana e i suoi diritti inalienabili, la difesa della vita in ogni sua fase, la tutela della famiglia e altre urgenti questioni economiche e sociali”.

Il Santo Padre ha concluso il discorso esprimendo la sua gratitudine ai Vescovi per il loro ministero episcopale svolto in piena fedeltà al Magistero ed assicurando un quotidiano ricordo nella preghiera. Attraverso di voi giunga il mio ringraziamento ai sacerdoti, ai religiosi, alle religiose e ai laici, che con voi collaborano al servizio di Cristo e del suo Vangelo… di cuore imparto una speciale Benedizione Apostolica a ciascuno di voi, estendendola con affetto ai sacerdoti, ai religiosi e religiose e all'intera comunità cattolica che rende testimonianza a Cristo tra le popolazioni della Federazione Russa”. (S.L.) (Agenzia Fides 27/1/2009; righe 61, parole 908)

 

Alla Commissione mista internazionale per il Dialogo teologico tra la Chiesa Cattolica e le Chiese Orientali Ortodosse: “Paolo è stato il primo grande difensore e teologo dell'unità della Chiesa”

Città del Vaticano (Agenzia Fides) – Al termine della Riunione della Commissione mista internazionale per il Dialogo teologico tra la Chiesa Cattolica e le Chiese Orientali Ortodosse, il 30 gennaio il Santo Padre Benedetto XVI ha ricevuto in udienza i partecipanti. “Al termine di questa settimana d'intenso lavoro – ha detto il Papa nel suo discorso - possiamo insieme rendere grazie al Signore per il vostro fermo impegno nella ricerca della riconciliazione e della comunione nel Corpo di Cristo, che è la Chiesa”.

            “Il mondo ha bisogno di un segno visibile del mistero di unità che lega le tre Persone divine – ha sottolineato il Pontefice - e che ci è stato rivelato duemila anni fa, con l'Incarnazione del Figlio di Dio... La nostra comunione attraverso la grazia dello Spirito Santo nella vita che unisce il Padre e il Figlio, ha una dimensione percepibile in seno alla Chiesa, Corpo di Cristo, ‘la pienezza di colui che si realizza interamente in tutte le cose’ (Ef 1, 23), e tutti noi abbiamo il dovere di impegnarci perché questa dimensione fondamentale della Chiesa si manifesti al mondo”.

            Benedetto XVI ha quindi ricordato con soddisfazione che in questo sesto incontro “si sono compiuti passi importanti soprattutto nello studio della Chiesa come comunione”, inoltre il fatto che “il dialogo sia proseguito nel tempo e venga ospitato ogni anno da una delle diverse Chiese che rappresentate è di per sé un segno di speranza e d'incoraggiamento”. Invitando a rivolgersi verso il Medio Oriente, il Pontefice ha poi sottolineato che “sono urgentemente necessari semi autentici di speranza in un mondo ferito dalla tragedia della divisione, del conflitto e dell'immensa sofferenza umana”.

Infine, citando la recente Settimana di Preghiera per l'Unità dei Cristiani, conclusa nella Basilica di San Paolo, il Santo Padre ha messo in luce che “Paolo è stato il primo grande difensore e teologo dell'unità della Chiesa. I suoi sforzi e le sue lotte sono stati ispirati dalla costante aspirazione a mantenere una comunione visibile non solo esteriore, ma reale e piena, tra i discepoli del Signore. Pertanto, per l'intercessione di Paolo, chiedo la benedizione di Dio per tutti voi e per le Chiese e i popoli che rappresentate”. (S.L.) (Agenzia Fides 2/2/2009; righe 25, parole 368)

 

Ai religiosi e alle religiose: imitare San Paolo nel seguire Gesù “è via privilegiata per corrispondere fino in fondo alla vostra vocazione di speciale consacrazione nella Chiesa”

Città del Vaticano (Agenzia Fides) – Nel pomeriggio di lunedì 2 febbraio, Festa della Presentazione del Signore al Tempio e XIII Giornata della Vita Consacrata, il Card. Franc Rodé, Prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, ha presieduto nella Basilica Vaticana la Celebrazione Eucaristica per i Membri degli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica. Terminata la Celebrazione Eucaristica, il Santo Padre Benedetto XVI è sceso in Basilica.

“Rendo grazie al mio Dio ogni volta che mi ricordo di voi. Sempre, quando prego per tutti voi, lo faccio con gioia a motivo della vostra cooperazione per il Vangelo, dal primo giorno fino al presente” (Fil 1,3-5): con queste parole di San Paolo, nel contesto dell’Anno Paolino, il Papa si è rivolto ai religiosi ed alle religiose raccolti nella Basilica di San Pietro, ricordando che “in questo saluto, indirizzato alla comunità cristiana di Filippi, Paolo esprime il ricordo affettuoso che egli conserva di quanti vivono personalmente il Vangelo e si impegnano a trasmetterlo, unendo alla cura della vita interiore la fatica della missione apostolica”.

Il Santo Padre ha proseguito: “nella tradizione della Chiesa, san Paolo è stato sempre riconosciuto padre e maestro di quanti, chiamati dal Signore, hanno fatto la scelta di un’incondizionata dedizione a Lui e al suo Vangelo. Diversi Istituti religiosi prendono da san Paolo il nome e da lui attingono un’ispirazione carismatica specifica. Si può dire che per tutti i consacrati e le consacrate egli ripete un invito schietto e affettuoso: ‘Diventate miei imitatori, come io lo sono di Cristo’ (1 Cor 11,1)… imitarlo nel seguire Gesù, carissimi, è via privilegiata per corrispondere fino in fondo alla vostra vocazione di speciale consacrazione nella Chiesa.”

Dalla stessa voce di San Paolo infatti “possiamo conoscere uno stile di vita che esprime la sostanza della vita consacrata ispirata ai consigli evangelici di povertà, castità e obbedienza” ha sottolineato il Papa, che ha spiegato: “Nella vita di povertà egli vede la garanzia di un annuncio del Vangelo realizzato in totale gratuità, mentre esprime, allo stesso tempo, la concreta solidarietà verso i fratelli nel bisogno… Paolo è anche un apostolo che, accogliendo la chiamata di Dio alla castità, ha donato il cuore al Signore in maniera indivisa, per poter servire con ancor più grande libertà e dedizione i suoi fratelli… Quanto poi all’obbedienza, basti notare che il compimento della volontà di Dio e l’ ‘assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le chiese’  ne hanno animato, plasmato e consumato l’esistenza, resa sacrificio gradito a Dio”.

Un altro aspetto fondamentale della vita consacrata di Paolo sottolineato dal Papa è quello della missione: “Egli è tutto di Gesù per essere, come Gesù, di tutti; anzi, per essere Gesù per tutti… A lui, così strettamente unito alla persona di Cristo, riconosciamo una profonda capacità di coniugare vita spirituale e azione missionaria; in lui le due dimensioni si richiamano reciprocamente. E così, possiamo dire che egli appartiene a quella schiera di "mistici costruttori", la cui esistenza è insieme contemplativa ed attiva, aperta su Dio e sui fratelli per svolgere un efficace servizio al Vangelo”.

Infine, citando la recente Istruzione su Il servizio dell’autorità e l’obbedienza, Benedetto XVI ha auspicato che l’Anno Paolino alimenti ancor più nei consacrati “il proposito di accogliere la testimonianza di san Paolo, meditando ogni giorno la Parola di Dio con la pratica fedele della lectio divina… Egli vi aiuti inoltre a realizzare il vostro servizio apostolico nella e con la Chiesa con uno spirito di comunione senza riserve, facendo dono agli altri dei propri carismi, e testimoniando in primo luogo il carisma più grande che è la carità. (S.L.) (Agenzia Fides 3/2/2009; righe 42, parole 636)

 

Ai Vescovi della Turchia: “siete i Pastori della Chiesa cattolica in Turchia, terra in cui è nato l'Apostolo delle Genti e in cui ha fondato numerose comunità”

Città del Vaticano (Agenzia Fides) – “La vostra visita, che si svolge provvidenzialmente in questo anno dedicato a san Paolo, assume un'importanza particolare per voi che siete i Pastori della Chiesa cattolica in Turchia, terra in cui è nato l'Apostolo delle Genti e in cui ha fondato numerose comunità – ha detto il Santo Padre Benedetto XVI ai Vescovi della Turchia ricevuti in visita Ad limina apostolorum il 2 febbraio -. So che nel vostro paese avete voluto dare un risalto particolare a questo anno giubilare e che molti pellegrini stanno visitando i luoghi cari alla tradizione cristiana. Auspico che l'accesso a questi luoghi significativi per la fede cristiana, come pure la celebrazione del culto, sia sempre più agevole per i pellegrini. Inoltre mi rallegro vivamente della dimensione ecumenica conferita all'anno paolino, mostrando così l'importanza di questa iniziativa per le altre Chiese e comunità cristiane. Possa questo anno permettere nuovi progressi lungo il cammino verso l'unità di tutti i cristiani!”

Dopo aver ricordato la lunga e ricca storia delle Chiese locali della Turchia, che risale alle prime comunità cristiane, il Papa ha voluto “anche ricordare tutti i cristiani, sacerdoti e laici, che hanno testimoniato la carità di Cristo, a volte fino al dono supremo della loro vita, come Padre Andrea Santoro. Che questa storia prestigiosa sia per le vostre comunità, delle quali conosco il vigore della fede e l'abnegazione nelle prove, non solo il ricordo di un passato glorioso, ma anche un  incoraggiamento a proseguire generosamente lungo la via tracciata, testimoniando fra i loro fratelli l'amore di Dio per ogni uomo”.

Il Santo Padre ha quindi messo in evidenza l’importanza di “approfondire la fede della Chiesa e vivere, con sempre maggiore ardore, della speranza che ne scaturisce. Il popolo di Dio troverà in un'autentica comunione ecclesiale un sostegno efficace alla sua fede e alla sua speranza.” Dopo aver ribadito che i Vescovi sono i primi responsabili della realizzazione concreta dell’unità della comunità, il Pontefice ha sottolineato che la comunione che deve regnare fra loro, nella diversità dei riti, “si esprime soprattutto attraverso una reale fraternità e una collaborazione reciproca che permettano loro di svolgere il proprio ministero in uno spirito collegiale e di rafforzare l'unità del Corpo di Cristo. Questa unità trova una fonte vitale nella Parola di Dio, di cui il recente Sinodo dei Vescovi ha rimesso in luce l'importanza nella vita e nella missione della Chiesa”. Ha invitato quindi a formare i fedeli “affinché la Sacra Scrittura non sia una Parola del passato, ma illumini la loro esistenza e permetta loro di accedere veramente a Dio”.

Un particolare incoraggiamento è stato rivolto dal Santo Padre ai sacerdoti e ai religiosi, che provenendo in gran numero da altri paesi, devono affrontare un compito spesso faticoso per inserirsi nelle realtà delle Chiese locali, “al fine di poter dare a tutti i membri della comunità cattolica l'attenzione pastorale necessaria, senza dimenticare le persone più deboli e più isolate”. Inoltre l'esiguo numero di sacerdoti, spesso insufficiente, non può che spingere “a sviluppare una vigorosa pastorale delle vocazioni”. Benedetto XVI ha quindi citato l’impegno per la pastorale dei giovani, importante perché essi possano acquisire “una formazione cristiana che li aiuti a consolidare la loro fede e a viverla in un contesto spesso difficile”, e la formazione dei laici, che deve “permettere loro di assumere con competenza ed efficacia le responsabilità affidate loro in seno alla Chiesa”.

Nella parte conclusiva del suo discorso, il Santo Padre ha affermato: “La comunità cristiana del vostro paese vive in una nazione retta da una Costituzione che afferma la laicità dello Stato, ma dove la maggior parte degli abitanti è musulmana. È dunque molto importante che cristiani e musulmani si possano impegnare insieme per l'uomo, per la vita, come pure per la pace e la giustizia. Inoltre, la distinzione fra la sfera civile e la sfera religiosa è certamente un valore che deve essere tutelato. Tuttavia, in questo ambito, spetta allo Stato assicurare in maniera effettiva ai cittadini e alle comunità religiose la libertà di culto e la libertà religiosa, rendendo inaccettabile qualsiasi violenza nei confronti dei credenti, qualunque sia la loro religione. In questo contesto, conosco il vostro desiderio e la vostra disponibilità a un dialogo sincero con le Autorità, al fine di trovare una soluzione ai diversi problemi che le vostre comunità devono affrontare, fra i quali il riconoscimento giuridico della Chiesa cattolica e dei suoi beni. Un simile riconoscimento non può che avere conseguenze positive per tutti. È auspicabile che si possano stabilire contatti permanenti, ad esempio tramite una Commissione bilaterale, per esaminare questioni ancora irrisolte.” (S.L.) (Agenzia Fides 3/2/2009; righe 51, parole 760)

 

Alle Associazioni “Pro Petri Sede” e “Etrennes Pontificales”: “alimentati dallo stesso pane eucaristico, i battezzati non possono restare indifferenti quando manca il pane sulla tavola degli uomini”

Città del Vaticano (Agenzia Fides) – “L’Anno paolino ci offre l’opportunità, mediante la meditazione sulla parola dell’Apostolo delle Genti, di prendere più vivamente coscienza del fatto che la Chiesa è un Corpo, attraverso il quale circola una stessa vita che è quella di Gesù. Per questo, ogni membro del corpo ecclesiale è collegato in modo molto profondo a tutti gli altri, e non può ignorare i loro bisogni. Alimentati dallo stesso pane eucaristico, i battezzati non possono restare indifferenti quando manca il pane sulla tavola degli uomini”. Sono le parole con cui il Santo Padre Benedetto XVI si è rivolto ai Membri delle Associazioni "Pro Petri Sede" e "Etrennes Pontificales" (Belgio), ricevuti in udienza il 27 febbraio in occasione del pellegrinaggio che ogni due anni li porta alle tombe degli Apostoli.

“Anche quest’anno avete accettato di ascoltare l’appello ad aprire il vostro cuore alle necessità dei diseredati – ha detto il Santo Padre -, affinché i membri del Corpo di Cristo vittime della miseria siano confortati e divengano così più vitali e più liberi per testimoniare la Buona Novella”. Ringraziando quindi i presenti per la possibilità che offrono al Successore di Pietro “di praticare una carità concreta e attiva, che è il segno della sua sollecitudine per tutte le Chiese, per ogni battezzato e per ogni uomo”, Benedetto XVI ha concluso il suo discorso sottolineando che “combattendo la povertà, diamo sempre maggiori possibilità alla pace di instaurarsi e di radicarsi nei cuori”. (S.L.) (Agenzia Fides 2/3/2009; righe 17, parole 248)

 

Ai membri della Famiglia Francescana: alla conversione di Francesco “si possono applicare letteralmente alcune espressioni che l’apostolo Paolo riferisce a se stesso”

Castel Gandolfo (Agenzia Fides) – “Andate e continuate a ‘riparare la casa’ del Signore Gesù Cristo, la sua Chiesa. Nei giorni scorsi, il terremoto che ha colpito l’Abruzzo ha danneggiato gravemente molte chiese, e voi di Assisi sapete bene che cosa questo significhi. Ma c’è un’altra ‘rovina’ che è ben più grave: quella delle persone e delle comunità! Come Francesco, cominciate sempre da voi stessi. Siamo noi per primi la casa che Dio vuole restaurare. Se sarete sempre capaci di rinnovarvi nello spirito del Vangelo, continuerete ad aiutare i Pastori della Chiesa a rendere sempre più bello il suo volto di sposa di Cristo. Questo il Papa, oggi come alle origini, si aspetta da voi”. E’ la consegna che Benedetto XVI ha affidato il 18 aprile ai membri della Famiglia Francescana a conclusione del "Capitolo delle Stuoie", ricevuti in udienza nella residenza di Castel Gandolfo

            Il Papa ha ricordato nel suo discorso il motivo del “Capitolo delle Stuoie”: un ritorno alle origini nell’ottavo centenario dell’approvazione della “protoregola” di san Francesco da parte di Papa Innocenzo III. “Prima di tutto desidero unirmi a voi nel rendimento di grazie a Dio per tutto il cammino che vi ha fatto compiere, ricolmandovi dei suoi benefici – ha detto il Santo Padre -. Dal piccolo ruscello sgorgato ai piedi del Monte Subasio, si è formato un grande fiume, che ha dato un contributo notevole alla diffusione universale del Vangelo”.           

Benedetto XVI si è poi soffermato sulla conversione di Francesco, da cui tutto ebbe origine, al quale “si possono applicare letteralmente alcune espressioni che l’apostolo Paolo riferisce a se stesso”: Francesco infatti “ha sperimentato la potenza della grazia divina ed è come morto e risorto. Tutte le sue ricchezze precedenti, ogni motivo di vanto e di sicurezza, tutto diventa una ‘perdita’ dal momento dell’incontro con Gesù crocifisso e risorto”. Quindi il Papa ha ricordato che Francesco considerò il Vangelo “come regola di vita” per sé stesso e per i suoi frati: “Egli comprese se stesso interamente alla luce del Vangelo. Questo è il suo fascino. Questa la sua perenne attualità… il Poverello è diventato un vangelo vivente, capace di attirare a Cristo uomini e donne di ogni tempo, specialmente i giovani, che preferiscono la radicalità alle mezze misure”.

“Francesco avrebbe potuto anche non venire dal Papa – ha proseguito Benedetto XVI -. Molti gruppi e movimenti religiosi si andavano formando in quell’epoca, e alcuni di essi si contrapponevano alla Chiesa come istituzione, o per lo meno non cercavano la sua approvazione. Sicuramente un atteggiamento polemico verso la Gerarchia avrebbe procurato a Francesco non pochi seguaci. Invece egli pensò subito a mettere il cammino suo e dei suoi compagni nelle mani del Vescovo di Roma, il Successore di Pietro. Questo fatto rivela il suo autentico spirito ecclesiale. Il piccolo ‘noi’ che aveva iniziato con i suoi primi frati lo concepì fin dall’inizio all’interno del grande ‘noi’ della Chiesa una e universale. E il Papa questo riconobbe e apprezzò”.

Infine il Pontefice, dopo aver ricordato ai membri della Famiglia Francescana la loro realtà - “Tutti voi siete figli ed eredi di quelle origini. Di quel ‘buon seme’ che è stato Francesco” – li ha esortati ad impegnarsi a seguire la logica di Francesco e Chiara d’Assisi: “perdere la propria vita a causa di Gesù e del Vangelo, per salvarla e renderla feconda di frutti abbondanti”; rimanere in ascolto di ciò che lo Spirito dice oggi “per continuare ad annunciare con passione il Regno di Dio, sulle orme del serafico Padre”; ripartire sempre da Cristo, “come Francesco partì dallo sguardo del Crocifisso di san Damiano e dall’incontro con il lebbroso, per vedere il volto di Cristo nei fratelli che soffrono e portare a tutti la sua pace”; essere testimoni della "bellezza" di Dio, “che Francesco seppe cantare contemplando le meraviglie del creato”. (S.L.) (Agenzia Fides 20/4/2009; righe 42, parole 636)

 

Agli Insegnanti della religione cattolica: guardate all’Apostolo delle genti, in cui riconosciamo “il discepolo umile e fedele, il coraggioso annunciatore, il geniale mediatore della Rivelazione”

Città del Vaticano (Agenzia Fides) – “Possa il vostro insegnamento essere sempre capace, come lo fu quello di Paolo, di aprire i vostri studenti a questa dimensione di libertà e di pieno apprezzamento dell’uomo redento da Cristo così come è nel progetto di Dio, esprimendo così, nei confronti di tanti ragazzi e delle loro famiglie, una vera carità intellettuale”. E’ l’auspicio formulato dal Santo Padre Benedetto XVI agli Insegnanti della religione cattolica, ricevuti in udienza il 25 aprile.

“L’insegnamento della religione cattolica è parte integrante della storia della scuola in Italia” ha detto il Papa nel suo discorso. “L’altissimo numero di coloro che scelgono di avvalersi di questa disciplina è inoltre il segno del valore insostituibile che essa riveste nel percorso formativo e un indice degli elevati livelli di qualità che ha raggiunto”. Ciò che contraddistingue quotidianamente il lavoro degli Insegnanti di religione, in unità d’intenti con altri educatori ed insegnanti, è “porre al centro l’uomo creato ad immagine di Dio”, in quanto la dimensione religiosa “è intrinseca al fatto culturale, concorre alla formazione globale della persona e permette di trasformare la conoscenza in sapienza di vita”.

Proseguendo nel suo discorso, il Pontefice ha affermato: “Il vostro servizio, cari amici, si colloca proprio in questo fondamentale crocevia, nel quale – senza improprie invasioni o confusione di ruoli – si incontrano l’universale tensione verso la verità e la bimillenaria testimonianza offerta dai credenti nella luce della fede, le straordinarie vette di conoscenza e di arte guadagnate dallo spirito umano e la fecondità del messaggio cristiano che così profondamente innerva la cultura e la vita del popolo italiano. Con la piena e riconosciuta dignità scolastica del vostro insegnamento, voi contribuite, da una parte, a dare un’anima alla scuola e, dall’altra, ad assicurare alla fede cristiana piena cittadinanza nei luoghi dell’educazione e della cultura in generale. Grazie all’insegnamento della religione cattolica, dunque, la scuola e la società si arricchiscono di veri laboratori di cultura e di umanità, nei quali, decifrando l’apporto significativo del cristianesimo, si abilita la persona a scoprire il bene e a crescere nella responsabilità, a ricercare il confronto ed a raffinare il senso critico, ad attingere dai doni del passato per meglio comprendere il presente e proiettarsi consapevolmente verso il futuro”.

Nel contesto dell’Anno Paolino, Benedetto XVI ha esortato a guardare all’Apostolo delle genti, in cui riconosciamo “il discepolo umile e fedele, il coraggioso annunciatore, il geniale mediatore della Rivelazione”, per alimentare l’identità “di educatori e di testimoni nel mondo della scuola”. Paolo, nella prima Lettera ai Tessalonicesi (4,9), definisce i credenti come "ammaestrati da Dio", che hanno Dio per maestro. “In questa parola troviamo il segreto stesso dell’educazione” ha sottolineato il Papa che ha ricordato inoltre come “nell’insegnamento paolino la formazione religiosa non è separata dalla formazione umana… La dimensione religiosa non è dunque una sovrastruttura; essa è parte integrante della persona, sin dalla primissima infanzia; è apertura fondamentale all’alterità e al mistero che presiede ogni relazione ed ogni incontro tra gli esseri umani. La dimensione religiosa rende l’uomo più uomo”.

Infine il Pontefice ha messo in evidenza che “la conoscenza della Bibbia è un elemento essenziale del programma di insegnamento della religione cattolica” e che all’insegnante di religione cattolica, “oltre al dovere della competenza umana, culturale e didattica propria di ogni docente”, appartiene la vocazione a lasciar trasparire che quel Dio di cui parla nelle aule scolastiche costituisce il riferimento essenziale della sua vita: “Lungi dal costituire un’interferenza o una limitazione della libertà, la vostra presenza è anzi un valido esempio di quello spirito positivo di laicità che permette di promuovere una convivenza civile costruttiva, fondata sul rispetto reciproco e sul dialogo leale, valori di cui un Paese ha sempre bisogno.” (S.L.) (Agenzia Fides 27/4/2009; righe 45, parole 614)

 

Ai membri della Papal Foundation: San Paolo ci ricorda come l'intera umanità aneli alla grazia della pace di Dio

Città del Vaticano (Agenzia Fides) – “Tra qualche giorno avrò il privilegio di visitare la Terra Santa. Andrò come pellegrino di pace. Come ben sapete, per oltre sessant'anni questa regione — la terra che ha visto la nascita, la morte e la risurrezione di nostro Signore; un luogo sacro per le tre grandi religioni monoteistiche del mondo — è stata martoriata dalla violenza e dall'ingiustizia… vi chiedo in modo speciale di unirvi a me nella preghiera per tutti i popoli della Terra Santa e della regione. Possano essi ricevere i doni della riconciliazione, della speranza e della pace!” Con queste parole il Santo Padre Benedetto XVI si è rivolto ai membri della Papal Foundation, ricevuti  in udienza nella mattina di sabato 2 maggio, in occasione della loro visita annuale. Il Papa li ha accolti, in questo Anno Paolino, con le parole dell'Apostolo dei Gentili, “grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo” (Rm 1, 7), sottolineando subito dopo che San Paolo ci ricorda come l'intera umanità aneli alla grazia della pace di Dio: “Il mondo attuale ha davvero bisogno della sua pace, specialmente mentre affronta le tragedie della guerra, della divisione, della povertà e della disperazione”.

            Un altro tema messo in evidenza dal Pontefice nel suo discorso è legato alla crisi economica internazionale. “In momenti simili – ha sottolineato -, è forte la tentazione di ignorare coloro che non hanno voce e pensare solo alle proprie difficoltà. Come cristiani, però, siamo consapevoli che, specialmente quando i tempi sono difficili, dobbiamo impegnarci più a fondo per far sì che il messaggio consolatore del Signore venga udito. Invece di chiuderci in noi stessi dobbiamo continuare a essere fari di speranza, di forza e di sostegno per gli altri, specialmente per quelli che non hanno nessun altro che si prenda cura di loro o li assista. Per questo sono lieto che siate qui oggi. Voi siete un esempio di uomini e donne, buoni cristiani che continuano ad affrontare le sfide che ci si presentano con coraggio e fiducia”.

Al termine Benedetto XVI ha ricordato che la Papal Foundation “attraverso la generosità di tante persone, consente di prestare una preziosa assistenza in nome di Cristo e della sua Chiesa”, ed ha ringraziato i suoi membri per il sacrificio e la dedizione: “attraverso il vostro sostegno, il messaggio pasquale di gioia, speranza, riconciliazione e pace viene proclamato in maniera più ampia”. (S.L.) (Agenzia Fides 4/5/2009; righe 27, parole 406)

 

Alla Conferenza Episcopale Italiana: il compito urgente dell’educazione “esige il radicamento nella Parola di Dio e il discernimento spirituale, la progettualità culturale e sociale, la testimonianza dell’unità e della gratuità”

Città del Vaticano (Agenzia Fides) – “In un tempo in cui è forte il fascino di concezioni relativistiche e nichilistiche della vita, e la legittimità stessa dell’educazione è posta in discussione, il primo contributo che possiamo offrire è quello di testimoniare la nostra fiducia nella vita e nell’uomo, nella sua ragione e nella sua capacità di amare. Essa non è frutto di un ingenuo ottimismo, ma ci proviene da quella ‘speranza affidabile’ (Spe salvi, 1) che ci è donata mediante la fede nella redenzione operata da Gesù Cristo”. E’ quanto ha sottolineato il Santo Padre Benedetto XVI che il 28 maggio ha incontrato nell’Aula del Sinodo, in Vaticano, i Membri dell’Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana (Cei).

“La vostra assemblea – ha detto il Papa all’inizio del suo discorso - esprime visibilmente e promuove quella comunione di cui la Chiesa vive, e che si attua anche nella concordia delle iniziative e dell’azione pastorale. Con la mia presenza vengo a confermare quella comunione ecclesiale che ho visto costantemente accrescersi e rinsaldarsi”. Benedetto XVI ha ringraziato i Vescovi italiani delle loro testimonianze, ricevute in questi mesi, di “fraterna adesione” e “cordiale comunione con il magistero e il servizio pastorale del Successore di Pietro, riaffermando così la singolare unità che lega la Chiesa in Italia alla Sede Apostolica”.

Tema centrale dell’Assemblea Generale della Cei è stato il compito fondamentale dell’educazione. “Come ho avuto modo a più riprese di ribadire – ha detto il Papa -, si tratta di una esigenza costitutiva e permanente della vita della Chiesa, che oggi tende ad assumere i tratti dell’urgenza e, perfino, dell’emergenza”. Alla scuola del Maestro Divino occorre “riscoprire il compito educativo come un’altissima vocazione alla quale ogni fedele, con diverse modalità, è chiamato”.

Dopo aver ricordato la prossima conclusione del triennio dell’Agorà dei giovani italiani, dedicata all’animazione pastorale dei giovani in senso missionario, il Santo Padre ha invitato “a verificare il cammino educativo in atto e a intraprendere nuovi progetti per una fascia di destinatari, quella delle nuove generazioni, estremamente ampia e significativa per le responsabilità educative delle nostre comunità ecclesiali e della società tutta”. L’opera formativa tuttavia si allarga anche all’età adulta, “che non è esclusa da una vera e propria responsabilità di educazione permanente”.

Non basta comunque un “adeguato progetto che indichi il fine dell’educazione alla luce del modello compiuto da perseguire, c’è bisogno di educatori autorevoli a cui le nuove generazioni possano guardare con fiducia” ha sottolineato il Santo Padre. Citando, in questo Anno paolino, l’invito dell’Apostolo Paolo: “Fatevi miei imitatori” (1Cor 11,1), Benedetto XVI ha affermato che “un vero educatore mette in gioco in primo luogo la sua persona e sa unire autorità ed esemplarità nel compito di educare coloro che gli sono affidati… Risulta pertanto singolarmente felice la circostanza che ci vede pronti a celebrare, dopo l’anno dedicato all’Apostolo delle genti, un Anno sacerdotale. Siamo chiamati, insieme ai nostri sacerdoti, a riscoprire la grazia e il compito del ministero presbiterale. Questo ministero è un servizio alla Chiesa e al popolo cristiano che esige una profonda spiritualità. In risposta alla vocazione divina, tale spiritualità deve si nutrirsi della preghiera e di una intensa unione personale con il Signore per poterlo servire nei fratelli attraverso la predicazione, i sacramenti, una ordinata vita di comunità e l’aiuto ai poveri. In tutto il ministero sacerdotale risalta, in tal modo, l’importanza dell’impegno educativo, perché crescano persone libere, veramente libere, e cioè responsabili, cristiani maturi e consapevoli.”

Benedetto XVI si è poi soffermato sul “senso di solidarietà che è profondamente radicato nel cuore degli italiani e trova modo di esprimersi con particolare intensità in alcune circostanze drammatiche della vita del Paese, ultima delle quali è stato il devastante terremoto che ha colpito talune aree dell’Abruzzo”. Quindi, nell’attuale crisi finanziaria ed economica, il Papa ha espresso apprezzamento e incoraggiamento per l’iniziativa del fondo di solidarietà denominato "Prestito della speranza": “che si aggiunge alle tante iniziative indette da numerose Diocesi, evocando il gesto della colletta promossa dall’apostolo Paolo a favore della Chiesa di Gerusalemme, è una eloquente testimonianza della condivisione dei pesi gli uni degli altri”.

Infine il Santo Padre ha ricordato la carità intellettuale su cui le Chiese in Italia sono vivamente impegnate: “Ne è un esempio significativo l’impegno per la promozione di una diffusa mentalità a favore della vita in ogni suo aspetto e momento, con un’attenzione particolare a quella segnata da condizioni di grande fragilità e precarietà”. Prima di concludere il suo discorso, il Pontefice è tornato sul compito urgente dell’educazione, ricordando che “esige il radicamento nella Parola di Dio e il discernimento spirituale, la progettualità culturale e sociale, la testimonianza dell’unità e della gratuità”, ed ha affidato allo Spirito Consolatore “il cammino della Chiesa in Italia e ogni persona che vive in questo amatissimo Paese”. (S.L.) (Agenzia Fides 29/5/2009; righe 57, parole 794)

 

All'assemblea della Roaco: “Nella bocca di Paolo di Tarso, la Parola di Dio ci indica inequivocabilmente ciò che ‘è più grande’ per i discepoli di Cristo: la carità!”

Città del Vaticano (Agenzia Fides) – “L'incontro di oggi riaccende la gioia del mio recente pellegrinaggio in Terra Santa… Rinnovo la mia preghiera e il mio appello: mai più guerra, mai più  violenza, mai più ingiustizia. Desidero assicurarvi del fatto che la Chiesa universale resta al fianco dei nostri fratelli e delle nostre sorelle che risiedono in Terra Santa”. Con queste parole il Santo Padre Benedetto XVI ha rilanciato il suo appello di pace per la Terra Santa durante l’udienza ai partecipanti all'assemblea della Riunione delle opere in aiuto alle Chiese orientali (Roaco), ricevuti il 25 giugno.

            Il Santo Padre ha poi ricordato la prossima chiusura dell’Anno Paolino e l’insegnamento dell’Apostolo relativo alla carità: “Con la festa dei santi Pietro e Paolo ormai prossima, l'anno dedicato all'Apostolo delle Genti per il bimillenario della sua nascita giunge alla sua conclusione. Preso da Cristo e rapito dallo Spirito Santo, è stato un testimone privilegiato del mistero dell'amore di Dio manifestato in Cristo Gesù. La sua parola ispirata e la sua testimonianza confermata dal dono supremo del martirio, sono state un elogio incomparabile della carità cristiana e sono di grande attualità… Nella bocca di Paolo di Tarso, la Parola di Dio ci indica inequivocabilmente ciò che ‘è più grande’ per i discepoli di Cristo: la carità! È la fonte feconda di ogni servizio di Chiesa, la sua misura, il suo metodo e la sua verifica”. Quanti aderiscono alla Roaco desiderano “vivere questa carità”, ha sottolineato ancora il Papa, offrendo in particolare la l,oro disponibilità al Vescovo di Roma attraverso la Congregazione delle Chiese Orientali.

Esprimendo particolare apprezzamento per quanto la Roaco riesce a fare anche “in questa spinosa situazione mondiale”, Benedetto XVI ha esortato “a un impegno supplementare” con queste parole: “Grazie allo spirito di fede, ad analisi accurate e al necessario realismo si potrebbero correggere alcune inutili decisioni e affrontare efficacemente le attuali situazioni di bisogno. Penso alla situazione dei rifugiati e dei migranti, che interessa fortemente le Chiese Orientali, e la riedificazione della Striscia di Gaza, ancora abbandonata a se stessa, laddove bisogna anche tener conto della legittima preoccupazione di Israele per la propria sicurezza. Di fronte alle sfide  totalmente nuove il servizio amorevole della Chiesa  resta lo strumento di salvezza  efficace  e l'investimento più sicuro per il presente e per il futuro”.

Al termine del suo discorso il Pontefice ha raccomandato, all'inizio dell’Anno Sacerdotale, “di considerare col massimo favore la cura dei sacerdoti e il sostegno ai seminari”, ed ha aggiunto: “Quando, venerdì scorso, solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù, ho inaugurato questo singolare anno giubilare, ho affidato al Cuore di Cristo e della Madre Immacolata tutti i sacerdoti del mondo, con un pensiero speciale per quelli che in Oriente come in Occidente stanno vivendo momenti di difficoltà e di prova. Colgo la presente occasione per chiedere anche a voi di pregare per i presbiteri”. Infine Benedetto XVI ha domandato di continuare a sostenerLo, come Successore dell'apostolo Pietro, “perché possa svolgere appieno la mia missione al servizio della Chiesa universale”. (S.L.) (Agenzia Fides 26/6/2009; righe 36, parole 507)

 

Alla delegazione del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli: rendiamo insieme grazie al Signore “per tutti i frutti e i benefici che ci ha  apportato la celebrazione del bimillenario della nascita di san Paolo”

Città del Vaticano (Agenzia Fides) – Con le parole dell’Apostolo Paolo - “Grazia a voi e pace da Dio, Padre Nostro, e dal Signore Gesù Cristo” (Ef 1, 2) - il Santo Padre Benedetto XVI ha accolto alla delegazione del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli, ricevuta in udienza il 27 giugno, In occasione delle celebrazioni  per la solennità dei Santi Pietro e Paolo. “Oggi, con questo annuncio di pace e di salvezza, vi porgo il benvenuto nella festa patronale dei santi Pietro e Paolo, con la quale concluderemo l'Anno Paolino – ha detto il Papa -. Lo scorso anno, il Patriarca ecumenico, Sua Santità Bartolomeo I,  ha voluto onorarci della sua presenza per celebrare insieme l'inaugurazione di questo anno di preghiera, di riflessione e di scambio di gesti di comunione fra Roma e Costantinopoli. A nostra volta, noi abbiamo avuto la gioia di inviare una delegazione alle celebrazioni analoghe organizzate dal Patriarcato ecumenico. Non poteva d'altronde essere diversamente in questo anno dedicato a san Paolo, che raccomandava con vigore di ‘conservare l'unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace’, insegnandoci che ci sono ‘un solo corpo e un solo spirito’ (Ef 4, 3-4).”

Invitando a rendere grazie insieme al Signore “per tutti i frutti e i benefici che ci ha  apportato la celebrazione del bimillenario della nascita di san Paolo”, il Santo Padre ha sottolineato che la presenza della delegazione del Patriarcato Ecumenico “è segno di fraternità ecclesiale”, e ricorda “il nostro impegno comune nella ricerca della piena comunione”. Per questo ha ribadito: “la Chiesa cattolica intende contribuire in tutti i modi che le saranno possibili al ristabilimento della piena comunione, in risposta alla volontà di Cristo per i suoi discepoli e conservando nella memoria l'insegnamento di Paolo, il quale ci ricorda che siamo stati chiamati ‘a una sola speranza’.”

In questa prospettiva, il Pontefice ha detto di “guardare con fiducia al buon proseguimento dei lavori della Commissione mista internazionale per il dialogo teologico fra gli ortodossi e i cattolici” che si riunirà nel mese di ottobre per affrontare “un tema cruciale per le relazioni fra Oriente e Occidente, ossia il ‘ruolo del Vescovo di Roma nella comunione della Chiesa nel corso del primo millennio’. Lo studio di questo aspetto si dimostra in effetti indispensabile per poter approfondire globalmente la questione nel quadro attuale della ricerca della piena comunione”. Concludendo il suo discorso, Benedetto XVI ha auspicato che “le incomprensioni e le tensioni incontrate fra i delegati ortodossi durante le ultime sessioni plenarie di questa commissione siano superate nell'amore fraterno, di modo che questo dialogo sia più ampiamente rappresentativo dell'ortodossia”. (S.L.) (Agenzia Fides 30/6/2009; righe 30, parole 436)

 

 

UDIENZE GENERALI

 

Nuovo ciclo di catechesi di Benedetto XVI per l'Anno Paolino: “L'apostolo Paolo, figura eccelsa e pressoché inimitabile, sta davanti a noi come esempio di totale dedizione al Signore e alla sua Chiesa”

Città del Vaticano (Agenzia Fides) – “L'apostolo Paolo, figura eccelsa e pressoché inimitabile, ma comunque stimolante, sta davanti a noi come esempio di totale dedizione al Signore e alla sua Chiesa, oltre che di grande apertura all'umanità e alle sue culture. È giusto dunque che gli riserviamo un posto particolare, non solo nella nostra venerazione, ma anche nello sforzo di comprendere ciò che egli ha da dire anche a noi, cristiani di oggi”. Con queste parole il Santo Padre Benedetto XVI ha iniziato un nuovo ciclo di catechesi, durante l'udienza generale del mercoledì, dedicato al “grande apostolo San Paolo”, in occasione dell'Anno Paolino appena inaugurato. In questa prima udienza del 2 luglio, il Papa si è soffermato in particolare sull’ambiente religioso-culturale in cui visse l’Apostolo, constatando che “il contesto socio-culturale di oggi non differisce poi molto da quello di allora”.

            “Egli viene da una cultura ben precisa e circoscritta, certamente minoritaria, che è quella del popolo di Israele e della sua tradizione – ha spiegato Benedetto XVI -. Nel mondo antico e segnatamente all'interno dell'impero romano, come ci insegnano gli studiosi della materia, gli ebrei dovevano aggirarsi attorno al 10% della popolazione totale; qui a Roma, poi, il loro numero verso la metà del I° secolo era in un rapporto ancora minore, raggiungendo al massimo il 3% degli abitanti della città. Le loro credenze e il loro stile di vita, come succede ancora oggi, li distinguevano nettamente dall'ambiente circostante; e questo poteva avere due risultati: o la derisione, che poteva portare all'intolleranza, oppure l'ammirazione, che si esprimeva in forme varie di simpatia come nel caso dei 'timorati di Dio' o dei 'proseliti', pagani che si associavano alla Sinagoga e condividevano la fede nel Dio di Israele... Certo è che il numero degli ebrei, come del resto avviene ancora oggi, era molto maggiore fuori della terra d'Israele, cioè nella diaspora, che non nel territorio che gli altri chiamavano Palestina”.

            Il Santo Padre ha quindi messo in evidenza due fattori che indubbiamente favorirono l'impegno di Paolo: “la cultura greca o meglio ellenistica, che dopo Alessandro Magno era diventata patrimonio comune almeno del Mediterraneo orientale e del Medio Oriente, sia pure integrando in sé molti elementi delle culture di popoli tradizionalmente giudicati barbari”, e “la struttura politico-amministrativa dell'impero romano, che garantiva pace e stabilità dalla Britannia fino all'Egitto meridionale, unificando un territorio dalle dimensioni mai viste prima”. In questo ampio spazio  era inoltre possibile muoversi con sufficiente libertà e sicurezza, grazie all'ottimo sistema stradale.

            Proseguendo nella sua descrizione dell'ambiente culturale del I secolo, il Santo Padre ha ricordato che “qualcuno ha definito Paolo 'uomo di tre culture', tenendo conto della sua matrice giudaica, della sua lingua greca, e della sua prerogativa di 'civis romanus', come attesta anche il nome di origine latina. Va ricordata in specie la filosofia stoica, che era dominante al tempo di Paolo e che influì, se pur in misura marginale, anche sul cristianesimo”.

            “Al tempo di san Paolo era in atto anche una crisi della religione tradizionale, almeno nei suoi aspetti mitologici e anche civici” ha ricordato ancora Benedetto XVI, e in questo ambiente  Paolo annuncia che "Dio non dimora in templi costruiti da mani d'uomo ... ma in lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo" (At 17,24.28). A quell'epoca  “molti culti pagani prescindevano dai templi ufficiali della città, e si svolgevano in luoghi privati che favorivano l'iniziazione degli adepti. Non costituiva perciò motivo di meraviglia che anche le riunioni cristiane (le ekklesíai), come ci attestano soprattutto le Lettere paoline, avvenissero in case private...  Comunque, le differenze tra i culti pagani e il culto cristiano non sono di poco conto e riguardano tanto la coscienza identitaria dei partecipanti quanto la partecipazione in comune di uomini e donne, la celebrazione della 'cena del Signore' e la lettura delle Scritture”.

