la seguente catechesi è tratta dal testo “uomo e donna lo creò” (non mi risulta mai pronunciata dal Santo Padre), per completezza la riporto in questa "raccolta" augurandomi di non violare alcun diritto dell’Editore (ho riportato solo il testo attribuito al Santo Padre e non ho riportato le note ritenendole proprietà intellettuale dell’Editore e dei curatori dell’edizione)
108
il «linguaggio del corpo» secondo il cantico dei
cantici
1. In rapporto
alla rilettura del linguaggio
del corpo nella verità, e quindi
anche in rapporto alla realtà del segno sacramentale del matrimonio,
conviene sottoporre ad analisi sia pur sommaria anche quel libro del tutto
speciale dell'Antico Testamento che è il Cantico dei Cantici. Il tema dell'amore
sponsale, che unisce l'uomo e la donna, connette in certo senso questa parte
della Bibbia con tutta la tradizione della «grande analogia», che, attraverso
gli scritti dei Profeti, è confluita nel Nuovo Testamento e, in particolare,
nella Lettera agli Efesini (cfr Ef
5, 21-23). Bisogna però subito aggiungere che nel
Cantico dei Cantici il tema non va trattato nell'ambito
dell'analogia concernente l'amore di Dio verso Israele (o l'amore di Cristo
verso la Chiesa, nella Lettera agli Efesini). Il
tema dell'amore sponsale,
in questo singolare «poema»
biblico, si situa al di fuori di quella
grande analogia. L'amore dello sposo e della
sposa nel Cantico dei Cantici è tema a sé,
ed in ciò sta la singolarità e l'originalità,
di, questo libro.
2. Esso è divenuto oggetto di numerosi studi esegetici, commenti ed
ipotesi. In merito al suo contenuto, in apparenza «profano», le posizioni sono
state diverse: da un lato, questo libro è stato messo tra i libri proibiti da
leggere, dall'altro, è stato fonte di ispirazione dei più grandi scrittori
mistici, e i versetti del Cantico dei Cantici sono stati inseriti nella liturgia
della Chiesa.
3. Infatti,
sebbene l'analisi del testo di questo libro ci obblighi a collocare il suo
contenuto al di fuori dell'ambito della grande analogia profetica, tuttavia non
è possibile separarlo dalla realtà del sacramento primordiale. Non è
possibile rileggerlo se non sulla linea di ciò che è scritto nei primi
capitoli della Genesi, come testimonianza del «principio» — di quel «principio»
— al quale Cristo si riferì nel decisivo colloquio con i farisei (cfr Mt
19, 4). Il Cantico dei Cantici si trova certamente sulla scia di questo
sacramento, in cui, attraverso il «linguaggio del corpo», è costituito il
segno visibile della partecipazione dell'uomo e della donna all'Alleanza della
grazia e dell'amore, offerta da Dio all'uomo. Il Cantico dei Cantici dimostra la
ricchezza di questo «linguaggio», la cui prima stesura è già in Gen
2, 23-25.
4. Ecco
i primi versetti del Cantico: «Mi baci con i baci della sua bocca! Sì, le
tue tenerezze sono più dolci del vino... Attirami dietro a te, corriamo!...
gioiremo e ci rallegreremo per te, ricorderemo le tue tenerezze...» (Ct
1, 2.4).
Queste parole
c'introducono immediatamente nell'atmosfera di tutto il «poema», in cui lo
sposo e la sposa sembrano muoversi nel cerchio tracciato dall'irradiazione
interiore dell'amore. Le parole degli sposi, i loro movimenti, i loro gesti,
tutto il loro comportamento corrispondono all'interiore mozione dei cuori.
Soltanto attraverso il prisma di quella mozione è possibile comprendere il «linguaggio
del corpo».In questo impulso, che penetra da una persona ad un'altra, si attua
(non si sa quante volte, ma di certo in modo unico e irripetibile) quella
scoperta a cui diede espressione il primo uomo-maschio di fronte a colei che
era stata creata come «un aiuto che gli fosse simile» (Gen
2, 20), e che è stata creata, come riporta il testo biblico, dalle sue «costole»
(la «costola» sembra anche indicare il cuore).
5. Questa
scoperta — già analizzata in base a Gen
2 — nel Cantico dei Cantici si riveste di tutta la ricchezza del linguaggio
dell'amore umano. Ciò che nel capitolo 2 della Genesi (vv. 23-25) è stato
espresso appena in poche parole, semplici ed essenziali, qui si sviluppa come un
ampio dialogo o piuttosto un duetto, in cui le parole dello sposo s'intrecciano
con quelle della sposa e si completano a vicenda. Le prime parole dell'uomo di Gen
cap. 2, 23, alla vista della donna creata da Dio, esprimono lo stupore e
l'ammirazione, anzi il senso di fascino. E
un simile fascino — che è stupore e ammirazione — scorre in una forma
più ampia attraverso i versetti del Cantico dei Cantici. Scorre in onda
placida, omogenea, a dire il vero, dall'inizio sino alla fine del poema. È
una voce e un duetto, è parlare e colloquiare. Si può dire che appunto sia
questo reciproco «linguaggio del corpo», a testimoniare — attraverso tutta
la ricchezza dei significati che lo compongono — in qual modo nel prisma dei
cuori umani si forma e si sviluppa quel segno dell'unione sponsale che
nell'eterna economia dell'Alleanza e della grazia è divenuto segno
sacramentale, cioè del matrimonio come sacramento.