            Il Papa ha concluso la sua catechesi con queste parole: “non è possibile comprendere adeguatamente san Paolo senza collocarlo sullo sfondo, tanto giudaico quanto pagano, del suo tempo. In questo modo la sua figura acquista in spessore storico e ideale, rivelando insieme condivisione e originalità nei confronti dell’ambiente. Ma ciò vale analogamente anche per il cristianesimo in generale, di cui appunto l’apostolo Paolo è un paradigma di prim’ordine, dal quale tutti noi abbiamo ancora sempre molto da imparare. È questo lo scopo dell’Anno Paolino: imparare da san Paolo, imparare la fede, imparare il Cristo, imparare infine la strada della retta vita.”(S.L.) (Agenzia Fides 3/7/2008)

 

“Vediamo un impegno che si spiega soltanto con un'anima realmente affascinata dalla luce del Vangelo, innamorata di Cristo, un’anima sostenuta da una convinzione profonda: è necessario portare al mondo la luce di Cristo, annunciare il Vangelo a tutti”

Città del Vaticano (Agenzia fides) – Proseguendo la riflessione sull’Apostolo delle genti, iniziata due mesi fa, ai primi di luglio, il Santo Padre ha proposto una breve biografia di san Paolo durante l’udienza generale di mercoledì 27 agosto tenuta nell’Aula Paolo VI in Vaticano. Definendo l’arco cronologico della sua vita, ha affermato: “Gli estremi biografici di Paolo li abbiamo rispettivamente nella Lettera a Filemone, nella quale egli si dichiara ‘vecchio’ (Fm 9: presbýtes) e negli Atti degli Apostoli, che al momento della lapidazione di Stefano lo qualificano ‘giovane’ (7,58: neanías)… Secondo i computi antichi, ‘giovane’ era qualificato l’uomo sui trent’anni, mentre ‘vecchio’ era detto quando giungeva sulla sessantina. In termini assoluti, la data della nascita di Paolo dipende in gran parte dalla datazione della Lettera a Filemone. Tradizionalmente la sua redazione è posta durante la prigionia romana, a metà degli anni 60. Paolo sarebbe nato l'anno 8, quindi avrebbe avuto più o meno sessant'anni, mentre al momento della lapidazione di Stefano ne aveva 30…  La celebrazione dell'anno paolino che facciamo segue proprio questa cronologia. È stato scelto il 2008 pensando a una nascita più o meno nell'anno 8”.

Il Santo Padre ha quindi volto lo sguardo alle origini di san Paolo: “Egli nacque a Tarso in Cilicia… capoluogo amministrativo della regione. Ebreo della diaspora, egli parlava greco pur avendo un nome di origine latina, peraltro derivato per assonanza dall'originario ebraico Saul/Saulos, ed era insignito della cittadinanza romana. Paolo appare quindi collocato sulla frontiera di tre culture diverse — romana, greca, ebraica — e forse anche per questo era disponibile a feconde aperture universalistiche, a una mediazione tra le culture, a una vera universalità. Egli apprese anche un lavoro manuale, forse derivato dal padre, consistente nel mestiere di ‘fabbricatore di tende’. Verso i 12-13 anni, l'età in cui il ragazzo ebreo diventa bar mitzvà (‘figlio del precetto’), Paolo lasciò Tarso e si trasferì a Gerusalemme per essere educato ai piedi di Rabbì Gamaliele il Vecchio, nipote del grande Rabbì Hillèl, secondo le più rigide norme del fariseismo e acquisendo un grande zelo per la Toràh mosaica”.

Alla luce di questa “ortodossia profonda”, che intravedeva “nel nuovo movimento che si richiamava a Gesù di Nazaret una minaccia per l'identità giudaica”, si spiega come “egli abbia fieramente ‘perseguitato la Chiesa di Dio’”. Avendo così introdotto l’evento di Damasco, che sarà oggetto di riflessione nella prossima catechesi, il Santo Padre ha affermato: “Certo è che, da quel momento in poi, la sua vita cambiò ed egli diventò un apostolo instancabile del Vangelo. Di fatto, Paolo passò alla storia più per quanto fece da cristiano, anzi da apostolo, che non da fariseo”. Volgendo quindi l’attenzione ai tre viaggi, “a cui si aggiunse il quarto dell'andata a Roma come prigioniero”, nei quali si è articola l’attività apostolica di san Paolo, il Santo Padre ha distinto il primo dagli altri due: “Del primo, infatti, Paolo non ebbe la diretta responsabilità, che fu affidata invece al cipriota Barnaba. Insieme essi partirono da Antiochia sull'Oronte, inviati da quella Chiesa, e, dopo essere salpati dal porto di Seleucia sulla costa siriana, attraversarono l'isola di Cipro da Salamina a Pafo; di qui giunsero alle coste meridionali dell'Anatolia, oggi Turchia, e toccarono le città di Attalìa, Perge di Panfilia, Antiochia di Pisidia, Iconio, Listra e Derbe, da cui ritornarono al punto di partenza. Era così nata la Chiesa dei popoli, la Chiesa dei pagani”.

Proseguendo la riflessione sui viaggi paolini, il Papa ha ricordato che per il suo secondo viaggio missionario Paolo si separò da Barnaba e scelse Sila. “Oltrepassata la Siria e la Cilicia, rivide la città di Listra, dove accolse con sé Timoteo, attraversò l'Anatolia centrale e raggiunse la città di Troade sulla costa settentrionale del Mar Egeo. E qui si ebbe di nuovo un avvenimento importante: in sogno vide un macedone… che diceva, ‘Vieni e aiutaci!’. Era l'Europa futura che chiedeva l'aiuto e la luce del Vangelo”. Quindi il Santo Padre ha ripercorso la missione in Europa, che di qui scaturì: San Paolo sbarcò a Neapoli, arrivò a Filippi, passò a Tessalonica, e giunse ad Atene, dove tenne il discorso dell'Areopago, “modello di come tradurre il Vangelo in cultura greca”. Da Atene Paolo arrivò a Corinto, dove dovette comparire davanti al Governatore della provincia senatoriale di Acaia, il Proconsole Gallione, accusato di un culto illegittimo. Da Corinto, poi, si diresse verso la Palestina raggiungendo Cesarea Marittima, di dove salì a Gerusalemme per tornare poi ad Antiochia sull’Oronte.

Benedetto XVI, quindi, ha illustrato il terzo viaggio missionario, che “ebbe inizio come sempre ad Antiochia”, “punto di origine della Chiesa dei pagani” e anche “il luogo dove nacque il termine «cristiani»”, come affermato da san Luca. “Da lì Paolo puntò dritto su Efeso, capitale della provincia d'Asia, dove soggiornò per due anni… Da Efeso Paolo scrisse le lettere ai Tessalonicesi e ai Corinzi. La popolazione della città però fu sobillata contro di lui dagli argentieri locali, che vedevano diminuire le loro entrate per la riduzione del culto di Artemide.” Riattraversata la Macedonia, Paolo scese di nuovo in Grecia, probabilmente a Corinto, rimanendovi tre mesi e scrivendo la celebre Lettera ai Romani. Di qui ripassò per la Macedonia, per nave raggiunse Troade e poi giunse a Mileto dove tenne un importante discorso agli Anziani della Chiesa di Efeso”. Tornato a Gerusalemme “fu arrestato in base a un malinteso… La prevista condanna a morte gli fu risparmiata per l’intervento del tribuno romano di guardia all’area del Tempio…  Passato un periodo di carcerazione… ed essendosi Paolo, come cittadino romano, appellato a Cesare (che allora era Nerone), il successivo Procuratore Porcio Festo lo inviò a Roma sotto custodia militare… A Roma incontrò i delegati della comunità ebraica, a cui confidò che era per ‘la speranza d'Israele’ che portava le sue catene”. Il racconto di Luca termina citando i due anni passati a Roma sotto una blanda custodia militare, senza accennare né a una sentenza né alla morte dell'accusato. Nonostante le tradizioni successive parlino di una sua liberazione, che avrebbe favorito sia un ulteriore viaggio missionario prima in Spagna e poi in Oriente per poi essere nuovamente arrestato e condotto a Roma (da cui avrebbe scritto le tre Lettere cosiddette Pastorali, cioè le due a Timoteo e quella a Tito), “una serie di motivi – ha proseguito il Santo Padre – induce molti studiosi di san Paolo a terminare la biografia dell’Apostolo con il racconto lucano degli Atti”.

Concludendo, Benedetto XVI ha affermato: “Questo mi sembra sia quanto rimane da questa breve rassegna dei viaggi di san Paolo: vedere la sua passione per il Vangelo, intuire così la grandezza, la bellezza, anzi la necessità profonda del Vangelo per noi tutti. Preghiamo affinché il Signore, che ha fatto vedere la sua luce a Paolo, [...] faccia vedere anche a noi la sua luce, perché anche il nostro cuore sia toccato dalla sua Parola e possiamo così anche noi dare al mondo di oggi, che ne ha sete, la luce del Vangelo e la verità di Cristo”. (Agenzia Fides 27/8/2008)

 

La conversione di San Paolo: “anche per noi il cristianesimo non è una nuova filosofia o una nuova morale. Cristiani siamo soltanto se incontriamo Cristo”

Città del Vaticano (Agenzia Fides) – “Sulla strada di Damasco, nei primi anni 30 del secolo I, e dopo un periodo in cui aveva perseguitato la Chiesa, si verificò il momento decisivo della vita di Paolo. Su di esso molto è stato scritto e naturalmente da diversi punti di vista. Certo è che là avvenne una svolta, anzi un capovolgimento di prospettiva”. Con queste parole il Santo Padre Benedetto XVI ha iniziato la catechesi dedicata alla conversione di San Paolo, tenuta nell’Aula Paolo VI in Vaticano, durante l’udienza generale di mercoledì 3 settembre.        

Su questo fondamentale episodio della vita di Paolo abbiamo due fonti: la prima è costituita dagli Atti degli Apostoli, nei quali Luca narra per tre volte l’evento. “Il lettore medio – ha sottolineato il Papa - è forse tentato di fermarsi troppo su alcuni dettagli, come la luce dal cielo, la caduta a terra, la voce che chiama, la nuova condizione di cecità, la guarigione come per la caduta di squame dagli occhi e il digiuno. Ma tutti questi dettagli si riferiscono al centro dell’avvenimento: il Cristo risorto appare come una luce splendida e parla a Saulo, trasforma il suo pensiero e la sua stessa vita. Lo splendore del Risorto lo rende cieco: appare così anche esteriormente ciò che era la sua realtà interiore, la sua cecità nei confronti della verità, della luce che è Cristo. E poi il suo definitivo ‘sì’ a Cristo nel battesimo riapre di nuovo i suoi occhi, lo fa realmente vedere… San Paolo, quindi, è stato trasformato non da un pensiero ma da un evento, dalla presenza irresistibile del Risorto, della quale mai potrà in seguito dubitare tanto era stata forte l’evidenza dell’evento, di questo incontro. Esso cambiò fondamentalmente la vita di Paolo; in questo senso si può e si deve parlare di una conversione”.

La seconda fonte sull’episodio della conversione è costituita dalle Lettere dello stesso San Paolo. “Egli non ha mai parlato in dettaglio di questo avvenimento” ha ricordato il Papa, tuttavia “accenna diverse volte a questo fatto importantissimo, che cioè anche lui è testimone della risurrezione di Gesù, della quale ha ricevuto immediatamente da Gesù stesso la rivelazione, insieme con la missione di apostolo”. Quindi entrambe le fonti, gli Atti degli Apostoli e le Lettere di san Paolo, “convergono e convengono sul punto fondamentale: il Risorto ha parlato a Paolo, lo ha chiamato all’apostolato, ha fatto di lui un vero apostolo, testimone della risurrezione, con l’incarico specifico di annunciare il Vangelo ai pagani, al mondo greco-romano. E nello stesso tempo Paolo ha imparato che, nonostante l’immediatezza del suo rapporto con il Risorto, egli deve entrare nella comunione della Chiesa, deve farsi battezzare, deve vivere in sintonia con gli altri apostoli”.

Tuttavia Paolo non interpreta mai questo momento come un fatto di conversione, perché, come ha spiegato il Pontefice, “questa svolta della sua vita, questa trasformazione di tutto il suo essere non fu frutto di un processo psicologico, di una maturazione o evoluzione intellettuale e morale, ma venne dall’esterno: non fu il frutto del suo pensiero, ma dell’incontro con Cristo Gesù. … Solo l'avvenimento, l'incontro forte con Cristo, è la chiave per capire che cosa era successo: morte e risurrezione, rinnovamento da parte di Colui che si era mostrato e aveva parlato con lui. In questo senso più profondo possiamo e dobbiamo parlare di conversione”.

In questo evento tuttavia Paolo “non ha perso quanto c'era di bene e di vero nella sua vita, nella sua eredità, ma ha capito in modo nuovo la saggezza, la verità, la profondità della legge e dei profeti, se n'è riappropriato in modo nuovo. Nello stesso tempo, la sua ragione si è aperta alla saggezza dei pagani; essendosi aperto a Cristo con tutto il cuore, è divenuto capace di un dialogo ampio con tutti, è divenuto capace di farsi tutto a tutti. Così realmente poteva essere l'apostolo dei pagani”. Concludendo la sua catechesi, il Papa ha ricordato che “anche per noi il cristianesimo non è una nuova filosofia o una nuova morale. Cristiani siamo soltanto se incontriamo Cristo. Certamente Egli non si mostra a noi in questo modo irresistibile, luminoso, come ha fatto con Paolo per farne l'apostolo di tutte le genti. Ma anche noi possiamo incontrare Cristo, nella lettura della Sacra Scrittura, nella preghiera, nella vita liturgica della Chiesa. Possiamo toccare il cuore di Cristo e sentire che Egli tocca il nostro. Solo in questa relazione personale con Cristo, solo in questo incontro con il Risorto diventiamo realmente cristiani. E così si apre la nostra ragione, si apre tutta la saggezza di Cristo e tutta la ricchezza della verità”. (S.L.) (Agenzia Fides 4/9/2008; righe 50, parole 771)

 

“Questa rimane la missione di tutti gli apostoli di Cristo in tutti i tempi: essere collaboratori della vera gioia”

Città del Vaticano (Agenzia Fides) – Dopo l’incontro con Gesù risorto, sulla via di Damasco, “Paolo non poteva continuare a vivere come prima, adesso si sentiva investito dal Signore dell’incarico di annunciare il suo Vangelo in qualità di apostolo”. Della sua “nuova condizione di vita, cioè dell’essere egli apostolo di Cristo”, il Santo Padre ha parlato durante l’udienza generale di mercoledì 10 settembre, tenuta nell’Aula Paolo VI in Vaticano.

“Noi normalmente, seguendo i Vangeli, identifichiamo i Dodici col titolo di apostoli, intendendo così indicare coloro che erano compagni di vita e ascoltatori dell’insegnamento di Gesù – ha detto il Papa durante la catechesi -. Ma anche Paolo si sente vero apostolo e appare chiaro, pertanto, che il concetto paolino di apostolato non si restringe al gruppo dei Dodici… anche san Paolo interpreta se stesso come Apostolo in senso stretto. Certo è che, al tempo delle origini cristiane, nessuno percorse tanti chilometri quanti lui, per terra e per mare, con il solo scopo di annunciare il Vangelo”.

Nelle sue Lettere, San Paolo indica tre caratteristiche principali che costituiscono l’apostolo, e il Papa le ha così riassunte: “La prima è di avere ‘visto il Signore’, cioè di avere avuto con lui un incontro determinante per la propria vita… è il Signore che costituisce nell'apostolato, non la propria presunzione”. “La seconda caratteristica è di ‘essere stati inviati’… Ancora una volta emerge in primo piano l'idea di una iniziativa altrui, quella di Dio in Cristo Gesù, a cui si è pienamente obbligati; ma soprattutto si sottolinea il fatto che da Lui si è ricevuta una missione da compiere in suo nome, mettendo assolutamente in secondo piano ogni interesse personale. Il terzo requisito è l’esercizio dell’ ‘annuncio del Vangelo’, con la conseguente fondazione di Chiese. Quello di ‘apostolo’, infatti, non è e non può essere un titolo onorifico. Esso impegna concretamente e anche drammaticamente tutta l'esistenza del soggetto interessato”.

“Un elemento tipico del vero apostolo, messo bene in luce da san Paolo – ha proseguito il Papa -, è una sorta di identificazione tra Vangelo ed evangelizzatore, entrambi destinati alla medesima sorte. Nessuno come Paolo, infatti, ha evidenziato come l'annuncio della croce di Cristo appaia ‘scandalo e stoltezza’, a cui molti reagiscono con l'incomprensione ed il rifiuto. Ciò avveniva a quel tempo, e non deve stupire che altrettanto avvenga anche oggi”. Pur condividendo con la filosofia stoica del suo tempo, una tenace costanza in tutte le difficoltà che gli si presentano, Paolo tuttavia “supera la prospettiva meramente umanistica, richiamando la componente dell'amore di Dio e di Cristo… Questa è la certezza, la gioia profonda che guida l’apostolo Paolo in tutte queste vicende: niente può separarci dall’amore di Dio. E questo amore è la vera ricchezza della vita umana”.

Concludendo la sua catechesi, il Santo Padre ha ribadito che “san Paolo si era donato al Vangelo con tutta la sua esistenza; potremmo dire ventiquattr’ore su ventiquattro”, adempiendo al suo ministero “con fedeltà e con gioia”, ponendosi in atteggiamento di completo servizio nei confronti delle Chiese, dichiarando: "Noi non intendiamo far da padroni sulla vostra fede; siamo invece i collaboratori della vostra gioia" (2 Cor 1,24). Benedetto XVI ha infine evidenziato che “questa rimane la missione di tutti gli apostoli di Cristo in tutti i tempi: essere collaboratori della vera gioia”.

Al termine dell’udienza, il Papa ha letto un Messaggio rivolto ai francesi in occasione del suo imminente viaggio apostolico a Parigi e Lourdes, dal 12 al 15 settembre, “il primo viaggio pastorale in Francia come Successore di Pietro”. Inviando il suo cordiale saluto al popolo francese ed a tutti gli abitanti di questa amata nazione, il Papa ha detto: “Vengo tra voi come messaggero di pace e fraternità. Il vostro Paese non mi è sconosciuto. In diverse occasioni ho avuto la gioia di ritornarvi e di apprezzare la sua generosa tradizione di accoglienza e tolleranza, così come la solidità della sua fede cristiana e la sua elevata cultura umana e spirituale”.

 Motivo del viaggio è il 150° anniversario delle Apparizioni della Vergine a Lourdes, e quindi sarà per Benedetto XVI una grande gioia unirsi “alla folla dei pellegrini che vengono per seguire le tappe del cammino giubilare, sulle orme di Santa Bernadette, fino alla grotta di Massabielle. La mia preghiera si farà intensa ai piedi di Nostra Signora, per le intenzioni di tutta la Chiesa, in particolar modo per gli ammalati, le persone più svantaggiate, ma anche per la pace nel mondo. Che Maria sia per tutti voi, e in particolare per i giovani, la Madre sempre disponibile alle necessità dei suoi figli, una luce di speranza che rischiara e guida il vostro cammino!”. (S.L.) (Agenzia Fides 11/9/2008; righe 54, parole 773)

 

 “La nostra fede non nasce da un mito, né da un’idea, bensì dall’incontro con il Risorto, nella vita della Chiesa”

Città del Vaticano (Agenzia Fides) – Il Santo Padre Benedetto XVI, proveniente dalla residenza estiva di Castel Gandolfo, ha incontrato pellegrini e fedeli in piazza San Pietro per l’udienza generale di mercoledì 24 settembre. Nella sua catechesi il Papa ha ripreso il ciclo dedicato a San Paolo, in occasione dell’Anno Paolino, soffermandosi in particolare sui suoi rapporti con gli Apostoli. “Questi rapporti furono sempre segnati da profondo rispetto e da quella franchezza che a Paolo derivava dalla difesa della verità del Vangelo – ha spiegato il Pontefice durante l’udienza -. Anche se egli era, in pratica, contemporaneo di Gesù di Nazareth, non ebbe mai l’opportunità d'incontrarlo, durante la sua vita pubblica. Per questo, dopo la folgorazione sulla strada di Damasco, avvertì il bisogno di consultare i primi discepoli del Maestro, che erano stati scelti da Lui perché ne portassero il Vangelo sino ai confini del mondo”.

            Benedetto XVI ha quindi ricordato che Paolo stesso, nella Lettera ai Galati, stila un importante resoconto sui contatti intrattenuti con alcuni dei Dodici”, anzitutto con Pietro, quindi con Giacomo e con Giovanni, che Paolo riconosce come "le colonne" della Chiesa. Riguardo al genere di informazioni che Paolo ebbe su Gesù Cristo nei tre anni seguenti all’incontro di Damasco, il Santo Padre  ha sottolineato che Paolo insiste “sulla fedeltà a quanto egli stesso ha ricevuto e che fedelmente trasmette ai nuovi cristiani. Sono elementi costitutivi e concernono l’Eucaristia e la Risurrezione… Le parole di Gesù nell’Ultima Cena sono realmente per Paolo centro della vita della Chiesa: la Chiesa si edifica a partire da questo centro, diventando così se stessa. Oltre questo centro eucaristico, nel quale nasce sempre di nuovo la Chiesa - anche per tutta la teologia di San Paolo, per tutto il suo pensiero - queste parole hanno avuto un notevole impatto sulla relazione personale di Paolo con Gesù. Da una parte attestano che l'Eucaristia illumina la maledizione della croce, rendendola benedizione, e dall'altra spiegano la portata della stessa morte e risurrezione di Gesù”. Anche nell’altro testo sulla Risurrezione (1 Cor 15,3-5), Paolo “pone l'accento sul dono che Gesù ha fatto di sé al Padre, per liberarci dai peccati e dalla morte. Da questo dono di sé, Paolo trarrà le espressioni più coinvolgenti e affascinanti del nostro rapporto con Cristo”.

            Il Papa ha quindi evidenziato che nell’annuncio originale, trasmesso di bocca in bocca, veniva usato il verbo "è risuscitato", invece del "fu risuscitato" che sarebbe stato più logico utilizzare, in quanto tale forma verbale sottolinea “che la risurrezione di Cristo incide sino al presente dell'esistenza dei credenti: possiamo tradurlo con ‘è risuscitato e continua a vivere’ nell’Eucaristia e nella Chiesa”.

            Elencando le apparizioni del Risorto a Cefa, ai Dodici, a più di cinquecento fratelli, e a Giacomo, Paolo accenna infine alla sua personale apparizione, ricevuta sulla strada di Damasco: "Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto" (1 Cor 15,8). “Poiché egli ha perseguitato la Chiesa di Dio – ha spiegato il Papa -, in questa confessione esprime la sua indegnità nell’essere considerato apostolo, sullo stesso livello di quelli che l’hanno preceduto: ma la grazia di Dio in lui non è stata vana. Pertanto l’affermarsi prepotente della grazia divina accomuna Paolo ai primi testimoni della risurrezione di Cristo: ‘Sia io che loro, così predichiamo e così avete creduto’ (1 Cor 15,11). È importante l'identità e l'unicità dell'annuncio del Vangelo: sia loro sia io predichiamo la stessa fede, lo stesso Vangelo di Gesù Cristo morto e risorto che si dona nella Santissima Eucaristia.”    

Nella parte conclusiva della catechesi, il Santo Padre ha sottolineato che l'importanza attribuita da Paolo alla Tradizione viva della Chiesa, che trasmette alle sue comunità, “dimostra quanto sia errata la visione di chi attribuisce a Paolo l’invenzione del cristianesimo: prima di evangelizzare Gesù Cristo, il suo Signore, egli l’ha incontrato sulla strada di Damasco e lo ha frequentato nella Chiesa, osservandone la vita nei Dodici e in coloro che lo hanno seguito per le strade della Galilea… Quanto più cerchiamo di rintracciare le orme di Gesù di Nazaret per le strade della Galilea, tanto più possiamo comprendere che Egli si è fatto carico della nostra umanità, condividendola in tutto, tranne che nel peccato. La nostra fede non nasce da un mito, né da un’idea, bensì dall’incontro con il Risorto, nella vita della Chiesa.”

Al termine dell’udienza, salutando i pellegrini di lingua italiana, il Papa si è rivolto in particolare ai giovani dell’Associazione “Rondine-Cittadella della Pace” di Arezzo, tra i quali vi erano alcuni provenienti dal Caucaso, con questo augurio: “Cari amici, auspico che questo vostro incontro contribuisca ad affermare una giusta cultura della convivenza pacifica tra i popoli e a promuovere l’intesa e la riconciliazione”. (S.L.) (Agenzia Fides 25/9/2008)

“Con i carismi diversi affidati a Pietro e a Paolo, lasciamoci tutti guidare dallo Spirito, cercando di vivere nella libertà che trova il suo orientamento nella fede in Cristo e si concretizza nel servizio ai fratelli”

Città del Vaticano (Agenzia Fides) – “Vogliamo oggi soffermarci su due episodi che dimostrano la venerazione e, nello stesso tempo, la libertà con cui l’Apostolo si rivolge a Cefa e agli altri Apostoli: il cosiddetto ‘Concilio’ di Gerusalemme e l'incidente di Antiochia di Siria, riportati nella Lettera ai Galati”. Con queste parole il Santo Padre Benedetto XVI ha annunciato il tema della catechesi dell’udienza generale di mercoledì 1° ottobre, tenuta in piazza San Pietro.

            Il cosiddetto “Concilio” di Gerusalemme “si svolse in un momento di non piccola tensione all’interno della Comunità delle origini – ha ricordato il Papa - . Si trattava di rispondere al quesito se occorresse richiedere ai pagani che stavano aderendo a Gesù Cristo, il Signore, la circoncisione o se fosse lecito lasciarli liberi dalla Legge mosaica… In questa occasione Paolo espone ai Dodici, definiti come le persone più ragguardevoli, il suo vangelo della libertà dalla Legge. Alla luce dell’incontro con Cristo risorto, egli aveva capito che nel momento del passaggio al Vangelo di Gesù Cristo, ai pagani non erano più necessarie la circoncisione, le regole sul cibo, sul sabato come contrassegni della giustizia: Cristo è la nostra giustizia e ‘giusto’ è tutto ciò che è a Lui conforme. Non sono necessari altri contrassegni per essere giusti”.

Il Santo Padre ha messo in evidenza che “le due modalità con cui Paolo e Luca descrivono l'assemblea di Gerusalemme sono accomunate dall’azione liberante dello Spirito, poiché ‘dove c’è lo Spirito del Signore c'è libertà’, dirà nella seconda Lettera ai Corinzi.” Soffermandosi poi sul tema della libertà cristiana, così come appare dalle Lettere di san Paolo, Benedetto XVI ha messo in evidenza che essa “non s'identifica mai con il libertinaggio o con l'arbitrio di fare ciò che si vuole; essa si attua nella conformità a Cristo e perciò nell’autentico servizio per i fratelli, soprattutto, per i più bisognosi”.

            Il Papa ha voluto quindi illustrare il significato attribuito da Paolo e dalle sue comunità alla colletta per i poveri di Gerusalemme: “si trattò di un’iniziativa del tutto nuova nel panorama delle attività religiose: non fu obbligatoria, ma libera e spontanea; vi presero parte tutte le Chiese fondate da Paolo verso l'Occidente. La colletta esprimeva il debito delle sue comunità per la Chiesa madre della Palestina, da cui avevano ricevuto il dono inenarrabile del Vangelo”. Il valore che Paolo attribuisce a questo gesto di condivisione è tanto grande e ampio che usa diversi termini per definirlo, tra cui quello di "liturgia", e il Pontefice ha spiegato che tale termine “conferisce alla raccolta in denaro un valore anche cultuale: da una parte essa è gesto liturgico o ‘servizio’, offerto da ogni comunità a Dio, dall'altra è azione di amore compiuta a favore del popolo. Amore per i poveri e liturgia divina vanno insieme, l’amore per i poveri è liturgia. I due orizzonti sono presenti in ogni liturgia celebrata e vissuta nella Chiesa, che per sua natura si oppone alla separazione tra il culto e la vita, tra la fede e le opere, tra la preghiera e la carità per i fratelli”.

             Il secondo episodio commentato del Papa durante l’udienza generale riguarda il cosiddetto “incidente di Antiochia”, in Siria, cioè “come comportarsi in occasione della comunione di mensa tra credenti di origine giudaica e quelli di matrice gentile?” Dopo un primo periodo in cui Pietro aveva condiviso la mensa con entrambi, l'arrivo di alcuni cristiani legati a Giacomo, lo portò ad evitare i contatti a tavola con i pagani, per non scandalizzare coloro che continuavano ad osservare le leggi di purità alimentare. “Questo comportamento – ha ricordato il Pontefice -, che minacciava realmente l’unità e la libertà della Chiesa, suscitò le accese reazioni di Paolo, che giunse ad accusare Pietro e gli altri d’ipocrisia…Se la giustificazione si realizza soltanto in virtù della fede in Cristo, della conformità con Lui, senza alcuna opera della Legge, che senso ha osservare ancora le purità alimentari in occasione della condivisione della mensa? Molto probabilmente erano diverse le prospettive di Pietro e di Paolo: per il primo non perdere i giudei che avevano aderito al Vangelo, per il secondo non sminuire il valore salvifico della morte di Cristo per tutti i credenti”.

Concludendo la sua catechesi, Benedetto XVI ha sottolineato che “l’incidente di Antiochia si rivelò così una lezione tanto per Pietro quanto per Paolo. Solo il dialogo sincero, aperto alla verità del Vangelo, poté orientare il cammino della Chiesa… E’ una lezione che dobbiamo imparare anche noi: con i carismi diversi affidati a Pietro e a Paolo, lasciamoci tutti guidare dallo Spirito, cercando di vivere nella libertà che trova il suo orientamento nella fede in Cristo e si concretizza nel servizio ai fratelli. Essenziale è essere sempre più conformi a Cristo. E’ così che si diventa realmente liberi, così si esprime in noi il nucleo più profondo della Legge: l’amore per Dio e per il prossimo”.  (S.L.) (Agenzia Fides 2/10/2008)

 

“Le parole e le azioni di Gesù per Paolo non appartengono al tempo storico, al passato. Gesù vive adesso e parla adesso con noi e vive per noi”

Città del Vaticano (Agenzia Fides) – Dopo aver parlato nelle ultime udienze generali dell’incontro di san Paolo con il Cristo risorto e della sua relazione con i dodici Apostoli e con la Chiesa di Gerusalemme, il Santo Padre Benedetto XVI, nella catechesi tenuta durante l’udienza generale dell’8 ottobre, si è soffermato ad esaminare “che cosa san Paolo ha saputo del Gesù terreno, della sua vita, dei suoi insegnamenti, della sua passione”. San Paolo stesso, nei suoi scritti, distingue due modi di conoscere Gesù e più in generale di conoscere una persona, ha spiegato il Santo Padre: conoscere "secondo la carne", vuol dire “conoscere in modo solo esteriore, con criteri esteriori: si può aver visto una persona diverse volte… tuttavia non lo si conosce realmente, non si conosce il nucleo della persona. Solo col cuore si conosce veramente una persona. Di fatto, i farisei e i sadducei hanno conosciuto Gesù in modo esteriore, hanno appreso il suo insegnamento, tanti dettagli su di lui, ma non lo hanno conosciuto nella sua verità… Invece i Dodici, grazie all’amicizia che chiama in causa il cuore, hanno almeno capito nella sostanza e cominciato a conoscere chi è Gesù. Anche oggi esiste questo diverso modo di conoscenza: ci sono persone dotte che conoscono Gesù nei suoi molti dettagli e persone semplici che non hanno conoscenza di questi dettagli, ma lo hanno conosciuto nella sua verità".

Tornando alla questione principale, il Santo Padre ha proseguito: sembra accertato che Paolo non abbia incontrato Gesù durante la sua vita terrena, tuttavia “tramite gli Apostoli e la Chiesa nascente ha sicuramente conosciuto anche dettagli sulla vita terrena di Gesù. Nelle sue Lettere possiamo trovare tre forme di riferimento al Gesù pre-pasquale”.

In primo luogo ci sono alcuni riferimenti espliciti e diretti che dimostrano come Paolo conoscesse lo svolgimento dell'Ultima Cena e le parole pronunciate da Gesù in diverse circostanze, per esempio circa l'indissolubilità del matrimonio, In secondo luogo, Paolo “conosce la passione di Gesù, la sua croce, il modo in cui egli ha vissuto i momenti ultimi della sua vita. La croce di Gesù e la tradizione su questo evento della croce sta al centro del Kerygma paolino. Un altro pilastro della vita di Gesù conosciuto da san Paolo è il Discorso della Montagna, del quale cita alcuni elementi quasi alla lettera”. Il terzo modo di presenza delle parole di Gesù nelle Lettere di Paolo, ha proseguito il Pontefice, “è quando egli opera una forma di trasposizione della tradizione pre-pasquale alla situazione dopo la Pasqua. Un caso tipico è il tema del Regno di Dio. Esso sta sicuramente al centro della predicazione del Gesù storico. In Paolo si può rilevare una trasposizione di questa tematica, perché dopo la risurrezione è evidente che Gesù in persona, il Risorto, è il Regno di Dio. Il Regno pertanto arriva laddove sta arrivando Gesù. E così necessariamente il tema del Regno di Dio, in cui era anticipato il mistero di Gesù, si trasforma in cristologia. Tuttavia, le stesse disposizioni richieste da Gesù per entrare nel Regno di Dio valgono esattamene per Paolo a proposito della giustificazione mediante la fede: tanto l’ingresso nel Regno quanto la giustificazione richiedono un atteggiamento di grande umiltà e disponibilità, libera da presunzioni, per accogliere la grazia di Dio”.

Parlando poi del “titolo” attribuito da Paolo a Gesù, il Santo Padre ha messo in evidenza che prima di Pasqua Gesù stesso “si qualifica come Figlio dell'uomo; dopo la Pasqua diventa evidente che il Figlio dell’uomo è anche il Figlio di Dio. Pertanto il titolo preferito da Paolo per qualificare Gesù è Kýrios,Signore’, che indica la divinità di Gesù. Il Signore Gesù, con questo titolo, appare nella piena luce della risurrezione”. Un’ultima annotazione del Santo Padre ha riguardato la dimensione salvifica della morte di Gesù, quale noi troviamo nel detto evangelico: "il Figlio dell'uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti" (Mc 10,45; Mt 20,28). “Il riflesso fedele di questa parola di Gesù – ha affermato il Pontefice - appare nella dottrina paolina sulla morte di Gesù come riscatto, come redenzione, come liberazione e come riconciliazione. Qui sta il centro della teologia paolina, che si basa su questa parola di Gesù”. A conclusione della sua catechesi, Benedetto XVI ha affermato: “San Paolo non pensa a Gesù in veste di storico, come a una persona del passato… Le parole e le azioni di Gesù per Paolo non appartengono al tempo storico, al passato. Gesù vive adesso e parla adesso con noi e vive per noi. Questo è il modo vero di conoscere Gesù e di accogliere la tradizione su di lui”.

Al termine dei saluti nelle diverse lingue, Papa Benedetto XVI ha ricordato che “il mese di ottobre, dedicato al Santo Rosario, costituisca un’occasione preziosa per valorizzare questa tradizionale preghiera mariana”, ed ha esortato tutti “a recitare il Rosario ogni giorno, abbandonandosi fiduciosi nelle mani di Maria”. (S.L.) (Agenzia Fides 9/10/2008)

 

“Paolo mostra di saper bene e fa capire a noi tutti che la Chiesa non è sua e non è nostra: la Chiesa è corpo di Cristo, è Chiesa di Dio, campo di Dio, edificazione di Dio, ... tempio di Dio"

Città del Vaticano (Agenzia Fides) – L’insegnamento di San Paolo sulla Chiesa: questo l’argomento della catechesi tenuta dal Santo Padre Benedetto XVI durante l’udienza generale di mercoledì 15 ottobre. Il Papa ha illustrato anzitutto l’origine della parola "Chiesa": viene dal greco "ekklēsía" e nell’Antico Testamento “significa l’assemblea del popolo di Israele, convocata da Dio, particolarmente l’assemblea esemplare ai piedi del Sinai”. “Il vocabolo ekklēsía fa la sua apparizione solo sotto la penna di Paolo, che è il primo autore di uno scritto cristiano”. “Questa parola ‘Chiesa’ ha un significato pluridimensionale: indica da una parte le assemblee di Dio in determinati luoghi (una città, un paese, una casa), ma significa anche tutta la Chiesa nel suo insieme. E così vediamo che ‘la Chiesa di Dio’ non è solo una somma di diverse Chiese locali, ma che le diverse Chiese locali sono a loro volta realizzazione dell’unica Chiesa di Dio. Tutte insieme sono ‘la Chiesa di Dio’, che precede le singole Chiese locali e si esprime, si realizza in esse.”

            Quindi Benedetto XVI ha messo in evidenza che “quasi sempre la parola ‘Chiesa’ appare con l’aggiunta della qualificazione ‘di Dio’: non è una associazione umana, nata da idee o interessi comuni, ma da una convocazione di Dio. Egli l’ha convocata e perciò è una in tutte le sue realizzazioni. L’unità di Dio crea l’unità della Chiesa in tutti i luoghi dove essa si trova”. Nella Lettera agli Efesini, Paolo elabora il concetto di unità della Chiesa, “in continuità col concetto di Popolo di Dio, Israele, considerato dai profeti come ‘sposa di Dio’, chiamata a vivere una relazione sponsale con Lui. Paolo presenta l’unica Chiesa di Dio come ‘sposa di Cristo’ nell’amore, un solo corpo e un solo spirito con Cristo stesso”. Se infatti il nuovo movimento costituito dalla Chiesa di Cristo era stato fermamente avversato da Saulo, perché aveva visto minacciata la fedeltà alla tradizione del popolo di Dio, animato dalla fede nel Dio unico, dopo l’incontro con il Cristo risorto, “Paolo capì che i cristiani non erano traditori; al contrario, nella nuova situazione, il Dio di Israele, mediante Cristo, aveva allargato la sua chiamata a tutte le genti, divenendo il Dio di tutti i popoli. In questo modo si realizzava la fedeltà all’unico Dio; non erano più necessari segni distintivi costituiti da norme e osservanze particolari, perché tutti erano chiamati, nella loro varietà, a far parte dell’unico popolo di Dio della ‘Chiesa di Dio’ in Cristo”.

Per Paolo era chiaro “il valore fondamentale e fondante di Cristo e della ‘parola’ che Lo annunciava. Paolo sapeva che non solo non si diventa cristiani per coercizione, ma che nella configurazione interna della nuova comunità la componente istituzionale era inevitabilmente legata alla ‘parola’ viva, all’annuncio del Cristo vivo nel quale Dio si apre a tutti i popoli e li unisce in un unico popolo di Dio… In concreto, tale parola è costituita dalla croce e dalla risurrezione di Cristo, in cui hanno trovato realizzazione le Scritture”.

Al centro della predicazione dell’Apostolo è il Mistero pasquale di Cristo, ha proseguito il Santo Padre, che “annunciato nella parola, si realizza nei sacramenti del Battesimo e dell’Eucaristia e diventa poi realtà nella carità cristiana. L’opera evangelizzatrice di Paolo non è finalizzata ad altro che ad impiantare la comunità dei credenti in Cristo. Questa idea è insita nella etimologia stessa del vocabolo ekklēsía, che Paolo, e con lui l'intero cristianesimo, ha preferito all’altro termine di "sinagoga":.. i credenti sono chiamati da Dio, il quale li raccoglie in una comunità, la sua Chiesa”.

Soffermandosi poi sul concetto, esclusivamente paolino, della Chiesa come "Corpo di Cristo", il Papa ha messo in rilievo le due dimensioni: “una è di carattere sociologico, secondo cui il corpo è costituito dai suoi componenti e non esisterebbe senza di essi… L’altra interpretazione fa riferimento al Corpo stesso di Cristo. Paolo sostiene che la Chiesa non è solo un organismo, ma diventa realmente corpo di Cristo nel sacramento dell’Eucaristia, dove tutti riceviamo il suo Corpo e diventiamo realmente suo Corpo. Si realizza così il mistero sponsale che tutti diventano un solo corpo e un solo spirito in Cristo”.

“Paolo mostra di saper bene e fa capire a noi tutti che la Chiesa non è sua e non è nostra: la Chiesa è corpo di Cristo, è ‘Chiesa di Dio’, ‘campo di Dio, edificazione di Dio, ... tempio di Dio’... Il rapporto tra Chiesa e tempio viene perciò ad assumere due dimensioni complementari: da una parte, viene applicata alla comunità ecclesiale la caratteristica di separatezza e purità che spettava all’edificio sacro, ma, dall'altra, viene pure superato il concetto di uno spazio materiale, per trasferire tale valenza alla realtà di una viva comunità di fede. Se prima i templi erano considerati luoghi della presenza di Dio, adesso si sa e si vede che Dio non abita in edifici fatti di pietre, ma il luogo della presenza di Dio nel mondo è la comunità viva dei credenti”.

Concludendo il suo discorso, Benedetto XVI ha voluto sottolineare un’ultima sfumatura: “Nella Lettera a Timoteo Paolo qualifica la Chiesa come ‘casa di Dio’; e questa è una definizione davvero originale, poiché si riferisce alla Chiesa come struttura comunitaria in cui si vivono calde relazioni interpersonali di carattere familiare. L’Apostolo ci aiuta a comprendere sempre più a fondo il mistero della Chiesa nelle sue diverse dimensioni di assemblea di Dio nel mondo. Questa è la grandezza della Chiesa e la grandezza della nostra chiamata: siamo tempio di Dio nel mondo, luogo dove Dio abita realmente, e siamo, al tempo stesso, comunità, famiglia di Dio, il Quale è carità. Come famiglia e casa di Dio dobbiamo realizzare nel mondo la carità di Dio e così essere, con la forza che viene dalla fede, luogo e segno della sua presenza”. (S.L.) (Agenzia Fides 16/10/2008)

 

Per San Paolo, Cristo è “il criterio di valutazione degli eventi e delle cose, il fine di ogni sforzo che egli compie per annunciare il Vangelo, la grande passione che sostiene i suoi passi sulle strade del mondo”

Città del Vaticano (Agenzia Fides) – “Oggi vorrei parlare dell’insegnamento che san Paolo ci ha lasciato sulla centralità del Cristo risorto nel mistero della salvezza, sulla sua cristologia… Cristo è per l’Apostolo il criterio di valutazione degli eventi e delle cose, il fine di ogni sforzo che egli compie per annunciare il Vangelo, la grande passione che sostiene i suoi passi sulle strade del mondo. E si tratta di un Cristo vivo, concreto”. Con queste parole il Santo Padre Benedetto XVI ha introdotto la sua catechesi durante l’udienza generale di mercoledì 22 ottobre, in piazza San Pietro.          Paolo non si preoccupa nei suoi scritti di narrare i singoli fatti della vita di Gesù, ha spiegato il Santo Padre, “il suo intento pastorale e teologico era talmente teso all'edificazione delle nascenti comunità, che gli era spontaneo concentrare tutto nell’annuncio di Gesù Cristo quale ‘Signore’, vivo adesso e presente adesso in mezzo ai suoi. Di qui la caratteristica essenzialità della cristologia paolina, che sviluppa le profondità del mistero con una costante e precisa preoccupazione: annunciare, certo, il Gesù vivo, il suo insegnamento, ma annunciare soprattutto la realtà centrale della sua morte e risurrezione, come culmine della sua esistenza terrena e radice del successivo sviluppo di tutta la fede cristiana, di tutta la realtà della Chiesa. Per l’Apostolo la risurrezione non è un avvenimento a sé stante, disgiunto dalla morte: il Risorto è sempre colui che, prima, è stato crocifisso. Anche da Risorto porta le sue ferite”.

L’Apostolo Paolo contempla il mistero del Crocifisso-risorto e “attraverso le sofferenze sperimentate da Cristo nella sua umanità (dimensione terrena) risale a quell’esistenza eterna in cui Egli è tutt’uno col Padre (dimensione pre-temporale)”. Queste due dimensioni erano già presenti nell’Antico Testamento, nella figura della Sapienza e nell’esaltazione del ruolo della Sapienza preesistente alla creazione del mondo. “Gli stessi testi sapienziali che parlano della preesistenza eterna della Sapienza – ha proseguito il Papa -, parlano anche della discesa, dell’abbassamento di questa Sapienza, che si è creata una tenda tra gli uomini. Così sentiamo echeggiare già le parole del Vangelo di Giovanni che parla della tenda della carne del Signore”. San Paolo, nella sua cristologia, “si richiama proprio a questa prospettiva sapienziale: riconosce in Gesù la sapienza eterna esistente da sempre, la sapienza che discende e si crea una tenda tra di noi”, allo stesso tempo chiarisce che “Cristo, al pari della Sapienza, può essere rifiutato soprattutto dai dominatori di questo mondo, cosicché può crearsi nei piani di Dio una situazione paradossale, la croce, che si capovolgerà in via di salvezza per tutto il genere umano”.

Dalla Lettera ai Filippesi, si può desumere che “la fede nella divinità di Gesù non è una invenzione ellenistica, sorta molto dopo la vita terrena di Gesù, un’invenzione che, dimenticando la sua umanità, lo avrebbe divinizzato; vediamo in realtà che il primo giudeo-cristianesimo credeva nella divinità di Gesù, anzi possiamo dire che gli Apostoli stessi, nei grandi momenti della vita del loro Maestro, hanno capito che Egli era il Figlio di Dio”. Nell’inno della Lettera ai Filippesi,  vengono illustrati i momenti principali del percorso compiuto dal Cristo: la sua preesistenza, l’abbassamento volontario fino a umiliare se stesso, la risposta del Padre all’umiliazione del Figlio. "Ciò che colpisce è il contrasto tra l’abbassamento radicale e la seguente glorificazione nella gloria di Dio – ha messo in evidenza il Pontefice -. L’iniziativa di abbassamento, di umiltà radicale di Cristo, con la quale contrasta la superbia umana, è realmente espressione dell’amore divino; ad essa segue quell’elevazione al cielo alla quale Dio ci attira con il suo amore.”

Infine il Papa ha citato la prima Lettera a Timoteo come esempio di “altri luoghi della letteratura paolina dove i temi della preesistenza e della discesa del Figlio di Dio sulla terra sono tra loro collegati”, e gli ultimi sviluppi della cristologia di san Paolo nelle Lettere ai Colossesi e agli Efesini. “Nella prima, Cristo viene qualificato come ‘primogenito di tutte le creature’ (1,15-20)” ha spiegato il Papa, ricordando che la parola "primogenito" implica che “il primo tra tanti figli, il primo tra tanti fratelli e sorelle, è disceso per attirarci e farci suoi fratelli e sorelle”. Nella Lettera agli Efesini si trova poi “una bella esposizione del piano divino della salvezza, quando Paolo dice che in Cristo Dio voleva ricapitolare tutto. Cristo è la ricapitolazione di tutto, riassume tutto e ci guida a Dio. E così ci implica in un movimento di discesa e di ascesa, invitandoci a partecipare alla sua umiltà, cioè al suo amore verso il prossimo, per essere così partecipi anche della sua glorificazione, divenendo con lui figli nel Figlio”. (S.L.) (Agenzia Fides 22/10/2008)

 

“Distanti secoli da Paolo, noi vediamo che nella storia ha vinto la Croce e non la saggezza che si oppone alla Croce. Il Crocifisso è sapienza, perché manifesta davvero chi è Dio, cioè potenza di amore che arriva fino alla Croce per salvare l'uomo”

Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Nell’incontro con Gesù sulla via di Damasco, Paolo comprese il significato centrale della Croce: “aveva capito che Gesù era morto ed era risorto per tutti e per lui stesso. Ambedue le cose erano importanti; l’universalità: Gesù è morto realmente per tutti, e la soggettività: Egli è morto anche per me. Nella Croce, quindi, si era manifestato l'amore gratuito e misericordioso di Dio”. Con queste parole il Santo Padre ha introdotto la sua catechesi durante l’udienza generale di mercoledì 29 ottobre, dedicata alla “teologia della Croce” nella predicazione paolina. “Giorno dopo giorno, nella sua nuova vita, sperimentava che la salvezza era ‘grazia’, che tutto discendeva dalla morte di Cristo e non dai suoi meriti, che del resto non c’erano. Il ‘vangelo della grazia’ diventò così per lui l'unico modo di intendere la Croce, il criterio non solo della sua nuova esistenza, ma anche la risposta ai suoi interlocutori” ha spiegato ancora il Santo Padre.

Per San Paolo quindi “la Croce ha un primato fondamentale nella storia dell’umanità… perché dire Croce vuol dire salvezza come grazia donata ad ogni creatura. Il tema della croce di Cristo diventa un elemento essenziale e primario della predicazione dell’Apostolo” ha proseguito Benedetto XVI, ricordando che Paolo vuole ricordare a tutti, anche a noi, “che il Risorto è sempre Colui che è stato crocifisso. Lo ‘scandalo’ e la ‘stoltezza’ della Croce stanno proprio nel fatto che laddove sembra esserci solo fallimento, dolore, sconfitta, proprio lì c'è tutta la potenza dell'Amore sconfinato di Dio, perché la Croce è espressione di amore e l’amore è la vera potenza che si rivela proprio in questa apparente debolezza… Se per i Giudei il motivo del rifiuto della Croce si trova nella Rivelazione, cioè la fedeltà al Dio dei Padri, per i Greci, cioè i pagani, il criterio di giudizio per opporsi alla Croce è la ragione. Per questi ultimi, infatti, la Croce è moría, stoltezza, letteralmente insipienza, cioè un cibo senza sale; quindi più che un errore, è un insulto al buon senso”.

Lo stesso Paolo, ha ricordato ancora il Papa, “in più di un'occasione fece l'amara esperienza del rifiuto dell'annuncio cristiano giudicato ‘insipiente’, privo di rilevanza, neppure degno di essere preso in considerazione sul piano della logica razionale”. Per i greci era inaccettabile che Dio potesse divenire uomo, immergendosi in tutti i limiti dello spazio e del tempo, quindi era addirittura inconcepibile che un Dio potesse finire su una Croce! “E vediamo come questa logica greca è anche la logica comune del nostro tempo” ha sottolineato Benedetto XVI, mettendo in rilievo come Paolo abbia fatto della croce il punto fondamentale della sua predicazione in quanto essa rivela "la potenza di Dio" che è diversa dal potere umano, poiché rivela il suo amore. “Distanti secoli da Paolo, noi vediamo che nella storia ha vinto la Croce e non la saggezza che si oppone alla Croce. Il Crocifisso è sapienza, perché manifesta davvero chi è Dio, cioè potenza di amore che arriva fino alla Croce per salvare l'uomo. Dio si serve di modi e strumenti che a noi sembrano a prima vista solo debolezza. Il Crocifisso svela, da una parte, la debolezza dell'uomo e, dall'altra, la vera potenza di Dio, cioè la gratuità dell'amore: proprio questa totale gratuità dell'amore è la vera sapienza”.

“Di ciò san Paolo ha fatto esperienza fin nella sua carne – ha affermato il Pontefice - e ce lo testimonia in svariati passaggi del suo percorso spirituale, divenuti precisi punti di riferimento per ogni discepolo di Gesù: L’Apostolo si identifica a tal punto con Cristo che anch'egli, benché in mezzo a tante prove, vive nella fede del Figlio di Dio che lo ha amato e ha dato se stesso per i peccati di lui e per quelli di tutti. Questo dato autobiografico dell'Apostolo diventa paradigmatico per tutti noi”.

Concludendo la sua catechesi, Benedetto XVI ha ricordato la “mirabile sintesi della teologia della Croce” espressa nella seconda Lettera ai Corinzi (5,14-21), ed ha esortato: “San Paolo ha rinunciato alla propria vita donando totalmente se stesso per il ministero della riconciliazione, della Croce che è salvezza per tutti noi. E questo dobbiamo saper fare anche noi: possiamo trovare la nostra forza proprio nell’umiltà dell’amore e la nostra saggezza nella debolezza di rinunciare per entrare così nella forza di Dio”. (S.L.) (Agenzia Fides 31/10/2008)

 

“Possiamo dire con Paolo che il vero credente ottiene la salvezza professando con la sua bocca che Gesù è il Signore e credendo con il suo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti”

Città del Vaticano (Agenzia Fides) – La “decisiva importanza” attribuita da Paolo alla risurrezione di Cristo è stata l’argomento della catechesi tenuta dal Santo Padre Benedetto XVI durante l’udienza generale di mercoledì 5 novembre. “Da sola la Croce non potrebbe spiegare la fede cristiana, anzi rimarrebbe una tragedia – ha spiegato il Santo Padre -. Il mistero pasquale consiste nel fatto che quel Crocifisso ‘è risorto il terzo giorno secondo le Scritture’ (1 Cor 15,4), così attesta la tradizione protocristiana. Sta qui la chiave di volta della cristologia paolina: tutto ruota attorno a questo centro gravitazionale. L'intero insegnamento dell’apostolo Paolo parte ‘dal’ e arriva sempre ‘al’ mistero di Colui che il Padre ha risuscitato da morte. La risurrezione è un dato fondamentale… Colui che è stato crocifisso, e che ha così manifestato l’immenso amore di Dio per l’uomo, è risorto ed è vivo in mezzo a noi”.

Quindi il Santo Padre ha messo in evidenza il legame tra l’annuncio della risurrezione formulato da Paolo e quello in uso nelle prime comunità cristiane prepaoline, dove si vede “l'importanza della tradizione che precede l’Apostolo e che egli, con grande rispetto e attenzione, vuole a sua volta consegnare”. San Paolo nella Lettera ai Corinzi mette in luce “l'unità del kerigma, dell’annuncio per tutti i credenti e per tutti coloro che annunceranno la risurrezione di Cristo… L’originalità della sua cristologia non va mai a discapito della fedeltà alla tradizione. Il kerigma degli Apostoli presiede sempre alla personale rielaborazione di Paolo… E così san Paolo offre un modello per tutti i tempi sul come fare teologia e come predicare. Il teologo, il predicatore non crea nuove visioni del mondo e della vita, ma è al servizio della verità trasmessa, al servizio del fatto reale di Cristo, della Croce, della risurrezione”.

A questo punto, Papa Benedetto XVI ha voluto precisare che “San Paolo, nell’annunciare la risurrezione, non si preoccupa di presentarne un’esposizione dottrinale organica - non vuol scrivere quasi un manuale di teologia - ma affronta il tema rispondendo a dubbi e domande concrete che gli venivano proposte dai fedeli”. Il concetto essenziale sottolineato da Paolo è che noi tutti siamo stati salvati dal Cristo morto e risorto per noi, senza la risurrezione “la vita cristiana sarebbe semplicemente assurda”. L’evento del mattino di Pasqua fu qualcosa “di straordinario, di nuovo e, al tempo stesso, di molto concreto, contrassegnato da segni ben precisi, registrati da numerosi testimoni. Anche per Paolo, come per gli altri autori del Nuovo Testamento, la risurrezione è legata alla testimonianza di chi ha fatto un’esperienza diretta del Risorto. Si tratta di vedere e di sentire non solo con gli occhi o con i sensi, ma anche con una luce interiore che spinge a riconoscere ciò che i sensi esterni attestano come dato oggettivo”.

Anche il tema delle apparizioni ha per Paolo una rilevanza fondamentale, in quanto i due fatti importanti sono la tomba vuota e Gesù che è apparso realmente. “Si costituisce così – ha spiegato il Papa - quella catena della tradizione che, attraverso la testimonianza degli Apostoli e dei primi discepoli, giungerà alle generazioni successive, fino a noi. La prima conseguenza, o il primo modo di esprimere questa testimonianza, è di predicare la risurrezione di Cristo come sintesi dell'annuncio evangelico e come punto culminante di un itinerario salvifico”. Sia nelle Lettere che negli Atti degli Apostoli, si vede che il punto essenziale per Paolo è essere testimone della risurrezione.

Del resto l’affermazione "Cristo è risorto" è per Paolo e anche per noi, oggi, un tema determinante. “Paolo sa bene e lo dice molte volte che Gesù era Figlio di Dio sempre, dal momento della sua incarnazione. La novità della risurrezione consiste nel fatto che Gesù, elevato dall’umiltà della sua esistenza terrena, viene costituito Figlio di Dio ‘con potenza’. Il Gesù umiliato fino alla morte di croce può dire adesso agli Undici: ‘Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra’ (Mt 28, 18)… Perciò con la risurrezione comincia l’annuncio del Vangelo di Cristo a tutti i popoli, comincia il Regno di Cristo, questo nuovo Regno che non conosce altro potere che quello della verità e dell’amore. La risurrezione svela quindi definitivamente qual è l’autentica identità e la straordinaria statura del Crocifisso. Una dignità incomparabile e altissima: Gesù è Dio!... Si può dire, pertanto, che Gesù è risuscitato per essere il Signore dei morti e dei vivi o, in altri termini, il nostro Salvatore”.

Tutto questo comporta importanti conseguenze per la nostra vita di fede, come ha sottolineato il Papa: “noi siamo chiamati a partecipare fin nell'intimo del nostro essere a tutta la vicenda della morte e della risurrezione di Cristo… Ciò si traduce in una condivisione delle sofferenze di Cristo, che prelude a quella piena configurazione con Lui mediante la risurrezione a cui miriamo nella speranza. E’ ciò che è avvenuto anche a san Paolo… Vivere nella fede in Gesù Cristo, vivere la verità e l’amore implica rinunce ogni giorno, implica sofferenze. Il cristianesimo non è la via della comodità, è piuttosto una scalata esigente, illuminata però dalla luce di Cristo e dalla grande speranza che nasce da Lui”.

Il Santo Padre ha concluso la catechesi con queste parole:  “possiamo dire con Paolo che il vero credente ottiene la salvezza professando con la sua bocca che Gesù è il Signore e credendo con il suo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti. Importante è innanzitutto il cuore che crede in Cristo e nella fede ‘tocca’ il Risorto; ma non basta portare nel cuore la fede, dobbiamo confessarla e testimoniarla con la bocca, con la nostra vita, rendendo così presente la verità della croce e della risurrezione nella nostra storia”. (S.L.) (Agenzia Fides 6/11/2008)

 

“Paolo descrive la parusia di Cristo con accenti quanto mai vivi e con immagini simboliche, che trasmettono però un messaggio semplice e profondo: alla fine saremo sempre con il Signore”

Città del Vaticano (Agenzia Fides) – Nel corso dell’udienza generale di mercoledì 12 novembre, tenuta in piazza San Pietro, il Santo Padre Benedetto XVI ha proseguito il ciclo di catechesi dedicate all’Apostolo Paolo soffermandosi sulla sua predicazione circa la seconda venuta del Signore. “Ogni discorso cristiano sulle cose ultime, chiamato escatologia, parte sempre dall’evento della risurrezione: in questo avvenimento le cose ultime sono già incominciate e, in un certo senso, già presenti” ha spiegato il Papa, ricordando che san Paolo, nella prima Lettera ai Tessalonicesi, parla di questo ritorno di Gesù, chiamato parusia, avvento. “Paolo descrive la parusia di Cristo con accenti quanto mai vivi e con immagini simboliche, che trasmettono però un messaggio semplice e profondo: alla fine saremo sempre con il Signore. E’ questo, al di là delle immagini, il messaggio essenziale: il nostro futuro è ‘essere con il Signore’; in quanto credenti, nella nostra vita noi siamo già con il Signore; il nostro futuro, la vita eterna, è già cominciata”.

Nella seconda Lettera ai Tessalonicesi Paolo “parla di eventi negativi, che dovranno precedere quello finale e conclusivo… Ma l’intenzione di questa Lettera di san Paolo è innanzitutto pratica… l’attesa della parusia di Gesù non dispensa dall’impegno in questo mondo, ma al contrario crea responsabilità davanti al Giudice divino circa il nostro agire in questo mondo. Proprio così cresce la nostra responsabilità di lavorare in e per questo mondo”.

Il nesso tra il ritorno del Giudice/Salvatore e l’impegno di ognuno nella propria vita viene ripreso anche nella Lettera ai Filippesi. Come ha ricordato il Pontefice, “Paolo è in carcere e aspetta la sentenza che può essere di condanna a morte. In questa situazione pensa al suo futuro essere con il Signore, ma pensa anche alla comunità di Filippi che ha bisogno del proprio padre, di Paolo… Paolo non ha paura della morte, al contrario: essa indica infatti il completo essere con Cristo. Ma Paolo partecipa anche dei sentimenti di Cristo, il quale non ha vissuto per se, ma per noi. Vivere per gli altri diventa il programma della sua vita e perciò dimostra la sua perfetta disponibilità alla volontà di Dio, a quel che Dio deciderà… Vediamo che questo suo essere con Cristo crea una grande libertà interiore: libertà davanti alla minaccia della morte, ma libertà anche davanti a tutti gli impegni e le sofferenze della vita. È semplicemente disponibile per Dio e realmente libero”.

Quindi Benedetto XVI è passato a descrivere gli atteggiamenti fondamentali del cristiano riguardo alle “cose ultime”. “Il primo atteggiamento è la certezza che Gesù è risorto, è col Padre, e proprio così è con noi, per sempre. E nessuno è più forte di Cristo, perché Egli è col Padre, è con noi. Siamo perciò sicuri, liberati dalla paura” ha affermato Benedetto XVI. “La paura degli spiriti, delle divinità era diffusa in tutto il mondo antico. E anche oggi i missionari, insieme con tanti elementi buoni delle religioni naturali, trovano la paura degli spiriti, dei poteri nefasti che ci minacciano. Cristo vive, ha vinto la morte e ha vinto tutti questi poteri. In questa certezza, in questa libertà, in questa gioia viviamo”.

Il secondo atteggiamento deriva dalla certezza “che Cristo è con me. E come in Cristo il mondo futuro è già cominciato, questo dà anche certezza della speranza. Il futuro non è un buio nel quale nessuno si orienta. Non è così. Senza Cristo, anche oggi per il mondo il futuro è buio, c'è tanta paura del futuro. Il cristiano sa che la luce di Cristo è più forte e perciò vive in una speranza non vaga, in una speranza che dà certezza e dà coraggio per affrontare il futuro”.

Il terzo atteggiamento riguarda la “responsabilità per il mondo, per i fratelli davanti a Cristo, e nello stesso tempo anche la certezza della sua misericordia. Ambedue le cose sono importanti… Abbiamo i talenti, siamo incaricati di lavorare perché questo mondo si apra a Cristo, sia rinnovato. Ma pur lavorando e sapendo nella nostra responsabilità che Dio è giudice vero, siamo anche sicuri che questo giudice è buono, conosciamo il suo volto, il volto del Cristo risorto, del Cristo crocifisso per noi.”

Un ulteriore aspetto dell’insegnamento paolino riguardo all'escatologia “è quello dell’universalità della chiamata alla fede, che riunisce Giudei e Gentili, cioè i pagani, come segno e anticipazione della realtà futura”. Concludendo la sua catechesi, il Santo Padre ha sottolineato che “San Paolo alla conclusione della sua seconda Lettera ai Corinzi ripete e mette in bocca anche ai Corinzi una preghiera nata nelle prime comunità cristiane dell'area palestinese: Maranà, thà! che letteralmente significa ‘Signore nostro, vieni!’ … Mi sembra che per noi oggi, nella nostra vita, nel nostro mondo, sia difficile pregare sinceramente perché perisca questo mondo, perché venga la nuova Gerusalemme, perchè venga il giudizio ultimo e il giudice, Cristo… Certo, non vogliamo che adesso venga la fine del mondo. Ma, d'altra parte, vogliamo anche che finisca questo mondo ingiusto. Vogliamo anche noi che il mondo sia fondamentalmente cambiato, che incominci la civiltà dell'amore, che arrivi un mondo di giustizia, di pace, senza violenza, senza fame. Tutto questo vogliamo: e come potrebbe succedere senza la presenza di Cristo? Senza la presenza di Cristo non arriverà mai un mondo realmente giusto e rinnovato. E anche se in un altro modo, totalmente e in profondità, possiamo e dobbiamo dire anche noi, con grande urgenza e nelle circostanze del nostro tempo: Vieni, Signore! Vieni nel tuo modo, nei modi che tu conosci. Vieni dove c'è ingiustizia e violenza. Vieni nei campi di profughi, nel Darfur, nel Nord Kivu, in tanti parti del mondo. Vieni dove domina la droga. Vieni anche tra quei ricchi che ti hanno dimenticato, che vivono solo per se stessi. Vieni dove tu sei sconosciuto. Vieni nel modo tuo e rinnova il mondo di oggi. Vieni anche nei nostri cuori, vieni e rinnova il nostro vivere, vieni nel nostro cuore perché noi stessi possiamo divenire luce di Dio, presenza tua. In questo senso preghiamo con san Paolo: Maranà, thà! ‘Vieni, Signore Gesù!’, e preghiamo perché Cristo sia realmente presente oggi nel nostro mondo e lo rinnovi.” (S.L.) (Agenzia Fides 13/11/2008)

 

“Paolo sa che nel duplice amore di Dio e del prossimo è presente e adempiuta tutta la Legge. Così nella comunione con Cristo, nella fede che crea la carità, tutta la Legge è realizzata”

Città del Vaticano (Agenzia Fides) – “Come diventa giusto l’uomo agli occhi di Dio?” Questo l’interrogativo posto dal Santo Padre Benedetto XVI durante l’udienza generale di mercoledì 19 novembre, dedicata alla predicazione di San Paolo sulla giustificazione. “Quando Paolo incontrò il Risorto sulla strada di Damasco era un uomo realizzato – ha ricordato il Santo Padre -: irreprensibile quanto alla giustizia derivante dalla Legge, superava molti suoi coetanei nell’osservanza delle prescrizioni mosaiche ed era zelante nel sostenere le tradizioni dei padri. L’illuminazione di Damasco gli cambiò radicalmente l'esistenza… La Lettera ai Filippesi ci offre una toccante testimonianza del passaggio di Paolo da una giustizia fondata sulla Legge e acquisita con l'osservanza delle opere prescritte, ad una giustizia basata sulla fede in Cristo.”  

Per Paolo “Cristo non era più soltanto la sua vita ma il suo vivere” ha proseguito il Papa, “non che disprezzasse la vita, ma aveva compreso che per lui il vivere non aveva ormai altro scopo e non nutriva perciò altro desiderio che di raggiungere Cristo, come in una gara di atletica, per restare sempre con Lui… Soltanto la preoccupazione per la maturazione nella fede di coloro che aveva evangelizzato e la sollecitudine per tutte le Chiese da lui fondate lo inducevano a rallentare la corsa verso il suo unico Signore, per attendere i discepoli affinché con lui potessero correre verso la mèta”.

Al centro delle sue Lettere, Paolo pone quindi l’alternativa “fra la giustizia per le opere della Legge e quella per la fede in Cristo”. Il Santo Padre si è quindi soffermato a chiarire “che cosa è questa ‘Legge’ dalla quale siamo liberati e che cosa sono quelle ‘opere della Legge’ che non giustificano”. Già nella comunità di Corinto esisteva l’opinione che la libertà cristiana consistesse nella liberazione dall’etica, tuttavia “è ovvio che questa interpretazione è sbagliata: la libertà cristiana non è libertinismo, la liberazione della quale parla san Paolo non è liberazione dal fare il bene… Per san Paolo, come per tutti i suoi contemporanei, la parola Legge significava la Torah nella sua totalità, cioè i cinque libri di Mosè. La Torah implicava, nell’interpretazione farisaica, quella studiata e fatta propria da Paolo, un complesso di comportamenti che andava dal nucleo etico fino alle osservanze rituali e cultuali che derminavano sostanzialmente l’identità dell’uomo giusto.”

 Tutte queste osservanze erano divenute particolarmente importanti al tempo della cultura ellenistica, che era diventata la cultura universale di allora e costituiva una minaccia per l’identità di Israele, con la perdita conseguente anche “della preziosa eredità della fede dei Padri, della fede nell’unico Dio e nelle promesse di Dio”. Contro questa pressione culturale, era necessario creare un muro di difesa che consisteva proprio nelle osservanze e prescrizioni giudaiche. “Paolo, che aveva appreso tali osservanze proprio nella loro funzione difensiva del dono di Dio, dell’eredità della fede in un unico Dio, ha visto minacciata questa identità dalla libertà dei cristiani: per questo li perseguitava. Al momento del suo incontro con il Risorto capì che con la risurrezione di Cristo la situazione era cambiata radicalmente. Con Cristo, il Dio di Israele, l’unico vero Dio, diventava il Dio di tutti i popoli… Il muro non è più necessario, la nostra identità comune nella diversità delle culture è Cristo, ed è lui che ci fa giusti. Essere giusto vuol semplicemente dire essere con Cristo e in Cristo. E questo basta. Non sono più necessarie altre osservanze”.

Il Santo Padre ha ricordato quindi che “l’espressione ‘sola fide’ di Lutero è vera, se non si oppone la fede alla carità, all’amore. La fede è guardare Cristo, affidarsi a Cristo, attaccarsi a Cristo, conformarsi a Cristo, alla sua vita. E la forma, la vita di Cristo è l’amore; quindi credere è conformarsi a Cristo ed entrare nel suo amore. Perciò san Paolo nella Lettera ai Galati, nella quale soprattutto ha sviluppato la sua dottrina sulla giustificazione, parla della fede che opera per mezzo della carità.”

Il Pontefice ha concluso la sua catechesi sottolineando che “Paolo sa che nel duplice amore di Dio e del prossimo è presente e adempiuta tutta la Legge” e che noi “diventiamo giusti entrando in comunione con Cristo che è l'amore… la comunione con Cristo, la fede in Cristo crea la carità. E la carità è realizzazione della comunione con Cristo. Così, essendo uniti a Lui siamo giusti e in nessun altro modo. Alla fine, possiamo solo pregare il Signore che ci aiuti a credere. Credere realmente; credere diventa così vita, unità con Cristo, trasformazione della nostra vita. E così, trasformati dal suo amore, dall’amore di Dio e del prossimo, possiamo essere realmente giusti agli occhi di Dio”. (S.L.) (Agenzia Fides 20/11/2008)

 

“L'etica cristiana non nasce da un sistema di comandamenti, ma è conseguenza della nostra amicizia con Cristo”

Città del Vaticano (Agenzia Fides) – “Questa visita fraterna è un'occasione significativa  per rafforzare i vincoli di unità  già esistenti fra noi, mentre procediamo verso la piena comunione che è sia un obiettivo di tutti i seguaci di Cristo sia un dono da implorare ogni giorno dal Signore.” Con queste parole il Santo Padre Benedetto XVI ha salutato il Catholicos di Cilicia degli Armeni, Aram I, in visita a Roma, all’inizio dell’udienza generale di mercoledì 26 novembre.

Benedetto XVI ha quindi invitato i presenti a pregare affinché la visita e gli incontri di questi giorni “siano un ulteriore passo avanti lungo il cammino verso la piena unità”, esprimendo “particolare gratitudine” per il costante impegno personale di Aram I nel campo dell'ecumenismo. La presenza della statua di San Gregorio l'Illuminatore, fondatore della Chiesa armena, sulla facciata esterna della basilica di San Pietro, “evoca  le sofferenze  che ha sopportato nel condurre il popolo armeno al cristianesimo – ha spiegato il Potenfice - , ma ricorda  anche i numerosi martiri e confessori  della fede la cui testimonianza  ha  recato frutti abbondanti nella storia del vostro popolo. La cultura e la spiritualità armene sono pervase dall'orgoglio di questa testimonianza dei loro antenati, che hanno sofferto con fedeltà  e coraggio  in comunione  con l'Agnello ucciso  per la salvezza del mondo.”

Nella catechesi tenuta ai pellegrini, il Santo Padre Benedetto XVI si è soffermato ancora sulla predicazione di San Paolo circa la giustificazione: “San Paolo ci dice: non le nostre opere, ma la fede ci rende ‘giusti’. Questa fede, tuttavia, non è un pensiero, un'opinione, un'idea. Questa fede è comunione con Cristo, che il Signore ci dona e perciò diventa vita, diventa conformità con Lui. O, con altre parole, la fede, se è vera, se è reale, diventa amore, diventa carità, si esprime nella carità.”

Nella Lettera ai Galati, san Paolo pone l’accento sulla gratuità della giustificazione non per le nostre opere, e, al tempo stesso, sottolinea pure la relazione tra la fede e la carità, tra la fede e le opere: “Vi sono, da una parte, le ‘opere della carne’ che sono ‘fornicazione, impurità, dissolutezza, idolatria...’: tutte opere contrarie alla fede; dall’altra, vi è l’azione dello Spirito Santo, che alimenta la vita cristiana suscitando ‘amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé’: sono questi i frutti dello Spirito che sbocciano dalla fede. All’inizio di quest’elenco di virtù è citata l’agape, l'amore, e nella conclusione il dominio di sé”.

Ricordando quindi la sua prima Enciclica, Deus caritas est. Benedetto XVI ha evidenziato che “i credenti sanno che nell'amore vicendevole s'incarna l'amore di Dio e di Cristo, per mezzo dello Spirito… Giustificati per il dono della fede in Cristo, siamo chiamati a vivere nell’amore di Cristo per il prossimo, perché è su questo criterio che saremo, alla fine della nostra esistenza, giudicati. Nella Prima Lettera ai Corinzi, san Paolo si diffonde in un famoso elogio dell’amore. E’ il cosiddetto inno alla carità… L’amore cristiano è quanto mai esigente poiché sgorga dall’amore totale di Cristo per noi: quell’amore che ci reclama, ci accoglie, ci abbraccia, ci sostiene, sino a tormentarci, poiché costringe ciascuno a non vivere più per se stesso, chiuso nel proprio egoismo, ma per ‘Colui che è morto e risorto per noi’. L’amore di Cristo ci fa essere in Lui quella creatura nuova che entra a far parte del suo Corpo mistico che è la Chiesa”.

Nella storia del cristianesimo, si è assistito più volte ad una infondata contrapposizione tra la teologia di san Paolo e quella di san Giacomo: “mentre Paolo – ha spiegato il Pontefice - è preoccupato anzitutto di dimostrare che la fede in Cristo è necessaria e sufficiente, Giacomo pone l’accento sulle relazioni consequenziali tra la fede e le opere. Pertanto sia per Paolo sia per Giacomo la fede operante nell’amore attesta il dono gratuito della giustificazione in Cristo. La salvezza, ricevuta in Cristo, ha bisogno di essere custodita e testimoniata… Spesso siamo portati a cadere negli stessi fraintendimenti che hanno caratterizzato la comunità di Corinto: quei cristiani pensavano che, essendo stati giustificati gratuitamente in Cristo per la fede, ‘tutto fosse loro lecito’. E pensavano, e spesso sembra che lo pensino anche cristiani di oggi, che sia lecito creare divisioni nella Chiesa, Corpo di Cristo, celebrare l’Eucaristia senza farsi carico dei fratelli più bisognosi, aspirare ai carismi migliori senza rendersi conto di essere membra gli uni degli altri, e così via. Disastrose sono le conseguenze di una fede che non s’incarna nell’amore, perché si riduce all’arbitrio e al soggettivismo più nocivo per noi e per i fratelli”.

Seguendo quindi san Paolo, dobbiamo prendere rinnovata coscienza del fatto che, proprio perché giustificati in Cristo, siamo chiamati a glorificare Dio nel nostro corpo con tutta la nostra esistenza. “A che cosa si ridurrebbe una liturgia rivolta soltanto al Signore, senza diventare, nello stesso tempo, servizio per i fratelli, una fede che non si esprimesse nella carità?” si è domandato il Santo Padre, che ha ricordato come l’Apostolo ponesse spesso le sue comunità di fronte al giudizio finale, che sarà sulla carità, e “questo pensiero del Giudizio deve illuminarci nella nostra vita di ogni giorno”.

Il Papa ha concluso la catechesi sottolineando che l’etica proposta da Paolo si dimostra attuale anche per noi, oggi, perché “l'etica cristiana non nasce da un sistema di comandamenti, ma è conseguenza della nostra amicizia con Cristo. Questa amicizia influenza la vita: se è vera si incarna e si realizza nell'amore per il prossimo”. Quindi ha esortato a lasciarsi raggiungere dalla riconciliazione, che Dio ci ha donato in Cristo, dall'amore “folle” di Dio per noi, in quanto “nulla e nessuno potranno mai separarci dal suo amore”. (S.L.) (Agenzia Fides 27/11/2008)

 

“Cristo crocifisso e risorto, nuovo Adamo, oppone al fiume sporco del male un fiume di luce. E questo fiume è presente nelle storia”

Città del Vaticano (Agenzia Fides) -  Sul rapporto fra Adamo, il primo uomo, e Cristo nella predicazione di San Paolo, si è incentrata la catechesi del Santo Padre Benedetto XVI durante l’udienza generale di mercoledì 3 dicembre. “Paolo ripercorre la storia della salvezza da Adamo alla Legge e da questa a Cristo – ha spiegato il Papa -. Al centro della scena non si trova tanto Adamo con le conseguenze del peccato sull'umanità, quanto Gesù Cristo e la grazia che, mediante Lui, è stata riversata in abbondanza sull'umanità”. Il dono ricevuto in Cristo sorpassa di gran lunga il peccato di Adamo e le conseguenze prodotte sull'umanità, “pertanto, il confronto che Paolo traccia tra Adamo e Cristo mette in luce l’inferiorità del primo uomo rispetto alla prevalenza del secondo”. “Se, nella fede della Chiesa, è maturata la consapevolezza del dogma del peccato originale – ha evidenziato il Pontefice - è perché esso è connesso inscindibilmente con l’altro dogma, quello della salvezza e della libertà in Cristo”.

Quindi il Santo Padre ha posto alcune domande: che cosa è questo peccato originale? Che cosa insegna san Paolo, che cosa insegna la Chiesa? È ancora oggi sostenibile questa dottrina? La sua risposta è stata che per molti, alla luce della storia dell'evoluzione, oggi “non ci sarebbe più posto per la dottrina di un primo peccato, che poi si diffonderebbe in tutta la storia dell'umanità. E, di conseguenza, anche la questione della Redenzione e del Redentore perderebbe il suo fondamento”. Sull’esistenza del peccato originale, il Pontefice ha distinto due aspetti: empirico e misterico. “Ogni uomo sa che deve fare il bene e intimamente lo vuole anche fare. Ma, nello stesso tempo, sente anche l'altro impulso di fare il contrario, di seguire la strada dell'egoismo, della violenza, di fare solo quanto gli piace anche sapendo di agire così contro il bene, contro Dio e contro il prossimo… Questa contraddizione interiore del nostro essere non è una teoria. Ognuno di noi la prova ogni giorno. E soprattutto vediamo sempre intorno a noi la prevalenza di questa seconda volontà… Come conseguenza di questo potere del male nelle nostre anime, si è sviluppato nella storia un fiume sporco, che avvelena la geografia della storia umana”. Questa contraddizione dell’animo umano tuttavia provoca anche oggi un desiderio di redenzione, il desiderio che il mondo sia cambiato, “e proprio questo è espressione del desiderio che ci sia una liberazione dalla contraddizione che sperimentiamo in noi stessi”.

Illustrando il potere del male nel cuore umano e nella storia umana, il Santo Padre ha affermato che “nella storia del pensiero, prescindendo dalla fede cristiana, esiste un modello principale di spiegazione, con diverse variazioni. Questo modello dice: l'essere stesso è contraddittorio, porta in sè sia il bene sia il male. Nell'antichità questa idea implicava l'opinione che esistessero due principi ugualmente originari: un principio buono e un principio cattivo. Tale dualismo sarebbe insuperabile”. Nella versione evoluzionistica, atea, del mondo si suppone che l’ssere stesso non sia semplicemente buono, “ma aperto al bene e al male. Il male è ugualmente originario come il bene… Ciò che i cristiani chiamano peccato originale sarebbe in realtà solo il carattere misto dell'essere, una mescolanza di bene e di male che, secondo questa teoria, apparterrebbe alla stessa stoffa dell'essere. È una visione in fondo disperata: se è così, il male è invincibile”.

Secondo la fede, testimoniata da san Paolo, viene confermata la competizione tra le due nature, però “la fede ci dice che non ci sono due principi, uno buono e uno cattivo, ma c'è un solo principio, il Dio creatore, e questo principio è buono, solo buono, senza ombra di male. E perciò anche l'essere non è un misto di bene e male; l'essere come tale è buono. Poi segue un mistero di buio, di notte. Il male non viene dalla fonte dell'essere stesso, non è ugualmente originario. Il male viene da una libertà creata, da una libertà abusata… Il male non è logico. Solo Dio e il bene sono logici, sono luce. Il male rimane misterioso”.

Riferendosi al capitolo 3 del libro della Genesi, con la visione dei due alberi, del serpente, dell'uomo peccatore, il Santo Padre ha spiegato che questa grande immagine “ci fa indovinare, ma non può spiegare quanto è in se stesso illogico”. “Il male viene da una fonte subordinata. Dio con la sua luce è più forte. E perciò il male può essere superato. Perciò la creatura, l'uomo, è sanabile… Dio ha introdotto la guarigione. È entrato in persona nella storia. Alla permanente fonte del male ha opposto una fonte di puro bene. Cristo crocifisso e risorto, nuovo Adamo, oppone al fiume sporco del male un fiume di luce. E questo fiume è presente nelle storia: vediamo i santi, i grandi santi ma anche gli umili santi, i semplici fedeli. Vediamo che il fiume di luce che viene da Cristo è presente, è forte”.

Il Papa ha concluso la catechesi richiamando il duplice significato del tempo di Avvento che la Chiesa sta vivendo. Avvento è presenza in quanto “la luce è presente, Cristo è il nuovo Adamo, è con noi e in mezzo a noi. Già splende la luce e dobbiamo aprire gli occhi del cuore per vedere la luce e per introdurci nel fiume della luce. Soprattutto essere grati del fatto che Dio stesso è entrato nella storia come nuova fonte di bene. Ma Avvento dice anche attesa. La notte oscura del male è ancora forte. E perciò preghiamo nell'Avvento con l'antico popolo di Dio: «Rorate caeli desuper». E preghiamo con insistenza: vieni Gesù; vieni, dà forza alla luce e al bene; vieni dove domina la menzogna, l'ignoranza di Dio, la violenza, l'ingiustizia; vieni, Signore Gesù, dà forza al bene nel mondo e aiutaci a essere portatori della tua luce, operatori della pace, testimoni della verità. Vieni Signore Gesù!”. (S.L.) (Agenzia Fides 4/12/2008)

 

Gli insegnamenti di San Paolo sui sacramenti: “mediante la Parola e mediante i Sacramenti, in tutta la nostra vita il Signore è vicino”

Città del Vaticano (Agenzia Fides) – All’inizio della catechesi tenuta durante l’udienza generale di mercoledì 10 dicembre, il Santo Padre Benedetto XVI ha richiamato quanto affermato la settimana precedente riguardo agli inizi della storia umana, “inquinata dall'abuso della libertà creata, che intende emanciparsi dalla Volontà divina”, e quindi del “nuovo inizio nella storia e della storia in Gesù Cristo, Colui che è uomo e Dio… Se la prima storia si avvia, per così dire, con la biologia, la seconda si avvia nello Spirito Santo, lo Spirito del Cristo risorto. Questo Spirito ha creato a Pentecoste l'inizio della nuova umanità, della nuova comunità, la Chiesa, il Corpo di Cristo.”

Quindi il Papa ha illustrato come lo Spirito di Cristo, lo Spirito Santo, diventa “Spirito mio”. “Lo Spirito di Cristo bussa alle porte del mio cuore, mi tocca interiormente – ha affermato Benedetto XVI -. Ma poiché la nuova umanità deve essere un vero corpo, poiché lo Spirito deve riunirci e realmente creare una comunità, poiché è caratteristico del nuovo inizio il superare le divisioni e creare l’aggregazione dei dispersi, questo Spirito di Cristo si serve di due elementi di aggregazione visibile: della Parola dell'annuncio e dei Sacramenti, particolarmente del Battesimo e dell'Eucaristia… La fede non è prodotto del nostro pensiero, della nostra riflessione, è qualcosa di nuovo che non possiamo inventare, ma solo ricevere come dono, come una novità prodotta da Dio. E la fede non viene dalla lettura, ma dall'ascolto. Non è una cosa soltanto interiore, ma una relazione con Qualcuno. Suppone un incontro con l'annuncio, suppone l'esistenza dell'altro che annuncia e crea comunione.”

Riguardo all'annuncio quindi, il Santo Padre ha sottolineato che “colui che annuncia non parla da sé, ma è inviato. Sta entro una struttura di missione che comincia con Gesù inviato dal Padre, passa agli apostoli - la parola apostoli significa ‘inviati’ - e continua nel ministero, nelle missioni trasmesse dagli apostoli. Il nuovo tessuto della storia appare in questa struttura delle missioni, nella quale sentiamo ultimamente parlare Dio stesso, la sua Parola personale, il Figlio parla con noi, arriva fino a noi. La Parola si è fatta carne, Gesù, per creare realmente una nuova umanità. Perciò la parola dell'annuncio diventa Sacramento nel Battesimo, che è rinascita dall'acqua e dallo Spirito”.

Prendendo come riferimento quanto San Paolo afferma riguardo al Battesimo nella Lettera ai Romani (6,3-4), Benedetto XVI ha sottolineato: “Nessuno può battezzare se stesso, ha bisogno dell'altro. Nessuno può farsi cristiano da se stesso. Divenire cristiani è un processo passivo. Solo da un altro possiamo essere fatti cristiani. E questo ‘altro’ che ci fa cristiani, ci dà il dono della fede, è in prima istanza la comunità dei credenti, la Chiesa… Un cristianesimo autonomo, autoprodotto, è una contraddizione in sé… Anche la comunità vive nello stesso processo passivo: solo Cristo può costituire la Chiesa. Cristo è il vero donatore dei Sacramenti… La seconda cosa è questa: il Battesimo è più che un lavaggio. È morte e risurrezione… Comincia in quel momento realmente una nuova vita. Divenire cristiani è più che un’operazione cosmetica, che aggiungerebbe qualche cosa di bello a un’esistenza già più o meno completa. È un nuovo inizio, è rinascita: morte e risurrezione. Ovviamente nella risurrezione riemerge quanto era buono nell'esistenza precedente. La terza cosa è: la materia fa parte del Sacramento. Il cristianesimo non è una realtà puramente spirituale. Implica il corpo. Implica il cosmo. Si estende verso la nuova terra e i nuovi cieli”.

Prendendo in considerazione il Sacramento dell'Eucaristia, il Santo Padre ha rilevato “con quale profondo rispetto san Paolo trasmetta verbalmente la tradizione sull'Eucaristia che ha ricevuto dagli stessi testimoni dell'ultima notte”, ed ha osservato: “Col dono del calice, il Signore ci dona il vero sacrificio. L'unico vero sacrificio è l'amore del Figlio. Col dono di questo amore, amore eterno, il mondo entra nella nuova alleanza. Celebrare l'Eucaristia significa che Cristo ci dà se stesso, il suo amore, per conformarci a se stesso e per creare così il mondo nuovo”. Il secondo importante aspetto della dottrina sull'Eucaristia riguarda “il carattere personale e il carattere sociale del Sacramento dell'Eucaristia. Cristo si unisce personalmente ad ognuno di noi, ma lo stesso Cristo si unisce anche con l'uomo e con la donna accanto a me. E il pane è per me e anche per l'altro. Così Cristo ci unisce tutti a sé e unisce tutti noi, l’uno con l'altro. Riceviamo nella comunione Cristo. Ma Cristo si unisce ugualmente con il mio prossimo: Cristo e il prossimo sono inseparabili nell'Eucaristia. E così noi tutti siamo un solo pane, un solo corpo. Un’Eucaristia senza solidarietà con gli altri è un’Eucaristia abusata… Cristo ci dà nell'Eucaristia il suo corpo, dà se stesso nel suo corpo e così ci fa suo corpo, ci unisce al suo corpo risorto… Diventiamo realmente uniti col corpo risorto di Cristo, e così uniti l'uno con l'altro. La Chiesa non è solo una corporazione come lo Stato, è un corpo. Non è semplicemente un’organizzazione, ma un vero organismo.”