6. Perfino
un'analisi sommaria del testo del Cantico dei Cantici permette di sentire in
quel fascino reciproco il «linguaggio del corpo». Tanto il punto di partenza
quanto il punto d'arrivo di questo fascino — reciproco stupore e ammirazione
— sono infatti la femminilità della sposa e la mascolinità dello sposo
nell'esperienza diretta della loro visibilità. Le parole d'amore, pronunciate
da entrambi, si concentrano dunque sul «corpo», non tanto perché esso
costituisce per se stesso sorgente di reciproco fascino, ma soprattutto perché
su di esso si sofferma direttamente ed immediatamente Quell'attrazione
verso l'altra persona, verso l'altro «io» — femminile o maschile — che
nell'inferiore impulso del cuore da inizio all'amore.
L'amore inoltre sprigiona una particolare
esperienza del bello, che si accentra su ciò che è visibile, sebbene
coinvolga contemporaneamente la persona intera. L'esperienza del bello genera il
compiacimento, che è reciproco.
«O bellissima
tra le donne...» (Ct 1, 8), dice lo
sposo: e gli echeggiano le parole della sposa: «Bruna sono ma bella, o figlie
di Gerusalemme» (Ct 1, 5). Le parole
dell'incanto maschile si ripetono continuamente, ritornano in tutti e cinque i
canti del poema:
«Belle
sono le tue guance fra i pendenti,
il
tuo collo fra i vezzi di perle» (Ct
1, 10);
«Come
sei bella, amica mia, come sei bella!
I
tuoi occhi sono colombe» (Ct 1, 15).
E
subito ascoltiamo la risposta di lei:
«Come
sei bello, mio diletto, quanto grazioso!» (Ct
1, 16).
Nel
secondo canto ritornano le stesse parole, arricchite di nuove trame:
«Alzati, amica mia,
mia bella, e vieni!
O mia colomba...
mostrami il tuo viso,
fammi sentire la tua voce,
perché la tua voce è soave,
il tuo viso è leggiadro» (Ct
2, 13-14).
7. La stessa immagine — ad un tempo immagine
dell'esperienza ed immagine della persona che è nell'esperienza —
ricompare, ancor più ampia, nel canto quarto:
«Come
sei bella, amica mia,
come
sei bella!
Gli
occhi tuoi sono colombe,
dietro
il tuo velo.
Le
tue chiome come un gregge di capre,
che
scendono dalle pendici del Galaad.
I
tuoi denti come un gregge di pecore tosate,
che
risalgono dal bagno;
tutte
procedono appaiate,
e
nessuna è senza compagnia.
Come
un nastro di porpora le tue labbra
e
la tua bocca è soffusa di grazia;
come
spicchio di melagrana la tua gota
attraverso
il tuo velo.
Come
la torre di Davide il tuo collo,
costruita
a guisa di fortezza.
(...)
I
tuoi seni sono come due cerbiatti,
gemelli
di una gazzella,
che
pascolano fra i gigli.
(...)
Tutta
bella tu sei,
amica
mia, in te nessuna macchia» (Ct 4,
1-5.7).
8. Le metafore del Cantico dei Cantici possono oggi sorprenderci. Molte
di esse sono state prese dalla vita dei pastori; e altre sembrano indicare lo
stato regale dello sposo. L'analisi di quel linguaggio poetico va lasciata agli
esperti. Il fatto stesso di adoperare la metafora dimostra quanto, nel nostro
caso, il «linguaggio del corpo» cerchi
appoggio e conferma in tutto il mondo visibile. Questo è senza dubbio un «linguaggio»
che viene riletto contemporaneamente col cuore e con gli occhi dello sposo,
nell'atto di una speciale concentrazione su tutto l'«io» femminile della
sposa. Questo «io» parla a lui attraverso ogni tratto femmineo, suscitando
quello stato d'animo che può essere definito fascino, incanto. Questo «io»
femminile si esprime senza parole; tuttavia il «linguaggio del corpo» espresso
senza parole trova ricca eco nelle parole dello sposo, nel suo parlare pieno di
trasporto poetico e di metafore, che testimoniano l'esperienza del bello, un
amore di compiacimento. Se le metafore del Cantico cercano per questo bello una
analogia nelle diverse cose del mondo visibile (in questo mondo, che è il «mondo
proprio» dello sposo), nello stesso tempo sembrano indicare l'insufficienza di
ognuna di esse in particolare. «Tutta
bella tu sei, amica mia, in te nessuna macchia» (Ct
4, 7): — con questa locuzione lo sposo termina il suo canto, lasciando tutte
le metafore, per volgersi a quell'unica, attraverso cui il «linguaggio del
corpo» sembra esprimere l'integrum della
femminilità e l'integrum della
persona.
Da parte sua, la sposa parla un
linguaggio simile:
«...
Ritorna, o mio diletto,
somigliante
alla gazzella
o
al cerbiatto,
sopra
il monte degli aromi» (Ct 2, 17).
Un'altra
volta, invece, si confida con le compagne:
«...
Il suo aspetto è quello del Libano,
magnifico
come i cedri.
Dolcezza
è il suo palato;
egli
è tutto delizie!
Questo
è il mio diletto, questo è il mio amico,
o
figlie di Gerusalemme» (Ct 5, 15-16).