Un ultimo accenno è stato riservato dal Papa al Sacramento del matrimonio, che Paolo definisce “mistero grande”: “La sottomissione vicendevole deve adottare il linguaggio dell'amore, che ha il suo modello nell'amore di Cristo verso la Chiesa. Questo rapporto Cristo-Chiesa rende primario l'aspetto teologale dell'amore matrimoniale, esalta la relazione affettiva tra gli sposi. Un autentico matrimonio sarà ben vissuto se nella costante crescita umana e affettiva si sforzerà di restare sempre legato all'efficacia della Parola e al significato del Battesimo”.  Quindi Benedetto XVI ha concluso la catechesi affermando che, “mediante la Parola e mediante i Sacramenti, in tutta la nostra vita il Signore è vicino”, ed ha invitato a pregare “affinché possiamo sempre più essere toccati nell'intimo del nostro essere da questa sua vicinanza, affinché nasca la gioia – quella gioia che nasce quando Gesù è realmente vicino”. (S.L.) (Agenzia Fides 11/12/2008)

 

“Paolo vede nella croce di Cristo una svolta storica, che trasforma e rinnova radicalmente la realtà del culto”

Città del Vaticano (Agenzia Fides) – Dopo aver rivolto fervidi auguri per il nuovo anno da poco iniziato, ai pellegrini riuniti nell’Aula Paolo VI in Vaticano - “Solo se resteremo uniti a Gesù, l’anno nuovo sarà buono e felice” – il Santo Padre Benedetto XVI ha dedicato la prima udienza generale del 2009, mercoledì 7 gennaio, al culto che i cristiani sono chiamati a esercitare secondo l’insegnamento di San Paolo. “Paolo vede nella croce di Cristo una svolta storica, che trasforma e rinnova radicalmente la realtà del culto” ha affermato il Papa, prendendo in esame tre testi della Lettera ai Romani nei quali appare questa nuova visione del culto.

Nel primo testo (Rm 3,25) San Paolo si riferisce al rito con cui il coperchio dell’arca dell’alleanza, pensato come punto di contatto tra Dio e l’uomo, nel grande giorno della riconciliazione veniva asperso con il sangue di animali sacrificati, “sangue che – ha spiegato il Papa - simbolicamente portava i peccati dell’anno trascorso a contatto con Dio e così i peccati gettati nell’abisso della bontà divina erano quasi assorbiti dalla forza di Dio, superati, perdonati. La vita cominciava di nuovo. San Paolo, accenna a questo rito e dice: Questo rito era espressione del desiderio che si potessero realmente mettere tutte le nostre colpe nell’abisso della misericordia divina e così farle scomparire. Ma col sangue di animali non si realizza questo processo. Era necessario un contatto più reale tra colpa umana ed amore divino. Questo contatto ha avuto luogo nella croce di Cristo”. Quindi il Santo Padre ha ricordato che secondo l’Apostolo, “Con la croce di Cristo – l’atto supremo dell’amore divino divenuto amore umano – il vecchio culto con i sacrifici degli animali nel tempio di Gerusalemme è finito. Questo culto simbolico, culto di desiderio, è adesso sostituito dal culto reale: l’amore di Dio incarnato in Cristo e portato alla sua completezza nella morte sulla croce… La croce di Cristo, il suo amore con carne e sangue è il culto reale, corrispondendo alla realtà di Dio e dell’uomo”.

Il secondo testo della Lettera ai Romani su cui si è soffermato il Papa durante la sua catechesi, è il primo versetto del capitolo 12: "Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale". “L’esortazione a ‘offrire i corpi’ – ha spiegato Benedetto XVI - si riferisce all’intera persona… si tratta cioè di onorare Dio nella più concreta esistenza quotidiana, fatta di visibilità relazionale e percepibile. Un comportamento del genere viene da Paolo qualificato come ‘sacrificio vivente, santo, gradito a Dio’.” Nell'uso corrente il termine “sacrificio” designa lo sgozzamento di un animale in un contesto sacrale, Paolo invece lo applica alla vita del cristiano servendosi di tre aggettivi: "vivente" esprime una vitalità; "santo" ricorda l'idea paolina di una santità legata non a luoghi o ad oggetti, ma alla persona stessa dei cristiani; "gradito a Dio" richiama forse la frequente espressione biblica del sacrificio "in odore di soavità”. Subito dopo, Paolo definisce questo nuovo modo di vivere come "il vostro culto spirituale". Pur nella difficoltà e incompletezza delle traduzioni, ha concluso il Pontefice, si può affermare che “in ogni caso non si tratta di un culto meno reale, o addirittura solo metaforico, ma di un culto più concreto e realistico – un culto nel quale l’uomo stesso nella sua totalità di un essere dotato di ragione, diventa adorazione, glorificazione del Dio vivente”.

Descrivendo alcuni aspetti dell’esperienza religiosa nei secoli antecedenti a Cristo, il Papa ha messo in evidenza la forte critica dei Profeti e di diversi Salmi nei confronti dei sacrifici cruenti del tempio. “Nella distruzione del santuario e del culto, in questa situazione di privazione di ogni segno della presenza di Dio, il credente offre come vero olocausto il cuore contrito – il suo desiderio di Dio. Vediamo uno sviluppo importante, bello, ma con un pericolo. C’è una spiritualizzazione, una moralizzazione del culto: il culto diventa solo cosa del cuore, dello spirito. Ma manca il corpo, manca la comunità”. San Paolo “è erede di questi sviluppi, del desiderio del vero culto, nel quale l’uomo stesso diventi gloria di Dio, adorazione vivente con tutto il suo essere… Ma qui c’è anche il pericolo di un malinteso: si potrebbe facilmente interpretare questo nuovo culto in un senso moralistico: offrendo la nostra vita facciamo noi il vero culto. In questo modo il culto con gli animali sarebbe sostituito dal moralismo: l’uomo stesso farebbe tutto da sé con il suo sforzo morale. E questo certamente non era l’intenzione di san Paolo”. Paolo suppone sempre che noi siamo divenuti "uno in Cristo Gesù", morti nel battesimo, viviamo adesso con Cristo, per Cristo, in Cristo. “In questa unione – e solo così – possiamo divenire in Lui e con Lui ‘sacrificio vivente’, offrire il ‘culto vero’. Gli animali sacrificati avrebbero dovuto sostituire l’uomo, il dono di sé dell’uomo, e non potevano. Gesù Cristo, nella sua donazione al Padre e a noi, non è una sostituzione, ma porta realmente in sé l’essere umano, le nostre colpe ed il nostro desiderio; ci rappresenta realmente, ci assume in sé. Nella comunione con Cristo, realizzata nella fede e nei sacramenti, diventiamo, nonostante tutte le nostre insufficienze, sacrificio vivente: si realizza il "culto vero"… La Chiesa sa che nella Santissima Eucaristia l’autodonazione di Cristo, il suo sacrificio vero diventa presente. Ma la Chiesa prega che la comunità celebrante sia realmente unita con Cristo, sia trasformata; prega perché noi stessi diventiamo quanto non possiamo essere con le nostre forze: offerta "rationabile" che piace a Dio.”

L’ultimo testo della Lettera ai Romani preso in considerazione dal Santo Padre, è tratto dal cap. 15, e il Papa ne ha considerato due aspetti: “Innanzitutto, san Paolo interpreta la sua azione missionaria tra i popoli del mondo per costruire la Chiesa universale come azione sacerdotale. Annunciare il Vangelo per unire i popoli nella comunione del Cristo risorto è una azione ‘sacerdotale’. L’apostolo del Vangelo è un vero sacerdote, fa ciò che è il centro del sacerdozio: prepara il vero sacrificio. E poi il secondo aspetto: la meta dell’azione missionaria è – così possiamo dire – la liturgia cosmica: che i popoli uniti in Cristo, il mondo, diventi come tale gloria di Dio… l’autodonazione di Cristo implica la tendenza di attirare tutti alla comunione del suo Corpo, di unire il mondo. Solo in comunione con Cristo, l’Uomo esemplare, uno con Dio, il mondo diventa così come tutti noi lo desideriamo: specchio dell’amore divino”. (S.L.) (Agenzia Fides 8/1/2009; righe 68, parole 1.076)

 

La Lettera ai Colossesi e quella agli Efesini “sono una grande catechesi, dalla quale possiamo imparare non solo come essere buoni cristiani, ma anche come divenire realmente uomini”

Città del Vaticano (Agenzia Fides) – La catechesi del Santo Padre Benedetto XVI durante l’udienza generale di mercoledì 14 gennaio è stata dedicata alle due Lettere dell’Epistolario paolino considerate “gemelle”: la Lettera ai Colossesi e quella agli Efesini. “L'una e l'altra hanno dei modi di dire che si trovano solo in esse” ha spiegato il Papa, inoltre in entrambe si trova un cosiddetto “codice domestico”, “cioè una serie di raccomandazioni rivolte a mariti e mogli, a genitori e figli, a padroni e schiavi”.

“Più importante ancora – ha proseguito Benedetto XVI - è constatare che solo in queste due Lettere è attestato il titolo di ‘capo’, kefalé, dato a Gesù Cristo. E questo titolo viene impiegato a un doppio livello. In un primo senso, Cristo è inteso come capo della Chiesa. Ciò significa due cose: innanzitutto, che egli è il governante, il dirigente, il responsabile che guida la comunità cristiana come suo leader e suo Signore,… e poi l’altro significato è che lui è come la testa che innerva e vivifica tutte le membra del corpo a cui è preposta…: cioè non è solo uno che comanda, ma uno che organicamente è connesso con noi, dal quale viene anche la forza di agire in modo retto. In entrambi i casi, la Chiesa è considerata sottoposta a Cristo, sia per seguire la sua superiore conduzione - i comandamenti -, sia anche per accogliere tutti gli influssi vitali che da Lui promanano. I suoi comandamenti non sono solo parole, comandi, ma sono forze vitali che vengono da Lui e ci aiutano… Poi, in un secondo senso, Cristo è considerato non solo come capo della Chiesa, ma come capo delle potenze celesti e del cosmo intero… Cristo non ha da temere nessun eventuale concorrente, perché è superiore a ogni qualsivoglia forma di potere che presumesse di umiliare l'uomo… Perciò, se siamo uniti a Cristo, non dobbiamo temere nessun nemico e nessuna avversità; ma ciò significa dunque che dobbiamo tenerci ben saldi a Lui, senza allentare la presa!”

Proseguendo nella sua spiegazione, il Santo Padre ha ricordato che per il mondo pagano il mondo era pieno di spiriti, in gran parte pericolosi e dai quali bisognava difendersi, “l'annuncio che Cristo era il solo vincitore e che chi era con Cristo non aveva da temere nessuno”, apparve quindi come vera liberazione. “Lo stesso vale anche per il paganesimo di oggi, poiché anche gli attuali seguaci di simili ideologie vedono il mondo pieno di poteri pericolosi. A costoro occorre annunciare che Cristo è il vincitore, così che chi è con Cristo, chi resta unito a Lui, non deve temere niente e nessuno… Addirittura il cosmo intero è sottoposto a Lui, e a Lui converge come al proprio capo… Quindi non c’è, da una parte, il grande mondo materiale e dall'altra questa piccola realtà della storia della nostra terra, il mondo delle persone: tutto è uno in Cristo. Egli è il capo del cosmo; anche il cosmo è creato da Lui, è creato per noi in quanto siamo uniti a Lui. È una visione razionale e personalistica dell'universo”. Il Papa ha quindi citato l’immagine del Cristo Pantocratòre, “a volte raffigurato seduto in alto sul mondo intero o addirittura su di un arcobaleno per indicare la sua equiparazione a Dio stesso, alla cui destra è assiso, e quindi anche la sua ineguagliabile funzione di conduttore dei destini umani”. In tale visione “la Chiesa riconosce che in qualche modo Cristo è più grande di lei, dato che la sua signoria si estende anche al di là dei suoi confini, e… solo la Chiesa è qualificata come Corpo di Cristo, non il cosmo. Tutto questo significa che noi dobbiamo considerare positivamente le realtà terrene, poiché Cristo le ricapitola in sé, e in pari tempo dobbiamo vivere in pienezza la nostra specifica identità ecclesiale, che è la più omogenea all'identità di Cristo stesso”.

Un concetto speciale tipico di queste due Lettere paoline, è il concetto di "mistero", “a significare l'imperscrutabile disegno divino sulle sorti dell'uomo, dei popoli e del mondo”. Il Santo Padre ha evidenziato che le due Epistole ci dicono che in Cristo si trova il compimento di questo mistero. “Se siamo con Cristo, anche se non possiamo intellettualmente capire tutto, sappiamo di essere nel nucleo del ‘mistero’ e sulla strada della verità. È Lui nella sua totalità, e non solo in un aspetto della sua persona o in un momento della sua esistenza, che reca in sé la pienezza dell'insondabile piano divino di salvezza… Le mere categorie intellettuali qui risultano insufficienti, e, riconoscendo che molte cose stanno al di là delle nostre capacità razionali, ci si deve affidare alla contemplazione umile e gioiosa non solo della mente ma anche del cuore. I Padri della Chiesa, del resto, ci dicono che l’amore comprende di più che la sola ragione.”

Nell’ultima parte della catechesi, il Papa è tornato sul concetto della Chiesa come partner sponsale di Cristo. “La Chiesa non è solo una promessa sposa, ma è la reale sposa di Cristo. Egli, per così dire, se l’è conquistata, e lo ha fatto a prezzo della sua vita… In più, egli è preoccupato per la sua bellezza: non solo di quella già acquisita con il battesimo, ma anche di quella che deve crescere ogni giorno grazie ad una vita ineccepibile… Da qui alla comune esperienza del matrimonio cristiano il passo è breve; anzi, non è neppure ben chiaro quale sia per l'autore della Lettera il punto di riferimento iniziale: se sia il rapporto Cristo-Chiesa, alla cui luce pensare l'unione dell'uomo e della donna, oppure se sia il dato esperienziale dell'unione coniugale, alla cui luce pensare il rapporto tra Cristo e la Chiesa. Ma ambedue gli aspetti si illuminano reciprocamente.

Benedetto XVI ha concluso ricordando che queste due Lettere dell’Apostolo Paolo “sono una grande catechesi, dalla quale possiamo imparare non solo come essere buoni cristiani, ma anche come divenire realmente uomini. Se cominciamo a capire che il cosmo è l'impronta di Cristo, impariamo il nostro retto rapporto con il cosmo, con tutti i problemi della conservazione del cosmo. Impariamo a vederlo con la ragione, ma con una ragione mossa dall’amore, e con l’umiltà e il rispetto che consentono di agire in modo retto. E se pensiamo che la Chiesa è il Corpo di Cristo, che Cristo ha dato se stesso per essa, impariamo come vivere con Cristo l'amore reciproco, l'amore che ci unisce a Dio e che ci fa vedere nell'altro l'immagine di Cristo, Cristo stesso”.

Rivolgendo i saluti nelle varie lingue ai pellegrini presenti, il Papa ha salutato in particolare il pellegrinaggio francese che accompagna le reliquie dei Beati Louis e Zelie Martin, genitori di Santa Teresa del Bambino Gesù, beatificati nella recente Giornata Missionaria Mondiale, quindi ha invitato a pregare per il VI Incontro Mondiale delle Famiglie che si sta svolgendo in questi giorni a Città del Messico: “Possa questo importante evento ecclesiale manifestare ancora una volta la bellezza e il valore della famiglia, suscitando in tutti nuove energie in favore di questa insostituibile cellula fondamentale della società e della Chiesa”. (S.L.) (Agenzia Fides 15/1/2009; righe 73, parole 1.177)

 

“Facciamo nostro l’anelito di san Paolo, che ha speso la sua vita interamente per l’unico Signore e per l’unità del suo mistico Corpo, la Chiesa, rendendo, con il martirio, una suprema testimonianza di fedeltà e di amore a Cristo”

Città del Vaticano (Agenzia Fides) – Per quattro volte Gesù, nella preghiera che rivolse al Padre nel Cenacolo, prima della sua Passione, chiese che i suoi discepoli fossero "una cosa sola", e per due volte, inoltre, Gesù aggiunse come scopo di questa unità: perché il mondo creda. “La piena unità è quindi connessa alla vita e alla missione stessa della Chiesa nel mondo – ha affermato Benedetto XVI durante l’udienza generale del 21 gennaio -. Essa deve vivere una unità che può derivare solo dalla sua unità con Cristo, con la sua trascendenza, quale segno che Cristo è la verità. E’ questa la nostra responsabilità: che sia visibile nel mondo il dono di una unità in virtù della quale si renda credibile la nostra fede”. Al tema della Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani, iniziata il 18 gennaio e che si concluderà domenica 25, festa della Conversione di san Paolo apostolo, il Santo Padre ha dedicato la sua catechesi durante l’udienza generale di mercoledì 21 gennaio.

            “Sapendo che l’unità è innanzitutto ‘dono’ del Signore – ha sottolineato il Papa -, occorre al tempo stesso implorarla con instancabile e fiduciosa preghiera. Solo uscendo da noi e andando verso Cristo, solo nella relazione con Lui possiamo diventare realmente uniti tra di noi. E’ questo l’invito che, con la presente ‘Settimana’, viene rivolto ai credenti in Cristo di ogni Chiesa e Comunità ecclesiale; ad esso, cari fratelli e sorelle, rispondiamo con pronta generosità.”

La Settimana di preghiera quest’anno ha per tema un versetto del libro del profeta Ezechiele: "Che formino una cosa sola nella tua mano" (37,17), proposto da un gruppo ecumenico della Corea. “Nel brano del libro del profeta Ezechiele, da cui è tratto il tema – ha spiegato Benedetto XVI -, il Signore ordina al profeta di prendere due legni, uno come simbolo di Giuda e delle sue tribù e l’altro come simbolo di Giuseppe e di tutta la casa d’Israele unita a lui, e gli chiede di ‘accostarli’, in modo da formare un solo legno, ‘una cosa sola’ nella sua mano. Trasparente è la parabola dell’unità… La mano del profeta, che accosta i due legni, viene considerata come la mano stessa di Dio che raccoglie e unifica il suo popolo e finalmente l’intera umanità”. Le parole del profeta possono essere interpretate come una esortazione ai cristiani “a pregare, a lavorare facendo tutto il possibile perché si compia l’unità di tutti i discepoli di Cristo, a lavorare affinché la nostra mano sia strumento della mano unificante di Dio. Questa esortazione diventa particolarmente commovente ed accorata nelle parole di Gesù dopo l’Ultima Cena”.

Nella seconda parte della lettura biblica si ricorda che nella dispersione tra le genti, “gli Israeliti avevano conosciuto culti erronei, avevano maturato concezioni di vita sbagliate, avevano assunto costumi alieni dalla legge divina”. Il Signore allora richiama la necessità di liberarli dal peccato, di purificare il loro cuore, per un rinnovamento interiore che è il presupposto necessario all’unità. Del resto l’intero movimento ecumenico, ha sottolineato il Papa, “pone in luce l’esigenza imprescindibile di un autentico rinnovamento interiore in tutti i componenti del Popolo di Dio che il Signore solo può operare. A questo rinnovamento dobbiamo essere aperti anche noi, perché anche noi, dispersi tra i popoli del mondo, abbiamo imparato usanze molto lontane dalla Parola di Dio.” Il Pontefice ha quindi citato il Decreto sull’ecumenismo del Concilio Vaticano II: "Ecumenismo vero non c’è senza interiore conversione, perché il desiderio dell’unità nasce e matura dal rinnovamento della mente, dall’abnegazione di se stesso e dal pieno esercizio della carità" (UR, 7).

La "Settimana di preghiera per l’unità" è quindi per tutti noi “stimolo a una conversione sincera e a un ascolto sempre più docile della Parola di Dio, a una fede sempre più profonda”, inoltre è anche “occasione propizia per ringraziare il Signore per quanto ha concesso di fare sinora ‘per accostare’, gli uni agli altri, i cristiani divisi, e le stesse Chiese e Comunità ecclesiali”. Benedetto XVI ha quindi citato le diverse tappe del cammino ecumenico percorso  “con salda convinzione e radicata speranza” dalla Chiesa cattolica nell’anno appena trascorso, impegnandosi a non venire mai meno “all’impegno di compiere ogni sforzo tendente alla ricomposizione della piena unità”. In particolare il Papa ha ricordato i “segni di convergenze spirituali incoraggianti” nelle relazioni fra le Chiese e nell’ambito dei dialoghi teologici; gli incontri, in Vaticano e nei viaggi apostolici, con “cristiani provenienti da ogni orizzonte”; le tre visite in Vaticano del Patriarca Ecumenico Sua Santità Bartolomeo I; l’accoglienza ai due Catholicoi della Chiesa Apostolica Armena: Sua Santità Karekin II di Etchmiazin e Sua Santità Aram I di Antelias; la condivisione del dolore del Patriarcato di Mosca per la dipartita del Patriarca Sua Santità Alessio II. Inoltre negli incontri con i rappresentanti delle varie Comunioni cristiane di Occidente “prosegue il confronto sull’importante testimonianza che i cristiani devono dare oggi in modo concorde, in un mondo sempre più diviso e posto di fronte a tante sfide di carattere culturale, sociale, economico ed etico”.

Nella parte conclusiva della sua catechesi, il Santo Padre ha ricordato, nel contesto dell’Anno Paolino, “quanto l’Apostolo Paolo ci ha lasciato scritto a proposito dell’unità della Chiesa”, ed ha esortato: “Facciamo nostro l’anelito di san Paolo, che ha speso la sua vita interamente per l’unico Signore e per l’unità del suo mistico Corpo, la Chiesa, rendendo, con il martirio, una suprema testimonianza di fedeltà e di amore a Cristo. Seguendo il suo esempio e contando sulla sua intercessione, ogni comunità cresca nell’impegno dell’unità, grazie alle varie iniziative spirituali e pastorali e alle assemblee di preghiera comune, che di solito si fanno più numerose e intense in questa ‘Settimana’, facendoci già pregustare, in un certo modo, il giorno dell’unità piena. Preghiamo perché tra le Chiese e le Comunità ecclesiali continui il dialogo della verità, indispensabile per dirimere le divergenze, e quello della carità che condiziona lo stesso dialogo teologico e aiuta a vivere insieme per una testimonianza comune”. (S.L.) (Agenzia Fides 22/1/2009; righe 65, parole 990)

 

L’invito a pregare il Signore e san Paolo “perché anche noi, come cristiani, possiamo sempre più caratterizzarci, in rapporto alla società in cui viviamo, come membri della famiglia di Dio… e perché i pastori della Chiesa acquisiscano sempre più sentimenti paterni, insieme teneri e forti, nella formazione della Casa di Dio, della comunità, della Chiesa”

Città del Vaticano (Agenzia Fides) – Le ultime Lettere di San Paolo, chiamate Lettere Pastorali, inviate due a Timoteo e una a Tito, suoi stretti collaboratori, sono state l’argomento della catechesi del Santo Padre Benedetto XVI durante l’udienza generale di mercoledì 28 gennaio, A Timoteo, che fu poi il primo Vescovo di Efeso, l’Apostolo affidò missioni importanti e scrisse di lui un elogio lusinghiero. Anche Tito venne incaricato di missioni molto delicate il cui esito confortò l’Apostolo, secondo la Lettera a lui indirizzata, risulta essere stato Vescovo di Creta. “La maggioranza degli esegeti – ha spiegato il Papa - è oggi del parere che queste Lettere non sarebbero state scritte da Paolo stesso, ma la loro origine sarebbe nella ‘scuola di Paolo’, e rifletterebbe la sua eredità per una nuova generazione, forse integrando qualche breve scritto o parola dell’Apostolo stesso”.

“Senza dubbio la situazione ecclesiale che emerge da queste Lettere è diversa da quella degli anni centrali della vita di Paolo” ha affermato il Santo Padre, sottolineando anche i nuovi contesti culturali e l'insorgere di insegnamenti da considerare del tutto errati e falsi che anticiparono “alcuni tratti di quel successivo orientamento erroneo che va sotto il nome di Gnosticismo”. Per contrastare queste dottrine, San Paolo richiama in primo luogo “a una lettura spirituale della Sacra Scrittura, cioè a una lettura che la considera realmente come ‘ispirata’ e proveniente dallo Spirito Santo, così che da essa si può essere ‘istruiti per la salvezza’… L’altro richiamo consiste nell’accenno al buon ‘deposito’: è una parola speciale delle Lettere pastorali con cui si indica la tradizione della fede apostolica da custodire con l’aiuto dello Spirito Santo che abita in noi. Questo cosiddetto ‘deposito’ è quindi da considerare come la somma della Tradizione apostolica e come criterio di fedeltà all’annuncio del Vangelo… L’annuncio apostolico, cioè la Tradizione, è necessario per introdursi nella comprensione della Scrittura e cogliervi la voce di Cristo”.

Dalle Lettere Pastorali si apprende inoltre che “la comunità cristiana va configurandosi in termini molto netti, secondo una identità che non solo prende le distanze da interpretazioni incongrue, ma soprattutto afferma il proprio ancoraggio ai punti essenziali della fede, che qui è sinonimo di ‘verità’… In ogni caso – ha precisato il Pontefice -, essa resta una comunità aperta, dal respiro universale, la quale prega per tutti gli uomini di ogni ordine e grado, perché giungano alla conoscenza della verità… Quindi il senso dell’universalità, anche se le comunità sono ancora piccole, è forte e determinante per queste Lettere… Questa è una prima componente importante di queste Lettere: l’universalità e la fede come verità, come chiave di lettura della Sacra Scrittura, dell’Antico Testamento e così si delinea una unità di annuncio e di Scrittura e una fede viva aperta a tutti e testimone dell’amore di Dio per tutti”.

Riguardo alla struttura ministeriale della Chiesa, per la prima volta le Lettere Pastorali presentano la triplice suddivisione di episcopi, presbiteri e diaconi. Infatti nelle Lettere paoline degli anni centrali della sua vita, Paolo parla di "episcopi" e di "diaconi", secondo la struttura tipica della Chiesa formatasi all’epoca nel mondo pagano. Rimane pertanto dominante la figura dell’apostolo stesso e perciò solo man mano si sviluppano gli altri ministeri. Nelle Chiese formate nel mondo giudeo-cristiano invece “i presbiteri” sono la struttura dominante. “Alla fine nelle Lettere pastorali, le due strutture si uniscono – ha proseguito il Papa -: appare adesso ‘l’episcopo’, (il vescovo), sempre al singolare, accompagnato dall’articolo determinativo ‘l’episcopo’. E accanto a ‘l’episcopo’ troviamo i presbiteri e i diaconi… Si nota così inizialmente la realtà che più tardi si chiamerà ‘successione apostolica’… E così abbiamo l’essenziale della struttura cattolica: Scrittura e Tradizione, Scrittura e annuncio, formano un insieme, ma a questa struttura, per così dire dottrinale, deve aggiungersi la struttura personale, i successori degli Apostoli, come testimoni dell’annuncio apostolico”.

            L’ultima annotazione fatta dal Santo Padre sulle Lettere Pastorali paoline riguarda il fatto che “la Chiesa comprende se stessa in termini molto umani, in analogia con la casa e la famiglia”. Si leggono istruzioni molto dettagliate sull'episcopo: che sappia dirigere bene la propria famiglia… perché se uno non sa dirigere la propria casa, come potrà aver cura della Chiesa di Dio? Quindi è richiesta l'importante attitudine all'insegnamento e una speciale caratteristica personale, quella della paternità. “L’episcopo infatti è considerato padre della comunità cristiana” ha evidenziato Benedetto XVI che ha concluso la catechesi invitando a pregare il Signore e san Paolo “perché anche noi, come cristiani, possiamo sempre più caratterizzarci, in rapporto alla società in cui viviamo, come membri della ‘famiglia di Dio’. E preghiamo anche perché i pastori della Chiesa acquisiscano sempre più sentimenti paterni, insieme teneri e forti, nella formazione della Casa di Dio, della comunità, della Chiesa”. (S.L.) (Agenzia Fides 29/1/2009; righe 85, parole 1.247)

 

San Paolo: “resta luminosa davanti a noi la figura di un apostolo e di un pensatore cristiano estremamente fecondo e profondo, dal cui accostamento ciascuno può trarre giovamento”

Città del Vaticano (Agenzia Fides) – Nell’udienza generale di mercoledì 4 febbraio, il Santo Padre Benedetto XVI ha concluso il ciclo di catechesi su San Paolo Apostolo soffermandosi sulla sua morte e sulla sua eredità. “L'antica tradizione cristiana testimonia unanimemente che la morte di Paolo avvenne in conseguenza del martirio subito qui a Roma” ha ricordato il Papa nella sua catechesi, sottolineando che gli scritti del Nuovo Testamento non ci riportano il fatto e gli Atti degli Apostoli terminano il loro racconto accennando alla sua prigionia. “La prima testimonianza esplicita sulla fine di san Paolo – ha proseguito il Pontefice - ci viene dalla metà degli anni 90 del secolo I, quindi poco più di tre decenni dopo la sua morte effettiva. Si tratta precisamente della Lettera che la Chiesa di Roma, con il suo Vescovo Clemente I, scrisse alla Chiesa di Corinto. In quel testo epistolare si invita a tenere davanti agli occhi l'esempio degli Apostoli” e, viene menzionato il martirio di Pietro, e subito dopo, quello di Paolo. Il Papa ha definito quindi come sia “molto interessante… nella lettera di Clemente il succedersi dei due nomi di Pietro e di Paolo… Anche se nessuna fonte antica parla di un loro contemporaneo ministero a Roma, la successiva coscienza cristiana, sulla base del loro comune seppellimento nella capitale dell'impero, li assocerà anche come fondatori della Chiesa di Roma”.

            Concentrandosi sulla figura di Paolo, Benedetto XVI ha ricordato che “il suo martirio viene raccontato per la prima volta dagli Atti di Paolo, scritti verso la fine del II secolo. Essi riferiscono che Nerone lo condannò a morte per decapitazione, eseguita subito dopo. La data della morte varia già nelle fonti antiche, che la pongono tra la persecuzione scatenata da Nerone stesso dopo l’incendio di Roma nel luglio del 64 e l’ultimo anno del suo regno, cioè il 68… Tradizioni successive preciseranno due altri elementi. L’uno, il più leggendario, è che il martirio avvenne alle Acquae Salviae, sulla Via Laurentina, con un triplice rimbalzo della testa, ognuno dei quali causò l'uscita di un fiotto d'acqua, per cui il luogo fu detto fino ad oggi ‘Tre Fontane’. L’altro… è che la sua sepoltura avvenne non solo ‘fuori della città... al secondo miglio sulla Via Ostiense’, ma più precisamente ‘nel podere di Lucina’, che era una matrona cristiana. Qui, nel secolo IV, l’imperatore Costantino eresse una prima chiesa, poi grandemente ampliata tra secolo IV e V dagli imperatori Valentiniano II, Teodosio e Arcadio. Dopo l’incendio del 1800, fu qui eretta l’attuale basilica di San Paolo fuori le Mura”.

            Benedetto XVI ha quindi sottolineato la “straordinaria eredità spirituale” lasciata da Paolo: già negli Atti degli Apostoli appare una grande venerazione verso l’Apostolo e ben presto le sue Lettere entrarono nella liturgia, “è ovvio che i Padri della Chiesa e poi tutti i teologi si sono nutriti delle Lettere di san Paolo e della sua spiritualità. Egli è così rimasto nei secoli, fino ad oggi, il vero maestro e apostolo delle genti”.

            Gli studi storico-critici degli ultimi due secoli hanno sottolineato soprattutto come sia centrale nel pensiero paolino il concetto di libertà. “Soprattutto negli ultimi duecento anni, crescono anche le convergenze tra esegesi cattolica ed esegesi protestante – ha sottolineato il Santo Padre - realizzando così un notevole consenso proprio nel punto che fu all’origine del massimo dissenso storico. Quindi una grande speranza per la causa dell'ecumenismo, così centrale per il Concilio Vaticano II”.

            Il Pontefice ha concluso la sua catechesi sull’eredità lasciata da San Paolo accennando ai vari movimenti religiosi, “sorti in età moderna all’interno della Chiesa cattolica, che si rifanno al nome di san Paolo” ed ha messo in evidenza che “resta luminosa davanti a noi la figura di un apostolo e di un pensatore cristiano estremamente fecondo e profondo, dal cui accostamento ciascuno può trarre giovamento… Attingere a lui, tanto al suo esempio apostolico quanto alla sua dottrina, sarà quindi uno stimolo, se non una garanzia, per il consolidamento dell’identità cristiana di ciascuno di noi e per il ringiovanimento dell’intera Chiesa.”

            Al termine dei saluti nelle diverse lingue, Benedetto XVI ha lanciato un appello per lo Sri Lanka con queste parole: “Continua a destare preoccupazione la situazione nello Sri Lanka.

Le notizie dell'incrudelirsi del conflitto e del crescente numero di vittime innocenti mi inducono a rivolgere un pressante appello ai combattenti affinché rispettino il diritto umanitario e la libertà di movimento della popolazione, facciano il possibile per garantire l'assistenza ai feriti e la sicurezza dei civili e consentano il soddisfacimento delle loro urgenti necessità alimentari e mediche. La Vergine Santa di Madhu, molto venerata dai cattolici e anche dagli appartenenti ad altre religioni, affretti il giorno della pace e della riconciliazione in quel caro Paese.” (S.L.) (Agenzia Fides 5/2/2009; righe 58, parole 824)

San Paolo ed il Santo Curato d’Ars “differiscono molto per i percorsi di vita che li hanno caratterizzati, c’è però qualcosa di fondamentale che li accomuna: ed è la loro identificazione totale col proprio ministero, la loro comunione con Cristo”

Città del Vaticano (Agenzia Fides) – “Perché un Anno Sacerdotale? Perché proprio nel ricordo del santo Curato d’Ars, che apparentemente non ha compiuto nulla di straordinario?” Sono le due domande che ha posto il Santo Padre Benedetto XVI all’inizio dell’udienza generale di mercoledì 24 giugno, tenuta in piazza San Pietro. “Mentre si va concludendo l’Anno Paolino – ha spiegato il Papa nella sua catechesi -, dedicato all’Apostolo delle genti, modello di straordinario evangelizzatore che ha compiuto diversi viaggi missionari per diffondere il Vangelo, questo nuovo anno giubilare ci invita a guardare ad un povero contadino diventato umile parroco, che ha consumato il suo servizio pastorale in un piccolo villaggio. Se i due Santi differiscono molto per i percorsi di vita che li hanno caratterizzati – l’uno è passato di regione in regione per annunciare il Vangelo, l’altro ha accolto migliaia e migliaia di fedeli sempre restando nella sua piccola parrocchia -, c’è però qualcosa di fondamentale che li accomuna: ed è la loro identificazione totale col proprio ministero, la loro comunione con Cristo… Scopo di questo Anno Sacerdotale come ho scritto nella lettera inviata ai sacerdoti per tale occasione - è pertanto favorire la tensione di ogni presbitero ‘verso la perfezione spirituale dalla quale soprattutto dipende l’efficacia del suo ministero’, e aiutare innanzitutto i sacerdoti, e con essi l’intero Popolo di Dio, a riscoprire e rinvigorire la coscienza dello straordinario ed indispensabile dono di Grazia che il ministero ordinato rappresenta per chi lo ha ricevuto, per la Chiesa intera e per il mondo, che senza la presenza reale di Cristo sarebbe perduto.”

            Sottolineando come siano profondamente mutate “le condizioni storiche e sociali nelle quali ebbe a trovarsi il Curato d’Ars”, il Santo Padre si è chiesto “come possano i sacerdoti imitarlo nella immedesimazione col proprio ministero nelle attuali società globalizzate”. Infatti ai nostri giorni “la visione comune della vita comprende sempre meno il sacro” e “la concezione cattolica del sacerdozio potrebbe rischiare di perdere la sua naturale considerazione, talora anche all’interno della coscienza ecclesiale”. Quindi Benedetto XVI ha richiamato due differenti concezioni del sacerdozio che attualmente “si confrontano e talora si oppongono”. La prima, "una concezione sociale-funzionale che definisce l’essenza del sacerdozio con il concetto di ‘servizio’: il servizio alla comunità, nell’espletamento di una funzione… Dall’altra parte, vi è la concezione sacramentale-ontologica, che naturalmente non nega il carattere di servizio del sacerdozio, lo vede però ancorato all’essere del ministro e ritiene che questo essere è determinato da un dono concesso dal Signore attraverso la mediazione della Chiesa, il cui nome è sacramento".  Tuttavia “non si tratta di due concezioni contrapposte” ha spiegato il Santo Padre, citando il Decreto Presbyterorum ordinis del Concilio Vaticano II che afferma: "È proprio per mezzo dell'annuncio apostolico del Vangelo che il popolo di Dio viene convocato e adunato, in modo che tutti… possano offrire se stessi come ‘ostia viva, santa, accettabile da Dio’ (Rm 12,1), ed è proprio attraverso il ministero dei presbiteri che il sacrificio spirituale dei fedeli viene reso perfetto nell'unione al sacrificio di Cristo, unico mediatore. Questo sacrificio, infatti, per mano dei presbiteri e in nome di tutta la Chiesa, viene offerto nell'Eucaristia in modo incruento e sacramentale, fino al giorno della venuta del Signore" (n. 2).

            Il Santo Padre ha poi illustrato che cosa significhi per i sacerdoti, evangelizzare e in cosa consista il cosiddetto primato dell’annuncio, con queste parole: “La predicazione cristiana non proclama ‘parole’, ma la Parola, e l’annuncio coincide con la persona stessa di Cristo, ontologicamente aperta alla relazione con il Padre ed obbediente alla sua volontà. Quindi, un autentico servizio alla Parola richiede da parte del sacerdote che tenda ad una approfondita abnegazione di sé… Il presbitero non può considerarsi ‘padrone’ della parola, ma servo. Ora, essere ‘voce’ della Parola, non costituisce per il sacerdote un mero aspetto funzionale. Al contrario presuppone un sostanziale ‘perdersi’ in Cristo, partecipando al suo mistero di morte e di risurrezione con tutto il proprio io: intelligenza, libertà, volontà e offerta dei propri corpi, come sacrificio vivente. Solo la partecipazione al sacrificio di Cristo, alla sua chènosi, rende autentico l’annuncio!... L’annuncio, allora, comporta sempre anche il sacrificio di sé, condizione perché l’annuncio sia autentico ed efficace”.           

Nella parte conclusiva della catechesi, il Papa ha sottolineato che “proprio perché appartiene a Cristo, il presbitero è radicalmente al servizio degli uomini: è ministro della loro salvezza, della loro felicità, della loro autentica liberazione, maturando, in questa progressiva assunzione della volontà del Cristo, nella preghiera, nello ‘stare cuore a cuore’ con Lui. È questa allora la condizione imprescindibile di ogni annuncio, che comporta la partecipazione all’offerta sacramentale dell’Eucaristia e la docile obbedienza alla Chiesa”. Infine ha espresso l’auspicio che l’Anno Sacerdotale conduca “tutti i sacerdoti ad immedesimarsi totalmente con Gesù crocifisso e risorto”, e “seguendo l’esempio del Curato d’Ars, avvertano in maniera costante e profonda la responsabilità della loro missione, che è segno e presenza dell’infinita misericordia di Dio”.

Al termine dei saluti nelle diverse lingue, Benedetto XVI si è rivolto alla Delegazione guidata dalla Sotto-Segretario dell’ONU e Rappresentante speciale per i Bambini in situazione di conflitto armato, con queste parole: “Nell’esprimere a Lei e ai suoi accompagnatori vivo apprezzamento per l’impegno a difesa dell’infanzia vittima della violenza e delle armi, penso a tutti i bambini del mondo, in particolare a quelli che sono esposti alla paura, all’abbandono, alla fame, agli abusi, alla malattia, alla morte. Il Papa è vicino a tutte queste piccole vittime e li ricorda sempre nella preghiera”.

Infine il ricordo del 150° anniversario della Croce Rossa – “un importante baluardo di umanità e di solidarietà in tanti contesti di guerra e di conflitto, come pure in molte emergenze” – ha offerto l’occasione al Santo Padre per “auspicare che la persona umana, nella sua dignità e nella sua interezza sia sempre al centro dell’impegno umanitario della Croce Rossa” e per “chiedere il rilascio di tutte le persone sequestrate in zone di confitto e nuovamente la liberazione di Eugenio Vagni, operatore della Croce Rossa nelle Filippine”. (S.L.) (Agenzia Fides 25/6/2009; righe 69, parole 996)

 

“Quando non si tiene conto del ‘dittico’ consacrazione-missione, diventa veramente difficile comprendere l’identità del presbitero e del suo ministero nella Chiesa”

Città del Vaticano (Agenzia Fides) – “Quale preziosa eredità dell’Anno Paolino, possiamo raccogliere l’invito dell’Apostolo ad approfondire la conoscenza del mistero di Cristo, perché sia Lui il cuore e il centro della nostra esistenza personale e comunitaria. E’ questa infatti la condizione indispensabile per un vero rinnovamento spirituale ed ecclesiale”. Con queste parole il Santo Padre Benedetto XVI ha iniziato la sua catechesi durante l’udienza generale di mercoledì 1° luglio, tenuta in piazza San Pietro, che è stata dedicata all’Anno Sacerdotale da poco iniziato. Il Papa ha auspicato che “esso costituisca per ogni sacerdote un’opportunità di rinnovamento interiore e, conseguentemente, di saldo rinvigorimento nell’impegno per la propria missione”.

“Come durante l’Anno Paolino nostro riferimento costante è stato san Paolo – ha proseguito Benedetto XVI - , così nei prossimi mesi guarderemo in primo luogo a san Giovanni Maria Vianney, il santo Curato d’Ars, ricordandone il 150° anniversario della morte. Nella lettera che per questa occasione ho scritto ai sacerdoti, ho voluto sottolineare quel che maggiormente risplende nell’esistenza di questo umile ministro dell’altare: ‘la sua totale identificazione col proprio ministero’.”

Considerando quindi il binomio "identità-missione" e il tema dell’Anno Sacerdotale - Fedeltà di Cristo, fedeltà del sacerdote – il Papa ha sottolineato che “il dono della grazia divina precede ogni possibile umana risposta e realizzazione pastorale, e così, nella vita del sacerdote, annuncio missionario e culto non sono mai separabili, come non vanno mai separati identità ontologico-sacramentale e missione evangelizzatrice”. Il fine della missione di ogni presbitero è infatti che tutti gli uomini “possano offrirsi a Dio come ostia viva, santa e a lui gradita, che nella creazione stessa, negli uomini diventa culto, lode del Creatore, ricevendone quella carità che sono chiamati a dispensare abbondantemente gli uni agli altri”. Dopo aver ricordato che “l’amore per il prossimo, l’attenzione alla giustizia e ai poveri non sono soltanto temi di una morale sociale, quanto piuttosto espressione di una concezione sacramentale della moralità cristiana”, il Santo Padre ha sottolineato qual è “la principale dimensione, essenzialmente missionaria e dinamica, dell’identità e del ministero sacerdotale: attraverso l’annuncio del Vangelo essi generano la fede in coloro che ancora non credono, perché possano unire al sacrificio di Cristo il loro sacrificio, che si traduce in amore per Dio e per il prossimo”.

Il Papa ha quindi rilevato l’urgenza di recuperare “un giudizio chiaro ed inequivocabile sul primato assoluto della grazia divina” di fronte a “tante incertezze e stanchezze anche nell’esercizio del ministero sacerdotale”. “La missione di ogni singolo presbitero dipenderà, pertanto, anche e soprattutto dalla consapevolezza della realtà sacramentale del suo ‘nuovo essere’. Dalla certezza della propria identità, non artificialmente costruita ma gratuitamente e divinamente donata ed accolta, dipende il sempre rinnovato entusiasmo del sacerdote per la missione… Avendo ricevuto un così straordinario dono di grazia con la loro ‘consacrazione’, i presbiteri diventano testimoni permanenti del loro incontro con Cristo. Partendo proprio da questa interiore consapevolezza, essi possono svolgere appieno la loro ‘missione’, mediante l'annuncio della Parola e l'amministrazione dei Sacramenti”. Di fronte ad alcune interpretazioni della missione dei sacerdoti in questo nostro tempo, legata in primo luogo “a costruire una diversa società”, il Santo Padre ha richiamato i due elementi essenziali del ministero sacerdotale indicati dal Vangelo: “Gesù invia, in quel tempo ed oggi, gli Apostoli ad annunciare il Vangelo e dà ad essi il potere di cacciare gli spiriti cattivi. ‘Annuncio’ e ‘potere’, cioè ‘parola’ e ‘sacramento’ sono pertanto le due fondamentali colonne del servizio sacerdotale, al di là delle sue possibili molteplici configurazioni”.

Nella parte conclusiva della sua catechesi, Benedetto XVI ha sottolineato che “quando non si tiene conto del ‘dittico’ consacrazione-missione, diventa veramente difficile comprendere l’identità del presbitero e del suo ministero nella Chiesa. Chi è infatti il presbitero, se non un uomo convertito e rinnovato dallo Spirito, che vive del rapporto personale con Cristo, facendone costantemente propri i criteri evangelici? Chi è il presbitero se non un uomo di unità e di verità, consapevole dei propri limiti e, nel contempo, della straordinaria grandezza della vocazione ricevuta, quella cioè di concorrere a dilatare il Regno di Dio fino agli estremi confini della terra? Sì! Il sacerdote è un uomo tutto del Signore, poiché è Dio stesso a chiamarlo ed a costituirlo nel suo servizio apostolico. E proprio essendo tutto del Signore, è tutto degli uomini, per gli uomini”.

Infine il Papa ha invitato tutti, durante questo Anno Sacerdotale, a pregare per la santificazione del clero e le vocazioni sacerdotali: “la preghiera è il primo impegno, la vera via di santificazione dei sacerdoti, e l’anima dell’autentica ‘pastorale vocazionale’. La scarsità numerica di ordinazioni sacerdotali in taluni Paesi non solo non deve scoraggiare, ma deve spingere a moltiplicare gli spazi di silenzio e di ascolto della Parola, a curare meglio la direzione spirituale e il sacramento della confessione, perché la voce di Dio, che sempre continua a chiamare e a confermare, possa essere ascoltata e prontamente seguita da tanti giovani. Chi prega non ha paura; chi prega non è mai solo; chi prega si salva!” (S.L.) (Agenzia Fides 2/7/2009; righe 60, parole 834)

 

 

CELEBRAZIONI

 

Il Papa apre l'Anno Paolino: “Ringraziamo il Signore, perché ha chiamato Paolo, rendendolo luce delle genti e maestro di tutti noi, e lo preghiamo: Donaci anche oggi testimoni della risurrezione, colpiti dal tuo amore e capaci di portare la luce del Vangelo nel nostro tempo”

Città del Vaticano (Agenzia Fides) –  Alle ore 18 di sabato 28 giugno, il Santo Padre Benedetto XVI si è recato nella Basilica di San Paolo fuori le Mura dove ha presieduto la Celebrazione dei primi Vespri della Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, in occasione dell’apertura dell’Anno Paolino, con la partecipazione del Patriarca Ecumenico Bartolomeo I e dei Rappresentanti delle altre Chiese e Comunità Cristiane. Prima di entrare in Basilica, il Papa, seguito dal Patriarca Ecumenico e dal Rappresentante del Primate Anglicano, ha acceso nel quadriportico un cero del braciere che arderà per tutto il corso dell’Anno Paolino. Quindi la processione è entrata in Basilica passando dalla “Porta Paolina”, ed il Santo Padre è sceso alla Confessione per venerare il sepolcro dell’Apostolo, quindi ha avuto inizio la Celebrazione dei Vespri.

            Nell'omelia Benedetto XVI ha messo in evidenza prima di tutto che “Paolo non è per noi una figura del passato, che ricordiamo con venerazione. Egli è anche il nostro maestro, apostolo e banditore di Gesù Cristo anche per noi. Siamo quindi riuniti non per riflettere su una storia passata, irrevocabilmente superata. Paolo vuole parlare con noi – oggi. Per questo ho voluto indire questo speciale Anno Paolino: per ascoltarlo e per apprendere ora da lui, quale nostro maestro, 'la fede e la verità', in cui sono radicate le ragioni dell’unità tra i discepoli di Cristo”.

            Dopo aver salutato i numerosi delegati e rappresentanti di altre Chiese e Comunità ecclesiali presenti, il Papa ha posto l'interrogativo: “Chi è Paolo? Che cosa dice a me?”. La risposta viene da tre testi del Nuovo Testamento che il Santo Padre ha illustrato. Nella Lettera ai Galati “egli ci ha donato una professione di fede molto personale... La sua fede è l’esperienza dell’essere amato da Gesù Cristo in modo tutto personale; è la coscienza del fatto che Cristo ha affrontato la morte non per un qualcosa di anonimo, ma per amore di lui – di Paolo – e che, come Risorto, lo ama tuttora, che cioè Cristo si è donato per lui. La sua fede è l’essere colpito dall’amore di Gesù Cristo, un amore che lo sconvolge fin nell’intimo e lo trasforma. La sua fede non è una teoria, un’opinione su Dio e sul mondo. La sua fede è l’impatto dell’amore di Dio sul suo cuore. E così questa stessa fede è amore per Gesù Cristo”.

            Nella Lettera ai Tessalonicesi leggiamo che “la verità era per lui troppo grande per essere disposto a sacrificarla in vista di un successo esterno. La verità che aveva sperimentato nell‘incontro con il Risorto ben meritava per lui la lotta, la persecuzione, la sofferenza. Ma ciò che lo motivava nel più profondo, era l’essere amato da Gesù Cristo e il desiderio di trasmettere ad altri questo amore. Paolo era un uomo colpito da un grande amore, e tutto il suo operare e soffrire si spiega solo a partire da questo centro”. Il Santo Padre si è poi soffermato ad illustrare una delle sue parole-chiave: la libertà. “Paolo era libero come uomo amato da Dio che, in virtù di Dio, era in grado di amare insieme con Lui... Chi ama Cristo come lo ha amato Paolo, può veramente fare quello che vuole, perché il suo amore è unito alla volontà di Cristo e così alla volontà di Dio; perché la sua volontà è ancorata alla verità e perché la sua volontà non è più semplicemente volontà sua, arbitrio dell’io autonomo, ma è integrata nella libertà di Dio e da essa riceve la strada da percorrere”.

            Citando la domanda che il Cristo risorto rivolse a Saulo sulla strada verso Damasco - “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?” - il Papa ha messo in evidenza che “perseguitando la Chiesa, Paolo perseguita lo stesso Gesù... Cristo non si è ritirato nel cielo, lasciando sulla terra una schiera di seguaci che mandano avanti 'la sua causa'. La Chiesa non è un’associazione che vuole promuovere una certa causa. In essa non si tratta di una causa. In essa si tratta della persona di Gesù Cristo, che anche da Risorto è rimasto 'carne'... Egli ha un corpo. È personalmente presente nella sua Chiesa... In tutto ciò traspare il mistero eucaristico, nel quale Cristo dona continuamente il suo Corpo e fa di noi il suo Corpo... Continuamente Cristo ci attrae dentro il suo Corpo, edifica il suo Corpo a partire dal centro eucaristico, che per Paolo è il centro dell’esistenza cristiana, in virtù del quale tutti, come anche ogni singolo può in modo tutto personale sperimentare: Egli mi ha amato e ha dato se stesso per me”.

            Nella lettera a Timoteo, infine, San Paolo esorta il suo discepolo di fronte alla morte, e quasi come un testamento, l'Apostolo afferma che “l’incarico dell’annuncio e la chiamata alla sofferenza per Cristo vanno inscindibilmente insieme. La chiamata a diventare il maestro delle genti è al contempo e intrinsecamente una chiamata alla sofferenza nella comunione con Cristo, che ci ha redenti mediante la sua Passione. In un mondo in cui la menzogna è potente, la verità si paga con la sofferenza. Chi vuole schivare la sofferenza, tenerla lontana da sé, tiene lontana la vita stessa e la sua grandezza; non può essere servitore della verità e così servitore della fede... L’Eucaristia – il centro del nostro essere cristiani – si fonda nel sacrificio di Gesù per noi, è nata dalla sofferenza dell’amore, che nella Croce ha trovato il suo culmine. Di questo amore che si dona noi viviamo. Esso ci dà il coraggio e la forza di soffrire con Cristo e per Lui in questo mondo, sapendo che proprio così la nostra vita diventa grande e matura e vera”.

            Il Papa ha concluso l'omelia con questa esortazione: “In questa ora ringraziamo il Signore, perché ha chiamato Paolo, rendendolo luce delle genti e maestro di tutti noi, e lo preghiamo: Donaci anche oggi testimoni della risurrezione, colpiti dal tuo amore e capaci di portare la luce del Vangelo nel nostro tempo. San Paolo, prega per noi! Amen.”

            Prima della Benedizione finale, il Patriarca Ecumenico Bartolomeo I ha preso la parola  ed ha ricordato che “la radicale conversione ed il kerygma apostolico di Saulo di Tarso hanno 'scosso' la storia nel senso letterale del termine ed hanno scolpito l’identità stessa della cristianità... Questo sacro luogo fuori le Mura è senza dubbio quanto mai appropriato per commemorare e celebrare un uomo che stabilì un connubio tra lingua greca e mentalità romana del suo tempo, spogliando la cristianità, una volta per tutte, da ogni ristrettezza mentale, e forgiando per sempre il fondamento cattolico della Chiesa ecumenica. Auspichiamo che la vita e le Lettere di San Paolo continuino ad essere per noi fonte di ispirazione 'affinché tutte le genti obbediscano alla fede in Cristo' (cfr. Rom 16,27)”.(S.L.) (Agenzia Fides 30/6/2008)

 

Nella Solennità dei Santi  Pietro e Paolo: “il sangue dei martiri non invoca vendetta, ma riconcilia... si presenta come forza dell’amore che supera l’odio e la violenza”

Città del Vaticano (Agenzia Fides) – Domenica 29 giugno 2008, Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, il Santo Padre Benedetto XVI ha celebrato l’Eucaristia nella Basilica Vaticana con la partecipazione del Patriarca Ecumenico Bartolomeo I. Hanno concelebrato con il Santo Padre i nuovi Arcivescovi Metropoliti, ai quali il Pontefice ha imposto il sacro Pallio. Dopo la lettura del Vangelo, proclamato in latino e in greco, il Patriarca e poi il Santo Padre hanno tenuto l’omelia.

            Ogni anno, per la grande festa dei Santi Pietro e Paolo – ha affermato il Papa introducendo l'omelia del Patriarca -, giunge a Roma una Delegazione fraterna della Chiesa di Costantinopoli, che quest’anno, per la coincidenza con l’apertura dell’Anno Paolino, è guidata dallo stesso Patriarca, Sua Santità Bartolomeo I. “A lui rivolgo il mio cordiale saluto – ha detto Benedetto XVI - , mentre esprimo la gioia di avere ancora una volta la felice opportunità di scambiare con lui il bacio della pace, nella comune speranza di vedere avvicinarsi il giorno dell’'unitatis redintegratio', il giorno della piena comunione tra noi”.

            Il Patriarca ecumenico nella sua omelia ha innanzitutto ricordato “la gioia e l’emozione” per la presenza del Santo Padre a Costantinopoli, per la Festa Patronale nella memoria di Sant'Andrea Apostolo, nel novembre 2006. Oggi “siamo giunti presso di Voi – ha proseguito - restituendo l’onore e l’amore, festeggiando insieme col nostro prediletto Fratello nella terra d’Occidente... i Santi Apostoli Pietro, fratello di Andrea, e Paolo - queste due immense, centrali colonne elevate verso il cielo, di tutta quanta la Chiesa, le quali – in questa storica città, - hanno dato anche l’ultima lampante confessione di Cristo e qui hanno reso la loro anima al Signore con il martirio, uno attraverso la croce e l’altro per mezzo della spada, santificandola”.

            Bartolomeo I ha quindi ricordato come “in entrambe le Chiese, onoriamo debitamente e veneriamo tanto colui che ha dato una confessione salvifica della Divinità di Cristo, Pietro, quanto il vaso di elezione, Paolo, il quale ha proclamato questa confessione e fede fino ai confini dell’universo, in mezzo alle più inimmaginabili difficoltà e pericoli”. Quindi riferendosi al Dialogo teologico tra le rispettive Chiese, che prosegue nonostante le difficoltà, il Patriarca ha detto: “Desideriamo veramente e preghiamo assai per questo; che queste difficoltà siano superate e che i problemi vengano meno, il più velocemente possibile, per raggiungere l’oggetto del desiderio finale, a gloria di Dio”.

            Infine il Patriarca ecumenico ha ricordato: “Santità, abbiamo proclamato l’anno 2008, 'Anno dell’Apostolo Paoloì, così come anche Voi fate del giorno odierno fino all’anno prossimo, nel compimento dei duemila anni dalla nascita del Grande Apostolo”, ed ha concluso affidandosi all’intercessione dei Santi Apostoli, perché “il Dio Tre volte Santo” doni “a tutti i figli ovunque nel mondo della Chiesa Ortodossa e Romano-Cattolica, quaggiù 'l’unione della fede e la comunione dello Spirito Santo' nel 'legame della pace' e lassù, invece, la vita eterna e la grande misericordia”.

            Papa Benedetto XVI ha iniziato l'omelia ricordando che “fin dai tempi più antichi la Chiesa di Roma celebra la solennità dei grandi Apostoli Pietro e Paolo come unica festa nello stesso giorno, il 29 giugno. Attraverso il loro martirio, essi sono diventati fratelli; insieme sono i fondatori della nuova Roma cristiana... Il sangue dei martiri non invoca vendetta, ma riconcilia... si presenta come forza dell’amore che supera l’odio e la violenza, fondando così una nuova città, una nuova comunità... In virtù del loro martirio, Pietro e Paolo sono in reciproco rapporto per sempre. Un’immagine preferita dell’iconografia cristiana è l’abbraccio dei due Apostoli in cammino verso il martirio. Possiamo dire: il loro stesso martirio, nel più profondo, è la realizzazione di un abbraccio fraterno. Essi muoiono per l’unico Cristo e, nella testimonianza per la quale danno la vita, sono una cosa sola”.

            Ripercorrendo gli scritti del Nuovo Testamento che descrivono l'incontro dei due Apostoli e la loro unità “nella testimonianza e nella missione” all’unico Vangelo di Gesù Cristo, Benedetto XVI ha sottolineato che pur essendosi incontrati almeno due volte a Gerusalemme, Pietro e Paolo alla fine del loro percorso giungono a Roma. “Paolo arrivò a Roma come prigioniero – ha ricordato il Papa -, ma allo stesso tempo come cittadino romano che, dopo l’arresto in Gerusalemme, proprio in quanto tale aveva fatto ricorso all’imperatore, al cui tribunale fu portato. Ma in un senso ancora più profondo, Paolo è venuto volontariamente a Roma”. Infatti per Paolo Roma rappresentava una tappa sulla via verso la Spagna, “cioè – secondo il suo concetto del mondo – verso il lembo estremo della terra”, per adempiere la missione ricevuta da Cristo di portare il Vangelo sino agli estremi confini del mondo. Inoltre “l’andare a Roma fa parte dell’universalità della sua missione come inviato a tutti i popoli...  L’andare a Roma è per lui espressione della cattolicità della sua missione. Roma deve rendere visibile la fede a tutto il mondo, deve essere il luogo dell’incontro nell’unica fede”.

            Ma anche Pietro è andato a Roma, lasciando “la presidenza della Chiesa cristiano-giudaica a Giacomo il minore, per dedicarsi alla sua vera missione: al ministero per l’unità dell’unica Chiesa di Dio formata da giudei e pagani... Il cammino di san Pietro verso Roma, come rappresentante dei popoli del mondo, sta soprattutto sotto la parola 'una': il suo compito è di creare l’unità della catholica, della Chiesa formata da giudei e pagani, della Chiesa di tutti i popoli. Ed è questa la missione permanente di Pietro: far sì che la Chiesa non si identifichi mai con una sola nazione, con una sola cultura o con un solo Stato. Che sia sempre la Chiesa di tutti. Che riunisca l’umanità al di là di ogni frontiera e, in mezzo alle divisioni di questo mondo, renda presente la pace di Dio, la forza riconciliatrice del suo amore”.

            Il Papa ha poi sottolineato come oggi grazie alla tecnica, alla rete mondiale di informazioni, al collegamento di interessi comuni, esistono nel mondo “modi nuovi di unità, che però fanno esplodere anche nuovi contrasti e danno nuovo impeto a quelli vecchi. In mezzo a questa unità esterna, basata sulle cose materiali, abbiamo tanto più bisogno dell’unità interiore, che proviene dalla pace di Dio – unità di tutti coloro che mediante Gesù Cristo sono diventati fratelli e sorelle. È questa la missione permanente di Pietro e anche il compito particolare affidato alla Chiesa di Roma.”

            Rivolgendosi ai confratelli Arcivescovi Metropoliti venuti a Roma per ricevere il pallio, il Papa ha spiegato il pallio “ci ricorda il Pastore che prende sulle spalle la pecorella smarrita, che da sola non trova più la via verso casa, e la riporta all’ovile. I Padri della Chiesa hanno visto in questa pecorella l’immagine di tutta l’umanità, dell’intera natura umana, che si è persa e non trova più la via verso casa... Così il pallio diventa simbolo del nostro amore per il Pastore Cristo e del nostro amare insieme con Lui... diventa simbolo della chiamata ad amare tutti con la forza di Cristo e in vista di Cristo, affinché possano trovare Lui e in Lui se stessi”. Un secondo significato del pallio, è stato messo poi in evidenza dal Pontefice: “Nessuno è Pastore da solo. Stiamo nella successione degli Apostoli solo grazie all’essere nella comunione del collegio, nel quale trova la sua continuazione il collegio degli Apostoli. La comunione, il "noi" dei Pastori fa parte dell’essere Pastori, perché il gregge è uno solo, l’unica Chiesa di Gesù Cristo. E infine, questo "con" rimanda anche alla comunione con Pietro e col suo successore come garanzia dell’unità. Così il pallio ci parla della cattolicità della Chiesa, della comunione universale di Pastore e gregge. E ci rimanda all’apostolicità: alla comunione con la fede degli Apostoli, sulla quale è fondata la Chiesa”.

            Il Papa ha concluso l'omelia ritornando a san Paolo e alla sua missione: “Quando il mondo nel suo insieme sarà diventato liturgia di Dio, quando nella sua realtà sarà diventato adorazione, allora avrà raggiunto la sua meta, allora sarà sano e salvo. È questo l’obiettivo ultimo della missione apostolica di san Paolo e della nostra missione. A tale ministero il Signore ci chiama. Preghiamo in questa ora, affinché Egli ci aiuti a svolgerlo in modo giusto, a diventare veri liturghi di Gesù Cristo”.(S.L.) (Agenzia Fides 30/6/2008)

 

 

 

 

Nella Basilica di San Paolo l’apertura del Sinodo dei Vescovi: “se l’annuncio del Vangelo costituisce la sua ragione d’essere e la sua missione, è indispensabile che la Chiesa conosca e viva ciò che annuncia, perché la sua predicazione sia credibile, nonostante le debolezze e le povertà degli uomini che la compongono”

Città del Vaticano (Agenzia Fides) -  Domenica 5 ottobre, nella Basilica di San Paolo fuori le Mura, il Santo Padre Benedetto XVI ha presieduto la Concelebrazione dell’Eucaristia con i Padri Sinodali, in occasione dell’apertura della XII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, che si svolgerà in Vaticano fino al 26 ottobre, sul tema: "La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa". Nell’omelia il Santo Padre ha preso spunto dalla Liturgia della Parola del giorno, XXVII domenica del tempo Ordinario, in cui viene presentata l’immagine della vigna, che “descrive il progetto divino della salvezza, e si pone come una commovente allegoria dell’alleanza di Dio con il suo popolo”. Nel Vangelo l’accento è posto sui lavoratori della vigna: i servi inviati dal padrone a richiedere il canone di affitto vengono da questi maltrattati e uccisi, e la stessa sorte tocca anche al figlio del padrone. “Qui vediamo chiaramente – ha spiegato il Santo Padre - come il disprezzo per l’ordine impartito dal padrone si trasformi in disprezzo verso di lui: non è la semplice disubbidienza ad un precetto divino, è il vero e proprio rigetto di Dio: appare il mistero della Croce.”

“Quanto denuncia la pagina evangelica – ha proseguito il Santo Padre - interpella il nostro modo di pensare e di agire. Non parla solo dell’ ‘ora’ di Cristo, del mistero della Croce in quel momento, ma della presenza della Croce in tutti i tempi. Interpella, in modo speciale, i popoli che hanno ricevuto l’annuncio del Vangelo. Se guardiamo la storia, siamo costretti a registrare non di rado la freddezza e la ribellione di cristiani incoerenti. In conseguenza di ciò, Dio, pur non venendo mai meno alla sua promessa di salvezza, ha dovuto spesso ricorrere al castigo. E’ spontaneo pensare, in questo contesto, al primo annuncio del Vangelo, da cui scaturirono comunità cristiane inizialmente fiorenti, che sono poi scomparse e sono oggi ricordate solo nei libri di storia. Non potrebbe avvenire la stessa cosa in questa nostra epoca? Nazioni un tempo ricche di fede e di vocazioni ora vanno smarrendo la propria identità, sotto l’influenza deleteria e distruttiva di una certa cultura moderna. Vi è chi, avendo deciso che ‘Dio è morto’, dichiara ‘dio’ se stesso, ritenendosi l’unico artefice del proprio destino, il proprietario assoluto del mondo. Sbarazzandosi di Dio e non attendendo da Lui la salvezza, l’uomo crede di poter fare ciò che gli piace e di potersi porre come sola misura di se stesso e del proprio agire. Ma quando l’uomo elimina Dio dal proprio orizzonte, dichiara Dio "morto", è veramente più felice? Diventa veramente più libero? Quando gli uomini si proclamano proprietari assoluti di se stessi e unici padroni del creato, possono veramente costruire una società dove regnino la libertà, la giustizia e la pace? Non avviene piuttosto - come la cronaca quotidiana dimostra ampiamente – che si estendano l’arbitrio del potere, gli interessi egoistici, l’ingiustizia e lo sfruttamento, la violenza in ogni sua espressione? Il punto d’arrivo, alla fine, è che l’uomo si ritrova più solo e la società più divisa e confusa. Ma nelle parole di Gesù vi è una promessa: la vigna non sarà distrutta. Mentre abbandona al loro destino i vignaioli infedeli, il padrone non si distacca dalla sua vigna e l’affida ad altri suoi servi fedeli. Questo indica che, se in alcune regioni la fede si affievolisce sino ad estinguersi, vi saranno sempre altri popoli pronti ad accoglierla”.

Quindi il Papa ha sottolineato che “il consolante messaggio che raccogliamo da questi testi biblici è la certezza che il male e la morte non hanno l’ultima parola, ma a vincere alla fine è Cristo. Sempre! La Chiesa non si stanca di proclamare questa Buona Novella” ed ha ricordato in modo particolare in questo Anno Paolino, l’Apostolo delle genti, “che per primo diffuse il Vangelo in vaste regioni dell’Asia minore e dell’Europa”. Dopo aver salutato con affetto i Padri sinodali e quanti prenderanno parte all’incontro, Benedetto XVI ha ricordato che “quando Dio parla, sollecita sempre una risposta; la sua azione di salvezza richiede l’umana cooperazione”, quindi ha proseguito: “Solo la Parola di Dio può cambiare in profondità il cuore dell’uomo, ed è importante allora che con essa entrino in una intimità sempre crescente i singoli credenti e le comunità… Nutrirsi della Parola di Dio è per essa il compito primo e fondamentale. In effetti, se l’annuncio del Vangelo costituisce la sua ragione d’essere e la sua missione, è indispensabile che la Chiesa conosca e viva ciò che annuncia, perché la sua predicazione sia credibile, nonostante le debolezze e le povertà degli uomini che la compongono”.

Nella parte conclusiva dell’omelia, il Santo Padre ha evidenziato l’attualità del grido dell’Apostolo delle genti, "Guai a me se non predicassi il Vangelo", e dell’invito di Cristo, "La messe è molta" (Mt 9,37), con queste parole: “tanti non Lo hanno ancora incontrato e sono in attesa del primo annuncio del suo Vangelo; altri, pur avendo ricevuto una formazione cristiana, si sono affievoliti nell’entusiasmo e conservano con la Parola di Dio un contatto soltanto superficiale; altri ancora si sono allontanati dalla pratica della fede e necessitano di una nuova evangelizzazione. Non mancano poi persone di retto sentire che si pongono domande essenziali sul senso della vita e della morte, domande alle quali solo Cristo può fornire risposte appaganti. Diviene allora indispensabile per i cristiani di ogni continente essere pronti a rispondere a chiunque domandi ragione della speranza che è in loro, annunciando con gioia la Parola di Dio e vivendo senza compromessi il Vangelo… Avvertiamo tutti quanto sia necessario porre al centro della nostra vita la Parola di Dio, accogliere Cristo come unico nostro Redentore, come Regno di Dio in persona, per far sì che la sua luce illumini ogni ambito dell’umanità: dalla famiglia alla scuola, alla cultura, al lavoro, al tempo libero e agli altri settori della società e della nostra vita”. (S.L.) (Agenzia Fides 6/10/2008)

 

La Santa Messa a conclusione del Sinodo: “Compito prioritario della Chiesa, all'inizio di questo nuovo millennio, è innanzitutto nutrirsi della Parola di Dio, per rendere efficace l'impegno della nuova evangelizzazione, dell’annuncio nei nostri tempi”

Città del Vaticano (Agenzia Fides) – “Noi tutti, che abbiamo preso parte ai lavori sinodali, portiamo con noi la rinnovata consapevolezza che compito prioritario della Chiesa, all'inizio di questo nuovo millennio, è innanzitutto nutrirsi della Parola di Dio, per rendere efficace l'impegno della nuova evangelizzazione, dell’annuncio nei nostri tempi. Occorre ora che questa esperienza ecclesiale sia recata in ogni comunità; è necessario che si comprenda la necessità di tradurre in gesti di amore la parola ascoltata, perché solo così diviene credibile l’annuncio del Vangelo, nonostante le umane fragilità che segnano le persone. Ciò richiede in primo luogo una conoscenza più intima di Cristo ed un ascolto sempre docile della sua parola.” E’ un brano dell’omelia pronunciata dal Santo Padre Benedetto XVI domenica 26 ottobre nel corso della Concelebrazione Eucaristica con i Padri Sinodali nella Basilica di San Pietro, in occasione della conclusione della XII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi sul tema: "La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa".

            Commentando i brani della Sacra Scrittura proclamati, il Papa ha sottolineato nell’omelia che “essere discepoli di Cristo è mettere in pratica i suoi insegnamenti, che si riassumono nel primo e più grande comandamento della Legge divina, il comandamento dell’amore. Anche la prima Lettura, tratta dal libro dell’Esodo, insiste sul dovere dell’amore; un amore testimoniato concretamente nei rapporti tra le persone: devono essere rapporti di rispetto, di collaborazione, di aiuto generoso… Nella seconda Lettura possiamo vedere una concreta applicazione del sommo comandamento dell’amore in una delle prime comunità cristiane. San Paolo scrive ai Tessalonicesi, lasciando loro capire che, pur avendoli conosciuti da poco, li apprezza e li porta con affetto nel cuore… Non mancano certo debolezze e difficoltà in quella comunità fondata di recente, ma è l’amore che tutto supera, tutto rinnova, tutto vince: l’amore di chi, consapevole dei propri limiti, segue docilmente le parole di Cristo, divino Maestro, trasmesse attraverso un suo fedele discepolo”.

Quindi il Papa ha messo in luce “il legame che esiste tra l’ascolto amorevole della Parola di Dio e il servizio disinteressato verso i fratelli”, sottolineando che nell’esperienza sinodale più volte è stato evidenziato “il bisogno oggi emergente di un ascolto più intimo di Dio, di una conoscenza più vera della sua parola di salvezza; di una condivisione più sincera della fede che alla mensa della parola divina si alimenta costantemente”. Ha quindi ringraziato tutti i Padri Sinodali per il contributo offerto all’approfondimento del tema, pregandoli. una volta tornati alle loro case, di trasmettere a tutti “il saluto affettuoso del Vescovo di Roma”. “Un pensiero speciale – ha proseguito Benedetto XVI - va ai Vescovi della Cina Continentale, che non hanno potuto essere rappresentati in questa assemblea sinodale. Desidero farmi qui interprete, e renderne grazie a Dio, del loro amore per Cristo, della loro comunione con la Chiesa universale e della loro fedeltà al Successore dell’Apostolo Pietro. Essi sono presenti nella nostra preghiera, insieme con tutti i fedeli che sono affidati alle loro cure pastorali. Chiediamo al «Pastore supremo del gregge» di dare ad essi gioia, forza e zelo apostolico per guidare con sapienza e con lungimiranza la comunità cattolica in Cina, a tutti noi così cara.”

            Ricordando la forte espressione dell'Apostolo Paolo - "guai a me se non predicassi il Vangelo" (1 Cor 9,16) – il Papa ha auspicato che “in ogni comunità si avverta con più salda convinzione quest’anelito di Paolo come vocazione al servizio del Vangelo per il mondo… Tanta gente è alla ricerca, talora persino senza rendersene conto, dell’incontro con Cristo e col suo Vangelo; tanti hanno bisogno di ritrovare in Lui il senso della loro vita. Dare chiara e condivisa testimonianza di una vita secondo la Parola di Dio, attestata da Gesù, diventa pertanto indispensabile criterio di verifica della missione della Chiesa.” 

Benedetto XVI ha ammonito: “Chi dunque crede di aver compreso le Scritture, o almeno una qualsiasi parte di esse, senza impegnarsi a costruire, mediante la loro intelligenza, il duplice amore di Dio e del prossimo, dimostra in realtà di essere ancora lontano dall’averne colto il senso profondo”. Il Concilio Vaticano II ha auspicato un largo accesso dei fedeli alla Sacra Scrittura, “un requisito oggi indispensabile per l’evangelizzazione”, tuttavia è anche “indispensabile una promozione pastorale robusta e credibile della conoscenza della Sacra Scrittura, per annunciare, celebrare e vivere la Parola nella comunità cristiana, dialogando con le culture del nostro tempo, mettendosi al servizio della verità e non delle ideologie correnti e incrementando il dialogo che Dio vuole avere con tutti gli uomini. A questo scopo va curata in modo speciale la preparazione dei pastori, preposti poi alla necessaria azione di diffondere la pratica biblica con opportuni sussidi. Vanno incoraggiati gli sforzi in atto per suscitare il movimento biblico tra i laici, la formazione degli animatori dei gruppi, con particolare attenzione ai giovani. È da sostenere lo sforzo di far conoscere la fede attraverso la Parola di Dio anche a chi è ‘lontano’ e specialmente a quanti sono in sincera ricerca del senso della vita.”

Nella parte conclusiva dell’omelia, Benedetto XVI ha sottolineato che il luogo privilegiato in cui risuona la Parola di Dio, che edifica la Chiesa, è senza dubbio la liturgia: “In essa appare che la Bibbia è il libro di un popolo e per un popolo; un'eredità, un testamento consegnato a lettori, perché attualizzino nella loro vita la storia di salvezza testimoniata nello scritto… Scrittura e liturgia convergono, dunque, nell'unico fine di portare il popolo al dialogo con il Signore e all’obbedienza alla volontà del Signore”. Affidando i frutti di questa Assemblea sinodale, ed anche la II Assemblea Speciale del Sinodo per l’Africa, che si svolgerà a Roma nell’ottobre 2009, alla materna intercessione della Vergine Maria, Benedetto XVI ha annunciato il suo primo viaggio in Africa: “E’ mia intenzione recarmi nel marzo prossimo in Camerun per consegnare ai rappresentanti delle Conferenze Episcopali dell’Africa l’Instrumentum laboris di tale Assemblea sinodale. Di lì proseguirò, a Dio piacendo, per l’Angola, per celebrare solennemente il 500° anniversario di evangelizzazione del Paese”. (S.L.) (Agenzia Fides 27/10/2008)

 

Nella solennità dell’Epifania: “Che cos’è stata la vita di Paolo, dopo la sua conversione, se non una ‘corsa’ per portare ai popoli la luce di Cristo e, viceversa, condurre i popoli a Cristo? Il suo ministero è esempio e stimolo per la Chiesa a riscoprirsi essenzialmente missionaria e a rinnovare l’impegno per l’annuncio del Vangelo”

Città del Vaticano (Agenzia Fides) – Martedì 6 gennaio, nella Solennità dell’Epifania del Signore, il Santo Padre Benedetto XVI ha celebrato la Santa Messa nella Basilica Vaticana. Nell’omelia il Papa si è soffermato anzitutto sul “mistero multiforme” dell’Epifania, cioè della "manifestazione" di nostro Signore Gesù Cristo, che assume connotazioni diverse nella tradizione latina e in quella orientale. “E che dovremmo dire noi, cari fratelli, - ha proseguito il Pontefice - specialmente noi sacerdoti della nuova Alleanza, che ogni giorno siamo testimoni e ministri dell’ ‘epifania’ di Gesù Cristo nella santa Eucaristia? Tutti i misteri del Signore la Chiesa li celebra in questo santissimo e umilissimo Sacramento, nel quale egli al tempo stesso rivela e nasconde la sua gloria”.      

Ricordando che il 2009, 4° centenario delle prime osservazioni di Galileo Galilei al telescopio, è stato dedicato in modo speciale all’astronomia, il Santo Padre ha rivolto particolare attenzione al simbolo della stella, “tanto importante nel racconto evangelico dei Magi”, che erano con tutta probabilità degli astronomi. Essi “avevano notato l’apparire di un nuovo astro, ed avevano interpretato questo fenomeno celeste come annuncio della nascita di un re, precisamente, secondo le Sacre Scritture, del re dei Giudei. I Padri della Chiesa hanno visto in questo singolare episodio narrato da san Matteo anche una sorta di ‘rivoluzione’ cosmologica, causata dall’ingresso nel mondo del Figlio di Dio… mentre la teologia pagana divinizzava gli elementi e le forze del cosmo, la fede cristiana, portando a compimento la rivelazione biblica, contempla un unico Dio, Creatore e Signore dell’intero universo… Non sono, dunque, gli elementi cosmici che vanno divinizzati, bensì, al contrario, in tutto e al di sopra di tutto vi è una volontà personale, lo Spirito di Dio, che in Cristo si è rivelato come Amore”. In questa realtà, ha spiegato ancora il Santo Padre, gli uomini non sono schiavi degli "elementi del cosmo", ma sono liberi, capaci cioè di relazionarsi alla libertà creatrice di Dio, che è all’origine di tutto “e tutto governa non alla maniera di un freddo ed anonimo motore, ma quale Padre, Sposo, Amico, Fratello, quale Logos, ‘Parola-Ragione’ che si è unita alla nostra carne mortale una volta per sempre ed ha condiviso pienamente la nostra condizione, manifestando la sovrabbondante potenza della sua grazia”.

Il Santo Padre ha proseguito quindi la sua omelia ricordando che per il pensiero cristiano il cosmo è paragonato ad un “libro”, “considerandolo come l’opera di un Autore che si esprime mediante la ‘sinfonia’ del creato”. All’interno di questa sinfonia si trova, a un certo punto, un "assolo", un tema affidato ad un singolo strumento o ad una voce così importante che da esso dipende il significato dell’intera opera. Questo "assolo" è Gesù, “paragonato dagli antichi scrittori cristiani ad un nuovo sole… Nel Gesù terreno si trova il culmine della creazione e della storia, ma nel Cristo risorto si va oltre: il passaggio, attraverso la morte, alla vita eterna anticipa il punto della ‘ricapitolazione’ di tutto in Cristo… E proprio con la risurrezione dai morti Egli ha ottenuto ‘il primato su tutte le cose’… Non c’è ombra, per quanto tenebrosa, che possa oscurare la luce di Cristo. Per questo nei credenti in Cristo non viene mai meno la speranza, anche oggi, dinanzi alla grande crisi sociale ed economica che travaglia l’umanità, davanti all’odio e alla violenza distruttrice che non cessano di insanguinare molte regioni della terra, dinanzi all’egoismo e alla pretesa dell’uomo di ergersi come dio di se stesso, che conduce talora a pericolosi stravolgimenti del disegno divino circa la vita e la dignità dell’essere umano, circa la famiglia e l’armonia del creato”.

Quindi Benedetto XVI ha messo in rilievo che “la signoria universale di Cristo si esercita in modo speciale sulla Chiesa” e quindi “l’Epifania è la manifestazione del Signore, e di riflesso è la manifestazione della Chiesa, perché il Corpo non è separabile dal Capo… La Chiesa sa che la propria umanità, con i suoi limiti e le sue miserie, pone in maggiore risalto l’opera dello Spirito Santo. Essa non può vantarsi di nulla se non nel suo Signore: non da lei proviene la luce, non è sua la gloria. Ma proprio questa è la sua gioia, che nessuno potrà toglierle”.

Il Santo Padre ha concluso l’omelia con una esortazione a vivere la dimensione missionaria dell’Epifania alla luce della testimonianza dell’Apostolo Paolo, in questo Anno Paolino che stiamo celebrando: “Che cos’è stata la vita di Paolo, dopo la sua conversione, se non una ‘corsa’ per portare ai popoli la luce di Cristo e, viceversa, condurre i popoli a Cristo? La grazia di Dio ha fatto di Paolo una ‘stella’ per le genti. Il suo ministero è esempio e stimolo per la Chiesa a riscoprirsi essenzialmente missionaria e a rinnovare l’impegno per l’annuncio del Vangelo, specialmente a quanti ancora non lo conoscono.” Infine, guardando a san Paolo e ricordando che la sua predicazione era tutta nutrita delle Sacre Scritture, il Papa ha “riaffermato con forza che la Chiesa e i singoli cristiani possono essere luce, che guida a Cristo, solo se si nutrono assiduamente e intimamente della Parola di Dio. E’ la Parola che illumina, purifica, converte, non siamo certo noi.” (S.L.) (Agenzia Fides 7/1/2009; righe 56, parole 852)

 

A conclusione della Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani “La conversione di san Paolo ci offre il modello e ci indica la via per andare verso la piena unità”

Città del Vaticano (Agenzia Fides) – “La conversione di san Paolo ci offre il modello e ci indica la via per andare verso la piena unità. L’unità infatti richiede una conversione: dalla divisione alla comunione, dall’unità ferita a quella risanata e piena. Questa conversione è dono di Cristo risorto, come avvenne per san Paolo”. Sono le parole pronunciate dal Santo Padre Benedetto XVI nella Basilica di San Paolo fuori le Mura, dove si è recato nel pomeriggio di domenica 25 gennaio per presiedere la Celebrazione dei secondi Vespri della solennità della Conversione di San Paolo Apostolo, a conclusione della Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani.

“La conversione implica due dimensioni – ha spiegato il Pontefice nell’omelia -. Nel primo passo si conoscono e riconoscono nella luce di Cristo le colpe, e questo riconoscimento diventa dolore e pentimento, desiderio di un nuovo inizio. Nel secondo passo si riconosce che questo nuovo cammino non può venire da noi stessi. Consiste nel farsi conquistare da Cristo… La conversione esige il nostro sì, il mio ‘correre’; non è ultimamente un’attività mia, ma dono, un lasciarsi formare da Cristo; è morte e risurrezione… E solo in questa rinuncia a noi stessi, in questa conformità con Cristo possiamo essere uniti anche tra di noi, possiamo diventare ‘uno’ in Cristo. E’ la comunione col Cristo risorto che ci dona l’unità.”

Commentando il tema scelto per la Settimana di Preghiera di quest’anno – “Che formino una cosa sola nella tua mano” (Ez 37,17) – il Pontefice ha rilevato che in questo testo biblico del profeta Ezechiele “viene presentato il gesto simbolico dei due legni riuniti in uno nella mano del profeta, che con questo gesto rappresenta l’azione futura di Dio”. La prima parte dello stesso capitolo 37, contiene la celebre visione delle ossa aride e della risurrezione d’Israele, operata dallo Spirito di Dio. Da ciò “deriva uno schema teologico analogo a quello della conversione di san Paolo: al primo posto sta la potenza di Dio, che col suo Spirito opera la risurrezione come una nuova creazione. Questo Dio, che è il Creatore ed è in grado di risuscitare i morti, è anche capace di ricondurre all’unità il popolo diviso in due. Paolo – come e più di Ezechiele – diventa strumento eletto della predicazione dell’unità conquistata da Gesù mediante la croce e la risurrezione: l’unità tra i giudei e i pagani, per formare un solo popolo nuovo. La risurrezione di Cristo quindi estende il perimetro dell’unità: non solo unità delle tribù di Israele, ma unità di ebrei e pagani; unificazione dell’umanità dispersa dal peccato e ancor più unità di tutti i credenti in Cristo.”

Questo versetto del profeta Ezechiele è stato scelto come tema della Settimana di preghiera 2009, dai fratelli della Corea, i quali “nella divisione del popolo ebreo in due regni si sono rispecchiati come figli di un’unica terra, che le vicende politiche hanno separato, parte al nord e parte al sud. E questa loro esperienza umana li ha aiutati a comprendere meglio il dramma della divisione tra i cristiani”. Il Papa quindi ha proseguito: “Dio promette al suo popolo una nuova unità, che deve essere segno e strumento di riconciliazione e di pace anche sul piano storico, per tutte le nazioni. L’unità che Dio dona alla sua Chiesa, e per la quale noi preghiamo, è naturalmente la comunione in senso spirituale, nella fede e nella carità; ma noi sappiamo che questa unità in Cristo è fermento di fraternità anche sul piano sociale, nei rapporti tra le nazioni e per l’intera famiglia umana”.

La preghiera di questi giorni, ha proseguito il Papa, si è fatta anche intercessione per le diverse situazioni di conflitto che affliggono l’umanità: “la forza profetica della Parola di Dio non viene meno e ci ripete che la pace è possibile, e che dobbiamo essere noi strumenti di riconciliazione e di pace. Perciò la nostra preghiera per l’unità e per la pace chiede sempre di essere comprovata da gesti coraggiosi di riconciliazione tra noi cristiani. Penso ancora alla Terra Santa: quanto è importante che i fedeli che vivono là, come pure i pellegrini che vi si recano, offrano a tutti la testimonianza che la diversità dei riti e delle tradizioni non dovrebbe costituire un ostacolo al mutuo rispetto e alla carità fraterna. Nelle diversità legittime di tradizioni diverse dobbiamo cercare l’unità nella fede, nel nostro ‘sì’ fondamentale a Cristo e alla sua unica Chiesa. E così le diversità non saranno più ostacolo che ci separa, ma ricchezza nella molteplicità delle espressioni della fede comune”.

Nella parte conclusiva dell’omelia, il Santo Padre ha ricordato che il 25 gennaio 1959, cinquant’anni or sono, il beato Papa Giovanni XXIII manifestò per la prima volta, nella Sala capitolare del Monastero di San Paolo, dopo aver celebrato la Messa solenne nella Basilica, la sua volontà di convocare “un Concilio ecumenico per la Chiesa universale”. “Da quella provvida decisione – ha affermato il Pontefice -, suggerita al mio venerato Predecessore, secondo la sua ferma convinzione, dallo Spirito Santo, è derivato anche un fondamentale contributo all’ecumenismo… I frutti dei dialoghi teologici, con le loro convergenze e con la più precisa identificazione delle divergenze che ancora permangono, spingono a proseguire coraggiosamente in due direzioni: nella ricezione di quanto positivamente è stato raggiunto e in un rinnovato impegno verso il futuro”. (S.L.) (Agenzia Fides 26/1/2009; righe 59, parole 881)

 

Mercoledì delle Ceneri: “Paolo ha sperimentato in maniera straordinaria la potenza della grazia di Dio, la grazia del Mistero pasquale di cui la stessa Quaresima vive”

Città del Vaticano (Agenzia Fides) – Nel pomeriggio di mercoledì 25 febbraio, Mercoledì delle Ceneri, inizio della Quaresima, il Santo Padre Benedetto XVI si è recato nella chiesa di Sant’Anselmo all’Aventino, da dove, al termine di un momento di preghiera, si è mossa la processione penitenziale verso la Basilica di Santa Sabina. Al termine della processione, nella Basilica di Santa Sabina, il Santo Padre ha presieduto la Celebrazione Eucaristica con il rito di benedizione e di imposizione delle Ceneri.   

Nell’omelia il Papa ha sottolineato che l’appello alla conversione risulta il tema dominante in tutte le componenti della liturgia del Mercoledì delle Ceneri, “porta liturgica che introduce nella Quaresima”. Nell’Anno giubilare commemorativo del bimillenario della nascita di san Paolo, il Santo Padre si è soffermato in particolare sull’esortazione della seconda Lettera ai Corinti: "Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio" (5,20). “Questo invito dell’Apostolo – ha detto Benedetto XVI - suona come un ulteriore stimolo a prendere sul serio l’appello quaresimale alla conversione. Paolo ha sperimentato in maniera straordinaria la potenza della grazia di Dio, la grazia del Mistero pasquale di cui la stessa Quaresima vive. Egli si presenta a noi come ‘ambasciatore’ del Signore. Chi allora meglio di lui può aiutarci a percorrere in maniera fruttuosa questo itinerario di interiore conversione?”

“L’Apostolo è cosciente di essere stato scelto come esempio – ha proseguito il Sommo Pontefice -, e questa sua esemplarità riguarda proprio la conversione, la trasformazione della sua vita avvenuta grazie all’amore misericordioso di Dio… L’intera sua predicazione, e prima ancora, tutta la sua esistenza missionaria furono sostenute da una spinta interiore riconducibile all’esperienza fondamentale della ‘grazia’… Si tratta di una consapevolezza che affiora in ogni suo scritto ed ha funzionato come una "leva" interiore su cui Dio ha potuto agire per spingerlo avanti, verso sempre ulteriori confini non solo geografici, ma anche spirituali.”

Quindi Benedetto XVI ha messo in evidenza che “San Paolo riconosce che tutto in lui è opera della grazia divina, ma non dimentica che occorre aderire liberamente al dono della vita nuova ricevuta nel Battesimo”. Da qui possiamo attingere la prospettiva battesimale del tempo quaresimale: “da una parte, si afferma la vittoria di Cristo sul peccato, avvenuta una volta per tutte con la sua morte e risurrezione; dall’altra, siamo esortati a non offrire al peccato le nostre membra, cioè a non concedere, per così dire, spazio di rivincita al peccato. La vittoria di Cristo attende che il discepolo la faccia sua, e questo avviene prima di tutto con il Battesimo”.

Per portare a compimento la vocazione battesimale, riuscendo vittoriosi nella lotta tra il bene e il male, il Santo Padre ha ricordato i tre “utili mezzi” che il Signore indica nel brano evangelico del Mercoledì delle Ceneri - la preghiera, l’elemosina e il digiuno – dei quali troviamo riferimenti anche “nell’esperienza e negli scritti di San Paolo”.

Nella parte conclusiva dell’omelia, il Papa ha ricordato quale sia la vocazione dei cristiani: “risorti con Cristo, essi sono passati attraverso la morte e ormai la loro vita è nascosta con Cristo in Dio. Per vivere questa ‘nuova’ esistenza in Dio è indispensabile nutrirsi della Parola di Dio. Solo così possiamo realmente essere congiunti con Dio, vivere alla sua presenza, se siamo in dialogo con Lui… Anche in questo, l’Apostolo è innanzitutto testimone: le sue Lettere sono la prova eloquente del fatto che egli viveva in permanente dialogo con la Parola di Dio: pensiero, azione, preghiera, teologia, predicazione, esortazione, tutto in lui era frutto della Parola, ricevuta fin dalla giovinezza nella fede ebraica, pienamente svelata ai suoi occhi dall’incontro con Cristo morto e risorto, predicata per il resto della vita durante la sua ‘corsa’ missionaria. A lui fu rivelato che Dio ha pronunciato in Gesù Cristo la Parola definitiva, sé stesso, Parola di salvezza che coincide con il mistero pasquale, il dono di sé nella Croce che diventa poi risurrezione, perché l’amore è più forte della morte”.

Benedetto XVI ha concluso l’omelia con questo invito: “La Quaresima, contrassegnata da un più frequente ascolto di questa Parola, da più intensa preghiera, da uno stile di vita austero e penitenziale, sia stimolo alla conversione e all’amore sincero verso i fratelli, specialmente quelli più poveri e bisognosi”. (S.L.) (Agenzia Fides 26/2/2009; righe 50, parole 703)

 

Nel giorno di Pasqua: “Apriamo l’animo a Cristo morto e risuscitato perché ci rinnovi, perché elimini dal nostro cuore il veleno del peccato e della morte e vi infonda la linfa vitale dello Spirito Santo: la vita divina ed eterna”

Città del Vaticano (Agenzia Fides) – Nella Domenica di Pasqua, 12 aprile, Papa Benedetto XVI ha presieduto la solenne celebrazione della Messa del giorno, meditando nell’omelia sull’esclamazione di san Paolo ‘Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato!’(1 Cor 5,7), che “contiene già, in una sintesi impressionante, la piena consapevolezza della novità cristiana. Il simbolo centrale della storia della salvezza – l’agnello pasquale – viene qui identificato in Gesù, chiamato appunto ‘nostra Pasqua’”. Il Santo Padre, mostrando come Cristo abbia portato a compimento l’antica Pasqua, trasformandola nella sua Pasqua, ha affermato: “Gesù si rivela come l’Agnello di Dio ‘immolato’ sulla croce per togliere i peccati del mondo. È stato ucciso proprio nell’ora in cui era consuetudine immolare gli agnelli nel Tempio di Gerusalemme. Il senso di questo suo sacrificio lo aveva anticipato egli stesso durante l’Ultima Cena, sostituendosi – sotto i segni del pane e del vino – ai cibi rituali del pasto nella Pasqua ebraica”.

Quindi, il Papa ha guidato la riflessione sull’interpretazione degli “azzimi”, data da San Paolo, la quale “acquista un senso nuovo, a partire dal nuovo ‘esodo’ appunto, che è il passaggio di Gesù dalla morte alla vita eterna”. "Celebriamo dunque la festa… con azzimi di sincerità e di verità". Quest’esortazione di san Paolo, che chiude la breve lettura che poco fa è stata proclamata, risuona ancor più forte nel contesto dell’Anno Paolino. Cari fratelli e sorelle, accogliamo l’invito dell’Apostolo; apriamo l’animo a Cristo morto e risuscitato perché ci rinnovi, perché elimini dal nostro cuore il veleno del peccato e della morte e vi infonda la linfa vitale dello Spirito Santo: la vita divina ed eterna. Nella sequenza pasquale, quasi rispondendo alle parole dell’Apostolo, abbiamo cantato: "Scimus Christum surrexisse a mortuis vere " - sappiamo che Cristo è veramente risorto dai morti". Sì! È proprio questo il nucleo fondamentale della nostra professione di fede; è questo il grido di vittoria che tutti oggi ci unisce. E se Gesù è risorto, e dunque è vivo, chi mai potrà separarci da Lui? Chi mai potrà privarci del suo amore che ha vinto l’odio e ha sconfitto la morte?

In seguito, Benedetto XVI ha rivolto a tutti i fedeli l’invito dell’Apostolo: “Apriamo l’animo a Cristo morto e risuscitato perché ci rinnovi, perché elimini dal nostro cuore il veleno del peccato e della morte e vi infonda la linfa vitale dello Spirito Santo: la vita divina ed eterna”.

Infine, ha concluso Benedetto XVI: “Cristo è veramente risorto dai morti. Sì! È proprio questo il nucleo fondamentale della nostra professione di fede; è questo il grido di vittoria che tutti oggi ci unisce. E se Gesù è risorto, e dunque è vivo, [...] chi mai potrà privarci del suo amore che ha vinto l’odio e ha sconfitto la morte? L’annuncio della Pasqua si espanda nel mondo con il gioioso canto dell’Alleluia. Cantiamolo con le labbra, cantiamolo soprattutto con il cuore e con la vita, con uno stile di vita ‘azzimo’, cioè semplice, umile, e fecondo di azioni buone”. (Agenzia Fides 12/4/2009, righe 23, parole 388)

 

Gli auguri pasquali: guardiamo a Saulo di Tarso, “il suo insegnamento e il suo esempio ci stimolano a ricercare il Signore Gesù. Ci incoraggiano a fidarci di Lui, perché ormai il senso del nulla, che tende ad intossicare l’umanità, è stato sopraffatto dalla luce e dalla speranza che promanano dalla risurrezione”

Città del Vaticano (Agenzia Fides) – Nel giorno di Pasqua il Santo Padre Benedetto XVI ha rivolto ai fedeli di tutto il mondo il messaggio pasquale, comunicando la grande speranza: “Gesù è risorto perché noi, pur destinati alla morte, non disperassimo, pensando che con la morte la vita sia totalmente finita; Cristo è risorto per darci la speranza”. Assumendo la domanda di ogni uomo su cosa ci sia dopo la morte, il Papa ha affermato che “a quest’enigma la solennità odierna ci permette di rispondere che la morte non ha l’ultima parola, perché a trionfare alla fine è la Vita. E questa nostra certezza non si fonda su semplici ragionamenti umani, bensì su uno storico dato di fede: Gesù Cristo, crocifisso e sepolto, è risorto con il suo corpo glorioso”.

“Dall’alba di Pasqua – ha proseguito il Pontefice – una nuova primavera di speranza investe il mondo; da quel giorno la nostra risurrezione è già cominciata, perché la Pasqua non segna semplicemente un momento della storia, ma l’avvio di una nuova condizione: Gesù è risorto non perché la sua memoria resti viva nel cuore dei suoi discepoli, bensì perché Egli stesso viva in noi e in Lui possiamo già gustare la gioia della vita eterna”. Quindi, Benedetto XVI ha ribadito la storicità della Risurrezione, che “non è un mito né un sogno, non è una visione né un’utopia, non è una favola, ma un evento unico ed irripetibile: Gesù di Nazaret, figlio di Maria, che al tramonto del Venerdì è stato deposto dalla croce e sepolto, ha lasciato vittorioso la tomba”.

Il Santo Padre ha poi guardato il contesto attuale, rivolgendo l’attenzione in particolare alle “zone buie” permeate da materialismo e nichilismo che fanno ripiegare l’uomo “in un sentimento del nulla che sarebbe il definitivo approdo dell’esistenza umana” ed ha ribadito che “Se togliamo Cristo e la sua risurrezione, non c’è scampo per l’uomo e ogni sua speranza rimane un’illusione. Ma proprio oggi prorompe […] ed è risposta alla ricorrente domanda degli scettici”.

Per questo il Papa, riprendendo le parole dal libro di Qoèlet, ha aggiunto “nel mattino di Pasqua tutto si è rinnovato […]. ‘Morte e vita si sono affrontate / in un prodigioso duello: / il Signore della vita era morto; / ma ora, vivo, trionfa’”. Esattamente di questo, come ricordato dal Pontefice chiamando a farne esempio, ha fatto esperienza Paolo, “l’accanito persecutore dei cristiani” modello di evangelizzazione, “che con l’entusiasmo audace della sua azione apostolica, ha recato il Vangelo a tante popolazioni del mondo di allora”.

“Più volte, nel contesto dell’Anno Paolino, abbiamo avuto modo di meditare sull’esperienza del grande Apostolo. Saulo di Tarso, l’accanito persecutore dei cristiani, sulla via di Damasco incontrò Cristo risorto e fu da Lui "conquistato". Il resto ci è noto. Avvenne in Paolo quel che più tardi egli scriverà ai cristiani di Corinto: "Se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove" (2 Cor 5,17). Guardiamo a questo grande evangelizzatore, che con l’entusiasmo audace della sua azione apostolica, ha recato il Vangelo a tante popolazioni del mondo di allora. Il suo insegnamento e il suo esempio ci stimolano a ricercare il Signore Gesù. Ci incoraggiano a fidarci di Lui, perché ormai il senso del nulla, che tende ad intossicare l’umanità, è stato sopraffatto dalla luce e dalla speranza che promanano dalla risurrezione”. Il Santo Padre ha quindi invocato l’aiuto materno di Maria, Stella della Speranza, ed impartito la Benedizione Urbi et Orbi. (Agenzia Fides 12/4/2009, righe 38, parole 660)

 

L’apertura dell’Anno Sacerdotale: ““Lasciarsi conquistare pienamente da Cristo! Questo è stato lo scopo di tutta la vita di san Paolo”

Città del Vaticano (Agenzia Fides) –  Nella Solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù, venerdì 19 giugno, il Santo Padre Benedetto XVI ha presieduto nella Basilica Vaticana la Celebrazione dei secondi Vespri della Solennità, in occasione dell’apertura dell’Anno Sacerdotale, nel 150° anniversario della morte di San Giovanni Maria Vianney. La celebrazione è stata preceduta dall’intervento di Sua Ecc. Mons. Mauro Piacenza, Segretario della Congregazione per il Clero, cui è seguita la processione con la Reliquia di San Giovanni Maria Vianney dalla Cappella della Pietà all’altare della Confessione e alla Cappella del Coro. Al suo arrivo in Basilica, il Papa si è recato alla Cappella del Coro per venerare la Reliquia del Santo Curato d’Ars.       

“Nell’Antico Testamento si parla 26 volte del cuore di Dio, considerato come l’organo della sua volontà: rispetto al cuore di Dio l’uomo viene giudicato – ha detto il Santo Padre nell’omelia dei Vespri -. A causa del dolore che il suo cuore prova per i peccati dell’uomo, Iddio decide il diluvio, ma poi si commuove dinanzi alla debolezza umana e perdona… Il cuore di Dio freme di compassione! Nell’odierna solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù, la Chiesa offre alla nostra contemplazione questo mistero, il mistero del cuore di un Dio che si commuove e riversa tutto il suo amore sull’umanità. Un amore misterioso, che nei testi del Nuovo Testamento ci viene rivelato come incommensurabile passione di Dio per l’uomo. Egli non si arrende dinanzi all’ingratitudine e nemmeno davanti al rifiuto del popolo che si è scelto; anzi, con infinita misericordia, invia nel mondo l’Unigenito suo Figlio perché prenda su di sé il destino dell’amore distrutto; perché, sconfiggendo il potere del male e della morte, possa restituire dignità di figli agli esseri umani resi schiavi dal peccato”.

Dopo aver ringraziato i numerosi presenti alla celebrazione con cui si apre l’Anno Sacerdotale, il  Santo Padre ha invitato a contemplare ancora il Cuore trafitto del Crocifisso. “Nel Cuore di Gesù – ha affermato il Papa - è espresso il nucleo essenziale del cristianesimo; in Cristo ci è stata rivelata e donata tutta la novità rivoluzionaria del Vangelo: l’Amore che ci salva e ci fa vivere già nell’eternità di Dio… Il suo Cuore divino chiama allora il nostro cuore; ci invita ad uscire da noi stessi, ad abbandonare le nostre sicurezze umane per fidarci di Lui e, seguendo il suo esempio, a fare di noi stessi un dono di amore senza riserve”.

Benedetto XVI ha quindi ricordato che se l’invito di Gesù a "rimanere nel suo amore" (cfr Gv 15,9) è per ogni battezzato, tanto più “risuona con maggiore forza per noi sacerdoti, in particolare questa sera”. Citando il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 1589) il Pontefice ha sottolineato che i presbiteri sono consacrati “per servire, umilmente e autorevolmente, il sacerdozio comune dei fedeli” e che la loro “è una missione indispensabile per la Chiesa e per il mondo, che domanda fedeltà piena a Cristo ed incessante unione con Lui; esige cioè che tendiamo costantemente alla santità come ha fatto san Giovanni Maria Vianney”. Il Papa ha quindi richiamato la sua Lettera indirizzata ai Sacerdoti per questo Anno giubilare, in cui mette in luce alcuni aspetti qualificanti del ministero sacerdotale, facendo riferimento all’esempio del Santo Curato di Ars, ed ha auspicato che questo suo scritto “sia di aiuto e di incoraggiamento a fare di questo anno un’occasione propizia per crescere nell’intimità con Gesù, che conta su di noi, suoi ministri, per diffondere e consolidare il suo Regno”.

“Lasciarsi conquistare pienamente da Cristo! Questo è stato lo scopo di tutta la vita di san Paolo, al quale abbiamo rivolto la nostra attenzione durante l’Anno Paolino che si avvia ormai verso la sua conclusione – ha proseguito il Pontefice -; questa è stata la meta di tutto il ministero del Santo Curato d’Ars, che invocheremo particolarmente durante l’Anno Sacerdotale; questo sia anche l’obiettivo principale di ognuno di noi. Per essere ministri al servizio del Vangelo, è certamente utile lo studio con una accurata e permanente formazione pastorale, ma è ancor più necessaria quella ‘scienza dell’amore’ che si apprende solo nel ‘cuore a cuore’ con Cristo”.

E’ il Cuore trafitto di Gesù sulla croce “la sorgente dell’Amore” da cui i sacerdoti non devono mai allontanarsi. “Perfino le nostre carenze, i nostri limiti e debolezze devono ricondurci al Cuore di Gesù – ha proseguito il Papa -. Se infatti è vero che i peccatori, contemplandoLo, devono apprendere da Lui il necessario ‘dolore dei peccati’ che li riconduca al Padre, questo vale ancor più per i sacri ministri… Anche per noi, cari sacerdoti, vale il richiamo alla conversione e al ricorso alla Divina Misericordia, e ugualmente dobbiamo rivolgere con umiltà l’accorata e incessante domanda al Cuore di Gesù perché ci preservi dal terribile rischio di danneggiare coloro che siamo tenuti a salvare”.

Concludendo l’omelia, il Papa ha invitato ancora a prendere esempio dal cuore del Santo Curato d’Ars, “un cuore infiammato di amore divino, che si commuoveva al pensiero della dignità del prete e parlava ai fedeli con accenti toccanti e sublimi”, ricordando che “la Chiesa ha bisogno di sacerdoti santi; di ministri che aiutino i fedeli a sperimentare l’amore misericordioso del Signore e ne siano convinti testimoni”. Infine un auspicio: “Ci accompagni la Vergine Santa, nostra Madre, nell’Anno Sacerdotale che oggi iniziamo, perché possiamo essere guide salde e illuminate per i fedeli che il Signore affida alle nostre cure pastorali”. Dopo la Celebrazione dei Vespri, ha avuto luogo l’Adorazione Eucaristica. (S.L.) (Agenzia Fides 20/6/2009; righe 62, parole 908)

 

Benedetto XVI chiude l’Anno dedicato a San Paolo: “egli rimane il ‘maestro delle genti’, che vuol portare il messaggio del Risorto a tutti gli uomini, perché Cristo li ha conosciuti ed amati tutti; è morto e risorto per tutti loro”

Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Nel pomeriggio di domenica 28 giugno, il Santo Padre Benedetto XVI si è recato nella Basilica di San Paolo fuori le Mura, dove ha presieduto la Celebrazione dei primi Vespri della Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, in occasione della chiusura dell’Anno Paolino. “L’anno commemorativo della nascita di san Paolo si conclude stasera – ha detto il Papa nell’omelia - . Siamo raccolti presso la tomba dell’Apostolo, il cui sarcofago, conservato sotto l’altare papale, è stato fatto recentemente oggetto di un’attenta analisi scientifica… (che) sembra confermare l’unanime e incontrastata tradizione che si tratti dei resti mortali dell’apostolo Paolo. Tutto questo riempie il nostro animo di profonda emozione”.

Dopo aver ricordato che in questi mesi molte persone hanno “seguito le vie dell’Apostolo, quelle esteriori e più ancora quelle interiori, che egli ha percorso durante la sua vita”, Benedetto XVI ha sottolineato: “L’Anno Paolino si conclude, ma essere in cammino insieme con Paolo, con lui e grazie a lui venir a conoscere Gesù e, come lui, essere illuminati e trasformati dal Vangelo – questo farà sempre parte dell’esistenza cristiana. E sempre, andando oltre l’ambiente dei credenti, egli rimane il "maestro delle genti", che vuol portare il messaggio del Risorto a tutti gli uomini, perché Cristo li ha conosciuti ed amati tutti; è morto e risorto per tutti loro”.

Soffermandosi in particolare sulla seconda parte della Lettera ai Romani, sui primi due versetti del dodicesimo capitolo, il Papa ha spiegato che san Paolo in quel passaggio “innanzitutto afferma, come cosa fondamentale, che con Cristo è iniziato un nuovo modo di venerare Dio – un nuovo culto. Esso consiste nel fatto che l’uomo vivente diventa egli stesso adorazione, ‘sacrificio’ fin nel proprio corpo. Non sono più le cose ad essere offerte a Dio. È la nostra stessa esistenza che deve diventare lode di Dio”. Questo può avvenire, sempre secondo San Paolo, se diventiamo “uomini nuovi, trasformati in un nuovo modo di esistenza… Con la parola circa il diventare nuovi, Paolo allude alla propria conversione: al suo incontro col Cristo risorto… Egli è diventato nuovo, un altro, perché non vive più per se stesso e in virtù di se stesso, ma per Cristo ed in Lui. Nel corso degli anni, però, ha anche visto che questo processo di rinnovamento e di trasformazione continua per tutta la vita”.

Il Santo Padre ha proseguito: “Paolo rende ancora più chiaro questo processo di ‘rifusione’ dicendo che diventiamo nuovi se trasformiamo il nostro modo di pensare… La nostra ragione deve diventare nuova… Il nostro modo di vedere il mondo, di comprendere la realtà – tutto il nostro pensare deve mutarsi a partire dal suo fondamento… bisogna imparare a comprendere la volontà di Dio, così che questa plasmi la nostra volontà. Affinché noi stessi vogliamo ciò che vuole Dio, perché riconosciamo che ciò che Dio vuole è il bello e il buono”.

La necessità di un rinnovamento del nostro essere persona umana, viene espressa da Paolo anche in due brani della Lettera agli Efesini, sui quali si è soffermato il Papa: “Nel quarto capitolo della Lettera l’Apostolo ci dice che con Cristo dobbiamo raggiungere l’età adulta, un’umanità matura… Paolo desidera che i cristiani abbiano una fede ‘responsabile’, una ‘fede adulta’ ” che non deve essere oggi intesa come “l’atteggiamento di chi non dà più ascolto alla Chiesa e ai suoi Pastori, ma sceglie autonomamente ciò che vuol credere e non credere”. Benedetto XVI ha quindi indicato come esempi della fede adulta, l’impegno “per l’inviolabilità della vita umana fin dal primo momento” e “riconoscere il matrimonio tra un uomo e una donna per tutta la vita come ordinamento del Creatore, ristabilito nuovamente da Cristo”, ed ha sottolineato che “la fede adulta non si lascia trasportare qua e là da qualsiasi corrente. Essa s’oppone ai venti della moda. Sa che questi venti non sono il soffio dello Spirito Santo”.

Paolo descrive la fede matura, veramente adulta in maniera positiva con l’espressione "agire secondo verità nella carità" (cfr Ef 4, 15). “Il potere della fede, il potere di Dio è la verità. La verità sul mondo e su noi stessi si rende visibile quando guardiamo a Dio – ha spiegato il Pontefice -. E Dio si rende visibile a noi nel volto di Gesù Cristo. Guardando a Cristo riconosciamo un’ulteriore cosa: verità e carità sono inseparabili… L’Apostolo ci dice che, agendo secondo verità nella carità, noi contribuiamo a far sì che il tutto – l’universo – cresca tendendo a Cristo… Lo scopo ultimo dell’opera di Cristo è l’universo – la trasformazione dell’universo, di tutto il mondo umano, dell’intera creazione. Chi insieme con Cristo serve la verità nella carità, contribuisce al vero progresso del mondo”.

Nel terzo capitolo della Lettera agli Efesini l’Apostolo Paolo parla della necessità di essere "rafforzati nell’uomo interiore" (3, 16). Il Santo Padre ha rilevato che “il vuoto interiore – la debolezza dell’uomo interiore – è uno dei grandi problemi del nostro tempo. Deve essere rafforzata l’interiorità – la percettività del cuore; la capacità di vedere e comprendere il mondo e l’uomo dal di dentro, con il cuore. Noi abbiamo bisogno di una ragione illuminata dal cuore, per imparare ad agire secondo la verità nella carità. Questo, tuttavia, non si realizza senza un intimo rapporto con Dio, senza la vita di preghiera”. Paolo ci dice ancora che “solo nella comunione con tutti i santi, cioè nella grande comunità di tutti i credenti – e non contro o senza di essa – possiamo conoscere la vastità del mistero di Cristo… Il Cristo crocifisso abbraccia l’intero universo in tutte le sue dimensioni. Egli prende il mondo nelle sue mani e lo porta in alto verso Dio”.

Benedetto XVI ha concluso l’omelia invitando a pregare il Signore “affinché ci aiuti a riconoscere qualcosa della vastità del suo amore, affinché il suo amore e la sua verità tocchino il nostro cuore. Chiediamo che Cristo abiti nei nostri cuori e ci renda uomini nuovi, che agiscono secondo verità nella carità”. (S.L.) (Agenzia Fides 30/6/2009; righe 66, parole 987)

 

 

ANGELUS/REGINA CAELI

 

Vi invito pertanto, cari fratelli e sorelle, a prepararvi a celebrare con fede l’Anno Paolino”

Città del Vaticano (Agenzia Fides) - La differenza “tra le paure umane e il timore di Dio” è stata messa in luce dal Santo Padre Benedetto XVI prima di recitare l'Angelus con i fedeli riuniti in piazza San Pietro domenica 22 giugno. Partendo dai due inviti di Gesù contenuti nel Vangelo della domenica - da una parte "non temete gli uomini" e dall’altra "temete" Dio (cfr Mt 10,26.28) – il Papa ha affermato che “la paura è una dimensione naturale della vita” che sperimentiamo fin da piccoli, e che assume forme diverse anche nell'età adulta. Ai nostri giorni è poi viva “una forma di paura più profonda, di tipo esistenziale, che sconfina a volte nell’angoscia: essa nasce da un senso di vuoto, legato a una certa cultura permeata da diffuso nichilismo teorico e pratico”.

            “Di fronte all’ampio e diversificato panorama delle paure umane – ha proseguito il Papa - , la Parola di Dio è chiara: chi 'teme' Dio 'non ha paura'. Il timore di Dio, che le Scritture definiscono come 'il principio della vera sapienza', coincide con la fede in Lui, con il sacro rispetto per la sua autorità sulla vita e sul mondo... chi teme Dio avverte in sé la sicurezza che ha il bambino in braccio a sua madre: chi teme Dio è tranquillo anche in mezzo alle tempeste, perché Dio, come Gesù ci ha rivelato, è Padre pieno di misericordia e di bontà... Il credente dunque non si spaventa dinanzi a nulla, perché sa di essere nelle mani di Dio, sa che il male e l’irrazionale non hanno l’ultima parola, ma unico Signore del mondo e della vita è Cristo, il Verbo di Dio incarnato, che ci ha amati sino a sacrificare se stesso, morendo sulla croce per la nostra salvezza. Più cresciamo in questa intimità con Dio, impregnata di amore, più facilmente vinciamo ogni forma di paura”.

            Prima di recitare la preghiera mariana, Benedetto XVI ha citato la testimonianza di San Paolo, che “forte della presenza di Cristo e confortato dal suo amore, non temette nemmeno il martirio”, ed ha ricordato l'apertura dell'Anno giubilare che celebra il bimillenario della sua nascita. “Possa questo grande evento spirituale e pastorale – ha proseguito il Pontefice - suscitare anche in noi una rinnovata fiducia in Gesù Cristo che ci chiama ad annunciare e testimoniare il suo Vangelo, senza nulla temere. Vi invito pertanto, cari fratelli e sorelle, a prepararvi a celebrare con fede l’Anno Paolino che, a Dio piacendo, aprirò solennemente sabato prossimo, alle ore 18, nella Basilica di San Paolo fuori le Mura”.

            Dopo l'Angelus Benedetto XVI ha ricordato il naufragio, nell’arcipelago delle Filippine, di un traghetto travolto dal tifone Fengshen: “Mentre assicuro la mia vicinanza spirituale alle popolazioni delle isole colpite dal tifone – ha detto il Papa - , elevo una speciale preghiera al Signore per le vittime di questa nuova tragedia del mare, in cui pare siano coinvolti anche numerosi bambini”. Quindi si è unito alla gioia delle Suore Francescane della Croce del Libano per la beatificazione, a Beirut, del loro Fondatore, il beato Yaaqub da Ghazir Haddad, al secolo Khalil,  auspicando che l’intercessione del nuovo Beato A, unita a quella dei Santi libanesi, “ottenga a quell’amato e martoriato Paese, che troppo ha sofferto, di progredire finalmente verso una stabile pace”. (S.L.) (Agenzia Fides 23/6/2008)

“Anche oggi, in un mondo diventato più 'piccolo', ma dove moltissimi ancora non hanno incontrato il Signore Gesù, il giubileo di san Paolo invita tutti i cristiani ad essere missionari del Vangelo”

Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Al termine della Santa Messa celebrata nella Basilica Vaticana nella Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, domenica 29 giugno, il Santo Padre ha guidato la recita dell’Angelus. Nell’introdurre la preghiera mariana il Papa ha parlato dell' “evento straordinario” dell’Anno Paolino, aperto la sera precedente presso la tomba dell’Apostolo delle genti, al compiersi di circa duemila anni dalla sua morte. Per questa circostanza, ha spiegato Benedetto XVI, “ho voluto indire questo speciale giubileo, che naturalmente avrà come baricentro Roma, in particolare la Basilica di San Paolo fuori le Mura e il luogo del martirio, alle Tre Fontane. Ma esso coinvolgerà la Chiesa intera, a partire da Tarso, città natale di Paolo, e dagli altri luoghi paolini meta di pellegrinaggi nell’attuale Turchia, come pure in Terra Santa, e nell’Isola di Malta, dove l’Apostolo approdò dopo un naufragio e gettò il seme fecondo del Vangelo. In realtà, l’orizzonte dell’Anno Paolino non può che essere universale, perché san Paolo è stato per eccellenza l’apostolo di quelli che rispetto agli Ebrei erano 'i lontani' e che 'grazie al sangue di Cristo' sono diventati 'i vicini'. Per questo anche oggi, in un mondo diventato più 'piccolo', ma dove moltissimi ancora non hanno incontrato il Signore Gesù, il giubileo di san Paolo invita tutti i cristiani ad essere missionari del Vangelo.”         

            Alla dimensione missionaria si accompagna sempre quella dell’unità, rappresentata da san Pietro, la "roccia" su cui Gesù Cristo ha edificato la sua Chiesa. Il Papa ha affermato che “i carismi dei due grandi Apostoli sono complementari per l’edificazione dell’unico Popolo di Dio ed i cristiani non possono dare valida testimonianza a Cristo se non sono uniti tra di loro. Il tema dell’unità oggi è messo in risalto dal tradizionale rito del Pallio, che durante la santa Messa ho imposto agli Arcivescovi Metropoliti nominati durante l’ultimo anno”. Infine Benedetto XVI ha affidato alcune “grandi intenzioni” all'intercessione di Maria Santissima, Madre della Chiesa e Regina degli Apostoli: Anno Paolino, evangelizzazione, comunione nella Chiesa e piena unità di tutti i cristiani. Un saluto speciale, dopo la preghiera mariana, è stato rivolto dal Papa alla città di Roma e a quanti vi abitano, con queste parole: “i santi Patroni Pietro e Paolo ottengano all'intera comunità cittadina e diocesana di custodire e valorizzare la ricchezza dei suoi tesori di fede, di storia e di arte”. (S.L.) (Agenzia Fides 30/6/2008)

 

Santo Stefano è la figura in cui “vediamo realizzarsi i primi frutti della salvezza che il Natale di Cristo ha recato all’umanità: la vittoria della vita sulla morte, dell’amore sull’odio, della luce della verità sulle tenebre della menzogna”

Città del Vaticano (Agenzia Fides) – All’Angelus del 26 dicembre il Papa ha invitato a fare memoria della figura di Santo Stefano, “un giovane ‘pieno di fede e di Spirito Santo’”, che “a motivo della sua predicazione ardente e coraggiosa, fu arrestato e lapidato”.

Il Santo Padre ha voluto, in questa festa, porre in risalto la figura di Paolo, che compare per la prima volta nel martirio di Stefano “col suo nome ebraico di Saulo, nella veste di zelante persecutore della Chiesa, ciò che allora era sentito da lui come un dovere e un motivo di vanto. A posteriori, si potrà dire che proprio la testimonianza di Stefano fu decisiva per la sua conversione”. In occasione dell’Anno Paolino, Benedetto XVI  ha ripercorso il cammino di Paolo verso Damasco, “poco tempo dopo il martirio di Stefano […] sempre spinto dallo zelo contro i cristiani”. “Saulo – ha affermato il Pontefice – perseguitava la Chiesa ed aveva collaborato pure alla lapidazione di Stefano; lo aveva visto morire sotto i colpi delle pietre e soprattutto aveva visto il modo in cui Stefano era morto: in tutto come Cristo, cioè pregando e perdonando i suoi uccisori. Sulla via di Damasco Saulo capì che perseguitando la Chiesa stava perseguitando Gesù morto e veramente risorto; Gesù vivente nella sua Chiesa, vivente anche in Stefano, che lui aveva sì visto morire, ma che certamente ora viveva insieme con il suo Signore risorto”. Alla luce di ciò Benedetto XVI ha considerato che Paolo, “nella voce di Cristo avvertì quella di Stefano e, anche per sua intercessione, la grazia divina gli toccò il cuore. […] Da quel momento Gesù divenne la sua giustizia, la sua santità, la sua salvezza, il suo tutto. E un giorno pure lui seguirà Gesù sulle stesse orme di Stefano, versando il proprio sangue a testimonianza del Vangelo […]”.

Meditando sul significato del Natale, il Santo Padre ha quindi affermato che “in santo Stefano vediamo realizzarsi i primi frutti della salvezza che il Natale di Cristo ha recato all’umanità: la vittoria della vita sulla morte, dell’amore sull’odio, della luce della verità sulle tenebre della menzogna”.

Dopo la recita dell’Angelus, il pensiero di Benedetto XVI è andato infine a Maria Teresa Oliviero e Caterina Giraudo, missionarie del Movimento contemplativo ‘Padre de Foucauld’, sequestrate, da quasi due mesi, insieme a un gruppo di loro collaboratori locali, nel villaggio di El Waq, al nord del Kenya: “Vorrei che in questo momento sentissero la solidarietà del Papa e di tutta la Chiesa. Il Signore, che nascendo è venuto a farci dono del suo amore, tocchi il cuore dei rapitori e conceda quanto prima a queste nostre sorelle di essere liberate per poter riprendere il loro disinteressato servizio ai fratelli più poveri”. (Agenzia Fides 26/12/2008)

 

Ai migranti il Papa ricorda le parole dell’Apostolo Paolo: “nella Chiesa voi non siete stranieri né ospiti, ma fate parte della famiglia di Dio”

Città del Vaticano (Agenzia Fides) – Nella Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, domenica 18 gennaio, il Santo Padre Benedetto XVI ha ripreso nel discorso prima dell’Angelus, il suo Messaggio per la circostanza, che nell’Anno Paolino, “pensando proprio a san Paolo quale grande missionario itinerante del Vangelo”, ha come tema: “San Paolo migrante, Apostolo delle genti”. “Paolo divenne ‘ambasciatore’ di Cristo risorto per farlo conoscere a tutti, nella convinzione che in Lui tutti i popoli sono chiamati a formare la grande famiglia dei figli di Dio” ha detto il Papa prima di recitare la preghiera mariana. “Questa è anche la missione della Chiesa, più che mai in questo nostro tempo di globalizzazione. Come cristiani, non possiamo non avvertire il bisogno di trasmettere il messaggio d’amore di Gesù specialmente a quanti non lo conoscono, oppure si trovano in situazioni difficili e dolorose”.

Rivolgendo il pensiero ai migranti, Benedetto XVI ha sottolineato che la loro realtà “in alcuni casi, grazie a Dio, è serena e ben integrata; altre volte, purtroppo, è penosa, difficile e talora persino drammatica”. Quindi ha assicurato che “la comunità cristiana guarda ad ogni persona e ad ogni famiglia con attenzione, e chiede a san Paolo la forza di un rinnovato slancio per favorire, in ogni parte del mondo, la pacifica convivenza tra uomini e donne di etnie, culture e religioni diverse.” Quindi ha ricordato che tutti i cristiani, secondo la propria vocazione, là dove vivono e lavorano,  sono chiamati a testimoniare il Vangelo, “con una cura più grande per quei fratelli e sorelle che da altri Paesi, per diversi motivi, sono venuti a vivere in mezzo a noi, valorizzando così il fenomeno delle migrazioni come occasione di incontro tra civiltà”. Il Santo Padre ha invitato a pregare ed agire “perché questo avvenga sempre in modo pacifico e costruttivo, nel rispetto e nel dialogo, prevenendo ogni tentazione di conflitto e di sopraffazione”, ed ha infine aggiunto “una parola speciale per i marittimi e i pescatori, che vivono da qualche tempo maggiori disagi. Oltre alle abituali difficoltà, essi subiscono restrizioni per scendere a terra e accogliere a bordo i cappellani, come pure affrontano i rischi della pirateria e i danni della pesca illegale”.

Dopo l’Angelus il Pontefice è tornato a parlare del conflitto nella Striscia di Gaza con queste parole: “Continuo a seguire con profonda trepidazione il conflitto nella Striscia di Gaza. Ricordiamo anche oggi al Signore le centinaia di bambini, anziani, donne, caduti vittime innocenti dell’inaudita violenza, i feriti, quanti piangono i loro cari e coloro che hanno perduto i loro beni. Vi invito, nello stesso tempo, ad accompagnare con la preghiera gli sforzi che numerose persone di buona volontà stanno compiendo per fermare la tragedia. Spero vivamente che si sappia approfittare, con saggezza, degli spiragli aperti per ripristinare la tregua e avviarsi verso soluzioni pacifiche e durevoli. In questo senso, rinnovo il mio incoraggiamento a quanti, da una parte come dall’altra, credono che in Terrasanta ci sia spazio per tutti, affinché aiutino la loro gente a rialzarsi dalle macerie e dal terrore e, coraggiosamente, riprendere il filo del dialogo nella giustizia e nella verità. E’ questo l’unico cammino che può effettivamente schiudere un avvenire di pace per i figli di quella cara regione!”

Quindi ricordando la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani, che si celebra dal 18 al 25 gennaio, il Santo Padre ha citato il tema biblico di quest’anno, suggerito da un gruppo ecumenico della Corea: "Che formino una cosa sola nella tua mano" (Ez 37,17). “Accogliamo anche noi questo invito – ha detto il Papa - e preghiamo con maggiore intensità perché i cristiani camminino in modo risoluto verso la piena comunione tra loro. Mi rivolgo particolarmente ai cattolici sparsi nel mondo affinché, uniti nella preghiera, non si stanchino di operare per superare gli ostacoli che ancora impediscono la piena comunione tra tutti i discepoli di Cristo L’impegno ecumenico è ancora più urgente oggi, per dare alla nostra società, segnata da tragici conflitti e da laceranti divisioni, un segno e un impulso verso la riconciliazione e la pace. Concluderemo questa Settimana di Preghiera nella Basilica Papale di San Paolo fuori le Mura con la celebrazione dei Vespri, domenica prossima, memoria della Conversione di San Paolo, il quale ha fatto dell’unità del corpo di Cristo un nucleo essenziale della sua predicazione.”

Al termine dei saluti nelle varie lingue, Benedetto XVI si è rivolto ai rappresentanti delle comunità cattoliche migrantes presenti a Roma: “Cari amici, vi ripeto le parole dell’apostolo Paolo: nella Chiesa voi non siete stranieri né ospiti, ma fate parte della famiglia di Dio. Sappiate inserirvi bene nella comunità ecclesiale e civile, con la ricchezza della vostra fede e delle vostre tradizioni.” (S.L.) (Agenzia Fides 19/1/2009; righe 53, parole 784)

 

L’esperienza dell’Apostolo Paolo “può essere modello di ogni autentica conversione cristiana”

Città del Vaticano (Agenzia Fides) – Il racconto evangelico in cui risuonano le parole della prima predicazione di Gesù in Galilea - "Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo" (Mc 1,15) - e la festa della "Conversione di San Paolo", che la Chiesa celebra il 25 gennaio, costituiscono “una coincidenza felice – specialmente in questo Anno Paolino – grazie alla quale possiamo comprendere il vero significato della conversione evangelica – metànoia – guardando all’esperienza dell’Apostolo”, ha affermato il Santo Padre Benedetto XVI prima di recitare la preghiera dell’Angelus con i fedeli riuniti in piazza San Pietro, domenica 25 gennaio.

“L’esperienza dell’Apostolo può essere modello di ogni autentica conversione cristiana. Quella di Paolo maturò nell’incontro col Cristo risorto; fu questo incontro a cambiargli radicalmente l’esistenza – ha spiegato il Pontefice -. Sulla via di Damasco accadde per lui quello che Gesù chiede nel Vangelo di oggi: Saulo si è convertito perché, grazie alla luce divina, ‘ha creduto nel Vangelo’. In questo consiste la sua e la nostra conversione: nel credere in Gesù morto e risorto e nell’aprirsi all’illuminazione della sua grazia divina… Convertirsi significa, anche per ciascuno di noi, credere che Gesù ‘ha dato se stesso per me’, morendo sulla croce e, risorto, vive con me e in me. Affidandomi alla potenza del suo perdono, lasciandomi prendere per mano da Lui, posso uscire dalle sabbie mobili dell’orgoglio e del peccato, della menzogna e della tristezza, dell’egoismo e di ogni falsa sicurezza, per conoscere e vivere la ricchezza del suo amore.”

Quindi il Santo Padre ha messo in evidenza che “l’invito alla conversione, avvalorato dalla testimonianza di san Paolo, risuona oggi, a conclusione della Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani, particolarmente importante anche sul piano ecumenico. L’Apostolo ci indica l’atteggiamento spirituale adeguato per poter progredire nella via della comunione”. Ed ha osservato che “noi cristiani non abbiamo ancora conseguito la mèta della piena unità, ma se ci lasciamo continuamente convertire dal Signore Gesù, vi giungeremo sicuramente”.

Dopo la preghiera mariana, Benedetto XVI ha ricordato la Giornata Mondiale dei Malati di Lebbra, iniziata 55 anni fa da Raoul Follereau, rallegrandosi perché le Nazioni Unite hanno recentemente “sollecitato gli Stati alla tutela dei malati di lebbra e dei loro familiari”, ed ha assicurato la sua preghiera e rinnovato “l’incoraggiamento a quanti lottano con loro per la piena guarigione e un buon inserimento sociale”. Quindi, ai popoli di vari Paesi dell’Asia Orientale che celebrano il capodanno lunare, il Papa ha detto: “Auguro a loro di vivere questa festa nella gioia. La gioia è l’espressione dell’essere in armonia con se stessi: e ciò può derivare solo dall’essere in armonia con Dio e con la sua creazione. Che la gioia sia sempre viva nel cuore di tutti i cittadini di quelle Nazioni, a me tanto care, e si irradi sul mondo!”

Infine un saluto particolare è stato espresso da Benedetto XVI ai bambini e ai ragazzi dell’Azione Cattolica di Roma, che hanno dato vita alla tradizionale "Carovana della Pace" per le strade di Roma, conclusa a San Pietro, al termine di un mese dedicato alle iniziative per la pace: “Cari ragazzi, vi ringrazio per la vostra fedeltà all’impegno per la pace, un impegno fatto non tanto di parole, ma di scelte e di gesti” ha detto il Papa. Quindi uno dei due ragazzi che erano accanto al Pontefice, affacciati alla finestra del suo studio, ha letto un breve messaggio sul tema della pace. Al termine dei saluti nelle diverse lingue, il Papa ha liberato due colombe. (S.L.) (Agenzia Fides 26/1/2009; righe 38, parole 565)

 

Il pellegrinaggio di quanti sono giunti a Roma per le canonizzazioni “possa aiutare ciascuno a ‘correre’ con più gioia e più slancio verso ‘la mèta’ finale, verso il ‘premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù’”

Città del Vaticano (Agenzia Fides) – Domenica 26 aprile, al termine della Santa Messa celebrata in Piazza San Pietro per la proclamazione di 5 nuovi Santi, il Santo Padre Benedetto XVI ha introdotto il canto del Regina Cæli ringraziando tutti i pellegrini convenuti, in particolare la Delegazione del governo italiano e le autorità civili, oltre ai numerosi pellegrini: “Questo pellegrinaggio, vissuto nel segno della santità e avvalorato dalla grazia dell’Anno Paolino, possa aiutare ciascuno a ‘correre’ con più gioia e più slancio verso ‘la mèta’ finale, verso il ‘premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù’ (cfr Fil 3,13-14)”.

            Un pensiero è poi stato rivolto dal Papa alla Giornata dell’Università Cattolica del Sacro Cuore: “A 50 anni dalla morte del fondatore, Padre Agostino Gemelli, auguro che l’Università Cattolica sia sempre fedele ai suoi principi ispiratori, per continuare ad offrire una valida formazione alle giovani generazioni”.

            Benedetto XVI ha poi salutato la Delegazione del Portogallo e i pellegrini di lingua portoghese, in particolare i Carmelitani, venuti a Roma per la canonizzazione di Frei Nuno de Santa Maria, conosciuto come  “Santo Condestável” dai poveri del suo tempo, che avevano visto la sua compassione e la condivisione dei suoi beni con i più emarginati.

Nel saluto in lingua polacca, il Santo Padre ha poi ricordato che “sotto il patronato dell’Opera Biblica intitolata a Giovanni Paolo II, la Chiesa in Polonia celebra oggi per la prima volta la Domenica e la Settimana Biblica”, quindi ha benedetto di cuore “tutti coloro che approfondiscono la Parola di Dio”. (S.L.) (Agenzia Fides 27/4/2009; righe 19, parole 262)

 

 

 

 

“San Paolo è esempio di sacerdote totalmente identificato col suo ministero – come sarà anche il Santo Curato d’Ars –, consapevole di portare un tesoro inestimabile, cioè il messaggio della salvezza, ma di portarlo in un vaso di creta"

Città del Vaticano (Agenzia Fides) –  La chiusura dell’Anno Paolino e la recente apertura dell’Anno Sacerdotale, sono stati i due temi su cui si è soffermato il Santo Padre Benedetto XVI prima di recitare l’Angelus con i fedeli riuniti in piazza San Pietro domenica 28 giugno. L’Anno Paolino “è stato un vero tempo di grazia in cui, mediante i pellegrinaggi, le catechesi, numerose pubblicazioni e diverse iniziative, la figura di san Paolo è stata riproposta in tutta la Chiesa e il suo vibrante messaggio ha ravvivato ovunque, nelle comunità cristiane, la passione per Cristo e per il Vangelo” ha detto il Santo Padre, invitando a rendere grazie a Dio “per l’Anno Paolino e per tutti i doni spirituali che esso ci ha portato”.

Quindi Benedetto XVI ha ricordato che pochi giorni fa, il 19 giugno, solennità del Sacro Cuore di Gesù, è stato inaugurato l’Anno Sacerdotale. “Come ho scritto nell’apposita lettera che ho inviato ai sacerdoti, esso intende contribuire a promuovere l’impegno di interiore rinnovamento di tutti i sacerdoti per una loro più forte ed incisiva testimonianza evangelica nel mondo di oggi. L’apostolo Paolo costituisce, in proposito, un modello splendido da imitare non tanto nella concretezza della vita – la sua infatti fu davvero straordinaria – ma nell’amore per Cristo, nello zelo per l’annuncio del Vangelo, nella dedizione alle comunità, nella elaborazione di efficaci sintesi di teologia pastorale. San Paolo è esempio di sacerdote totalmente identificato col suo ministero – come sarà anche il Santo Curato d’Ars –, consapevole di portare un tesoro inestimabile, cioè il messaggio della salvezza, ma di portarlo in un ‘vaso di creta’ (cfr 2 Cor 4,7); perciò egli è forte e umile nello stesso tempo, intimamente persuaso che tutto è merito di Dio, tutto è sua grazia. ‘L’amore del Cristo ci possiede’ – scrive l’Apostolo, e questo può ben essere il motto di ogni sacerdote, che lo Spirito ‘avvince’ (cfr At 20,22) per farne un fedele amministratore dei misteri di Dio (cfr 1 Cor 4,1-2): il presbitero deve essere tutto di Cristo e tutto della Chiesa, alla quale è chiamato a dedicarsi con amore indiviso, come uno sposo fedele verso la sua sposa.”

Prima della preghiera mariana dell’Angelus, il Pontefice ha invocato l’intercessione dei santi Apostoli Pietro e Paolo e della Vergine Maria, perché “ottenga dal Signore abbondanti benedizioni per i sacerdoti durante questo Anno Sacerdotale da poco iniziato. La Madonna, che san Giovanni Maria Vianney tanto amò e fece amare dai suoi parrocchiani, aiuti ogni sacerdote a ravvivare il dono di Dio che è in lui in virtù della santa Ordinazione, così che egli cresca nella santità e sia pronto a testimoniare, se necessario sino al martirio, la bellezza della sua totale e definitiva consacrazione a Cristo e alla Chiesa”. (S.L.) (Agenzia Fides 30/6/2009; righe 30, parole 459)

 

La comune venerazione dei Martiri Pietro e Paolo “sia pegno di comunione sempre più piena e sentita fra i cristiani di ogni parte del mondo”

Città del Vaticano (Agenzia Fides) –  In occasione della solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, speciali Patroni della Chiesa di Roma, all’Angelus del 29 giugno il Papa si è rivolto in particolare alla Comunità diocesana di Roma, a tutti gli abitanti della città e ai pellegrini e turisti, con queste parole: “Come vostro Pastore, vi esorto a restare fedeli alla vocazione cristiana e a non conformarvi alla mentalità di questo mondo – come scriveva l’Apostolo delle genti proprio ai cristiani di Roma -, ma a lasciarvi sempre trasformare e rinnovare dal Vangelo, per seguire ciò che è veramente buono e gradito a Dio. Per questo prego costantemente affinché Roma mantenga viva la sua vocazione cristiana non solo conservando inalterato il suo immenso patrimonio spirituale e culturale, ma anche perché i suoi abitanti possano tradurre la bellezza della fede ricevuta in modi concreti di pensare e di agire, ed offrano così a quanti, per varie ragioni vengono in questa Città, un’atmosfera carica di umanità e di valori evangelici”.

Sottolineando poi il carattere universale della Solennità, che “esprime l’unità e la cattolicità della Chiesa”, il Papa ha ricordato l’imposizione del Pallio ai nuovi Arcivescovi Metropoliti, “simbolo di comunione con il Successore di Pietro”, ed ha salutato la Delegazione del Patriarcato di Costantinopoli, che, come ogni anno, è giunta a Roma per la celebrazione dei Santi Pietro e Paolo. “La comune venerazione di questi Martiri sia pegno di comunione sempre più piena e sentita fra i cristiani di ogni parte del mondo” ha concluso il Pontefice prima di invocare “la materna intercessione di Maria, Madre dell’unica Chiesa di Cristo”, con la recita dell’Angelus.

Dopo la preghiera mariana, Benedetto XVI ha annunciato la sua terza enciclica con queste parole: “È ormai prossima la pubblicazione della mia terza Enciclica, che ha per titolo Caritas in veritate. Riprendendo le tematiche sociali contenute nella Populorum progressio, scritta dal Servo di Dio Paolo VI nel 1967, questo documento - che porta la data proprio di oggi, 29 giugno, solennità dei santi Apostoli Pietro e Paolo - intende approfondire alcuni aspetti dello sviluppo integrale nella nostra epoca, alla luce della carità nella verità. Affido alla vostra preghiera questo ulteriore contributo che la Chiesa offre all’umanità nel suo impegno per un progresso sostenibile, nel pieno rispetto della dignità umana e delle reali esigenze di tutti”. (S.L.) (Agenzia Fides 30/6/2009; righe 27, parole 392)

 

MESSAGGI

 

Per la Giornata delle Vocazioni 2008: “La storia di Paolo, il più grande missionario di tutti i tempi, fa emergere, sotto molti punti di vista, quale sia il nesso tra vocazione e missione”

Città del Vaticano (Agenzia Fides) – “Le vocazioni al servizio della Chiesa-missione” è il tema scelto dal Santo Padre Benedetto XVI per la prossima Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni, che sarà celebrata il 13 aprile 2008, IV domenica di Pasqua. Nel suo Messaggio per la circostanza, il Papa ricorda innanzitutto il mandato affidato da Gesù Risorto agli Apostoli: “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” (Mt 28,19), assicurando: “Ecco io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). Quindi Benedetto XIII prosegue: “La Chiesa è missionaria nel suo insieme e in ogni suo membro. Se in forza dei sacramenti del Battesimo e della Confermazione ogni cristiano è chiamato a testimoniare e ad annunciare il Vangelo, la dimensione missionaria è specialmente e intimamente legata alla vocazione sacerdotale. Nell’alleanza con Israele, Dio affidò a uomini prescelti, chiamati da Lui ed inviati al popolo in suo nome, la missione di essere profeti e sacerdoti.”

            Gesù Cristo, nel quale si realizzarono le promesse fatte ai padri, scelse come stretti collaboratori nel ministero messianico, “dei discepoli già nella vita pubblica, durante la predicazione in Galilea”. Nella pagina evangelica chiamata “discorso missionario”, possiamo notare “tutti quegli aspetti che caratterizzano l’attività missionaria di una comunità cristiana, che voglia restare fedele all’esempio e all’insegnamento di Gesù. Corrispondere alla chiamata del Signore comporta affrontare con prudenza e semplicità ogni pericolo e persino le persecuzioni… Diventati una cosa sola con il Maestro, i discepoli non sono più soli ad annunciare il Regno dei cieli, ma è lo stesso Gesù ad agire in essi… Proprio perché inviati dal Signore, i Dodici prendono il nome di ‘apostoli’, destinati a percorrere le vie del mondo annunciando il Vangelo come testimoni della morte e risurrezione di Cristo… Il Libro degli Atti degli Apostoli attribuisce un ruolo molto importante, in questo processo di evangelizzazione, anche ad altri discepoli, la cui vocazione missionaria scaturisce da circostanze provvidenziali, talvolta dolorose, come l’espulsione dalla propria terra in quanto seguaci di Gesù. Lo Spirito Santo permette di trasformare questa prova in occasione di grazia, e di trarne spunto perché il nome del Signore sia annunciato ad altre genti e si allarghi in tal modo il cerchio della Comunità cristiana”.       

            Il Santo Padre evidenzia a questo punto del messaggio, la figura di Paolo di Tarso: “La storia di Paolo, il più grande missionario di tutti i tempi, fa emergere, sotto molti punti di vista, quale sia il nesso tra vocazione e missione. Accusato dai suoi avversari di non essere autorizzato all’apostolato, egli fa appello ripetutamente proprio alla vocazione ricevuta direttamente dal Signore”. A “spingere” gli Apostoli è sempre “l’amore di Cristo”, così innumerevoli missionari, nel corso dei secoli, “quali fedeli servitori della Chiesa, docili all’azione dello Spirito Santo, hanno seguito le orme dei primi discepoli… L’amore di Cristo, infatti, va comunicato ai fratelli con gli esempi e le parole; con tutta la vita”.

            “Tra le persone che si dedicano totalmente al servizio del Vangelo – prosegue il Papa - vi sono in particolar modo sacerdoti chiamati a dispensare la Parola di Dio, amministrare i sacramenti, specialmente l’Eucaristia e la Riconciliazione, votati al servizio dei più piccoli, dei malati, dei sofferenti, dei poveri e di quanti attraversano momenti difficili in regioni della terra dove vi sono, talora, moltitudini che ancora oggi non hanno avuto un vero incontro con Gesù Cristo. Ad esse i missionari recano il primo annuncio del suo amore redentivo”. Il numero dei battezzati aumenta ogni anno “grazie all’azione pastorale di questi sacerdoti, interamente consacrati alla salvezza dei fratelli”, e a tale proposito il Santo Padre tributa una “speciale riconoscenza” ai presbiteri fidei donum, “che con competenza e generosa dedizione edificano la comunità annunciandole la Parola di Dio e spezzando il Pane della vita, senza risparmiare energie nel servizio alla missione della Chiesa”. Quindi Benedetto XVI invita a  ringraziare Dio “per i tanti sacerdoti che hanno sofferto fino al sacrificio della vita per servire Cristo” e ricorda che “attraverso i suoi sacerdoti, Gesù si rende presente fra gli uomini di oggi, sino agli angoli più remoti della terra”.          

            Il messaggio prosegue sottolineando “la parte importantissima nell’evangelizzazione del mondo”  ricoperta dalla schiera dei religiosi e delle religiose: “Con la loro preghiera continua e comunitaria, i religiosi di vita contemplativa intercedono incessantemente per tutta l’umanità; quelli di vita attiva, con la loro multiforme azione caritativa, recano a tutti la testimonianza viva dell’amore e della misericordia di Dio”. Il Papa raccomanda poi di non far mai venire meno nelle comunità cristiane “una costante educazione alla fede dei fanciulli e degli adulti”, in quanto “è necessario mantenere vivo nei fedeli un attivo senso di responsabilità missionaria e di partecipazione solidale con i popoli della terra”.

            Le vocazioni al sacerdozio ministeriale ed alla vita consacrata fioriscono “solo in un terreno spiritualmente ben coltivato”, così “le comunità cristiane, che vivono intensamente la dimensione missionaria del mistero della Chiesa, mai saranno portate a ripiegarsi su se stesse… Quello delle vocazioni è il dono che la Chiesa invoca ogni giorno dallo Spirito Santo. Come ai suoi inizi, raccolta attorno alla Vergine Maria, Regina degli Apostoli, la Comunità ecclesiale apprende da lei ad implorare dal Signore la fioritura di nuovi apostoli che sappiano vivere in sé quella fede e quell’amore che sono necessari per la missione.” (S.L.) (Agenzia Fides 25/2/2008; righe 62, parole 892)

 

Per la Giornata Missionaria Mondiale 2008: “Guardando all’esperienza di san Paolo, comprendiamo che l’attività missionaria è risposta all’amore con cui Dio ci ama. Il suo amore ci redime e ci sprona verso la missio ad gentes”

Città del Vaticano (Agenzia Fides) - “Servi e apostoli di Cristo Gesù” : è il tema del Messaggio del Santo Padre Benedetto XVI per la 82a Giornata Missionaria Mondiale, quest’anno domenica 19 ottobre. “In occasione della Giornata Missionaria Mondiale – scrive il Papa all'inizio del Messaggio -, vorrei invitarvi a riflettere sull’urgenza che permane di annunciare il Vangelo anche in questo nostro tempo. Il mandato missionario continua ad essere una priorità assoluta per tutti i battezzati, chiamati ad essere "servi e apostoli di Cristo Gesù" in questo inizio di millennio”.

            Come modello di questo impegno apostolico, il Santo Padre indica san Paolo, l’Apostolo delle genti, nell'anno in cui celebriamo lo speciale giubileo a lui dedicato: “È l’Anno Paolino, che ci offre l’opportunità di familiarizzare con questo insigne Apostolo, che ebbe la vocazione di proclamare il Vangelo ai Gentili, secondo quanto il Signore gli aveva preannunciato”. Da tale celebrazione scaturisca per tutti un rinnovato impegno 'per propagare fino agli estremi confini del mondo l’annuncio del Vangelo, potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede (Rm 1,16)'.”

            Nel primo paragrafo del Messaggio, Benedetto XVI ribadisce che anche oggi “l’umanità ha bisogno di essere liberata e redenta”. Il panorama internazionale presenta da un lato “prospettive di promettente sviluppo economico e sociale”, dall’altro mostra “alcune forti preoccupazioni per quanto concerne il futuro stesso dell’uomo”. Tra questi elementi di apprensione cita la violenza, la povertà, le discriminazioni e talora persino le persecuzioni per motivi razziali, culturali e religiosi; il progresso tecnologico, “quando non è finalizzato alla dignità e al bene dell’uomo né ordinato ad uno sviluppo solidale”; la minaccia del rapporto uomo-ambiente “dovuto all’uso indiscriminato delle risorse, con ripercussioni sulla stessa salute fisica e mentale dell’essere umano”; gli attentati alla vita umana, che assumono varie forme e modalità. La risposta agli interrogativi sul futuro dell'umanità e del creato “viene a noi credenti dal Vangelo. È Cristo il nostro futuro... San Paolo aveva ben compreso che solo in Cristo l’umanità può trovare redenzione e speranza”.

            Se è “un dovere impellente per tutti annunciare Cristo e il suo messaggio salvifico”, il Papa sottolinea che san Paolo, sulla via di Damasco, “aveva sperimentato e compreso che la redenzione e la missione sono opera di Dio e del suo amore”. Fu proprio l’amore di Cristo che “lo portò a percorrere le strade dell’Impero Romano come araldo, apostolo, banditore, maestro del Vangelo”.   “Guardando all’esperienza di san Paolo – prosegue il Messaggio -, comprendiamo che l’attività missionaria è risposta all’amore con cui Dio ci ama. Il suo amore ci redime e ci sprona verso la missio ad gentes; è l’energia spirituale capace di far crescere nella famiglia umana l’armonia, la giustizia, la comunione tra le persone, le razze e i popoli, a cui tutti aspirano”.

            Il Papa ribadisce che “resta necessaria e urgente la prima evangelizzazione in non poche regioni del mondo”, e anche di fronte a crescenti difficoltà come la scarsità di clero e la mancanza di vocazioni missionarie, “il mandato di Cristo di evangelizzare tutte le genti resta una priorità. Nessuna ragione può giustificarne un rallentamento o una stasi”. Quindi Benedetto XVI ricorda: “Oggi sono innumerevoli coloro che attendono l’annuncio del Vangelo, coloro che sono assetati di speranza e di amore. Quanti si lasciano interpellare a fondo da questa richiesta di aiuto che si leva dall’umanità, lasciano tutto per Cristo e trasmettono agli uomini la fede e l’amore per Lui!”

            Esortando a “prendere il largo nel vasto mare del mondo”, fiduciosi  nel costante aiuto del Signore, il Santo Padre rivolge quindi una serie di inviti. Ai “cari fratelli Vescovi” ricorda che il Vescovo, come l’apostolo Paolo, “è chiamato a protendersi verso i lontani che non conoscono ancora Cristo, o non ne hanno ancora sperimentato l’amore liberante; suo impegno è rendere missionaria tutta la comunità diocesana, contribuendo volentieri, secondo le possibilità, ad inviare presbiteri e laici ad altre Chiese per il servizio di evangelizzazione”. Esorta quindi i presbiteri ad essere “generosi pastori ed entusiasti evangelizzatori”, seguendo le orme di quanti, in questi decenni, si sono recati nei territori di missione a seguito dell’Enciclica Fidei donum. “Confido che non venga meno questa tensione missionaria nelle Chiese locali, nonostante la scarsità di clero che affligge non poche di esse”. Ai religiosi e alle religiose il Papa affida il compito di portare l’annuncio del Vangelo a tutti, “specialmente ai lontani, mediante una testimonianza coerente di Cristo e una radicale sequela del suo Vangelo”. Infine i fedeli laici sono chiamati “ a prendere parte, in maniera sempre più rilevante”, alla diffusione del Vangelo nei diversi ambiti della società. “Si apre così davanti a voi un areopago complesso e multiforme da evangelizzare: il mondo”.

            Nella conclusione del Messaggio, il Santo Padre auspica che la Giornata Missionaria Mondiale incoraggi tutti “a prendere rinnovata consapevolezza dell’urgente necessità di annunciare il Vangelo”, e ringrazia in particolare le Pontificie Opere Missionarie per il sostegno che offrono a tutte le Comunità: “Esse sono strumento valido per animare e formare missionariamente il Popolo di Dio e alimentano la comunione di persone e di beni tra le varie parti del Corpo mistico di Cristo. La colletta, che nella Giornata Missionaria Mondiale viene fatta in tutte le parrocchie, sia segno di comunione e di sollecitudine vicendevole tra le Chiese. Si intensifichi, infine, sempre più nel popolo cristiano la preghiera, indispensabile mezzo spirituale per diffondere fra tutti popoli la luce di Cristo”. (S.L.) (Agenzia Fides 14/7/2008)

 

Al 29° Meeting per l’amicizia tra i popoli: “Attraverso i suoi scritti Paolo non cessa di presentare Cristo come autentica fonte di rispetto tra gli uomini, di pace tra le nazioni, di giustizia nella convivenza”

Castel Gandolfo (Agenzia Fides) – Il Cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone, a nome del Santo Padre Benedetto XVI, ha inviato un messaggio agli organizzatori ed ai partecipanti alla 29ma edizione del ‘Meeting per l’amicizia fra i popoli’, del quale è stata data lettura all’inizio della Santa Messa celebrata da S.E. Mons. Francesco Lambiasi, Vescovo di Rimini, all’apertura della manifestazione. Guardando al “provocatorio” titolo dell’incontro – ‘O protagonisti o nessuno’ – il Cardinale ha evidenziato l’intento degli organizzatori: “far ‘riflettere sul concetto di persona’”. “L’alternativa al protagonismo – ha aggiunto – sembra essere spesso una vita senza senso, il grigio anonimato dei tanti ‘nessuno’ che si confondono tra le pieghe di una massa informe, incapaci purtroppo di emergere con un proprio volto degno di nota”.

Quindi l’alternativa che viene proposta dal Meeting è stata così tradotta dal Segretario di Stato: “Che cosa dà un volto all’uomo, che cosa lo rende inconfondibile, assicurando piena dignità alla sua esistenza?”. Osservando l’odierna società e cultura, i cui i mezzi di comunicazione costituiscono “una potente cassa di risonanza”, è stata sottolineata la larga convinzione che “la notorietà costituisca una componente essenziale della propria realizzazione personale. Emergere dall’anonimato, riuscire ad imporsi all’attenzione pubblica con ogni mezzo e pretesto, questo è lo scopo perseguito da molti”.

Alla luce del prevalere di questa convinzione, il Segretario di Stato ha denunciato l’emergere di “professioni e carriere idealizzate proprio perché offrono una ribalta che consente […] di ‘apparire’, di sentirsi ‘qualcuno’”. Il Card. Bertone ha fatto notare, però, che anche l’uomo odierno, seppur “schiacciato dalle dinamiche della riuscita mondana”, ultimamente cerca la pienezza della propria esistenza: “L’uomo di oggi, come quello di tutti i tempi, tende alla propria felicità e la insegue dovunque crede di poterla trovare. Ecco quindi il vero interrogativo che si nasconde sotto la parola ‘protagonismo’[…]: in che cosa consiste la felicità? Che cosa può veramente condurre l’uomo a conseguirla?”.

Quindi, ricordando lo speciale Anno giubilare paolino indetto dal Santo Padre, il Cardinale ha voluto fare l’esempio di San Paolo, un “‘campione’ della cristianità di tutti i tempi […] che dopo aver perseguitato con furore la Chiesa delle origini, si convertì all’irrompere della chiamata del Signore [...] contribuendo a porre le basi di quella che sarebbe diventata la cultura europea, informata dal Cristianesimo”. “Attraverso i suoi scritti – ha aggiunto – Paolo non cessa di presentare Cristo come autentica fonte di rispetto tra gli uomini, di pace tra le nazioni, di giustizia nella convivenza”, tuttavia non mancano tribolazioni, ostilità e “difficoltà da affrontare più ancora che di consolazioni e gioie di cui godere”. Questo, come ha ribadito il Segretario di Stato, è il “paradosso della vita cristiana come tale”: “Che cosa significa infatti per il cristiano ‘riuscire’?”.

La risposta a questa domanda viene data attraverso l’insegnamento di Benedetto XVI, “l’uomo è fatto per il compimento eterno della sua esistenza” e “il compimento dell’umano è la conoscenza di Dio, da cui ogni persona è stata creata e a cui tende con ogni fibra del proprio essere”. Perciò, ha concluso il Card. Bertone, “protagonista della sua esistenza è chi dona la sua vita a Dio, che lo chiama a cooperare all’universale progetto della salvezza. […] Solo Cristo può svelare all’uomo la sua vera dignità e comunicargli l’autentico senso della sua esistenza. Quando il credente lo segue docilmente è in grado di lasciare una traccia duratura nella storia. È la traccia dell’Amore di cui diviene testimone proprio perché afferrato dall’Amore”.

“Dio – ha continuato – si serve di noi secondo il Suo piano d’amore, secondo modalità che Lui stabilisce e ci chiede di assecondare l’azione del Suo Spirito; ci vuole Suoi collaboratori per la realizzazione del Suo Regno. A ciascuno dice: ‘Vieni e seguimi’, e soltanto seguendoLo l’uomo conosce la vera esaltazione del suo io”. Invitando infine a guardare all’esperienza dei santi, “veri protagonisti della storia, persone pienamente realizzate, esempi viventi di speranza e testimoni di un amore che nulla teme”, il Cardinale Tarcisio Bertone ha assicurato la preghiera del Santo Padre, per la buona riuscita del Meeting, inviando a tutti i partecipanti e gli organizzatori una speciale Benedizione. (Agenzia Fides 24/8/2008)

 

Per la Giornata del Migrante: “Anche oggi va proposto il messaggio della salvezza con lo stesso atteggiamento dell'Apostolo delle genti, tenendo conto delle diverse situazioni sociali e culturali, e delle particolari difficoltà di ciascuno in conseguenza della condizione di migrante e di itinerante

Città del Vaticano (Agenzia Fides) – La vita e la predicazione di San Paolo “furono interamente orientate a far conoscere e amare Gesù da tutti, perché in Lui tutti i popoli sono chiamati a diventare un solo popolo. Questa è, anche al presente, nell'era della globalizzazione, la missione della Chiesa e di ogni battezzato; missione che con attenta sollecitudine pastorale si dirige pure al variegato universo dei migranti - studenti fuori sede, immigrati, rifugiati, profughi, sfollati - includendo coloro che sono vittime delle schiavitù moderne, come ad esempio nella tratta degli esseri umani. Anche oggi va proposto il messaggio della salvezza con lo stesso atteggiamento dell'Apostolo delle genti, tenendo conto delle diverse situazioni sociali e culturali, e delle particolari difficoltà di ciascuno in conseguenza della condizione di migrante e di itinerante”. E’ l’esortazione che il Santo Padre Benedetto XVI rivolge nel suo Messaggio per la 95a Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, cha sarà celebrata domenica 18 gennaio 2009, sul tema “San Paolo migrante, ‘Apostolo delle genti’.”

Il Santo Padre auspica che “ogni comunità cristiana possa nutrire il medesimo fervore apostolico di san Paolo” e che “il suo esempio sia anche per noi di stimolo a farci solidali con questi nostri fratelli e sorelle e a promuovere, in ogni parte del mondo e con ogni mezzo, la pacifica convivenza fra etnie, culture e religioni diverse”.

All’inizio del Messaggio il Pontefice ricorda che la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato prende spunto quest’anno dall'Anno Giubilare indetto in onore dell'Apostolo in occasione del bimillenario della sua nascita: “La predicazione e l'opera di mediazione fra le diverse culture e il Vangelo, operata da Paolo ‘migrante per vocazione’, costituiscono in effetti un significativo punto di riferimento anche per chi si trova coinvolto nel movimento migratorio contemporaneo”.

Quindi ripercorrendo le tappe della vita di Paolo, il Pontefice ha ricordato che dopo il suo incontro con Cristo sulla via di Damasco, “la sua esistenza cambiò radicalmente: per lui Gesù divenne la ragion d'essere e il motivo ispiratore dell'impegno apostolico a servizio del Vangelo. Da persecutore dei cristiani si tramutò in apostolo di Cristo. Guidato dallo Spirito Santo, si prodigò senza riserve, perché fosse annunciato a tutti, senza distinzione di nazionalità e di cultura… Nei suoi viaggi apostolici, nonostante ripetute opposizioni, proclamava dapprima il Vangelo nelle sinagoghe, accordando attenzione innanzitutto ai suoi connazionali in diaspora. Se da essi veniva rifiutato, si rivolgeva ai pagani, facendosi autentico ‘missionario dei migranti’, migrante lui stesso e itinerante ambasciatore di Gesù Cristo, per invitare ogni persona a diventare, nel Figlio di Dio, ‘nuova creatura’. La proclamazione del kerygma gli fece attraversare i mari del Vicino Oriente e percorrere le strade dell'Europa, fino a giungere a Roma”.

Lo “zelo missionario” e “la foga del lottatore” che contraddistinsero San Paolo, “scaturivano dal fatto che egli, ‘conquistato da Cristo’, restò a Lui così intimamente unito da sentirsi partecipe della sua stessa vita, attraverso ‘la comunione con le sue sofferenze’. Qui è la sorgente dell'ardore apostolico di san Paolo… E nessuna difficoltà gli impedì di proseguire nella sua coraggiosa azione evangelizzatrice in città cosmopolite come Roma e Corinto che, in quel tempo, erano popolate da un mosaico di etnie e di culture”.

Gli Atti degli Apostoli e le Lettere di Paolo presentano un modello di Chiesa “non esclusiva, bensì aperta a tutti, formata da credenti senza distinzioni di cultura e di razza” e “in tale ottica, la solidarietà fraterna, che si traduce in gesti quotidiani di condivisione, di compartecipazione e di sollecitudine gioiosa verso gli altri, acquista un rilievo singolare. Non è tuttavia possibile realizzare questa dimensione di fraterna accoglienza vicendevole, insegna sempre san Paolo, senza la disponibilità all'ascolto e all'accoglienza della Parola predicata e praticata, Parola che sollecita tutti all'imitazione di Cristo nell'imitazione dell'Apostolo. E pertanto, più la comunità è unita a Cristo, più diviene sollecita nei confronti del prossimo, rifuggendo il giudizio, il disprezzo e lo scandalo, e aprendosi all'accoglienza reciproca”.

Benedetto XVI prosegue: “Se di questo siamo consapevoli, come non farci carico di quanti, in particolare fra rifugiati e profughi, si trovano in condizioni difficili e disagiate? Come non andare incontro alle necessità di chi è di fatto più debole e indifeso, segnato da precarietà e da insicurezza, emarginato, spesso escluso dalla società?”

Il Santo Padre auspica che la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato “sia per tutti uno stimolo a vivere in pienezza l'amore fraterno senza distinzioni di sorta e senza discriminazioni, nella convinzione che è nostro prossimo chiunque ha bisogno di noi e noi possiamo aiutarlo. L'insegnamento e l'esempio di san Paolo, umile-grande Apostolo e migrante, evangelizzatore di popoli e culture, ci sproni a comprendere che l'esercizio della carità costituisce il culmine e la sintesi dell'intera vita cristiana… Nell'amore è condensato l'intero messaggio evangelico e gli autentici discepoli di Cristo si riconoscono dal mutuo loro amarsi e dalla loro accoglienza verso tutti”. (S.L.) (Agenzia Fides 9/10/2008)

 

A Bartolomeo I per la celebrazione della festa di Sant’Andrea: “Queste esperienze di incontro e di preghiera condivisa contribuiscono ad un aumento nel nostro impegno per raggiungere la meta del nostro cammino ecumenico”

Città del Vaticano (Agenzia Fides) – Nel quadro dello scambio di Delegazioni per le rispettive feste dei Santi Patroni, il 29 giugno a Roma per la celebrazione dei Santi Pietro e Paolo e il 30 novembre a Istanbul per la celebrazione di Sant'Andrea, il Cardinale Walter Kasper ha guidato la Delegazione della Santa Sede per la Festa del Patriarcato Ecumenico 2008. Il Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani ha portato al Patriarca Ecumenico un dono del Santo Padre, accompagnato da un Messaggio autografo del Papa Benedetto XVI, di cui ha dato lettura.

A Sua Santità Bartolomeo i Arcivescovo di Costantinopoli Patriarca Ecumenico

«Grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo (Gal 1, 3)

È con profonda gioia che rivolgo queste parole di San Paolo a Vostra Santità, al Santo Sinodo e a tutto il Clero ortodosso e ai fedeli radunati per la festa di Sant'Andrea, il fratello di San Pietro e, come lui, un grande apostolo e martire per Cristo. Sono lieto di essere rappresentato in questa occasione di festa da una delegazione guidata dal mio venerato fratello il Cardinale Walter Kasper, Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani, al quale ho affidato questo Messaggio augurale. Le mie preghiere si uniscono alle vostre per invocare dal Signore il benessere e l'unità dei discepoli di Cristo nel mondo intero.

Rendo grazie a Dio che ci ha permesso di approfondire i vincoli di amore reciproco fra noi, sostenuti dalla preghiera e da un contatto fraterno sempre più regolare. Nel corso dell'anno che ora sta volgendo al termine, siamo stati benedetti tre volte dalla presenza di Vostra Santità a Roma: in occasione della Vostra lezione magistrale al Pontificio Istituto Orientale, che si onora di annoverarLa tra i suoi Alunni; all'apertura dell'Anno Paolino nella Festa dei Santi patroni di Roma, Pietro e Paolo; ed alla dodicesima Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi della Chiesa Cattolica, tenutasi in ottobre sul tema della Parola di Dio nella Vita e nella Missione della Chiesa, quando avete pronunciato un discorso di profonda riflessione.

Come segno della crescente comunione e vicinanza spirituale, la Chiesa Cattolica, per parte sua, è stata rappresentata alle celebrazioni dell'Anno Paolino guidato da Vostra Santità, incluso un simposio e un pellegrinaggio ai luoghi paolini in Asia Minore. Queste esperienze di incontro e di preghiera condivisa contribuiscono ad un aumento nel nostro impegno per raggiungere la meta del nostro cammino ecumenico.

In questo stesso spirito, Vostra Santità mi ha informato del risultato positivo della Synaxis dei Primati e dei Rappresentanti delle Chiese Ortodosse, che ha avuto luogo recentemente al Fanar. I segni di speranza che sono emersi dai rapporti inter-ortodossi e l'impegno ecumenico sono stati accolti con gioia. Credo e prego che questi sviluppi possano avere un effetto costruttivo sul dialogo teologico ufficiale fra le Chiese Ortodosse e la Chiesa Cattolica, e possano condurre ad una soluzione delle difficoltà incontrate nelle ultime due sessioni. Come Vostra Santità ha rilevato durante l'allocuzione al Sinodo dei Vescovi della Chiesa Cattolica, la Commissione Internazionale Mista per il Dialogo Teologico fra cattolici ed ortodossi sta ora affrontando un argomento cruciale che, una volta risolto, ci porterebbe più vicino alla piena comunione.

In questa festa di Sant'Andrea, riflettiamo con gioia e con animo grato che le relazioni fra noi stanno entrando progressivamente a livelli più profondi, mentre rinnoviamo il nostro impegno sulla via della preghiera e del dialogo. Crediamo che il nostro cammino comune accelererà l'arrivo di quel giorno benedetto in cui loderemo insieme Dio in una Celebrazione condivisa dell'Eucaristia. La vita interiore delle nostre Chiese e le sfide del mondo contemporaneo richiedono urgentemente questa testimonianza di unità fra i discepoli di Cristo.

È con questi sentimenti fraterni che estendo a Vostra Santità i miei saluti cordiali nel Signore, Che assicura a noi la Sua Grazia e la Sua Pace. Dal Vaticano, 26 novembre 2008

 

Per la Giornata Mondiale del Malato: “come abbondano le sofferenze del Cristo in noi, così per mezzo di Cristo abbonda anche la nostra consolazione” (2 Cor 1,5)

Città del Vaticano (Agenzia Fides) Prende spunto dall’Anno Paolino, invitando a meditare con l’apostolo Paolo sul fatto che "come abbondano le sofferenze del Cristo in noi, così per mezzo di Cristo abbonda anche la nostra consolazione" (2 Cor 1,5) e sul “collegamento spirituale con Lourdes”, il Messaggio del Santo Padre Benedetto XVI in occasione della 17a Giornata Mondiale del Malato, l’11 febbraio 2009, che sarà celebrata a livello diocesano.

“Quest’anno la nostra attenzione si volge particolarmente ai bambini, le creature più deboli e indifese e, tra questi, ai bambini malati e sofferenti – scrive il Pontefice -. Ci sono piccoli esseri umani che portano nel corpo le conseguenze di malattie invalidanti, ed altri che lottano con mali oggi ancora inguaribili nonostante il progresso della medicina e l’assistenza di validi ricercatori e professionisti della salute. Ci sono bambini feriti nel corpo e nell’anima a seguito di conflitti e guerre, ed altri vittime innocenti dell’odio di insensate persone adulte. Ci sono ragazzi ‘di strada’, privati del calore di una famiglia ed abbandonati a se stessi, e minori profanati da gente abietta che ne viola l’innocenza, provocando in loro una piaga psicologica che li segnerà per il resto della vita. Non possiamo poi dimenticare l’incalcolabile numero dei minori che muoiono a causa della sete, della fame, della carenza di assistenza sanitaria, come pure i piccoli esuli e profughi dalla propria terra con i loro genitori alla ricerca di migliori condizioni di vita. Da tutti questi bambini si leva un silenzioso grido di dolore che interpella la nostra coscienza di uomini e di credenti.”

Il Papa si rivolge quindi alla comunità cristiana, “che non può restare indifferente dinanzi a così drammatiche situazioni”, auspicando che “anche la Giornata Mondiale del Malato offra l’opportunità alle comunità parrocchiali e diocesane di prendere sempre più coscienza di essere ‘famiglia di Dio’, e le incoraggi a rendere percepibile nei villaggi, nei quartieri e nelle città l’amore del Signore”. Fin dalle sue origini “la testimonianza della carità fa parte della vita stessa di ogni comunità cristiana”, e oggi, prosegue il Messaggio, “date le mutate condizioni dell’assistenza sanitaria, si avverte il bisogno di una più stretta collaborazione tra i professionisti della salute operanti nelle diverse istituzioni sanitarie e le comunità ecclesiali presenti sul territorio. In questa prospettiva, si conferma in tutto il suo valore un’istituzione collegata con la Santa Sede qual è l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, che celebra quest’anno i suoi 140 anni di vita”. Il Pontefice esorta poi ad aiutare non solo i piccoli malati, ma “i nuclei familiari colpiti dalla malattia di un figlio o di una figlia”, offrendo loro “il sostegno di una concreta solidarietà”, creando “un clima di serenità e di speranza, e facendo sentire attorno a loro una più vasta famiglia di fratelli e sorelle in Cristo”.

Nel suo Messaggio Benedetto XVI ribadisce fermamente “l’assoluta e suprema dignità di ogni vita umana” e l’insegnamento della Chiesa, che incessantemente proclama: “la vita umana è bella e va vissuta in pienezza anche quando è debole ed avvolta dal mistero della sofferenza. E’ a Gesù crocifisso che dobbiamo volgere il nostro sguardo: morendo in croce Egli ha voluto condividere il dolore di tutta l’umanità. Nel suo soffrire per amore intravediamo una suprema compartecipazione alle pene dei piccoli malati e dei loro genitori”.

Nella parte finale, il Pontefice esprime “apprezzamento ed incoraggiamento alle Organizzazioni internazionali e nazionali che si prendono cura dei bambini malati, particolarmente nei Paesi poveri”, appellandosi ai responsabili delle Nazioni “perché vengano potenziate le leggi e i provvedimenti in favore dei bambini malati e delle loro famiglie”. Quindi esprime la sua vicinanza spirituale a tutti i fratelli e le sorelle che soffrono di qualche malattia, e rivolge un affettuoso saluto a quanti li assistono. Infine si rivolge ai piccoli malati: “un saluto tutto speciale è per voi, cari bambini malati e sofferenti: il Papa vi abbraccia con affetto paterno insieme con i vostri genitori e familiari, e vi assicura uno speciale ricordo nella preghiera, invitandovi a confidare nel materno aiuto dell’Immacolata Vergine Maria, che nel passato Natale abbiamo ancora una volta contemplato mentre stringe con gioia tra le braccia il Figlio di Dio fatto bambino”. (S.L.) (Agenzia Fides 9/2/2009, righe 48, parole 695) 

 

Per la XXIV Giornata Mondiale della Gioventù: “Se vi nutrite di Cristo e vivete immersi in Lui come l’apostolo Paolo, non potrete non parlare di Lui e non farlo conoscere ed amare da tanti altri vostri amici e coetanei”

Città del Vaticano (Agenzia Fides) – “Se vi nutrite di Cristo, cari giovani, e vivete immersi in Lui come l’apostolo Paolo, non potrete non parlare di Lui e non farlo conoscere ed amare da tanti altri vostri amici e coetanei… La Chiesa conta su di voi per questa impegnativa missione: non vi scoraggino le difficoltà e le prove che incontrate”. E’ la consegna che Papa Benedetto XVI affida ai giovani ed alle giovani del mondo nel suo Messaggio per la XXIV Giornata Mondiale della Gioventù che sarà celebrata il 5 aprile 2009, Domenica delle Palme, a livello diocesano.

“Cari amici, come Paolo, testimoniate il Risorto! Fatelo conoscere a quanti, vostri coetanei e adulti, sono in cerca della ‘grande speranza’ che dia senso alla loro esistenza – prosegue il Santo Padre -. Se Gesù è diventato la vostra speranza, ditelo anche agli altri con la vostra gioia e il vostro impegno spirituale, apostolico e sociale. Abitati da Cristo, dopo aver riposto in Lui la vostra fede e avergli dato tutta la vostra fiducia, diffondete questa speranza intorno a voi”. Il Papa esorta i giovani a fare scelte che manifestino la loro fede, a non lasciarsi attrarre da “false chimere”, a non cedere “alla logica dell’interesse egoistico”… Il cristiano autentico non è mai triste, anche se si trova a dover affrontare prove di vario genere, perché la presenza di Gesù è il segreto della sua gioia e della sua pace.”

Dopo aver ricordato l’incontro che si è tenuto a Sydney, nel luglio dello scorso anno, il cammino verso il raduno internazionale in programma a Madrid nel 2011, che avrà come tema le parole dell’apostolo Paolo: "Radicati e fondati in Cristo, saldi nella fede" (cfr Col 2,7), prevede un percorso formativo con la riflessione nel 2009 sull’affermazione di san Paolo: "Abbiamo posto la nostra speranza nel Dio vivente" (1 Tm 4,10), e nel 2010 sulla domanda del giovane ricco a Gesù: "Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?" (Mc 10,17).”

Riferendosi al tema scelto quest’anno, Benedetto XVI sottolinea che “la questione della speranza è, in verità, al centro della nostra vita di esseri umani e della nostra missione di cristiani, soprattutto nell’epoca contemporanea. Avvertiamo tutti il bisogno di speranza, ma non di una speranza qualsiasi, bensì di una speranza salda ed affidabile, come ho voluto sottolineare nell’Enciclica Spe salvi. La giovinezza in particolare è tempo di speranze, perché guarda al futuro con varie aspettative.” In questa stagione dell’esistenza affiorano con forza anche le domande esistenziali di fondo e di fronte agli ostacoli che a volte sembrano insormontabili, ci si domanda: “dove attingere e come tener viva nel cuore la fiamma della speranza?”

“Come ho scritto nella citata Enciclica Spe salvi – prosegue il Messaggio del Papa -, la politica, la scienza, la tecnica, l’economia e ogni altra risorsa materiale da sole non sono sufficienti per offrire la grande speranza a cui tutti aspiriamo. Questa speranza ‘può essere solo Dio, che abbraccia l’universo e che può proporci e donarci ciò che, da soli, non possiamo raggiungere’ (n. 31)”. Una delle conseguenze principali dell’oblio di Dio è lo smarrimento che segna le nostre società, “con risvolti di solitudine e violenza, di insoddisfazione e perdita di fiducia che non raramente sfociano nella disperazione” sottolinea il Pontefice, notando che “la crisi di speranza colpisce più facilmente le nuove generazioni che, in contesti socio-culturali privi di certezze, di valori e di solidi punti di riferimento, si trovano ad affrontare difficoltà che appaiono superiori alle loro forze”.

A questo proposito il Papa si riferisce ai tanti giovani “feriti dalla vita, condizionati da una immaturità personale che è spesso conseguenza di un vuoto familiare, di scelte educative permissive e libertarie e di esperienze negative e traumatiche. Per alcuni – e purtroppo non sono pochi – lo sbocco quasi obbligato è una fuga alienante verso comportamenti a rischio e violenti, verso la dipendenza da droghe e alcool, e verso tante altre forme di disagio giovanile”. Per annunciare la speranza a questi giovani è necessaria “una nuova evangelizzazione, che aiuti le nuove generazioni a riscoprire il volto autentico di Dio, che è Amore”. Ai giovani “in cerca di una salda speranza”, Benedetto XVU rivolgo le stesse parole che san Paolo indirizzava ai cristiani perseguitati nella Roma di allora: "Il Dio della speranza vi riempia, nel credere, di ogni gioia e pace, perché abbondiate nella speranza per la virtù dello Spirito Santo" (Rm 15,13) e prosegue “Durante questo anno giubilare dedicato all’Apostolo delle genti, in occasione del bimillenario della sua nascita, impariamo da lui a diventare testimoni credibili della speranza cristiana.”

Soffermandosi quindi su San Paolo “testimone della speranza”, il Papa ricorda che egli si trovò “immerso in difficoltà e prove di vario genere”, tuttavia non perse mai la speranza, che era nata in Lui dal suo incontro con Gesù risorto sulla via di Damasco, dove “fu interiormente trasformato dall’Amore divino incontrato nella persona di Gesù Cristo… Per Paolo la speranza non è solo un ideale o un sentimento, ma una persona viva: Gesù Cristo, il Figlio di Dio”.

            Come un giorno incontrò il giovane Paolo, Gesù vuole incontrare anche ciascuno di voi, cari giovani” sottolinea Benedetto XVI, ricordando che “quando nella preghiera esprimiamo la nostra fede, anche nell’oscurità già Lo incontriamo perché Egli si offre a noi. La preghiera perseverante apre il cuore ad accoglierlo” Quindi il Papa esorta i giovani a “fare spazio alla preghiera” nella loro vita! “Pregare da soli è bene, ancor più bello e proficuo è pregare insieme, poiché il Signore ha assicurato di essere presente dove due o tre sono radunati nel suo nome”. A tale proposito il Papa cita “esperienze, gruppi e movimenti, incontri e itinerari per imparare a pregare e crescere così nell’esperienza della fede”, poi esorta a prendere parte alla liturgia nelle parrocchie e a nutrirsi abbondantemente della Parola di Dio e dell’attiva partecipazione ai Sacramenti.

Il Messaggio si conclude indicando in questo cammino la Vergine Maria, Madre della Speranza: “Colei che ha incarnato la speranza di Israele, che ha donato al mondo il Salvatore ed è rimasta, salda nella speranza, ai piedi della Croce, è per noi modello e sostegno. Soprattutto, Maria intercede per noi e ci guida nel buio delle nostre difficoltà all’alba radiosa dell’incontro con il Risorto”. (S.L.) (Agenzia Fides 5/3/2009, righe 70, parole 1.045) 

 

Ai Cardinali Inviati Speciali alle celebrazioni di chiusura nei “luoghi paolini”

Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Domenica 28 giugno alle ore 18, il Santo Padre Benedetto XVI presiederà, nella Basilica di San Paolo fuori le mura, la Celebrazione dei Primi Vespri della Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo in occasione della chiusura dell’Anno Paolino. Lunedì 29 giugno, alle ore 17,30, il Cardinale Andrea Cordero Lanza di Montezemolo, Arciprete della Basilica, su incarico del Santo Padre, presiederà all’Altare della Confessione la celebrazione dei Secondi Vespri e la Messa solenne, al termine della quale avrà luogo la chiusura della “Porta Paolina”.

In occasione dell’evento, i Monaci benedettini dell’Abbazia di San Paolo fuori le Mura hanno promosso alcune celebrazioni particolari: venerdì 26 giugno alle 17,30, la celebrazione dei Vespri, presieduti dall’abate Edmund Power, con i rappresentanti delle comunità cristiane di Roma; sabato 27 giugno, alle 17,30, i Vespri saranno presieduti dal Cardinale Ivan Dias, Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli. Domenica 28 giugno, alle 10,30, la Messa solenne della comunità benedettina sarà presieduta dal Cardinale Francis Rodé, Prefetto della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica. Nel pomeriggio, i primi Vespri della Solennità dei Santi Pietro e Paolo saranno presieduti dal Santo Padre. La giornata di lunedì 29 giugno comincerà con la celebrazione solenne delle Lodi presieduta dall’Abate Edmund Power che poi celebrerà la Messa delle ore 10,30, mentre sarà l’Arciprete della Basilica, Cardinale Andrea Cordero Lanza di Montezemolo, a presiedere le celebrazioni liturgiche vespertine a conclusione dell’Anno Paolino. In serata, alle ore 20, sarà rinnovata l’antica tradizione della processione della Catena di San Paolo attorno alla Basilica, che vede una larga partecipazione di popolo.

In occasione della chiusura dell’Anno dedicato all’Apostolo San Paolo, che si terrà contemporaneamente il 29 giugno 2009 nei diversi "luoghi paolini", il Santo Padre ha nominato sette Cardinali in qualità di Inviati Speciali alle rispettive celebrazioni (vedi Fides 27/4/2009). Nella Lettera indirizzata al Card. Walter Kasper, Suo Inviato Speciale in Terra Santa, in data 16 maggio, (analoghe lettere sono state indirizzate agli altri sei Porporati), Benedetto XVI scrive: “Volgendo ormai al termine l'anno dedicato all'apostolo Paolo, abbiamo voluto inviare alcuni eminentissimi Cardinali in quei luoghi in cui quell'illustre annunciatore del Vangelo di Cristo visse ed operò, e che a ragione possono essere definiti luoghi paolini”. Nel testo inoltre il Papa afferma:  “Beato l’Apostolo Paolo che disse ‘Per me vivere è Cristo’, poiché è per noi d’esempio nell’amare e nel compiere la volontà di Dio, nel servizio al Signore e alla sua Chiesa”. Il Santo Padre chiede al Card. Kasper di esortare pastori, presuli, sacerdoti, religiosi e laici all’unità e lo invita inoltre ad incoraggiare i fedeli, affinché con preghiere e meditazioni, “con forze rinnovate e nuovo zelo”, possano “compiere la volontà di Dio”, e a sottolineare alle autorità religiose e civili l’importanza della dottrina dell’Apostolo delle Genti e la sua sollecitudine per la salvezza di tutta l’umanità. (S.L.) (Agenzia Fides 23/6/2009; righe 35, parole 476)

 

 

VIAGGI

 

A Sydney - San Paolo fu “lavoratore instancabile a favore dell’unità nella Chiesa primitiva”

Città del Vaticano (Agenzia Fides) Alle ore 10.30 del 18 luglio, nella Cripta della St. Mary’s Cathedral di Sydney, ha luogo l’incontro ecumenico del Santo Padre Benedetto XVI con alcuni leader di altre Chiese e Confessioni cristiane ed i membri del New South Wales Ecumenical Council. “L’Australia è un Paese contrassegnato da grande diversità etnica e religiosa – ha detto il Papa dopo aver salutato e ringraziato i presenti -.  Anche la vostra è una Nazione che riconosce l’importanza della libertà religiosa. Questo è un diritto fondamentale che, se rispettato, consente ai cittadini di agire sulla base di valori radicati nelle loro più profonde convinzioni, contribuendo così al benessere dell’intera società. In questo modo i cristiani contribuiscono, insieme con i membri delle altre religioni, alla promozione della dignità umana e all’amicizia fra le nazioni”.

            Dopo aver riconosciuto i risultati positivi raggiunti dal cammino ecumenico in Australia, che dimostrano “non solo che è possibile trovare risoluzioni concrete per una collaborazione fruttuosa nel presente, ma anche che abbiamo bisogno di continuare pazienti discussioni sui punti teologici di divergenza”, Benedetto XVI ha ricordato che quest’anno celebriamo il bimillenario della nascita di san Paolo, “lavoratore instancabile a favore dell’unità nella Chiesa primitiva”. “Il cammino dell’Ecumenismo – ha sottolineato il Papa - mira in definitiva ad una comune celebrazione dell’Eucaristia, che Cristo ha affidato ai suoi Apostoli come il Sacramento per eccellenza dell’unità della Chiesa. Anche se vi sono ancora ostacoli da superare, noi possiamo essere sicuri che un giorno una comune Eucaristia non farà che sottolineare la nostra decisione di amarci e servirci gli uni gli altri a imitazione del nostro Signore... Per questa ragione un sincero dialogo concernente il posto dell’Eucaristia – stimolato da un rinnovato ed attento studio della Scrittura, degli scritti patristici e dei documenti dei due millenni della storia cristiana – gioverà indubbiamente a far avanzare il movimento ecumenico e ad unificare la nostra testimonianza davanti al mondo”.

            Il Papa ha quindi proseguito: “Cari amici in Cristo, penso sarete d’accordo nel ritenere che il movimento ecumenico sia giunto ad un punto critico. Per andare avanti, dobbiamo continuamente chiedere a Dio di rinnovare le nostre menti con la grazia dello Spirito Santo, che ci parla attraverso le Scritture e ci guida alla verità tutta intera. Dobbiamo stare in guardia contro ogni tentazione di considerare la dottrina come fonte di divisione e perciò come impedimento a quello che sembra essere il più urgente ed immediato compito per migliorare il mondo nel quale viviamo”. Benedetto XVI, dopo aver sottolineato “l’interconnessione tra il dono della conoscenza e la virtù della carità” ben espressa da Sant'Agostino, ha sottolineato che “il dialogo ecumenico avanza non soltanto mediante uno scambio di idee, ma condividendo doni che ci arricchiscono mutuamente. Un’‘idea’ è finalizzata al raggiungimento della verità; un ‘dono’ esprime l’amore. Ambedue sono essenziali al dialogo. L’aprire noi stessi ad accettare doni spirituali da altri cristiani stimola la nostra capacità di percepire la luce della verità che viene dallo Spirito Santo”.

            Prendendo in considerazione le immagini bibliche complementari di "corpo" e di "tempio" usate per descrivere la Chiesa, il Santo Padre ha evidenziato che “ogni elemento della struttura della Chiesa è importante; ma tutti vacillerebbero e crollerebbero senza la pietra angolare che è Cristo. Quali 'concittadini' di questa 'casa di Dio', i cristiani devono operare insieme per far sì che l’edificio rimanga saldo così che altre persone siano attratte ad entrarvi e a scoprire gli abbondanti tesori di grazia che si trovano al suo interno. Nel promuovere i valori cristiani, non dobbiamo trascurare di proclamarne la fonte dando comune testimonianza a Gesù Cristo Signore. È Lui che ha affidato la missione agli apostoli, è Lui del quale i profeti hanno parlato, ed è Lui che noi offriamo al mondo.”(S.L.) (Agenzia Fides 18/7/2008)

 

A Parigi - La Croce era al centro della vita dell’Apostolo Paolo

Parigi (Agenzia Fides) – Dopo la celebrazione dei Vespri nella Cattedrale di Notre Dame, la sera del 12 settembre, Papa Benedetto XVI è uscito sul sagrato per incontrare i giovani che lo gremivano. “Questa sera, vorrei parlarvi di due punti profondamente legati l’uno all’altro, che costituiscono un vero tesoro nel quale voi potrete porre il vostro cuore” ha detto il Papa ai giovani. Il primo si collega al tema della recente Giornata Mondiale della Gioventù: “Sydney ha fatto riscoprire a molti giovani l’importanza dello Spirito Santo, nella nostra vita, nella vita del cristiano – ha ricordato il Papa -. Tutti voi cercate di amare e di essere amati! È verso Dio che voi dovete volgervi per imparare ad amare e per avere la forza di amare. Lo Spirito, che è Amore, può aprire i vostri cuori per ricevere il dono dell’amore autentico. Tutti voi cercate la verità e volete viverne, viverne realmente! Questa verità è Cristo. Egli è la sola Via, l’unica Verità e la vera Vita”.

            Il Pontefice ha quindi invitato i giovani a meditare sul Sacramento della Confermazione ricevuto che li ha introdotti in una vita di fede adulta. “Lo Spirito Santo vi fa avvicinare al Mistero di Dio e vi fa comprendere chi è Dio… Nel rivelarvi chi è il Cristo morto e risuscitato per noi, Egli vi spinge a testimoniare. Voi siete nell’età della generosità. È urgente parlare di Cristo attorno a voi, alle vostre famiglie e ai vostri amici, nei vostri luoghi di studio, di lavoro o di divertimento”. Quindi Benedetto XVI ha incoraggiato i giovani a non avere paura di annunciare Dio: “Portate la Buona Novella ai giovani della vostra età e anche agli altri… Rendete testimonianza di Dio, perché, in quanto giovani, voi fate pienamente parte della comunità cattolica in virtù del vostro battesimo e in ragione della comune professione di fede. La Chiesa conta su di voi, ci tengo a dirvelo!”

            Per consegnare ai giovani il “secondo tesoro”, il Papa ha ricordato che questo era al centro della vita dell’Apostolo Paolo: si tratta del mistero della Croce. “Molti di voi portano al collo una catena con una croce – ha detto Benedetto XVI -. Anch’io ne porto una, come tutti i Vescovi del resto. Non è un ornamento, né un gioiello. È il simbolo prezioso della nostra fede, il segno visibile e materiale del legame con Cristo”. Dopo aver spiegato ciò che San Paolo intende parlando della Croce all’inizio della sua Prima Lettera ai Corinzi, il Papa ha proseguito: “Lo Spirito apre all’intelligenza umana nuovi orizzonti che la superano e le fa capire che l’unica vera sapienza risiede nella grandezza di Cristo. Per i cristiani la Croce è simbolo della sapienza di Dio e del suo amore infinito rivelatosi nel dono salvifico di Cristo morto e risorto per la vita del mondo, per la vita di ciascuno e di ciascuna di voi in particolare. Possa questa scoperta sconvolgente di Dio che si è fatto uomo per amore invitarvi a rispettare e a venerare la Croce! Essa è non soltanto il segno della vostra vita in Dio e della vostra salvezza, ma è anche – voi lo comprendete – la testimone muta dei dolori degli uomini e, allo stesso tempo l’espressione unica e preziosa di tutte le loro speranze. Cari giovani, io so che venerare la Croce attira a volte la derisione e anche la persecuzione.”  

Quindi Benedetto XVI ha concluso: “Questa sera, io vi affido la Croce di Cristo. Lo Spirito Santo ve ne farà comprendere i misteri d’amore e voi esclamerete allora con san Paolo: “Quanto a me non ci sia altro vanto che nella Croce del nostro Signore Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo” (Gal 6, 14). Paolo aveva capito la parola di Gesù – apparentemente paradossale - secondo cui solo donando (“perdendo”) la propria vita la si può trovare (cfr Mc 8,35; Gv 12,24) e ne aveva concluso che la Croce esprime la legge fondamentale dell’amore, la formula perfetta della vera vita. Possa l’approfondimento del mistero della Croce far scoprire ad alcuni fra voi la chiamata a servire Cristo in maniera più totale nella vita sacerdotale o religiosa!” (S.L.) (Agenzia Fides 15/9/2008)

 

A Parigi - “A tutti gli uomini di buona volontà che mi ascoltano, io ridico con san Paolo: Fuggite il culto degli idoli, non smettete di fare il bene!”

Parigi (Agenzia Fides) – Dopo una breve visita all’Institut de France di Parigi, l’istituzione che riunisce eminenti rappresentanti di tutti gli ambiti del sapere e che comprende cinque Accademie, alle ore 10 di sabato 13 settembre, il Santo Padre Benedetto XVI ha presieduto la Concelebrazione Eucaristica nella memoria di S. Giovanni Crisostomo, all’Esplanade des Invalides. Nell’omelia il Papa ha preso spunto dall’attualità dell’esortazione rivolta da San Paolo ai Corinzi nella prima Lettura della Messa - "Fuggite l’idolatria" (1 Cor 10, 14) – per sottolineare che anche il mondo contemporaneo si è creato i propri idoli: “Non ha forse imitato, magari a sua insaputa, i pagani dell’antichità, distogliendo l’uomo dal suo vero fine, dalla felicità di vivere eternamente con Dio?... Tentazione d’idolatrare un passato che non esiste più, dimenticandone le carenze; tentazione d’idolatrare un futuro che non esiste ancora, credendo che l’uomo, con le sole sue forze, possa realizzare la felicità eterna sulla terra!... Il denaro, la sete dell’avere, del potere e persino del sapere non hanno forse distolto l’uomo dal suo Fine vero dalla sua propria verità?”        

Benedetto XVI ha quindi ribadito che “san Paolo condanna severamente l’idolatria”, tuttavia questa condanna “non è in alcun caso una condanna della persona dell’idolatra. Mai, nei nostri giudizi, dobbiamo confondere il peccato, che è inaccettabile, e il peccatore del quale non possiamo giudicare lo stato di coscienza e che, in ogni caso, è sempre suscettibile di conversione e di perdono”. Quindi il Papa ha proseguito: “Mai Dio domanda all’uomo di fare sacrificio della sua ragione! Mai la ragione entra in contraddizione reale con la fede! L’unico Dio – Padre, Figlio e Spirito Santo – ha creato la nostra ragione e ci dona la fede, proponendo alla nostra libertà di riceverla come un dono prezioso. È il culto degli idoli che distoglie l’uomo da questa prospettiva, e la ragione stessa può forgiarsi degli idoli”.  

L’uomo può comunque giungere a Dio attraverso il sacramento dell’Eucaristia, “Rivelazione straordinaria, che ci viene da Cristo e ci è trasmessa dagli Apostoli e da tutta la Chiesa da quasi duemila anni”. Quindi Benedetto XVI ha esortato a circondare “della più grande venerazione il sacramento del Corpo e del Sangue del Signore, il Santissimo Sacramento della presenza reale del Signore alla sua Chiesa e all’intera umanità. Non trascuriamo nulla per manifestarGli il nostro rispetto ed il nostro amore! DiamoGli i più grandi segni d’onore! Mediante le nostre parole, i nostri silenzi e i nostri gesti, non accettiamo mai che in noi ed intorno a noi si appanni la fede nel Cristo risorto, presente nell’Eucaristia”.

            Proseguendo nell’omelia, il Pontefice ha ricordato ancora che “in se stessa la Messa ci invita anche a fuggire gli idoli… La Messa ci invita a discernere ciò che, in noi, obbedisce allo Spirito di Dio e ciò che, in noi, resta in ascolto dello spirito del male”. Per rendere grazie al Signore per tutto il bene che Egli ci fa, non abbiamo altro modo se non rispondere con le stesse parole del Salmista: "Alzerò il calice della salvezza e invocherò il nome del Signore" (Sal 116, 13). “Alzare il calice della salvezza ed invocare il nome del Signore – ha spiegato il Papa - non è forse precisamente il mezzo migliore di ‘fuggire gli idoli’, come ci chiede san Paolo? Ogni volta che una Messa è celebrata, ogni volta che il Cristo si rende sacramentalmente presente nella sua Chiesa, è l’opera della nostra salvezza che si compie… Ora, cari fratelli e sorelle, chi può elevare il calice della salvezza ed invocare il nome del Signore per conto dell’intero popolo di Dio, se non il sacerdote ordinato per questo scopo dal Vescovo?”

A questo punto il Santo Padre ha lanciato un appello ai giovani: “Non abbiate paura! Non abbiate paura di donare la vostra vita a Cristo! Niente rimpiazzerà mai il ministero dei sacerdoti nella vita della Chiesa. Niente rimpiazzerà mai una Messa per la salvezza del mondo! Cari giovani o meno giovani che mi ascoltate, non lasciate senza risposta la chiamata di Cristo”.

Nel Vangelo della Messa Cristo in persona “ci ha insegnato a fuggire l’idolatria, invitandoci a costruire la nostra casa ‘sulla roccia’ (Lc 6, 48)”, ha proseguito il Santo Padre, ricordando che questa roccia è Cristo stesso e che “la Chiesa, costruita sulla roccia di Cristo, possiede le promesse della vita eterna non perché i suoi membri siano più santi degli altri uomini, ma perché Cristo ha fatto questa promessa a Pietro… In questa speranza indefettibile nella presenza eterna di Dio in ciascuna delle nostre anime, in questa gioia di sapere che Cristo è con noi fino alla fine dei tempi, in questa forza che lo Spirito dona a tutti gli uomini e a tutte le donne che accettano di lasciarsi afferrare da Lui, io vi affido, cari cristiani di Parigi e di Francia all’azione potente e misericordiosa del Dio d’amore che è morto per noi sulla Croce e risorto vittoriosamente al mattino di Pasqua. A tutti gli uomini di buona volontà che mi ascoltano, io ridico con san Paolo: Fuggite il culto degli idoli, non smettete di fare il bene!” (S.L.) (Agenzia Fides 15/9/2008)

 

A Pompei - “Anche Bartolo Longo, come san Paolo, fu trasformato da persecutore in apostolo”

Pompei (Agenzia Fides) – “Sono venuto, in particolare, per affidare alla Madre di Dio, nel cui grembo il Verbo si è fatto carne, l’Assemblea del Sinodo dei Vescovi in corso in Vaticano sul tema della Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa. La mia visita coincide anche con la Giornata Missionaria Mondiale: contemplando in Maria Colei che ha accolto in sé il Verbo di Dio e lo ha donato al mondo, pregheremo in questa Messa per quanti nella Chiesa spendono le loro energie a servizio dell’annuncio del Vangelo a tutte le nazioni”. Con queste parole il Santo Padre Benedetto XVI ha spiegato i motivi che lo hanno portato al Santuario della Vergine del Santo Rosario di Pompei domenica 19 ottobre, pellegrino sulle orme del Servo di Dio Giovanni Paolo II.

Nell’omelia della Santa Messa che ha presieduto nella piazza antistante il Santuario, Benedetto XVI ha commentato le Letture della Santa Messa del giorno. “La prima Lettura e il Salmo responsoriale esprimono la gioia del popolo d’Israele per la salvezza donata da Dio, salvezza che è liberazione dal male e speranza di vita nuova… Sì, l’amore di Dio ha questo potere: di rinnovare ogni cosa, a partire dal cuore umano, che è il suo capolavoro e dove lo Spirito Santo opera al meglio la sua azione trasformatrice. Con la sua grazia, Dio rinnova il cuore dell’uomo perdonando il suo peccato, lo riconcilia ed infonde in lui lo slancio per il bene. Tutto questo si manifesta nella vita dei santi, e lo vediamo qui particolarmente nell’opera apostolica del beato Bartolo Longo, fondatore della nuova Pompei”.  

Nel racconto evangelico delle nozze di Cana l’evangelista Giovanni “mette in luce simbolicamente che Gesù è lo sposo d’Israele, del nuovo Israele che siamo noi tutti nella fede, lo sposo venuto a portare la grazia della nuova Alleanza, rappresentata dal ‘vino buono’. Al tempo stesso, il Vangelo dà risalto anche al ruolo di Maria, che… impersona appunto la sposa amata del Signore, cioè il popolo che lui si è scelto per irradiare la sua benedizione su tutta la famiglia umana. Il simbolo del vino, unito a quello del banchetto, ripropone il tema della gioia e della festa. Inoltre il vino, come le altre immagini bibliche della vigna e della vite, allude metaforicamente all’amore: Dio è il vignaiolo, Israele è la vigna, una vigna che troverà la sua realizzazione perfetta in Cristo, del quale noi siamo i tralci; e il vino è il frutto, cioè l’amore, perché proprio l’amore è ciò che Dio si attende dai suoi figli… All’amore esorta anche l’apostolo Paolo nella seconda Lettura, tratta dalla Lettera ai Romani. Troviamo delineato in questa pagina il programma di vita di una comunità cristiana, i cui membri sono stati rinnovati dall’amore e si sforzano di rinnovarsi continuamente, per discernere sempre la volontà di Dio e non ricadere nel conformismo della mentalità mondana”.

Il Santo Padre ha quindi messo in risalto che “la caratteristica della civiltà cristiana è proprio la carità: l’amore di Dio che si traduce in amore del prossimo”. Volgendo il pensiero a Bartolo Longo il Papa ha ricordato che egli progettò e realizzò “una cittadella di Maria e della carità, non però isolata dal mondo… ma inserita nel territorio di questa Valle per riscattarlo e promuoverlo”. “La forza della carità è irresistibile: è l’amore che veramente manda avanti il mondo!” ha sottolineato ancora il Papa, che ha aggiunto: “Dove arriva Dio, il deserto fiorisce!”.

“Anche il beato Bartolo Longo, con la sua personale conversione, diede testimonianza di questa forza spirituale che trasforma l’uomo interiormente e lo rende capace di operare grandi cose secondo il disegno di Dio. La vicenda della sua crisi spirituale e della sua conversione appare oggi di grandissima attualità – ha proseguito il Papa -. La sua conversione, con la scoperta del vero volto di Dio, contiene un messaggio molto eloquente per noi, perché purtroppo simili tendenze non mancano nei nostri giorni. In questo Anno Paolino mi piace sottolineare che anche Bartolo Longo, come san Paolo, fu trasformato da persecutore in apostolo: apostolo della fede cristiana, del culto mariano e, in particolare, del Rosario, in cui egli trovò una sintesi di tutto il Vangelo”.

La città di Pompei, rifondata da Bartolo Longo, è “un esempio di come la fede può operare nella città dell’uomo, suscitando apostoli di carità che si pongono al servizio dei piccoli e dei poveri, ed agiscono perché anche gli ultimi siano rispettati nella loro dignità e trovino accoglienza e promozione. Qui a Pompei si capisce che l’amore per Dio e l’amore per il prossimo sono inseparabili”. Concludendo l’omelia, il Santo Padre ha affidato alla Vergine Santa ogni famiglia, “fondamentale cellula della società”,  ed ha ricordato che “il Rosario è preghiera contemplativa accessibile a tutti: grandi e piccoli, laici e chierici, colti e poco istruiti… è ‘arma’ spirituale nella lotta contro il male, contro ogni violenza, per la pace nei cuori, nelle famiglie, nella società e nel mondo”. Al termine della Santa Messa, prima dell’Angelus, il Santo Padre ha recitato la Supplica alla Madonna di Pompei. (S.L.) (Agenzia Fides 21/10/2008)

 

In Angola – La Santa Messa nella chiesa di San Paolo: “ Oggi spetta a voi offrire Cristo risorto ai vostri concittadini. Tanti di loro vivono nella paura degli spiriti, dei poteri nefasti da cui si credono minacciati”

Luanda (Agenzia Fides) – Alle ore 10 di sabato 21 marzo, il Santo Padre Benedetto XVI ha celebrato la Santa Messa nella Chiesa São Paolo di Luanda. Ai Vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose, rappresentanti dei movimenti ecclesiali e catechisti dell’Angola e di Sao Tomé presenti alla celebrazione, il Papa si è rivolto con queste parole: “Cari fratelli e sorelle, provo una grande gioia nel trovarmi oggi in mezzo a voi, miei compagni di giornata nella vigna del Signore; di questa vi occupate con cura quotidiana preparando il vino della Misericordia divina e versandolo poi sulle ferite del vostro popolo così tribolato”.

            All’inizio della sua omelia, il Pontefice ha commentato le letture proclamate poco prima. I figli d’Israele si rincuoravano nelle difficoltà e nelle tribolazioni cadute su di loro perché vivevano nell’ignoranza di Dio, ripetendo l’un l’altro: “Affrettiamoci a conoscere il Signore”. E il Signore, come buon medico, ha aperto la ferita del loro cuore, povero di amore, affinché la piaga guarisse.
Nella pagina del Vangelo si racconta dei due uomini saliti al tempio a pregare, uno “tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro”. “Quest’ultimo – ha spiegato il Papa - aveva esposto tutti i suoi meriti davanti a Dio, quasi facendo di Lui un suo debitore… Eppure sarà proprio il pubblicano a scendere a casa sua giustificato. Consapevole dei suoi peccati, che lo fanno rimanere a testa bassa, egli aspetta ogni cosa dal Signore… Egli bussa alla porta della Misericordia, la quale si apre e lo giustifica”. 

“Di questo Dio, ricco di Misericordia – ha proseguito il Papa nell’omelia -, ci parla per esperienza personale san Paolo, patrono della città di Luanda e di questa stupenda chiesa, edificata quasi cinquant’anni fa. Ho voluto sottolineare il bimillenario della nascita di san Paolo con il Giubileo paolino in corso, allo scopo di imparare da lui a conoscere meglio Gesù Cristo… Fondamentale nella vita di Paolo è stato il suo incontro con Gesù, quando camminava per la strada verso Damasco: Cristo gli appare come luce abbagliante, gli parla, lo conquista… ciò che prima gli sembrava essenziale e fondamentale, adesso per lui non vale più della ‘spazzatura’; non è più ‘guadagno’ ma perdita, perché ora conta soltanto la vita in Cristo”.

Il Papa ha spiegato che “Gesù, uomo perfetto, è anche il nostro vero Dio. In Lui, Dio è diventato visibile ai nostri occhi, per farci partecipi della sua vita divina. In questo modo, viene inaugurata con Lui una nuova dimensione dell’essere, della vita, nella quale viene integrata anche la materia e mediante la quale sorge un mondo nuovo”. Ciò avviene attraverso la fede e il Battesimo,  sacramento di morte e risurrezione, di trasformazione in una vita nuova.

A questo punto Benedetto XVI ha ricordato che intorno al 1506, in queste terre, venne costituito il primo regno cristiano sub-sahariano, grazie alla fede e alla determinazione del re Dom Afonso I Mbemba-a-Nzinga. “Due etnie tanto diverse – quella banta e quella lusiade – hanno potuto trovare nella religione cristiana una piattaforma d’intesa – ha evidenziato il Pontefice -, e si sono impegnate poi perché quest’intesa durasse a lungo e le divergenze – ce ne sono state, e di gravi – non separassero i due regni! Di fatto, il Battesimo fa sì che tutti i credenti siano uno in Cristo”.

Quindi il Pontefice ha lanciato questo appello: “Oggi spetta a voi, fratelli e sorelle, sulla scia di quegli eroici e santi messaggeri di Dio, offrire Cristo risorto ai vostri concittadini. Tanti di loro vivono nella paura degli spiriti, dei poteri nefasti da cui si credono minacciati; disorientati, arrivano al punto di condannare bambini della strada e anche i più anziani, perché – dicono – sono stregoni… Se noi siamo convinti e abbiamo fatto l’esperienza che, senza Cristo, la vita è incompleta, le manca una realtà – anzi la realtà fondamentale –, dobbiamo essere convinti anche del fatto che non facciamo ingiustizia a nessuno se gli presentiamo Cristo e gli diamo la possibilità di trovare, in questo modo, anche la sua vera autenticità, la gioia di avere trovato la vita. Anzi, dobbiamo farlo, è un obbligo nostro offrire a tutti questa possibilità di raggiungere la vita eterna… Aiutiamo la miseria umana ad incontrarsi con la Misericordia divina. Il Signore fa di noi i suoi amici, Egli si affida a noi, ci consegna il suo Corpo nell’Eucaristia, ci affida la sua Chiesa… Sia questo il nostro impegno comune: fare, tutti insieme, la sua santa volontà: ‘Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura’.” (S.L.) (Agenzia Fides 23/3/2009; righe 49, parole 747)

 

 

LECTIO DIVINA

 

Al Seminario Romano Maggiore la Lectio divina sulla Lettera di San Paolo ai Galati: “la libertà si realizza paradossalmente nel servire; diventiamo liberi, se diventiamo servi gli uni degli altri”

Città del Vaticano (Agenzia Fides) – Venerdì 20 febbraio, alla vigilia della Festa della Madonna della Fiducia, il Santo Padre Benedetto XVI si è recato in visita al Seminario Romano Maggiore, dove ha tenuto una lectio divina per i seminaristi sulla Lettera di San Paolo ai Galati, soffermandosi sull’espressione: "Siete stati chiamati alla libertà".

“La libertà in tutti i tempi è stata il grande sogno dell’umanità, sin dagli inizi, ma particolarmente nell’epoca moderna” ha ricordato il Papa, mettendo in evidenza che “San Paolo ci aiuta a capire questa realtà complicata che è la libertà inserendo questo concetto in un contesto di visioni antropologiche e teologiche fondamentali”. San Paolo afferma: “Questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate al servizio gli uni degli altri”, e il Papa ha spiegato: “L’io assoluto, che non dipende da niente e da nessuno, sembra possedere realmente, in definitiva, la libertà. Sono libero se non dipendo da nessuno, se posso fare tutto quello che voglio. Ma proprio questa assolutizzazione dell’io è… degradazione dell’uomo, non è conquista della libertà: il libertinismo non è libertà, è piuttosto il fallimento della libertà”.

Paolo propone quindi un paradosso forte: “la libertà si realizza paradossalmente nel servire; diventiamo liberi, se diventiamo servi gli uni degli altri. E così Paolo mette tutto il problema della libertà nella luce della verità dell’uomo – ha proseguito il Papa –… La nostra verità è che, innanzitutto, siamo creature, creature di Dio e viviamo nella relazione con il Creatore. Siamo esseri relazionali. E solo accettando questa nostra relazionalità entriamo nella verità, altrimenti cadiamo nella menzogna e in essa, alla fine, ci distruggiamo.” Dal momento che questo Dio Creatore non è un tiranno come sono i tiranni umani, ma “ci ama e la nostra dipendenza è essere nello spazio del suo amore, in tal caso proprio la dipendenza è libertà. In questo modo infatti siamo nella carità del Creatore, siamo uniti a Lui, a tutta la sua realtà, a tutto il suo potere. Quindi questo è il primo punto: essere creatura vuol dire essere amati dal Creatore, essere in questa relazione di amore che Egli ci dona, con la quale ci previene. Da ciò deriva innanzitutto la nostra verità, che è, nello stesso tempo, chiamata alla carità”.

Quindi Benedetto XVI ha posto l’accento su un secondo tipo di relazione: “siamo in relazione con Dio, ma insieme, come famiglia umana, siamo anche in relazione l’uno con l’altro. In altre parole, libertà umana è, da una parte, essere nella gioia e nello spazio ampio dell’amore di Dio, ma implica anche essere una cosa sola con l’altro e per l’altro. Non c’è libertà contro l’altro. Se io mi assolutizzo, divento nemico dell’altro, non possiamo più convivere e tutta la vita diventa crudeltà, diventa fallimento. Solo una libertà condivisa è una libertà umana; nell’essere insieme possiamo entrare nella sinfonia della libertà. E quindi questo è un altro punto di grande importanza: solo accettando l’altro, accettando anche l’apparente limitazione che deriva alla mia libertà dal rispetto per quella dell’altro, solo inserendomi nella rete di dipendenze che ci rende, finalmente, un’unica famiglia, io sono in cammino verso la liberazione comune.”

“L’uomo ha bisogno di ordine, di diritto, perché possa così realizzarsi la sua libertà che è una libertà vissuta in comune – ha proseguito il Sommo Pontefice -. E come possiamo trovare questo ordine giusto, nel quale nessuno sia oppresso, ma ognuno possa dare il suo contributo per formare questa sorta di concerto delle libertà? Se non c’è una verità comune dell’uomo quale appare nella visione di Dio, rimane solo il positivismo e si ha l’impressione di qualcosa di imposto in maniera anche violenta. Da ciò questa ribellione contro l’ordine ed il diritto come se si trattasse di una schiavitù.”

Proseguendo la sua lectio divina, il Papa ha ancora citato San Paolo: “La legge trova la sua pienezza in un solo precetto: ‘Amerai il prossimo tuo come te stesso’ ”, ed ha spiegato: “Dietro a questa affermazione appare il mistero del Dio incarnato, appare il mistero di Cristo che nella sua vita, nella sua morte, nella sua risurrezione diventa la legge vivente. Subito, le prime parole della nostra Lettura – "Siete chiamati alla libertà" – accennano a questo mistero. Siamo stati chiamati dal Vangelo, siamo stati chiamati realmente nel Battesimo, nella partecipazione alla morte e alla risurrezione di Cristo, e in questo modo siamo passati dalla ‘carne’, dall’egoismo alla comunione con Cristo. E così siamo nella pienezza della legge…Nella partecipazione ai sacramenti, nell’ascolto della Parola di Dio, realmente la volontà divina, la legge divina entra nella nostra volontà, la nostra volontà si identifica con la sua, diventano una sola volontà e così siamo realmente liberi, possiamo realmente fare ciò che vogliamo, perché vogliamo con Cristo, vogliamo nella verità e con la verità. Preghiamo quindi il Signore che ci aiuti in questo cammino cominciato con il Battesimo, un cammino di identificazione con Cristo che si realizza sempre di nuovo nell’Eucaristia”.

Infine il Santo Padre ha ripreso la situazione difficile della comunità dei Galati cui si riferisce Paolo, accennando “alle polemiche che nascono dove la fede degenera in intellettualismo e l’umiltà viene sostituita dall’arroganza di essere migliori dell’altro”. Ed ha proseguito: “Anche oggi ci sono cose simili dove, invece di inserirsi nella comunione con Cristo, nel Corpo di Cristo che è la Chiesa, ognuno vuol essere superiore all’altro e con arroganza intellettuale vuol far credere che lui sarebbe migliore. E così nascono le polemiche che sono distruttive, nasce una caricatura della Chiesa, che dovrebbe essere un’anima sola ed un cuore solo. In questo avvertimento di San Paolo, dobbiamo anche oggi trovare un motivo di esame di coscienza: non pensare di essere superiori all’altro, ma trovarci nell’umiltà di Cristo, trovarci nell’umiltà della Madonna, entrare nell’obbedienza della fede. Proprio così si apre realmente anche a noi il grande spazio della verità e della libertà nell’amore”. (S.L.) (Agenzia Fides 23/2/2009; righe67, parole 971)

 

 

CONCERTO

 

Raccogliamo l’insegnamento dell’Apostolo Paolo, che “paragona la Chiesa al corpo umano composto da membra tra loro molto diverse, ma tutte indispensabili per il suo buon funzionamento. Anche l’orchestra e il coro sono costituiti da strumenti e voci diverse, che accordandosi tra loro offrono un’armoniosa melodia”

Città del Vaticano (Agenzia Fides) – Nel pomeriggio di lunedì 13 ottobre, si è recato nella Basilica di San Paolo fuori le Mura, dove ha avuto luogo un Concerto offerto dalla Fondazione Pro Musica e Arte Sacra alla XII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo del Vescovi, nell’Anno Paolino. I Wiener Philharmoniker, diretti dal Maestro Christoph Eschenbach, hanno eseguito la Sesta Sinfonia di Anton Bruckner. Al termine della serata il Santo Padre ha rivolto un breve discorso ai presenti, ringraziando anzitutto “quanti hanno promosso e concretamente organizzato questa bella serata con un evento musicale di alto livello”.

“Nella sesta sinfonia – ha affermato il Papa nel suo discorso - si traduce la fede del suo autore, capace di trasmettere con le sue composizioni una visione religiosa della vita e della storia. Anton Bruckner, attingendo al barocco austriaco e alla tradizione schubertiana del canto popolare, ha portato, potremmo dire, alle estreme conseguenze il processo romantico di interiorizzazione. Ascoltando questa celebre composizione nella Basilica dedicata a san Paolo, è spontaneo pensare ad un passaggio della Prima Lettera ai Corinzi in cui l’Apostolo, dopo aver parlato della diversità e dell’unità dei carismi, paragona la Chiesa al corpo umano composto da membra tra loro molto diverse, ma tutte indispensabili per il suo buon funzionamento (cfr cap. 12). Anche l’orchestra e il coro sono costituiti da strumenti e voci diverse, che accordandosi tra loro offrono un’armoniosa melodia, gradevole all’orecchio e allo spirito. Cari fratelli e sorelle, raccogliamo questo insegnamento, che vediamo confermato nella splendida esecuzione musicale che abbiamo potuto ascoltare”.

Al termine il Papa ha rivolto “un pensiero speciale ai Padri sinodali e alle altre personalità presenti”, ringraziando in particolare il Cardinale Arciprete, Andrea Cordero Lanza di Montezemolo, “per le varie manifestazioni religiose e culturali programmate per l’Anno Paolino in corso”. Benedetto XVI ha quindi auspicato che “questa Basilica romana, dove si trovano custodite le spoglie mortali dell’Apostolo delle genti, sia veramente un fulcro di iniziative liturgiche, spirituali e artistiche, tese a riscoprirne l’opera missionaria e il pensiero teologico”. (S.L.) (Agenzia Fides  14/10/2008)

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Dossier a cura di S.L. - Agenzia Fides 4/7/2009; Direttore Luca de Mata

 

 

 

 

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